Abhinavagupta
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Abhinavagupta (ca. 950 – ca. 1020), filosofo, teologo e poeta indiano.
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- Chi è purificato da una vera esclusiva devozione per il Beato – verificatasi, s'intende, grazie a una violenta caduta di potenza – è in verità colui che non desidera frutto alcuno e, interrogato perché se ne stia così senza far nulla, non risponde o meglio risponde col silenzio; e intanto, essendo la sua mente come dissolta e trapassata dall'intima devozione per il Beato, ha i peli drizzati, il corpo preso da un tremito convulso, gli occhi spalancati divenuti due polle di acqua. (da Bhagavadgītārthasaṃgraha, XIV, 26)[1][2]
- I più sono tutti immersi nel conoscere discorsivo e non pensano neanche che siffatto stato di pensiero non discorsivo, materiato dall'io, in cui il flusso delle rappresentazioni discorsive, del "questo", è onnubilato dall'io [cioè riposa ininterrotto nel soggetto pensante], neanche pensano, dico, che mai sia esistito, come chi, tutto immerso nel piacere, più non si sovviene che un giorno era preda del dolore. Ma ad un certo punto, scemando di mano in mano le rappresentazioni discorsive, esso si illumina, ond'ecco la ragione di quella sentenza famosa, dove si dice che bisogna scrutare con attenzione la relazione tra soggetto percipiente e realtà percepibile. (da Tantrasāra)[3][4]
- In realtà non c'è nessun membro dello yoga che possa veramente servire da mezzo per raggiungere la condizione anuttara «quella che non ha nulla che la trascenda». Il mezzo (upāya) a essa è in realtà un non-mezzo (anupāya), dal momento che esso non prevede né pratiche rituali né soppressione delle funzioni mentali. È un battello pensato per un vento leggero, senza espirazione né inspirazione, che così trasporta il sé al di là dell'oceano della dualità, sebbene la mente sia immersa nel frattempo nel fluido del mondo oggettivo. [...] Gli impulsi dei sensi possono sciogliersi soltanto grazie a uno specialissimo tipo di distacco, un distacco praticato in elegante souplesse. Al contrario, se uno pretende di soggiogarli, essi finiscono per diventare ingovernabili. (da Mālinīvijayavārttika, 106-112)[5]
- Io rendo omaggio a Te, che trascendi il dispiegamento dell'universo e insieme hai come corpo il tutto, a te che sei perpetua beatitudine e luce, a te, mio Sé, dalle potenze infinite.
A quella realtà in cui Tu sei Tu, io sono io, in cui Tu soltanto sei e io non sono, in cui io sono Te, in cui né Tu né io siamo, a quella io mi inchino. (da Mahopadeśaviṃśatikā, 1-2) - L'apparenza che ha valore pragmatico (arthakriyā) non è nient'altro che un'altra apparenza, e così la presenza di qualcosa avente valore pragmatico (arthakriyā-kartivā) non corrisponde necessariamente a qualcosa di reale. (da Īśvarapratyabhijñāvirmaśinī 1.8.6)[6]
- L'illuminazione (prakāśa) che sorge nello stato di mokṣa è come il ricordo di un patrimonio dimenticato, e la ricchezza dimenticata è lo stato di unità col tutto. (da Anuttarāśṭikā, 4)[7]
- La potenza del Signore, pur adottando una molteplicità di variazioni nel krama[8], in realtà non subisce alcuna modificazione. (da Krama stotraṃ)[9]
- Mi inchino davanti all'Assoluto non-duale onnipervadente, il supremo Śiva-Śakti, che nel suo stato di assenza di desiderio e perfezione, prima di tutto si illumina come puro "Io sono" [il soggetto puro] e poi allo scopo di separare la sua potenza attiva si divide in due [il soggetto e l'oggetto] e che per sua natura continua ad emanarsi ed estendersi [nella Creazione] e di nuovo si dissolve in se stesso. (da Īśvarapratyabhijñāvirmaśinī 1.1.1)[10]
Parātriṃśikāvivaraṇa [modifica]
- Il Sé, che è presente in ogni forma ed è autoluminoso, si fa le domande e si dà le risposte, come scindendosi fra l'interrogante e il rispondente, essendo nello stesso se stesso in entrambi.[11]
- Se si giunge a fare un tutt'uno con l'efficienza della propria energia, in quel preciso momento Bhairava si rivela nella sede immutabile, a condizione che tutti i soffi dei canali sensoriali raggiungano la loro pienezza; ci si assorbe allora nella grande sede del Centro, la suṣumnā, mentre la dualità si dissolve. Penetrare nella suṣumnā significa quindi penetrare in rudrāyamala, significa sperimentare il rapimento della suprema interiorità e prendere piena coscienza della propria energia nella sua sovrabbondanza.[12][13]
- Si scopra la felicità attraverso la frizione che unifica i sessi durante il godimento reciproco e, grazie a essa, si riconosca l'essenza incomparabile, sempre presente. Infatti, tutto ciò che entra da un organo interno o esterno risiede sotto forma di coscienza o di soffio nel regno della via mediana che, collegata essenzialmente al soffio universale (anuprāṇanā), anima ogni parte del corpo. E ciò che viene chiamato ojas, vitalità, e che vivifica tutto il corpo.[14][15]
Tantrāloka [modifica]
- Il trika è l'essenza della tradizione śaiva, e il Mālinī è l'essenza del trika. (I, 17)[16]
- Anche Śiva, senza che per questo il suo potere ne sia offeso, si manifesta similmente in modo creato nello specchio del soggetto pensante, cioè nella nostra propria coscienza, durante la meditazione, ecc., sempre in forza, beninteso, della sua libertà. Perciò, ogni mezzo attraverso cui Śiva, sebbene privo di parti, così si manifesta, è una potenza. Questa divisione fra potenza e possessore di potenza è quindi chiaramente una realtà. (I, 73-74)[17][18]
- [Bhairava] porta il tutto, ed è da esso portato, empiendolo e sorreggendolo da un lato e parlandolo [rava, dal tema ru-, gridare e quindi emettere vocalmente, parlare, ecc.], cioè pensandolo, dall'altro. (I, 96)[19][18]
- La fusione, quella della coppia (yāmala) Śiva e śakti, è l'energia della felicità (ānanda śakti, Ā), da cui emana tutto l'universo: realtà al di là del supremo e del non-supremo, essa è chiamata Dea, essenza e Cuore [glorioso]: è l'emissione, il Signore supremo. (III, 68-69)[20]
- Tutte le cose gettate nel fuoco che brucia in seno alla propria coscienza abbandonano ogni differenziazione alimentando la sua fiamma con la loro energia. Quando la natura delle cose è dissolta da questa violenta cottura, le divinità della coscienza [signore degli organi sensoriali] gustano l'universo trasformato in nettare. Appagate, esse si identificano con Bhairava, firmamento della Coscienza, Dio che dimora nel Cuore, Lui, la pienezza. (III, 262-264)[21]
- Egli è il Signore dell'universo, nella cui coscienza tutto questo mondo di differenziazione appare come riflesso. (3.268)[22]
- Per lo yogin [concentrato] nel Kula, tutto vibrante del supremo succo bhairavico che sovrabbondando [lo pervade], qualsiasi posizione del corpo è tenuta come mudrā. (IV, 200)[23]
- «Il tutto, io manifesto in me stesso, nell'etere della coscienza, io ne sono il creatore, io, materiato del tutto». Questa percezione è fonte di immedesimazione con Bhairava. (VII, 283)[24]
- Il fuoco che prorompe è questo, cioè a dire io sono Śiva soltanto, colui che brucia la stanza di sogno dell'esistenza fenomenica con le sue infinite, variopinte, belle dimore. (VII, 286)[24]
- L'universo, in tutti i suoi molteplici aspetti, sorge da me, in me tuttavia riposa e, scomparso, non v‘è essere alcuno che resti. Colui perciò che veda l'emissione, il mantenimento e il riassorbimento così unificati, senza parti, questi risplende invero come immenso nel quarto stato. (VII, 287)[24]
- Gli organi della vista, dell'udito, del gusto e dell'olfatto risiedono in modo sottile nella terra e negli altri elementi che appartengono a livelli di realtà inferiori, e il più elevato non va al di là dello stadio dell'illusione (māyātattva), mentre il tatto risiede al livello superiore dell'energia, in quanto sensazione sottile ineffabile a cui lo yogin aspira senza sosta; questo contatto sfocia infatti in una coscienza identica al puro firmamento, che brilla di luce propria. (XI, 29-33)[25]
- L'offerta di tutte le cose alla coscienza, in identità con essa, tale, dicono le scritture, la vera adorazione; il cogitare che essa è così piena di tutte le cose, tale la contemplazione; colui che tale cogitazione riesce a renderla incrollabile, e così pensa, in unione con un discorso interiore, costui conosce la vera recitazione; colui che delle cose offerte alla coscienza dissolve ogni differenziazione e gliele presenta fatte tutte di fiamma, ecco chi celebra la vera oblazione; colui che così facendo vede come tutte le cose sono uguali l'una all'altra, ed acquista di tale uguaglianza un'incrollabile certezza, costui osserva il vero voto. (XII, 9-12)[26][18]
- O visione d'ambrosia immortale e suprema che splendi di luce cosciente scorrendo dalla Realtà assoluta, sii il mio rifugio. Grazie a essa ti adorano coloro che conoscono il mistico arcano (rahasya). (XXIX)[27]
Citazioni su Tantrāloka [modifica]
- In tal modo, il Tantrāloka (che dobbiamo nuovamente proporre) presenta le vie (upāya, «mezzo») della liberazione, le quali conducono tutte all'esperienza mistica della divinità, secondo la crescente intensità della grazia divina profusa sull'adepto. (André Padoux)
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- Il prestigio di Abhinava-Gupta (X secolo), il principale teologo di questa scuola, permise sicuramente allo shaktismo di acquisire i suoi primi titoli di nobiltà presso i brahmini, poiché Abhinava-Gupta integrò una parte della sua ideologia in una costruzione filosofica ambiziosa, mentre la venerazione della dea (Dévî, Shakti) abitualmente non forniva altro che poemi mitologici. (Jean Varenne)
- Ma bisogna citare al disopra di tutti il grandissimo Abhinavagupta, filosofo e yogin, studioso di estetica e mistico, il cui Tantrāloka, vasto trattato spirituale e di ritualistica, è, insieme con il commentario di Jayaratha, un'opera fondamentale per la conoscenza dell'universo tantrico. (André Padoux)
- Parecchi secoli più tardi, Abhinavagupta interpreta l'offerta vedica in modo specificamente mistico. Anch'egli la chiama «oblazione plenaria» (pūrṇāhuti), ma non riconosce altro fuoco divino capace di consumare tutta la dualità che la kuṇḍalinī, né altra offerta da versare nel fuoco che la penetrazione del maestro nel soffio del discepolo, nel quale si risveglia il fuoco divino e sale la fiamma della kuṇḍalinī. (Lilian Silburn)
- Se si considerano le numerose norme restrittive da cui era circondato, Abhinavagupta è allora più ammirevole per la sua audacia e libertà di spirito. [...] Egli non ha riguardi per i brahmani che, sottomessi ai dilemmi del puro e dell'impuro, non sono in grado di percepire tutte le cose all'interno di una stessa e unica chiarezza. (Lilian Silburn)
Note [modifica]
- ↑ Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 105.
- ↑ Traduzione di Raniero Gnoli, in Il canto del Beato, UTET, 1976.
- ↑ Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 98.
- ↑ Traduzione di Raniero Gnoli, in Tantrasāra, Boringhieri, 1979.
- ↑ Citato in André Padoux 2011, p. XVIII; traduzione di Raffaele Torella.
- ↑ Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 119.
- ↑ Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 338.
- ↑ "Successione", con riferimento alle cose che avvengono nello scorrere del tempo.
- ↑ Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 221.
- ↑ Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 29.
- ↑ Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 33
- ↑ Citato in Lilian Silburn 1997, p. 219.
- ↑ Traduzione di Raniero Gnoli in Il commento di Abhinavagupta alla Parātriṃśikā, IsMEO, Roma, 1985, pp. 49-50.
- ↑ Citato in Lilian Silburn 1997, p. 217.
- ↑ Traduzione di Raniero Gnoli in Il commento di Abhinavagupta alla Parātriṃśikā, IsMEO, Roma, 1985, pp. 45-46.
- ↑ Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 64.
- ↑ Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 52
- ↑ a b c Traduzione di Raniero Gnoli, 1980.
- ↑ Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 109.
- ↑ Citato in Lilian Silburn 1997, p. 45.
- ↑ Citato in Lilian Silburn 1997, p. 195.
- ↑ Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 382.
- ↑ Citato in André Padoux 2011, p. 107; traduzione di Raniero Gnoli, 1999.
- ↑ a b c Citato in André Padoux 2011, p. 174; traduzione di Raniero Gnoli, 1999.
- ↑ Citato in Lilian Silburn 1997, p. 192.
- ↑ Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 118.
- ↑ Citato in Lilian Silburn 1997, p. 277.
Bibliografia [modifica]
- Vijñānabhairava, traduzione e commento di Attilia Sironi, introduzione di Raniero Gnoli, Adelphi, 2002.
- Abhinavagupta, Luce delle Sacre Scritture (Tantrāloka), a cura e traduzione di Raniero Gnoli, UTET, 1980.
- Abhinavagupta, Luce dei Tantra (Tantrāloka), a cura e traduzione di Raniero Gnoli, Adelphi, 1999.
- Kamalakar Mishra, Tantra. Lo Śivaismo del Kaśmīr, traduzione di P. Zanoni, Lakṣmī, Savona 2012.
- André Padoux, Tantra, traduzione di Carmela Mastrangelo, a cura di Raffaele Torella, Einaudi, 2011.
- Lilian Silburn, La kuṇḍalinī o l'energia del profondo, traduzione di Francesco Sferra, Adelphi, 1997.
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