Andrzej Sapkowski

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Andrzej Sapkowski nel 2010

Andrzej Sapkowski (1948 – vivente), scrittore polacco.

Indice

Il guardiano degli innocenti [modifica]

Incipit [modifica]

La fanciulla arrivò da lui sul fare del giorno. Entrò piano, in silenzio, a passi felpati, fluttuando attraverso la stanza come uno spettro, un'apparizione, accompagnata nei suoi movimenti unicamente dal fruscio del mantello che le sfiorava la pelle nuda. Eppure fu proprio quel rumore sommesso, appena udibile, a svegliare lo strigo, o forse lo strappò soltanto dal dormiveglia che lo cullava monotono su un abisso infinito, tenendolo sospeso tra il fondo e la superficie di un mare calmo, tra ciuffi di querce marine che ondeggiavano dolcemente.

Citazioni [modifica]

  • La principessa ha l'aspetto di una strige! Della strige più strigesca di cui abbia mai sentito parlare. Sua altezza la figlia del re, quella maledetta bastarda, è alta quattro cubiti, ricorda un barile di birra, ha una bocca che va da un orecchio all'altro, piena di denti aguzzi come stiletti, occhi scarlatti e irsuti capelli rossicci. Le zampe anteriori, artigliate come quelle di un gatto selvatico, le penzolano fino a terra. Mi stupisco che non abbiamo ancora cominciato a mandare le sue miniature alle corti alleate: ormai la principessa, che la peste la soffochi, ha quattordici anni, è ora di pensare a darla in sposa a qualche principe (Borgomastro Velerad)
  • Hai il diritto di credere che siamo governati dalla Natura e dal Potere racchiuso in essa. Ti è concesso ritenere che gli dei, compresa la mia Melitele, siano solo una personificazione di tale forza inventata a uso dei sempliciotti, perché la capiscano più facilmente e ne accettino l'esistenza. Per te si tratta di una forza cieca. Secondo me invece, Geralt, la fede permette di aspettarsi dalla natura ciò che la mia dea personifica: l'ordine, la legge, il bene. E la speranza. (Sacerdotessa Nenneke)
  • Stregobor, così va il mondo. Viaggiando si vedono tante di quelle cose. Due contadini si uccidono per una capezzagna in mezzo a un campo che l'indomani verrà calpestato dai cavalli delle squadre di due reggenti decisi ad assassinarsi a vicenda. Sugli alberi che costeggiano le strade dondolano gli impiccati, nei boschi i briganti tagliano la gola ai mercanti. Nelle città ci s'imbatte a ogni pie sospinto in cadaveri abbandonati nei canali di scolo. Nei palazzi ci si pugnala, nei banchetti c'è continuamente qualcuno che scivola sotto il tavolo, livido di veleno. Ci ho fatto l'abitudine. Perché dunque dovrebbe farmi impressione una minaccia di morte, per giunta nei tuoi confronti? (Geralt di Rivia)
  • Il nostro ultimo incontro ha avuto luogo alla corte di re Idi a Kovir. Ci ero andato per ricevere il compenso per l'uccisione di un'anfisbena che terrorizzava i dintorni. Allora tu e il tuo confratello Zavist avete fatto a gara a chiamarmi 'ciarlatano', 'assurda macchina per uccidere' e, se ben ricordo, 'mangiacarogne'. Alla fine, non solo Idi non mi ha pagato nemmeno un soldo, ma mi ha dato anche dodici ore per lasciare Kovir e, siccome aveva la clessidra guasta, ho fatto appena in tempo. E adesso sostieni di contare sul mio aiuto. Di cosa hai paura, Stregobor? Dici di essere inseguito da un mostro. Se ti raggiungerà, digli che tu i mostri li ami, li proteggi e badi a che nessuno strigo mangiacarogne turbi la loro quiete. Certo, se poi il mostro ti sventrerà e ti divorerà, si dimostrerà terribilmente ingrato. (Geralt di Rivia)
  • Il male è male, Stregobor. Minore, maggiore, medio, è sempre lo stesso, le proporzioni sono convenzionali, i limiti cancellati. Non sono un santo eremita, non ho fatto solo del bene in vita mia. Ma, se devo scegliere tra un male e un altro, preferisco non scegliere affatto. (Geralt di Rivia)
  • Visitavo città e fortezze, cercavo gli avvisi attaccati alle colonnine degli incroci. Cercavo l'annuncio: C'È URGENTE BISOGNO DI UNO STRIGO. E poi di solito c'era un bosco sacro, un sotterraneo, una necropoli o delle rovine, un burrone in una foresta o una grotta pieni di ossa e di tanfo di carogna. E qualcosa che viveva con l'unico scopo di uccidere. Per fame, per piacere, spinto da una volontà morbosa, o per altre ragioni. Una manticora, una viverna, un nebbior, una aeshna, un ilyocoris, una chimera, un lesny, un vampiro, un ghul, un graveir, un lupo mannaro, un gigascorpion, una strige, una divoratrice, una kikimora, un wipper. E una danza nelle tenebre e un colpo di spada. E paura e ribrezzo negli occhi di chi poi mi consegnava la ricompensa. (Geralt di Rivia)
  • I re dividono le persone in due categorie. Agli uni danno ordini, gli altri li comprano. Rendono infatti omaggio alla vecchia e banale verità secondo cui tutti si possono comprare. Tutti. È solo una questione di prezzo. (Regina Calanthe)
  • Una volta, un sovrano ha offeso l'orgoglio di uno strigo proponendogli un lavoro che non si addiceva al nostro onore e al nostro codice. Come se non bastasse, non prendendo atto del suo gentile rifiuto, voleva impedirgli di lasciare il castello. Tutti coloro che poi hanno commentato l'episodio hanno convenuto nell'affermare che non era stata la migliore delle sue idee. (Geralt di Rivia)
  • Quando là, nella sala, ho saputo chi eri, ti ho odiato e ho pensato tutto il male possibile di te. Ti ho considerato uno strumento cieco, assetato di sangue, qualcuno che uccide in maniera fredda e automatica, che ripulisce la lama dal sangue e conta i soldi. Ma mi sono convinto che il mestiere di strigo è davvero degno di rispetto. Tu ci proteggi non solo dal Male in agguato nelle tenebre, ma anche da ciò che si cela in noi stessi. Peccato che siate così pochi. (Duny)
  • Questa volta è Ranuncolo, il tuo amico bighellone, il fannullone scansafatiche, quel sacerdote dell'arte, stella luminosa della ballata e della poesia amorosa. Come al solito soffuso di gloria, gonfio come una vescica di porco e puzzolente di birra. Vuoi vederlo? (Nenneke)
  • Là, se ben ricordo, ci sono degli accenni agli strighi, ai primi che hanno cominciato a girare per il paese più o meno trecento anni fa. All'epoca in cui gli uomini andavano a mietere in branchi armati, i villaggi erano circondati da triple palizzate, le carovane di mercanti ricordavano i passaggi di truppe mercenarie e sui terrapieni delle poche città fortificate le catapulte erano pronte a sparare giorno e notte. Perché qui noi umani eravamo gli intrusi. Questa terra era dominata da draghi, manticore, grifoni e anfisbene, vampiri, lupi mannari e strigi, kikimore, chimere e draghi volanti. E bisognava sottrarre loro questa terra pezzo a pezzo, ogni valle, ogni valico, ogni foresta e ogni pianura. E non ci saremmo riusciti senza l'inestimabile aiuto degli strighi. (Ranuncolo)
  • Gli uomini amano inventare mostri e mostruosità. Così hanno l'impressione di essere loro stessi meno mostruosi. Quando bevono come spugne, imbrogliano, rubano, picchiano le donne con le briglie, fanno morire di fame la vecchia nonna, colpiscono con la scure una volpe presa in trappola o riempiono di frecce l'ultimo unicorno rimasto sulla terra, amano pensare che più mostruosa di loro c'è sempre la Mora che s'intrufola nelle casupole all'alba. Allora si sentono in qualche modo il cuore più leggero. E trovano più facile vivere. (Geralt di Rivia)

Dialoghi [modifica]

  • Velerad: E noi di Wyzima invece siamo qui ad aspettare un miracolo e a ogni luna piena spranghiamo le porte o leghiamo i criminali a un palo davanti al maniero, fiduciosi che il mostro li divorerà e tornerà nella sua bara.
    Geralt: Niente male come metodo. La criminalità è diminuita?
    Velerad: Neanche un po'.
  • Re Foltest: Già, alcuni me lo ripetono in continuazione: "Bisogna uccidere il mostro, perché è un caso inguaribile'. Maestro, sono certo che te ne hanno già parlato, eh? Ti hanno chiesto di ammazzare la mangiauomini senza tante cerimonie, subito, e di dire al re che è stato impossibile fare altrimenti. "Il re non ti pagherà, ti pagheremo noi." Un metodo molto comodo. E a buon mercato. Perché il re farà decapitare o impiccare lo strigo, e l'oro rimarrà nelle loro tasche.
    Geralt: Il re farà davvero decapitare lo strigo?
    Re Foltest: Il re non lo sa. Ma sarà meglio che lo strigo tenga in considerazione questa eventualità.
    Geralt: Ho intenzione di fare tutto quanto è in mio potere. Ma, se andasse male, difenderò la mia vita. Anche voi, sire, dovete tenere in considerazione questa eventualità.
  • Geralt: E perché, signore, tutto deve rimanere com'è?
    Ostrit: Questo non deve riguardarti, dannazione.
    Geralt: E se lo sapessi già?
    Ostrit: Va' avanti, sono curioso.
    Geralt: Sarà più facile detronizzare Foltest, se la strige tormenterà ancora di più la gente. Se la follia del re finirà per dare la nausea ai nobili e alla plebe, non è vero? Sono venuto qui passando per Redania, per Novigrad. Là corre voce che a Wyzima ci sia chi guarda a re Vizimir come a un liberatore, a un vero monarca. Ma io, signor Ostrit, non m'interesso né di politica, né di successioni al trono, né di rivolgimenti di palazzo. Io sono qui per eseguire un lavoro. Non avete mai sentito parlare di senso del dovere e di comune onestà? Di etica professionale?
    Ostrit: Attento, non dimenticare con chi stai parlando, vagabondo! Ne ho abbastanza, non sono abituato a discutere con chicchessia! Ma guardatelo... l'etica, i codici, la morale?! E da che pulpito viene la predica? Da un bandito che appena arrivato ha commesso tre assassini. Che si è profuso in inchini al cospetto di Foltest e alle sue spalle ha mercanteggiato con Velerad come un bandito prezzolato. E tu osi alzare la cresta, servo? Fingere di essere un Saggio? Un veggente? Un mago? Tu, strigo schifoso! Via di qui, prima che ti sbatta il piatto della spada sul muso!
  • Caldemeyn: Dove alloggerai? Perché non da me? C'è una stanza libera in soffitta, perché farsi pelare da quei ladri di locandieri? Così mi racconterai che cosa succede nel vasto mondo.
    Geralt: Volentieri. Ma che cosa ne dirà la tua Libusze? L'ultima volta ho notato che non mi ama alla follia.
    Caldemeyn: In casa mia le donne non hanno voce in capitolo. Però, detto tra noi, in sua presenza non rifare il numero che hai fatto l'ultima volta che hai cenato da noi.
    Geralt: Alludi al fatto che ho lanciato la forchetta contro un ratto?
    Caldemeyn: No, alludo al fatto che l'hai colpito, con tutto che era buio.
  • Filavandrel: Convivere alle vostre condizioni? Riconoscendo il vostro dominio? Perdendo la nostra identità? Convivere in qualità di cosa? Di schiavi? Di paria? Convivere con voi al di là dei muri con cui proteggete da noi le vostre città? Convivere con le vostre donne, e per questo salire al patibolo? Oppure guardare che cosa succede a ogni pie sospinto ai bambini risultato di una simile convivenza? Perché eviti il mio sguardo, strano umano? Come convivi col tuo prossimo, da cui sei comunque un po' diverso?
    Geralt: Me la cavo. In qualche modo me la cavo. Perché devo. Perché non ho altra via d'uscita. Perché in qualche modo ho sopraffatto dentro di me la superbia e l'orgoglio per la mia diversità, perché ho capito che la superbia e l'orgoglio, sebbene siano un'arma contro la diversità, sono un'arma miserevole. Perché ho capito che il sole brilla in maniera diversa, perché qualcosa cambia e io non sono l'asse di questi cambiamenti. Il sole brilla in maniera diversa e continuerà a brillare, non serve a niente bersagliarlo di pietre. Bisogna accettare i fatti, elfo, bisogna imparare a farlo.

La spada del destino [modifica]

Incipit [modifica]

L'uomo coperto di pustole scosse la testa. «Non verrà più fuori, vi dico. Ormai è un'ora e un quarto che è là dentro. Sarà bell'e morto.» I cittadini accalcati tra le rovine tacevano, gli occhi fissi sulla nera buca ingombra di detriti che si apriva tra le macerie e conduceva al sotterraneo. Un grassone in farsetto giallo spostò il peso da un piede all'altro, si schiarì la voce e usò la berretta sgualcita per asciugarsi il sudore dalle sopracciglia rade. «Aspettiamo un altro po'.» Il pustoloso sbuffò. «Aspettare cosa? Laggiù nelle segrete c'è un basilisco, l'avete dimenticato, capovillaggio? Basta entrarvi per essere spacciati. Sono forse morti in pochi? Aspettare cosa, dunque?» «Ma avevamo un accordo, no?» «L'accordo l'avevate con un vivo, capovillaggio», disse il compagno del pustoloso, un gigante con indosso un grembiule di cuoio da macellaio. «Ma ora è crepato, è chiaro come il sole. Si sapeva fin da subito che sarebbe morto, come gli altri che lo hanno preceduto. È entrato senza portare con sé neppure uno specchio, solo la spada. Ed è impossibile uccidere un basilisco senza specchio, lo sanno tutti.»

Citazioni [modifica]

  • Al diavolo! Se quand'è con me Yennefer si sente come mi sento io adesso, la compiango. Non mi stupirò più. Non la odierò più... Mai. Già, forse Yennefer sente ciò che sento io adesso: l'assoluta sicurezza che io debba realizzare l'impossibile, ancora più impossibile del legame tra Agloval e Sh'eenaz; la certezza che qui non basti un piccolo sacrificio, che si debba sacrificare tutto, e chissà poi se basterebbe. No, non odierò più Yennefer perché non può e non vuole darmi un piccolo sacrificio. Ora so che un piccolo sacrificio è qualcosa d'incommensurabile. (Geralt)
  • Siete in errore, signorina Essi. Verremo a sapere dove conduce quella scala. Anzi la percorreremo. Verificheremo che cosa c'è in quella parte dell'oceano, sempre che ci sia qualcosa. E ne estrarremo tutto quanto c'è da estrarre. Se non noi, i nostri nipoti o i nipoti dei nostri nipoti. È solo questione di tempo. Sì, lo faremo, anche se questo oceano dovesse tingersi di rosso per il sangue versato. E voi lo sapete bene, Essi, saggia Essi, che scrivete la cronaca dell'umanità nelle vostre ballate. Ma la vita non è una ballata, piccola, povera poetessa dai begli occhi, smarrita tra le vostre belle parole. La vita è una lotta. Una lotta che ci è stata insegnata proprio da questi strighi che valgono più di noi. Sono stati loro a mostrarci la strada, ad aprirla per noi, a ricoprirla dei cadaveri di coloro che erano d'impedimento e d'intralcio a noi umani, i cadaveri di coloro che hanno difeso questo mondo prima di noi. Noi, Essi, ci limitiamo a continuare questa lotta. Siamo noi, e non le vostre ballate, a stendere la cronaca dell'umanità. Oggi non abbiamo più bisogno degli strighi, ormai nulla potrà fermarci. Nulla. (Principe Agloval)
  • Tu dici che qualcosa sta finendo, ma non è vero. Ci sono cose che non finiscono mai. Mi parli di sopravvivenza? Io lotto per la sopravvivenza. Perché Brokilon dura grazie alla mia lotta, perché gli alberi vivono più a lungo degli uomini, basta solo proteggerli dalle vostre scuri. Mi parli di re e principi. Chi sono? Quelli che conosco io sono scheletri bianchi che giacciono nelle necropoli di Craag An, nel fitto del bosco. In sepolcri di marmo, su mucchi di metallo giallo e ciottoli luccicanti. Ma Brokilon dura, gli alberi stormiscono sulle rovine dei palazzi, le radici spezzano il marmo. Il tuo Venzlav ricorda chi erano questi re? E tu lo ricordi, Gwynbleidd? In caso contrario, come puoi affermare che qualcosa stia finendo? Come fai a sapere chi è destinato allo sterminio e chi all'eternità? Cosa ti autorizza a parlare di destino? Sai almeno che cos'è il destino? (Eithné)
  • Belleteyn! Si divertono. Festeggiano il ciclo secolare della natura che rinasce. E noi? Che ci facciamo qui? Noi, due relitti condannati all'estinzione, allo sterminio e all'oblio? La natura rinasce, il ciclo si ripete. Ma noi no, Geralt. Noi non possiamo ripeterci. Siamo stati privati di questa possibilità. Ci è stata data la facoltà di fare cose straordinarie con la natura, a volte perfino contrarie a essa. E al tempo stesso ci è stato tolto ciò che in natura c'è di più semplice e naturale. Che importa che viviamo più di loro? Al nostro inverno non seguirà una primavera, non rinasceremo. Ma sia tu sia io siamo attratti da questi fuochi, sebbene la nostra presenza a questa festa sia una beffa malevola ed empia. (Yennefer)

Dialoghi [modifica]

  • Geralt: Borch, vorrei mettere subito le cose in chiaro tra noi. Sono uno strigo.
    Borch: L'avevo supposto. Ma hai usato un tono come se dicessi: "Sono un lebbroso".
    Geralt: C'è chi preferisce la compagnia dei lebbrosi a quella di uno strigo.
    Borch: C'è anche chi preferisce le pecore alle ragazze. Ebbene, c'è solo da compatirli, gli uni e gli altri.
  • Yurga: Non siete voi che dovete ringraziare, signore, ma io. Siete stato voi a salvarmi la vita, a ridurvi così per difendermi. E io? Io che cosa ho fatto? Ho medicato un uomo ferito e privo di sensi, l'ho caricato sul carro, non l'ho lasciato crepare? È una cosa normale, signor strigo.
    Geralt: Non poi così normale, Yurga. Sono già stato abbandonato... in simili situazioni... come un cane...
    Yurga: Eh, sì, viviamo in un mondo schifoso. Ma non è una buona ragione perché facciamo tutti gli schifosi. Abbiamo bisogno del bene. A me lo ha insegnato mio padre e io lo insegno ai miei figli.

Il sangue degli elfi [modifica]

Incipit [modifica]

La città bruciava. Le strette viuzze che conducevano al fossato e alla prima terrazza vomitavano fumo e folate di aria calda, le fiamme divoravano i tetti serrati l'uno all'altro, lambendo le mura del castello. Dalla porta occidentale, quella che dava sul porto, si levavano urla, gli echi di una lotta accanita, i colpi sordi di un ariete che scuoteva le mura. La città era stata colta di sorpresa dagli aggressori, che avevano sfondato la barricata difesa da un pugno di soldati, da abitanti armati di alabarde e dai balestrieri della corporazione. Cavalli dalle nere gualdrappe volavano sopra lo sbarramento come spettri, lame vivide e scintillanti seminavano morte tra i difensori in fuga.

Citazioni [modifica]

  • Io non sono tagliato per fare il soldato e l'eroe. E la terribile paura del dolore, delle mutilazioni o della morte non è l'unica ragione. Non si può obbligare un soldato a smettere di avere paura, tuttavia gli si può fornire una motivazione che lo aiuti a superarla. E io non ho una simile motivazione. Non posso averla. Sono uno strigo. Un mutante creato artificialmente. Uccido mostri. Per soldi. Difendo i bambini, quando i genitori mi pagano. Se a pagarmi saranno i genitori nilfgaardiani, difenderò i bambini nilfgaardiani. E, anche se il mondo sarà ridotto in rovina, cosa che mi sembra improbabile, ucciderò mostri sulle rovine del mondo finché uno di loro non ucciderà me. Questo è il mio destino, la mia motivazione, la mia vita e il mio rapporto nei confronti del mondo. Non l'ho scelto io. L'hanno fatto altri per me. (Geralt di Rivia)
  • Meglio morire che vivere con la consapevolezza di aver fatto qualcosa che ha bisogno del perdono altrui. (Yarpen Zigrin)
  • Ranuncolo. Sei un babbeo ottuso. Uno scemo patentato. Devi sempre rovinare tutto quello su cui metti mano? Almeno una volta nella vita non potresti fare qualcosa come si deve? So che non sei affidabile. Hai una quarantina d'anni, ne dimostri una trentina, immagini di averne poco più di venti e agisci come se non ne avessi neppure dieci. (Dijkstra)
  • Il maresciallo sorrise sotto i baffi. Sapeva che il disprezzo della morte e il coraggio folle dei giovani avevano origine dalla mancanza d'immaginazione. Lo sapeva benissimo. Un tempo anche lui era stato giovane. (Il sangue degli elfi, Capitolo 6)

Dialoghi [modifica]

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