Abhinavagupta

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Abhinavagupta (ca. 950 – ca. 1020), filosofo, teologo e poeta indiano.

Citazioni di Abhinavagupta[modifica]

  • Chi è purificato da una vera esclusiva devozione per il Beato – verificatasi, s'intende, grazie a una violenta caduta di potenza[1] – è in verità colui che non desidera frutto alcuno[2] e, interrogato perché se ne stia così senza far nulla, non risponde o meglio risponde col silenzio; e intanto, essendo la sua mente come dissolta e trapassata dall'intima devozione per il Beato, ha i peli drizzati, il corpo preso da un tremito convulso, gli occhi spalancati divenuti due polle di acqua. (da Bhagavadgītārthasaṃgraha, XIV, 26)[3][4]
  • Io rendo omaggio a Te, che trascendi il dispiegamento dell'universo e insieme hai come corpo il tutto, a te che sei perpetua beatitudine e luce, a te, mio , dalle potenze infinite.
    A quella realtà in cui Tu sei Tu, io sono io, in cui Tu soltanto sei e io non sono, in cui io sono Te, in cui né Tu né io siamo, a quella io mi inchino. (da Mahopadeśaviṃśatikā, 1-2)
  • L'apparenza che ha valore pragmatico (arthakriyā) non è nient'altro che un'altra apparenza, e così la presenza di qualcosa avente valore pragmatico (arthakriyā-kartivā) non corrisponde necessariamente a qualcosa di reale. (da Īśvarapratyabhijñāvirmaśinī 1.8.6)[5]
  • L'illuminazione (prakāśa) che sorge nello stato di mokṣa è come il ricordo di un patrimonio dimenticato, e la ricchezza dimenticata è lo stato di unità col tutto. (da Anuttarāśṭikā, 4)[6]
  • La potenza del Signore, pur adottando una molteplicità di variazioni nel krama[7], in realtà non subisce alcuna modificazione. (da Krama stotraṃ)[8]

Īśvarapratyabhijñāvirmaśinī[modifica]

  • Mi inchino davanti all'Assoluto non-duale onnipervadente, il supremo Śiva-Śakti, che nel suo stato di assenza di desiderio e perfezione, prima di tutto si illumina come puro "Io sono" [il soggetto puro] e poi allo scopo di separare la sua potenza attiva si divide in due [il soggetto e l'oggetto] e che per sua natura continua ad emanarsi ed estendersi [nella Creazione] e di nuovo si dissolve in se stesso. (1.1.1)[9]
  • Reale è l'ente che appare nel momento della percezione diretta, vale a dire, nell'esperienza che noi abbiamo di esso. Una volta che che la sua forma specifica sia stata chiaramente determinata, si dovrebbe, con tenacia, indurla a penetrare nella sua natura di pura coscienza.[10]

Mālinīvijayavārttika[modifica]

  • In realtà non c'è nessun membro dello yoga che possa veramente servire da mezzo per raggiungere la condizione anuttara «quella che non ha nulla che la trascenda». Il mezzo (upāya) a essa è in realtà un non-mezzo (anupāya), dal momento che esso non prevede né pratiche rituali né soppressione delle funzioni mentali. È un battello pensato per un vento leggero, senza espirazione né inspirazione, che così trasporta il sé al di là dell'oceano della dualità, sebbene la mente sia immersa nel frattempo nel fluido del mondo oggettivo. [...] Gli impulsi dei sensi possono sciogliersi soltanto grazie a uno specialissimo tipo di distacco, un distacco praticato in elegante souplesse. Al contrario, se uno pretende di soggiogarli, essi finiscono per diventare ingovernabili. (106-112)[11]
  • Allora, quando il Signore desidera discernere qualcosa all'interno della dimora del Vuoto, l'universo spontaneamente si dispiega e si istituisce all'interno della coscienza, e la potenza della conoscenza del Signore si dispiega e la percepisce. (1, 260-261)[12]
  • Come ogni goccia d'acqua giunge infine all'oceano, allo stesso modo tutti gli atti e le cognizioni [vengono a riposarsi] nel Signore Supremo, l'oceano della coscienza. (1, 381-382)[13]
  • Laddove dualità, unità, e unità e dualità assieme sono egualmente manifeste, là è la [vera] unità. (1, 629)[14]
  • Proprio come la «dolcezza» è presente nella sua interezza in ogni atomo della canna da zucchero, allo stesso modo ogni atomo [dell'universo] porta in sé l'emanazione di tutte le cose. (1, 1064)[15]

Parātriṃśikāvivaraṇa[modifica]

  • Il Sé, che è presente in ogni forma ed è autoluminoso, si fa le domande e si dà le risposte, come scindendosi fra l'interrogante e il rispondente, essendo nello stesso se stesso in entrambi.[16]
  • Se si giunge a fare un tutt'uno con l'efficienza della propria energia, in quel preciso momento Bhairava si rivela nella sede immutabile, a condizione che tutti i soffi dei canali sensoriali raggiungano la loro pienezza; ci si assorbe allora nella grande sede del Centro, la suṣumnā, mentre la dualità si dissolve. Penetrare nella suṣumnā significa quindi penetrare in rudrāyamala, significa sperimentare il rapimento della suprema interiorità e prendere piena coscienza della propria energia nella sua sovrabbondanza.[17][18]
  • Si scopra la felicità attraverso la frizione che unifica i sessi durante il godimento reciproco e, grazie a essa, si riconosca l'essenza incomparabile, sempre presente. Infatti, tutto ciò che entra da un organo interno o esterno risiede sotto forma di coscienza o di soffio nel regno della via mediana[19] che, collegata essenzialmente al soffio universale (anuprāṇanā), anima ogni parte del corpo. E ciò che viene chiamato ojas, vitalità, e che vivifica tutto il corpo.[20][21]
  • Tutto quello che esiste risiede nell'interno del beato Bhairava, che mai si diparte dal nostro cuore o dalla punta della nostra lingua, risiede, dico, in Parameśvara, il quale non è, appunto, misurato dal tempo, è uno colla coscienza, ed è perpetuamente in unione con tutte le potenze, costituito da un'unità coesistente, senza contraddizione, colle centinaia di creazioni e dissoluzioni manifestate dal contrarsi e l'espandersi, attraverso i quali si esprime la sua autonomia. Questa realtà, Śiva, perciò, non ha né fine né principio, è luminosa di luce propria e la sua essenza è un'autonomia che consiste in una perfetta indipendenza, determinata dalla pienezza di tutte le cose.[22]
  • Una completa essenza di meravigliarsi è, in effetto, mancanza di vita. Inversamente, la ricettività estetica, l'essere dotato di cuore non è altro se non l'essere immerso in un intenso meravigliarsi, il quale consiste in una scossa della forza. Solo chi ha il cuore tutto alimentato da quest'infinita forza aumentativa, solo chi è consueto alla pratica costante di tali fruizioni, solo egli e non altri è dotato, per eccellenza, di questa capacità di meravigliarsi. E questo meravigliarsi c'è anche nel dolore. L'essenza del dolore non è, in effetto, se non un meravigliarsi particolare, cagionato dall'assenza di ogni speranza.[23]

Tantrāloka[modifica]

Incipit[modifica]

Raniero Gnoli[modifica]

Naturata dell'emissione vibrata splendente
della coppia unitiva di padre e madre,
il suo corpo pieno costui
e la sua luce adornata di cinque volti,
e gloriosa colei della creazione novissima,
il suo fondamento la parte più pura di luna,
deh vibri, deh splenda
sublime famiglia senza superiore,
il mio cuore.

[Abhinavagupta, Luce delle scritture (Tantraloka), a cura di Raniero Gnoli, UTET, edizione elettronica De Agostini, 2013]

Originale devanagari[modifica]

विमलकलाश्रयाभिनवसृष्टिमहा जननी भरिततनुश्च पञ्चमुखगुप्तरुचिर्जनकः
तदुभययामलस्फुरितभावविसर्गमयं हृदयमनुत्तरामृतकुलं मम सस्फुरतात्

Originale IAST[modifica]

vimalakalāśrayābhinavasṛṣṭimahā jananī bharitatanuśca pañcamukhaguptarucirjanakaḥ
tadubhayayāmalasphuritabhāvavisargamayaṃ hṛdayamanuttarāmṛtakulaṃ mama sasphuratāt

Citazioni[modifica]

Capitolo I[modifica]

  • Il trika è l'essenza della tradizione śaiva, e il Mālinī è l'essenza del trika.[24] (17)
  • Qui, secondo tutte le sacre scritture, la cagione della trasmigrazione è la nescienza (ajñāna) e l'unica causa della liberazione la conoscenza. (2013, 22)
  • Egli è libero affatto, Śiva, indipendente e signore di tutto, trascende ogni necessità di spazio, di tempo e di forma, e, in quanto tale, è ubiquo, eterno, onniforme». (2013, 61a)
  • Anche Śiva, senza che per questo il suo potere ne sia offeso, si manifesta similmente in modo creato nello specchio del soggetto pensante, cioè nella nostra propria coscienza, durante la meditazione, ecc., sempre in forza, beninteso, della sua libertà. Perciò, ogni mezzo attraverso cui Śiva, sebbene privo di parti, così si manifesta, è una potenza. Questa divisione fra potenza e possessore di potenza è quindi chiaramente una realtà.[25][26] (73-74)
  • [Bhairava] porta il tutto, ed è da esso portato, empiendolo e sorreggendolo da un lato e parlandolo [rava, dal tema ru-, gridare e quindi emettere vocalmente, parlare, ecc.], cioè pensandolo, dall'altro.[27][26] (96)
  • L’azione, infatti, non è altra cosa dalla conoscenza, bensì la conoscenza stessa, che assunta una forma successiva, in vista dei mezzi di realizzazione, prende, com’è stato già detto, il nome di azione. (2013, 232)

Capitolo II[modifica]

  • Come può un qualsiasi aspetto [della realtà] essere manifesto nella Luce [dell'assoluto] se non è esso stesso Luce?[28] (20)
  • Coloro che purificati dalla detta verace coscienza, in essi saldamente affermatasi, saldamente si stabiliscono nel sentiero Senza Superiore, non son vincolati da mezzi. (2013, 34)

Capitolo III[modifica]

La coppia cosmica, Śiva e Śakti, altorilievo presso l'Indian National Museum, Nuova Delhi
  • La verità dunque è la seguente: il Signore Supremo manifesta liberamente il gioco molteplice delle emissioni e degli assorbimenti nel cielo della Sua propria natura.[29] (3)
  • La fusione, quella della coppia (yāmala) Śiva e śakti, è l'energia della felicità (ānanda śakti, Ā), da cui emana tutto l'universo: realtà al di là del supremo e del non-supremo, essa è chiamata Dea, essenza e Cuore [glorioso]: è l'emissione, il Signore supremo.[30] (68-69)
  • Pur essendoci la realtà esteriore la coscienza è una; essa, in virtù della percezione di più cose diverse, prende sì un aspetto simile alla molteplicità, ma non diventa molteplice. (2013, 109)
  • Dal senza superiore A[31] nasce la classe delle gutturali, che comprende cinque fonemi. In ognuna delle cinque vocali sono infatti presenti tutte e cinque le potenze. (2013, 149b-150a)
  • Tutte le cose gettate nel fuoco che brucia in seno alla propria coscienza abbandonano ogni differenziazione alimentando la sua fiamma con la loro energia. Quando la natura delle cose è dissolta da questa violenta cottura, le divinità della coscienza [signore degli organi sensoriali] gustano l'universo trasformato in nettare. Appagate, esse si identificano con Bhairava, firmamento della Coscienza, Dio che dimora nel Cuore, Lui, la pienezza.[32] (262-264)
  • Egli è il Signore dell'universo, nella cui coscienza tutto questo mondo di differenziazione appare come riflesso.[33] (268)
  • «Il tutto, io manifesto in me stesso, nell'etere della coscienza, io ne sono il creatore, io, materiato del tutto». Questa percezione è fonte di immedesimazione con Bhairava.[34] (283)
  • Il fuoco che prorompe è questo, cioè a dire io sono Śiva soltanto, colui che brucia la stanza di sogno dell'esistenza fenomenica con le sue infinite, variopinte, belle dimore.[34] (286)
  • L'universo, in tutti i suoi molteplici aspetti, sorge da me, in me tuttavia riposa e, scomparso, non v‘è essere alcuno che resti. Colui perciò che veda l'emissione, il mantenimento e il riassorbimento così unificati, senza parti, questi risplende invero come immenso nel quarto stato.[34] (287)

Capitolo IV[modifica]

  • Māyā non è altro se non questo nascondimento di sé, operato dal Signore, nonostante la sua natura sia scoperta ed evidente. (2013, 11)
  • L’apprendimento di mantra da libri è viziato, come dice il Signore nel Siddhāmatatantra , dall’accennato difetto (della non fervenza). In assenza di tale difetto, esso non è tuttavia proibito. (2013, 66)
  • Tale coscienza è (come abbiamo visto), essenziata di cogitare, ed è, come tale dotata d’un suono spontaneo, che mai tramonta, il quale è chiamato (nelle scritture) col nome di supremo, grande cuore. L’autopensare insito nel cuore, dal quale l’universo tutto è sciolto senza residuo, presente nel primo e nell’ultimo momento della percezione delle cose, è noto nella scrittura col nome di «movimento» (spanda), e, precisamente, di «movimento generico» (sāmānyaspanda), naturato da un traboccamento in se stessi. (2013, 181b-183)
  • Per lo yogin [concentrato] nel Kula, tutto vibrante del supremo succo bhairavico che sovrabbondando [lo pervade], qualsiasi posizione del corpo è tenuta come mudrā.[35] (200)
  • Impuro come può essere infatti il corpo, etc., costituito dai cinque elementi grossi? (2013, 221b)

Capitolo V[modifica]

  • Chi ad ogni istante dissolve in tal modo il tutto nella sua propria coscienza e di nuovo poi lo emette, s'identifica perennemente con Bhairava. (2013, 36)
  • Lo yoghin, applicato al respiro il metodo del bastone e pareggiato il precedente e il susseguente[36], deve innanzitutto raggiungere la sede nettarea (che sta sopra) la lingua, appoggiata al loto ed al quadrato. Raggiunto quindi il piano del tridente, dove si congiungono i tre canali, deve penetrare nel piano dove risiedono in eguaglianza la volontà la conoscenza e l'azione. Per raggiungere la sede più alta lo yoghin deve (naturalmente) salire attraverso i gradini del punto sopracciliare, della «fine del suono» e della potenza, scala unica, in espansione (e contratta), eppoi nuovamente non contratta, espansa. Quivi, nel piano della serpentina (kuṇḍalinī) superiore, è l'emissione, dove si contiene il movimento, bella di esso.[37] Quivi lo yoghin deve riposare, nel piano del ventre del pesce.[38] (2013, 54b-58a)
  • Nel cuore supremo, dove la grande radice S, il tridente AU e l'emissione Ḥ son stati unificati, lo yoghin trova riposo. (2013, 60b)
  • In chi, attraverso l'esercizio anzidetto, si accinge a penetrare, con mezzi corporei, in tale supremo cammino, nasce, innanzi tutto, un senso di beatitudine, dovuto ad un contatto colla pienezza. Segue poi il salto, cioè a dire un evidente sobbalzo, provocato dalla penetrazione, per un istante, in una realtà incorporea, simile ad un lampo improvviso; successivamente si ha un tremor di spavento, dovuto a questo, che l'improvvisa presa di possesso della propria forza susseguente all'abbandono dell'unità fra il corpo e la coscienza, cui siamo assuefatti da un numero infinito di nascite, indebolisce il corpo. Venuta verso l'interno, lo yoghin è preso quindi come da sonno: il quale dura fintantoché egli non si sia saldamente affermato nella coscienza. Immersosi quindi nel piano realissimo e fattosi chiaramente cosciente di come la coscienza sia naturata di tutte le cose, eccolo tutto vibrare. La vibrazione è infatti identica alla «grande pervasione». (2013, 100b-104)

Capitolo VI[modifica]

  • Lo stato proprio del soggetto conoscente è la veglia, il primo stato proprio del soggetto pensante, il sogno, il secondo il sonno profondo. La dissoluzione del giorno e della notte coincide col quarto stato, di là dalla dualità. (2013, 83b-84a)
  • La durata limite di māyā, moltiplicata per diecimila trilioni, equivale ad un giorno dal principio Īśvara, durante il quale il suono (nāda), materiato di soffio vitale, emette l'universo; e tant'è la sua notte. (2013, 157)

Capitolo VII[modifica]

  • Tutti i vari mantra, costituiti da semi e gruppi sillabici fan sì che la coscienza si materii di movimento (spandana), e come tali, si dice giustamente che sono un mezzo (atto all'ottenimento della) suprema coscienza. (2013, 2b-3a)

Capitolo VIII[modifica]

  • Conosciuto che abbia (tale) cammino nella sua interezza, lo yoghin deve quindi dissolverlo nelle divinità che lo reggono, queste, via via, nel corpo, nel soffio, nella mente (e nel vuoto), come prima, e questi tutti nella sua propria coscienza. (2013, 7)
  • Negli altri continenti si hanno semplicemente fruizioni[39], per cui, come animali, si gode del karma passato. Quanto invece può ottenere chi nasce nel Bhārata[40] sorpassa ogni immaginazione. (2013, 40)
  • Il diametro della terra – la quale è aurea, rotonda, e si estende fino ai cento Rudra – è così d'un miliardo di leghe. (2013, 166b)
  • Tutto l'universo dalla terra fino a SadāŚiva, è, secondo ch'è detto nella scrittura, sottomesso alla natura, dotato di nascita e dissoluzione. (2013, 405b-406a)

Capitolo IX[modifica]

  • Per principio s'intende la forma comune che si estende ad un determinato gruppo di prodotti, ad un insieme di qualità, ad una schiera di soggetti dotati di proprietà similari – così chiamato appunto perché si estende, pervade. Tale termine non si applica perciò né ai corpi né ai mondi. (2013, 4b-6)
  • Śiva, il quale è essenziato da un libero conoscere ed è ricolmo di cinque potenze, manifestando, in forza della sua libertà, (il dominio della) differenziazione, comincia col differenziarsi in cinque princìpi. (2013, 49b-50a)
  • Questa così detta māyā è la stessa potenza del Dio, da Lui inseparata, la Sua stessa libertà, (la quale si esprime nell')apparire della differenziazione, la quale, infatti, è creata da essa. (2013, 149b-150a)

Capitolo X[modifica]

  • La cosiddetta percepibilità è infatti parte integrante della cosa stessa. (2013, 19a)
  • La verità è dunque questa, che, a quel modo e nella misura che l'anzidetto Śiva Supremo, il quale è luce soltanto, s'illumina, a questo modo ed in questa misura s'illumina la natura delle cose. (2013, 55b-56a)
  • Il Signore è autoluminoso. Qualora (infatti) non si ammetta l'esistenza di un principio autoluminoso, si va incontro a questa conseguenza, che le varie cose che appariscono deriveranno via via da altre cose che non sono in se stesse luce, sicché si cade in un regresso all'infinito, a causa del quale il tutto risulterebbe (cieco e) addormentato. (2013, 115-116)
  • Secondo questa nostra dottrina (io rispondo) che sostiene come tutto sia coscienza, la coscienza è presente anche nella realtà insenziente e quindi, a maggior ragione, nelle entità che, ora addormentate, più tardi si risveglieranno. (2013, 133b-134)
  • La coscienza assoluta (saṃvittattva) si manifesta qui in ogni circostanza [della vita quotidiana perché] è piena e perfetta ovunque. È chiamata la causa di tutte le cose perché sorge dappertutto.[41] (221-222)

Capitolo XI[modifica]

  • Gli organi della vista, dell'udito, del gusto e dell'olfatto risiedono in modo sottile nella terra e negli altri elementi che appartengono a livelli di realtà inferiori, e il più elevato non va al di là dello stadio dell'illusione (māyātattva), mentre il tatto risiede al livello superiore dell'energia, in quanto sensazione sottile ineffabile a cui lo yogin aspira senza sosta; questo contatto sfocia infatti in una coscienza identica al puro firmamento, che brilla di luce propria.[42] (29-33)
  • Tutto quello che esiste si manifesta in realtà come un'immagine riflessa nell'interno del Supremo Signore, stabile, non come qualcosa a lui esterna. (2013, 93)
  • La percezione (pratīti) soltanto è perciò così creatrice e sostenitrice, la quale si identifica a sua volta con Śiva. Da essa provengono gli esseri, in essa sono fondati. Essa è perciò la potenza sostenitrice di tutto. (2013, 107)

Capitolo XII[modifica]

  • Così il corpo giova vederlo pieno di tutti i cammini, variegato dal vario operare del tempo, sede di tutti i moti del tempo e dello spazio. Il corpo, così veduto, e dentro di sé naturato (di conseguenza) di tutte le divinità, dev'essere quindi oggetto di contemplazione, di adorazione e di riti di soddisfazione. Chi penetra in esso, trova la liberazione. (2013, 6-7)
  • L'offerta di tutte le cose alla coscienza, in identità con essa, tale, dicono le scritture, la vera adorazione; il cogitare che essa è così piena di tutte le cose, tale la contemplazione; colui che tale cogitazione riesce a renderla incrollabile, e così pensa, in unione con un discorso interiore, costui conosce la vera recitazione; colui che delle cose offerte alla coscienza dissolve ogni differenziazione e gliele presenta fatte tutte di fiamma, ecco chi celebra la vera oblazione; colui che così facendo vede come tutte le cose sono uguali l'una all'altra, ed acquista di tale uguaglianza un'incrollabile certezza, costui osserva il vero voto.[43][26] (9-12)

Capitolo XIII[modifica]

  • Il frutto di un dato karma non può certo bruciare tutto il vario karma precedente. (2013, 12)
  • Di questo stesso argomento ci si può valere, io penso, per dimostrare che quanto immaginano alcuni, come, cioè la causa della varietà del mondo sia il karma, non ha fondamento alcuno. (2013, 77b-78a)
  • La causa del karma e della maculazione è il desiderio d’oscurarsi, proprio del Signore. La loro esistenza non ha quindi principio nel tempo. (2013, 110b-111a)
  • La caduta di potenza, la devozione a Śiva, in coloro che non aspirano a frutti, si verifica in completa indipendenza dalla famiglia, dalla nascita, dal corpo, dal karma, dall’età, dalla condotta, dalla ricchezza. (2013, 117b-119)
  • Gli altri fondamenti (pramāṇa) della conoscenza, quali il maestro, la scrittura, etc., hanno semplicemente un valore strumentale. L’intuizione soltanto è infatti in grado, come la vacca dell’abbondanza, di mandare ad effetto tutti i desideri. (2013, 156)
  • In forza di una caduta di potenza violenta-debole, nasce, in chi da essa è colpito, nasce, dico, per volontà di Śiva, il desiderio di andare da un buon maestro. (2013, 218)
  • Io stesso, proprio per questa ragione, ho frequentato, mosso dalla curiosità per le dottrine e le scritture inferiori, maestri d’ogni sorta, logici, vedici, buddhisti, jaina, Viṣṇuiti, etc. (2013, 345b-346a)

Capitolo XIV[modifica]

  • In base alla necessità di azione (karma) e frutto, il Signore, precisamente, effettua le operazioni di emissione, mansione e riassorbimento nella loro forma intermedia. Quanto alla grande emissione, la quale contiene un numero infinito di emissioni e riassorbimenti, il Dio, il Signore unico e materiato del tutto, opera invece indipendentemente dalla necessità. (2013, 2-4)

Capitolo XV[modifica]

  • (I discepoli son di due specie, «adepti» (sādhaka), desiderosi di fruizioni[39], e figli spirituali (putraka) aspiranti alla liberazione). Di «adepti» ve ne sono due tipi, «straordinari» (Śivadharmin), cioè alieni dalle attività ordinarie del mondo, e «ordinari» (lokadharmin), ossia desiderosi di frutti, dediti ad accumular buone azioni ed alieni dalle cattive. (I figli spirituali) aspiranti alla liberazione sono anch’essi di due specie, cioè privi di semenza[44] (nirbīja) o dotati di semenza (sabīja). (2013, 23-26)
  • Il buon successo del sacrificio (yāgaśrī) risiede in qualsiasi luogo, esteriore o interiore, il loto del cuore si schiuda. La liberazione non si verifica in altro modo se non troncando i nodi della nescienza e ciò, secondo ch'è detto nel Vīrāvalīpadam, non può avvenire se non attraverso uno schiudersi della coscienza. (2013, 107b-109a)
  • Le sedici vocali fino all'emissione debbono essere proiettate sulla fronte, A; sul volto, Ā; sugli occhi, I Ī [...]. (2013, 117b)
  • Questa distruzione del corpo grosso e di quello sottile da parte del fuoco mantrico, è provocata dalla distruzione, rispetto al detto corpo grosso e sottile, del sentimento dell'io. (2013, 235)
  • Notte e giorno vedendo e adorando così il corpo, come pieno del succo della beatitudine di Śiva e colmo di tutti e i trentasei princìpi, il celebrante si identifica senz'altro con Śiva, e, sazio e contento di questo suo riposo in detto corpo, costituito dal tutto, egli ha, in esso, il suo liṅga né aspira a liṅga, voti, luoghi santi o discipline esteriori. (2013, 286-287a)
  • Per chi infine aspira alla liberazione non v'è nulla di proibito o di prescritto, nel senso che tutto quello che è piacevole è congiungimento colla coscienza. (2013, 291b-292a)
  • L'officiante deve a questo punto meditare come dall'ombelico dal detto SadāŚiva nascano tre raggi, i quali, naturati di nadānta e costituiti dalla Potenza, dalla Pervadente e dall'Eguale, tutti splendenti di esse, escono dai tre fori del capo, sin a raggiungere lo dvādaśānta. Sopra di essi si hanno tre candidi loti, naturati da Unmanā[45]. Tale il seggio, costituito da trentasette princìpi. (2013, 313-14)
  • Di buon mattino, dopo compiuto tutti i riti «perpetui» ed adorato Śiva, il Maestro deve esaminare quanto è stato visto in sogno da sé e dal discepolo commisurandone la forza. (2013, 483)
  • Occorre guardarsi dal considerare, nominare e trattare i nostri compagni di dottrina in modo diverso, secondo la casta cui appartengono, bensì considerarli come uguali a Śiva. (2013, 576)

Capitolo XVI[modifica]

Una riproduzione schematica del triśūlābjmaṇḍala, il mandala del tridente e dei loti, adoperato in uno dei culti visionari della scuola del Trika e descritto nel capitolo XVI
  • Il cosiddetto animale «eroico» è quello che, dopo introdotto nel terreno sacrificale, è quivi ucciso, messo a punto e mangiato dalla ruota. Quando invece l'animale che si offre al Dio, tutto intero o in parte, è stato ucciso altrove, esso vien chiamato «animale esteriore». (2013, 52b-54a)
  • Esponiamo dunque la proiezione concernente i princìpi. Sin alla caviglia v'è la terra, che occupa quattro dita. I (ventitré) princìpi dalla terra alla materia occupano due dita ciascuno, coi quali si è arrivati sei dita sopra l'ombelico, per complessive quarantasei dita. I sei princìpi dall'anima alla «forza» occupano ciascuno tre dita e si giunge, con essi, fino alla gola, per un totale di diciotto dita. I quattro princìpi da māyā a SadāŚiva occupano quattro dita ciascuno; con essi si giunge fino alla fronte per un insieme di sedici dita. (2013, 101-105)
  • Il pensiero differenziato (vikalpa) è costituito infatti di discorso ed è quindi essenziato di pensiero (vimarśa). Ora il pensiero, nella sua forma di mantra, è puro, immune dai vincoli dell'esistenza fenomenica, permanente, formato da Śiva – il senza principio, il dispensatore dei doni – in identità con se stesso. (2013, 250-251a)

Capitolo XVII[modifica]

  • Il cordone per il nodo (com'è detto nelle Scritture) dev'essere fatto tre volte triplice (tristriguṇam), per significare le varie forme che assume la triade Uomo-Potenza-Śiva. (2013, 5b-6a)
  • Dopo di ciò il maestro, fermo e concentrato, richiamandosi alla mente tutto quello che è stato fin qui detto, dopo unito fra di loro il corpo, etc., del discepolo ed il suo proprio corpo, soffio vitale e via dicendo, deve meditare come il tutto risieda dentro il suo proprio corpo, soffio vitale, etc. Basandosi quindi sulle concezioni anzidette, ben fermo e concentrato di mente, egli deve meditare come il cammino del tempo ed il cammino dello spazio riposino sul soffio vitale, come questo riposi sulla potenza, come questa riposi sulla coscienza e come la coscienza pura sia identica a Śiva, inseparata dalla coscienza del discepolo ed inseparata pure dal fuoco mantrico, etc.; (e così meditando), secondo il metodo già esposto, su Śiva, dispogliato o avviluppato o ambedue insieme, versare l'oblazione completa – (e tutto ciò) «coi sensi ben pacificati». (2013, 78b-82)

Capitolo XVIII[modifica]

  • L'iniziazione abbreviata può essere celebrata soltanto se il maestro è dotato di una conoscenza ben esercitata, concentrato ed immedesimato (in Śiva), e mai altrimenti. (2013, 8)

Capitolo XIX[modifica]

  • Se essendo ormai imminente la fine del corpo, uno ottiene, grazie ad un'evidente caduta di potenza, l'iniziazione di Śiva (śaṇkarī), subito dopo quest'iniziazione entra in Śiva. (2013, 2-3)
  • Il Maestro deve ben guardarsi dall'impartirla sia a colui la cui maculazione non è maturata, sia a chi non sia giunto all'esaurimento del suo karma. (2013, 7-8)

Capitolo XX[modifica]

  • Diremo adesso dell'iniziazione che dà confidenza ad individui offuscati. (2013, 2-4)
  • Il corpo è essenzialmente costituito dall'elemento terra. Esso, quando il maestro, grazie al mantra della leggerezza, che sarà esposto più in là, medita come il discepolo ascenda in aria, perde questa sua terrestrità. (2013, 14b)

Capitolo XXI[modifica]

  • Coloro che si son consumati a servire i maestri, che son morti prima di essere stati iniziati, che, in punto di morte, hanno spontaneamente manifestato il desiderio di essere iniziati, che sono stati iniziati a dottrine inferiori, etc., [...] Il Maestro può, a tutti costoro, impartire l'iniziazione attrattrice dei morti. (2013, 6 e 9)
  • Dopo costruito il maṇḍala ed ivi adorato la divinità, il maestro deve foggiare con erba kusa e sterco di vacca un'immagine del discepolo che vuole iniziare e quindi porsela davanti. (2013, 22b-23a)

Capitolo XXII[modifica]

  • Chi appartiene a dottrine inferiori può essere così da esse estratto, se beninteso sospinto dalla potenza di Śiva. (2013, 12a)
  • Fatto dunque digiunare il discepolo, il maestro, sulla superficie sacrificale, deve adorare l'indomani il Signore mediante i mantra generici e raccontargli la storia di costui. (2013, 14b)

Capitolo XXIII[modifica]

  • Il maestro, (secondo numerose scritture, deve essere, in breve) pieno di compassione, buon intendente della grammatica (pada), della speculazione ortodossa (vākya) e della logica (pramāṇa), tutto preso dalla devozione a Śiva e null'altro, conoscitore (profondo) del senso di tutte le scritture promulgate da Śiva, non un «autogenito» (svayaṃbhūḥ). (2013, 7-8)
  • Il nuovo maestro, dopo ottenuto la consacrazione deve meditare e recitare per sei mesi, l'intero complesso dei mantra esposto nelle scritture, sino a concentrarsi ed immedesimarsi con esso. (2013, 31)

Capitolo XXIV[modifica]

  • Il maestro, precisamente, deve prima fissarne l'essenza col punto, trapassarlo col seme della potenza, scuoterlo nel luogo del suono, percuoterlo col tridente ed infine percueterne ad una ad una, ripetutamente, tutte le «forze», mediante l'emissione, la quale risiede dentro la suśumnā. L'anima vincolata grazie a questi procedimenti, si muove e può anche alzare la mano sinistra. (2013, 13-14)
  • Quest'iniziazione funebre ha, come effetto, quello di purificare il puryaśṱaka[46]. Se infatti il puryaśṱaka non esiste, non vi son più neppure i cieli, le resistenze infernali, etc. (2013, 20b-21a)

Capitolo XXV[modifica]

  • Questo rito [in favore degli antenati] dev'essere celebrato dal maestro, insieme coi suoi intrinseci, nel terzo, quarto e decimo giorno (a partire dalla morte), ogni mese, nel primo anno, ogni anno, sempre, e concerne sia coloro che sono stati purificati dall'ultimo sacramento sia quelli che non hanno ricevuto questa purificazione. (2013, 2b-3b)

Capitolo XXVI[modifica]

  • A questo punto, egli deve immaginare come la superficie sacrificale sia essenziata di coscienza, immacolata come un cristallo, come un etere senza macchia e contemplare come quivi le divinità, cui desidera compiacere, si mostrino in guisa d'immagini riflesse e che la coscienza sia l'immagine riflettente. (2013, 41-42)
  • Una volta evocati i mantra, occorre quindi soddisfarli e propiziarli con fiori, liquori, offerte d'alimenti ed incensi, proporzionatamente alla fiducia, alla devozione e dalle possibilità (del celebrante). (2013, 51b-52a)
  • O visione d'ambrosia immortale e suprema che splendi di luce cosciente scorrendo dalla Realtà assoluta, sii il mio rifugio. Grazie a essa ti adorano coloro che conoscono il mistico arcano (rahasya). (63)[47]
  • Nella casa divina del corpo, v'adoro, mio Dio e mia Dea, giorno e notte! V'adoro lavando di continuo il fondamento terrestre cogli spruzzi dell'essenza del mio stupirsi! V'adoro cogli spontanei fiori spirituali che esalano innato profumo! V'adoro colla preziosa urna del cuore, colma d'ambrosia, beatifica, giorno e notte! (2013, 64)

Capitolo XXVII[modifica]

Il liṅga di ghiaccio in una delle grotte presso il tempio di Amarnath, Jammu and Kashmir, India
  • Fra tutti i liṅga immanifesti i più eccellenti son quelli non fatti da mano d'uomo. (2013, 17a)
  • Il cranio più eccellente di tutti, secondo il Siddhāyogeśvarīmatam, è quello di una, due, tre, quattro porzioni (khaṇḍa) fatto a forma di «testa di bove» (gomukha) o di luna piena, del colore dei loti, dell'orpimento (gorocana), delle perle, dell'acqua o del cristallo, provvisto d'uno, due, tre, quattro o cinque bei fori e di quattordici linee, auspicioso. (2013, 25-26)
  • Un'altra cosa da provvedere e successivamente adorare è il rosario, il quale dev'esser di madreperla, di semi di padmākśa[48], di perle, di gemme, d'oro. Essi son via via d'ordine sempre più elevato. Specialmente stimato, infine, quello fatto di semi di rudrākṣa[49]. I grani debbono essere centoquindici, cento otto, la metà o la metà della metà di questi o anche cinquanta. (2013, 30-32a)

Capitolo XXVIII[modifica]

  • A quel modo che anche l'ultimo venuto, entrando in uno spettacolo, può ottenere immediatamente lo stato di coscienza indifferenziato in cui si trovano gli altri spettatori, da loro gradatamente raggiunto, così uno, entrando in uno di questi gruppi, caratterizzati da un'unica coscienza, può ottenere, immediatamente, quella stessa pienezza di coscienza che gli altri hanno gradatamente raggiunto attraverso lo yoga e l'esercizio. (2013, 20b-22)
  • Le donne da adorare nel [sacrificio della] ruota, chiamato Sacrificio Posteriore (anuyāga) sono via via vergini, donne di bassa casta, cortigiane, donne piene di ardore, conoscitrici delle regole, coadiuvanti, ciascuna per sé e tutte insieme. (2013, 39b-40a)
  • Gli eroi e le potenze[50] debbono riunirsi di notte in una casa appartata, dandosi la voce l'un l'altro per mezzo di un linguaggio segreto – il cosiddetto linguaggio delle dee –, chiamarsi con nomi indipendenti dai (nomi e dalle) convenzioni ordinarie. Nel caso che non si sia riusciti a mettere insieme la ruota dei «corpi», si può limitare l'adorazione alle sole fanciulle, con l'avvertenza che, in un rito opzionale, esse non debbono essere deformi, né avere il seno già sviluppato, né essere già mestruate. (2013, 104b-106a)
  • Ma che cos'è assumere questo un corpo? Esso non è altro, io rispondo, se non il primo sorgere del respiro (prāṇana) – respiro della coscienza, prima in stato di vuoto – nel corpo racchiuso nella matrice. La sovrana facoltà di creare un corpo nella matrice appartiene soltanto a questo primo sorgere di respiro, non contratto (o limitato). E per questo si dice che il Signore è il fattore dei corpi, etc. (2013, 218b-220a)
  • Disgregatasi questa macchina, la coscienza riprende la forma di un respirare ed entra in un altro corpo – nato o no da matrice – determinato da un dato karma. Ed ecco che questo corpo si risveglia, come chi si scuote da sonno profondo, e, a simiglianza del precedente, ha o meno varie esperienze e infine muore. (2013, 230b-232a)
  • Perciò, colui il cui stato di contrazione è bruciato dall'iniziazione e dalla conoscenza di Śiva, diventa, disgregatosi il corpo, Śiva, né s'incarna più in altri corpi. (2013, 236b-237a)

Capitolo XXIX[modifica]

  • Tutto il rituale precedente viene adesso esposto secondo i metodi del Kula. (2013, 1)
  • La caratteristica che deve avere la potenza[51] è questa soltanto, cioè uno stato di identità perfetta con chi la possiede. Tale dunque occorre eleggere la propria potenza. Tutte le altre caratteristiche – casta (bellezza, età) – sono da tenere in non cale[52]. (2013, 100b-101a)
  • Tale è la ruota principale; le ruote secondarie le sono inferiori. Il termine cakra, ruota, è associato alle radici verbali che significano «espandere» [l'essenza] (kas-), «essere appagato» [da questa essenza] (cak-); «spezzare i legami» (kRt-) e «agire efficacemente» (kR-)[53]. Così la ruota dispiega, è appagata, rompe e ha la potenza di agire. (106-107ab)[54]
  • In tal guisa, questa coppia dove via via è sparito ogni differenziato sapere – questa coppia è la coscienza stessa, l'emissione unitiva, la dimora stabile, senza superiore, naturata di nobile, cosmica beatitudine da ambedue essenziata, il supremo segreto del Kula, non quiescente, non emergente, causa fondata d'emergenza e quiescenza. (2013, 115b-117a)
  • Coloro il cui corpo, nel grembo materno, fu procreato durante una tale unione, sono chiamati col nome di «figli delle yoghinī». Costoro sono spontaneamente, ricetto di conoscenza, (identici a) Rudra. Secondo il Vīrāvalitantra, chi è tale è già uguale a Śiva, fin da quando sta ancora nel grembo materno. (2013, 162b-163)
  • Il corpo stesso è la ruota suprema, il liṅga eminente, benefico, [luogo] prediletto delle energie divinizzate e regno del culto supremo. Infatti è il maṇḍala principale costituito dal triplice tridente, dai loto, dai centri e dal vuoto etereo (kha).[55] (171-173)
  • Il Maestro, su tutto il corpo, deve proiettare il cosiddetto seme della potenza.[56] Nella ruota del cuore dev'essere poi proiettato il mantra H, ornato dalle dodici vocali, e in mezzo ad esso, la coscienza, simile ad una rosa. Il Maestro deve quindi meditare come questa ruota sia spinta dal vento Y e tutta fiammeggiante del fuoco R, e recitare il mantra, intramezzandolo col nome dell'iniziando. Il discepolo, con questo metodo, è, sull'istante, colpito da paralisi. (2013, 214-216)
  • Il discepolo deve stare accanto al Maestro.[57] Questi deve applicare, per la trafissione, bocca a bocca, forma a forma, sino a non fondersi perfettamente cogli oggetti (di tali sue operazioni). Fusosi perfettamente il mentale, discepolo e maestro vengono a trovarsi nel cosiddetto stato transmentale, grazie a cui il discepolo è immediatamente iniziato. Unitosi sole e luna, il vivente si identifica (con lo stato unitivo venuto a verificarsi). (2013, 273-275)

Capitolo XXX[modifica]

  • I mantra propri di Gaṇeśa e delle altre divinità sono formati dalla sillaba OṂ, dal nome della divinità stessa al dativo, dalla parola «obbedienza»[58]. (2013, 18)
  • La vidyā[59] della Dea Parāparā, secondo le scritture del Trika, si compone delle tre dee Aghorī, etc., al vocativo, coi rispettivi semi HRĪḤ, HUM e HAḤ; delle tre dee Ghoramukhī, etc.[60] (2013, 20)

Capitolo XXXI[modifica]

  • Tracciato poi il maṇḍala, conviene darvi le polveri colorate, per abbellirlo. I colori migliori, conveniente ciascuno ad una dea, son qui dati dal minio, dal rājavarta[61] e dal gesso, bianchissimo. La Dea Parā, in questo proposito, è bianca come la luna, la Dea Parāparā, rossa, e l'ultima, Aparā, nera, terrifica, infuriata. (2013, 39-41a)
  • Nei tre tridenti conviene poi adorare via via anche la creazione, la mansione e la dissoluzione: nel centro invece il quarto stato, che tutto perfeziona ed adempie. (2013, 52)

Capitolo XXXII[modifica]

  • La mudrā, secondo ch'è detto nel Devyāyāmalatantra è una contro-immagine. In base ai due significati che può avere l'espressione «bimbodaya», la mudrā è detta contro-immagine, nel senso che nasce dall'immagine o nel senso che l'immagine nasce da essa, che diventa cosi uno strumento della sua nascita, ciò che dà (), somministra, piacere (mud), cioè l'ottenimento della natura propria, e, attraverso il corpo, il sé. Tale la ragione per cui nelle scritture essa è così chiamata. (2013, 1-3)
  • Le mudrā sono quadruplici, secondo cioè concernano il corpo, le mani, la parola e la mente. (2013, 9b)
  • Il momento opportuno in cui applicare le mudrā cade nell'inizio del sacrificio, nel suo mezzo, nella sua fine, nell'intrisecazione col conoscere e collo yoga, nella pacificazione degli ostacoli, nella recisione dei legami. (2013, 66)

Capitolo XXXIII[modifica]

  • In base a quanto è stato detto, che cioè la principale caratteristica del Trika è questa, che per celebrare l'adorazione, non si può fare a meno di varie ruote[62], noi esponiamo qui riunite quali sono queste diverse ruote. (2013, 1)
  • Parāparā, Parā ed Aparā sono l'emissione, la mansione ed il riassorbimento; ma la quarta, consistente nell'«Essenza dei soggetti conoscenti» (o delle «madri») è considerata come il riposo. (2013, 30)

Capitolo XXXIV[modifica]

  • Chi penetra sempre più addentro nella conoscenza «particoliforme», da noi in più modi esposta, diretta all'ottenimento di Śiva, riposa, alla fine, vicino (al suo intimo essere), dopo di che, abbandonato il piano «particoliforme» va in quello «potenziato», dopo di che ancora, «divino». In tal guisa, chi così partecipa della natura di Bhairava. (2013, 1b-2)

Capitolo XXXV[modifica]

  • Naturalmente, fin tanto che uno non si sia identificato con Śiva, deve accettare senza diffidenza la certezza a priori conveniente alla sua propria natura, essa soltanto, ed essere di converso diffidente verso le altre. Egli deve stimarla più d'ogni altra. Chi sta per identificarsi con Śiva deve così essere dedito alla relativa certezza. (2013, 21-22)
  • Il fine supremo di essa tutta [la Tradizione] è la realtà chiamata col nome di Trika, la quale, perché in tutto presente, indivisa ed ininterrotta, è chiamata (anche) col nome di Kula. (2013, 31)
  • Il Sāṃkhya, lo Yoga, il Pañcarātra, ed il Veda, così com'è detto nello Svacchandatantra, non debbono essere vilipesi, in quanto che sono originati tutti da Śiva. Queste varie tradizioni, correnti nel mondo, non sono che frammenti isolati, estratti da una tradizione unica. Esse offuscano e traggono in inganno i loro devoti. (2013, 36-37)

Capitolo XXXVI[modifica]

  • Bhairava l'ha trasmessa [la Scrittura originaria] a Gahaneśvara, questi a Brahmā, questi a Śakra e questi infine a Bṛhaspati. (2013, 2)
  • Costoro [gli uomini eccellenti che avevano appreso parti della Scrittura originaria] se lo trasmisero sì l'un l'altro, ma esso sol tempo, andò perduto. Per comando di Śrīkaṇṭha discesero allora al mondo tre Perfetti, Tryambaka, Āmardaka e Śrīnātha, competenti, rispettivamente, nei tre aspetti in cui si divide l'insegnamento Scivaita, cioè la non dualità, la dualità, e la dualità-non dualità. Dal primo discese, per parte di figlia, una seconda linea spirituale (ormai) ben affermata col nome di Mezzo Tryambaka. (2013, 11-13)
  • Quest'opera nostra, la Luce dei Tantra, ha assorbito il succo che costituisce l'essenza di queste tre correnti spirituali e mezza e come tale emana ogni sorta di rasa[63]. (2013, 15)

Capitolo XXXVII[modifica]

  • Ciò che secondo i Veda è fonte di peccato, secondo questa nostra dottrina di sinistra, conduce invece speditamente alla perfezione. Tutto l'insegnamento vedico è infatti sotto il dominio di māyā. (2013, 11b-12a)
  • Il mantra è ciò che pensa e salva. Esso è rafforzato, nutrito dalla conoscenza (vidyā) la quale illumina le cose del conoscibile. La mudrā è un'immagine riflessa del mantra ed è nutrita dal maṇḍala. Il termine maṇḍa implicito in maṇḍala designa infatti l'essenza, cioè Śiva stesso. (2013, 19b-21)
  • Il vino che infonde baldanza alle parole degli innamorati, che, senza ostacoli, nell'unione sessuale discaccia la paura, il vino dove volentieri risiedono (tutte) le divinità delle ruote, il vino qui [nel Kashmir] procaccia via via fruizioni[39] e liberazioni. (2013, 44)
  • L’amore, in effetto, rende ancora più saldi i vincoli (che ci legano all’esistenza). Distrutto questo legame fondamentale, la liberazione in questa stessa vita, secondo me, è cosa fatta. (2013, 57)

Citazioni su Tantrāloka[modifica]

  • In tal modo, il Tantrāloka (che dobbiamo nuovamente proporre) presenta le vie (upāya, «mezzo») della liberazione, le quali conducono tutte all'esperienza mistica della divinità, secondo la crescente intensità della grazia divina profusa sull'adepto. (André Padoux)
  • La Luce delle Sacre Scritture non è un’opera di filosofìa ma un manuale di mistica, in cui le concezioni più specialmente filosofiche della scuola sono accennate solo nella misura che possano servire a corroborare i mezzi di realizzazione pratica. (Raniero Gnoli)

Tantrasāra[modifica]

  • I più sono tutti immersi nel conoscere discorsivo e non pensano neanche che siffatto stato di pensiero non discorsivo, materiato dall'io, in cui il flusso delle rappresentazioni discorsive, del "questo", è onnubilato dall'io [cioè riposa ininterrotto nel soggetto pensante], neanche pensano, dico, che mai sia esistito, come chi, tutto immerso nel piacere, più non si sovviene che un giorno era preda del dolore. Ma ad un certo punto, scemando di mano in mano le rappresentazioni discorsive, esso si illumina, ond'ecco la ragione di quella sentenza famosa, dove si dice che bisogna scrutare con attenzione la relazione tra soggetto percipiente e realtà percepibile.[64][65]

Citazioni su Abhinavagupta[modifica]

  • Il prestigio di Abhinava-Gupta (X secolo), il principale teologo di questa scuola, permise sicuramente allo shaktismo di acquisire i suoi primi titoli di nobiltà presso i brahmini, poiché Abhinava-Gupta integrò una parte della sua ideologia in una costruzione filosofica ambiziosa, mentre la venerazione della dea (Dévî, Shakti) abitualmente non forniva altro che poemi mitologici. (Jean Varenne)
  • La Luce delle Sacre Scritture (Tantrāloka), che qui presentiamo per la prima volta tradotta dall'originale sanscrito, è l'opera religiosa di gran lunga più importante di uno dei massimi pensatori dell'India, Abhinavagupta, vissuto in Kashmir tra il X e l'XI secolo d. C. (Raniero Gnoli)
  • Ma bisogna citare al disopra di tutti il grandissimo Abhinavagupta, filosofo e yogin, studioso di estetica e mistico, il cui Tantrāloka, vasto trattato spirituale e di ritualistica, è, insieme con il commentario di Jayaratha, un'opera fondamentale per la conoscenza dell'universo tantrico. (André Padoux)
  • Parecchi secoli più tardi, Abhinavagupta interpreta l'offerta vedica in modo specificamente mistico. Anch'egli la chiama «oblazione plenaria» (pūrṇāhuti), ma non riconosce altro fuoco divino capace di consumare tutta la dualità che la kuṇḍalinī, né altra offerta da versare nel fuoco che la penetrazione del maestro nel soffio del discepolo, nel quale si risveglia il fuoco divino e sale la fiamma della kuṇḍalinī. (Lilian Silburn)
  • Se si considerano le numerose norme restrittive da cui era circondato, Abhinavagupta è allora più ammirevole per la sua audacia e libertà di spirito. [...] Egli non ha riguardi per i brahmani che, sottomessi ai dilemmi del puro e dell'impuro, non sono in grado di percepire tutte le cose all'interno di una stessa e unica chiarezza. (Lilian Silburn)

Note[modifica]

  1. La "caduta di potenza" è interpretabile come "discesa della grazia": la "potenza", o "energia", è śakti, il potere divino.
  2. Con "frutto" si intende un generico piacere mondano: sono le cosiddette "fruizioni".
  3. Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 105.
  4. Traduzione di Raniero Gnoli, in Il canto del Beato, UTET, 1976.
  5. Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 119.
  6. Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 338.
  7. "Successione", con riferimento alle cose che avvengono nello scorrere del tempo.
  8. Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 221.
  9. Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 29.
  10. Citato in Mark Dyczkowski 2013, p. 82.
  11. Citato in André Padoux 2011, p. XVIII; traduzione di Raffaele Torella.
  12. Citato in Mark Dyczkowski 2013, p. 119.
  13. Citato in Mark Dyczkowski 2013, p. 102.
  14. Citato in Mark Dyczkowski 2013, p. 66.
  15. Citato in Mark Dyczkowski 2013, p. 83.
  16. Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 33
  17. Citato in Lilian Silburn 1997, p. 219.
  18. Traduzione di Raniero Gnoli in Il commento di Abhinavagupta alla Parātriṃśikā, IsMEO, Roma, 1985, pp. 49-50.
  19. La via mediana è la suṣumnā, componente del corpo yogico.
  20. Citato in Lilian Silburn 1997, p. 217.
  21. Traduzione di Raniero Gnoli in Il commento di Abhinavagupta alla Parātriṃśikā, IsMEO, Roma, 1985, pp. 45-46.
  22. Dall'appendice V, in Abhinavagupta, Luce delle scritture (Tantraloka), a cura di Raniero Gnoli, UTET, edizione elettronica De Agostini, 2013, p. 769.
  23. Dall'appendice IV, in Abhinavagupta, Luce delle scritture (Tantraloka), a cura di Raniero Gnoli, UTET, edizione elettronica De Agostini, 2013, p. 761.
  24. Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 64.
  25. Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 52
  26. a b c Traduzione di Raniero Gnoli, 1980.
  27. Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 109.
  28. Citato in Mark Dyczkowski 2013, p 311.
  29. Citato in Mark Dyczkowski 2013, p. 98.
  30. Citato in Lilian Silburn 1997, p. 45.
  31. La prima lettera della lingua sanscrita, simbolo dell'Assoluto.
  32. Citato in Lilian Silburn 1997, p. 195.
  33. Citato in Kamalakar Mishra 2012, p. 382.
  34. a b c Citato in André Padoux 2011, p. 174; traduzione di Raniero Gnoli, 1999.
  35. Citato in André Padoux 2011, p. 107; traduzione di Raniero Gnoli, 1999.
  36. I soffi inspirati e espirati.
  37. Nel testo: «tatrordhvakuṇḍalībhūmau spandanodarasundaraḥ», V.57.
  38. Che si contrae e si espande senza sosta: è una metafora per indicare l'emissione e il riassorbimento, due delle operazioni cosmiche che lo yogin riesce a compiere quando conduce kuṇḍalinī a unirsi con Śiva. In tale piano egli si fa divino, forte delle potenze di volontà, conoscenza e azione.
  39. a b c Con tale termine, "fruizione", ci si riferisce al godimento delle cose mondane.
  40. L'India.
  41. Citato in Mark Dyczkowski 2013, pp. 115-116.
  42. Citato in Lilian Silburn 1997, p. 192.
  43. Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 118.
  44. La "semenza" è la capacità di osservare regole fisiche e spirituali: non tutti la possiedono, dunque differenziata deve essere la cerimonia di iniziazione.
  45. Il Vuoto trascendente.
  46. Lett.: "il corpo ottuplice": è il corpo trasmigrante, costituito, secondo la maggior parte delle scuole dello shivaismo dai tre sensi interni (manas, ahaṃkāra, buddhi) e dai cinque elementi sottili (tanmātra).
  47. Citato in Lilian Silburn 1997, p. 277.
  48. Nelumbium Speciosum, cioè il comune loto: così Raniero Gnoli.
  49. Elaeocarpus ganitrus: così Raniero Gnoli.
  50. Gli uomini e le donne che partecipano al rito.
  51. Cioè la donna che partecipa al rito, identificata con śakti, potenza dinina.
  52. Non sono cioè importanti.
  53. È questo un tipico esempio di etimologia secondo i grammatici hindu ("alla maniera indiana", secondo l'espressione di Silburn): ricercare nel termine le possibili radici ed elencarne i significati per spiegare il termine stesso.
  54. Citato in Lilian Silburn 1997, pp. 249-250.
  55. Citato in Lilian Silburn 1997, p. 276.
  56. La citazione fa riferimento al rito di iniziazione di un discepolo.
  57. La citazione fa riferimento al rito di iniziazione detto "per trafissione", destinato a chi aspira a "fruizioni". Con tale termine si intende la possibilità, per l'adepto, di fruire dei piaceri mondani della vita e di ottenere la liberazione soltanto in punto di morte. Rinunciando invece alle fruizioni si può aspirare alla liberazione in vita.
  58. Cioè namaḥ.
  59. La vidyā è un mantra presieduto da una divinità femminile, e differisce dal mantra per essere portatore di conoscenza: vidyā vuol dire letteralmente "conoscenza".
  60. Il mantra è: OṂ AGHORE HRĪḤ, PARAMAGHORE HUṂ, GHORARŪPE HAḤ, GHORAMUKHI, BHĪMA, BHĪṢANE, VAMA, PIBA HE RURU RARA PHAṬ HUṂ HAṂ PHAṬ.
  61. Il blu dei lapislazzuli, ma in questo caso sembra indicare il colore nero.
  62. Le ruote sono supporti immaginativi di forma circolare nei quali si considerano risiedere le divinità femminili.
  63. Nettare.
  64. Citato in Vijñānabhairava 2002, p. 98.
  65. Traduzione di Raniero Gnoli, in Tantrasāra, Boringhieri, 1979.

Bibliografia[modifica]

  • Vijñānabhairava, traduzione e commento di Attilia Sironi, introduzione di Raniero Gnoli, Adelphi, 2002.
  • Abhinavagupta, Luce delle Sacre Scritture (Tantrāloka), a cura e traduzione di Raniero Gnoli, UTET, 1980.
  • Abhinavagupta, Luce dei Tantra (Tantrāloka), a cura e traduzione di Raniero Gnoli, Adelphi, 1999.
  • Abhinavagupta, Luce delle scritture (Tantraloka), a cura di Raniero Gnoli, UTET, edizione elettronica De Agostini, 2013.
  • Mark Dyczkowski, La dottrina della vibrazione nello śivaismo tantrico del Kashmir, traduzione di Davide Bertarello, Adelphi, 2013.
  • Kamalakar Mishra, Tantra. Lo Śivaismo del Kaśmīr, traduzione di P. Zanoni, Lakṣmī, Savona 2012.
  • André Padoux, Tantra, traduzione di Carmela Mastrangelo, a cura di Raffaele Torella, Einaudi, 2011.
  • Lilian Silburn, La kuṇḍalinī o l'energia del profondo, traduzione di Francesco Sferra, Adelphi, 1997.

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