Anton Giulio Barrili

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Anton Giulio Barrili (1836 – 1908), patriota e scrittore italiano.

Galatea[modifica]

Incipit[modifica]

Rinaldo a Filippo.

Corsenna, 7 luglio 18...

Notizie mie? Eccole. Son venuto qua, come sai, per dar pace a questi poveri nervi; e ci lavoro alacremente, chiudendomi nell'inerzia più fitta. Bada, io non so quanto sia vero che ai giorni nostri i nervi si sciupino più di prima, nella gran varietà e nella troppa intensità delle sensazioni: ma è certo che oggi come prima lo strapazzo nuoce ad ogni organismo, e certissimo poi che il tuo vecchio amico aveva bisogno di questo riposo; tanto gli pare d'esser tuttavia sfiaccolato. Pure non faccio nulla, assolutamente nulla; questa lettera, che viene un po' tardi in risposta al tuo cortese biglietto, è la prima fatica dopo un mese di quiete. Già, non potrei far nulla, anche volendo. Non sento più; e se, come dice il filosofo, niente può essere nell'intelletto che non sia stato prima nel senso, io posso stimarmi finito, e metter magari l'appigionasi in fronte, come sulla facciata d'una casa vuota. Che bella cosa, dopo tutto, non sentir nulla; esser libero e netto d'ogni cura del mondo circostante; udendo senza commuoversi, vedendo senza partecipare, vivendo la vita dello specchio, che riflette tranquillamente ogni cosa e sorride! Ma sì, un po' d'ironia nel fondo ce la dovrebbe avere anche lui; per virtù, non foss'altro, degl'ingredienti che lo rendono opaco. Quel po' d'ironia non è finalmente la meno feroce delle nostre vendette? e il genere umano, salva sempre la immagine del suo creatore, non meriterebbe di peggio?

Citazioni[modifica]

  • Gli uomini son vandali su tutta la faccia della terra; e un giorno, ne ho fede, verrà un altro diluvio per castigarli. Spoglino per intanto le montagne, e vedranno.
  • Gran gente, i mediocri, quando sono operosi, attenti e pacati. Non hanno scatti di pensieri, di affetti, di risoluzioni; fanno quel che possono e sanno, magari quel che non sanno, ma con tanta buona volontà!
  • [Le donne] Ossequiate, lusingate, insidiate, ti amano per vanità: molte, se sei ricco, sentono il bisogno di entrare nella tua casa; nessuna il desiderio di penetrare nell'anima tua.

Explicit[modifica]

Ma che inchiostro! che inchiostro! Paura io, dell'inchiostro!.. Vi siete persuasa ora? È fuggita, si capisce, dopo avermi accoccato quello che lì per lì le è venuto alla mano; un gomitolo di refe. Sempre lei, sempre lei; viva Galatea, _Galathea for ever_! Ma non senza una giunta, intendiamoci. Galatea Morelli, s'ha a dire. Sarete meno mitologica, mia dolce bambina; ma tanto più vera, e sommamente piacevole a me.

RINALDO.

Incipit di alcune opere[modifica]

Capitan Dodero[modifica]

Eravamo, se ben ricordo, nove o dieci a tavola, ospiti di un cortese amico che la faceva da Anfitrione in una sua villeggiatura di Quinto, del bel paese di Quinto dove gli uomini nascono marinai, diventano capitani di lungo corso e si riposano spesso su centinaia di migliaia di lire.
Il pranzo, quasi tutto di pesci della costa e di cacciagione dei dintorni, era stato inaffiato con un certo vin bianco del paese, il quale è tenuto in gran pregio dai buongustai. Se a cotesto si aggiunga che il bue e il vitello erano di casa, le ortaglie e le frutta del pari, s'intenderà come quel pranzo potesse dirsi un saggio gastronomico di tutte le cose mangereccie del beato comune di Quinto. La Francia non s'era intromessa, giusta il costume colle sue poco autentiche bottiglie di Sciampagna; l'Italia faceva proprio da sé, chiudendo il simposio con una larga libazione di vino di Siracusa, fatto per svegliare i morti e per addormentare i vivi.

Come un sogno: racconto[modifica]

Già troppo si è detto che le ferrovie hanno spogliato i viaggi d'ogni loro bellezza, e sarebbe tempo oramai di confessare che n'hanno tolto in quella vece di mezzo la stucchevole uniformità.
Dite, di grazia: il carrozzone inzaccherato tutto odore di morchia, di cuoio e di grasso stantìo: la solita fermata all'insegna del Cannon d'Oro, o dei Tre Re; il brodo rifreddo colle sue scandelle a fior d'acqua; la gallina riscaldata, scompaginata e nerastra nel piatto; le mosche a sciami sulla tovaglia, più immonde, più fameliche e più fastidiose che non fossero le arpie ai compagni d'Ulisse; i briganti travestiti in cento guise, perfino (oh colmo d'audacia!) da padroni d'albergo; i paesi tutti che si succedono e si rassomigliano; la stessa via polverosa, fangosa e scabrosa; qua e là le stesse salite a picco e le stesse discese a fiaccacollo; le scosse, i traballamenti e i sobbalzi ad ogni giro di ruota; era questa la poesia del viaggio?

Il ritratto del diavolo[modifica]

Lettori gentili, siete mai stati ad Arezzo? Se non ci siete mai stati, vi prego di andarci alla prima occasione, anche a costo di farla nascere, o d'inventare un pretesto. Vi assicuro io che mi ringrazierete del consiglio. La Val di Chiana è una tra le più amene e le più pittoresche "del bel paese là dove il sì suona". Anzi, un dilettante di bisticci potrebbe sostenere che il sì è nato proprio in Arezzo, poiché fu aretino quel monaco Guido, a cui siamo debitori della scala armonica. Ma, a farlo apposta, Guido d'Arezzo non inventò che sei note, dimenticando per l'appunto di inventare la settima. Forse, ribatterà il dilettante di cui sopra, Guido non ha inventato il sì, perché questo era già nella lingua madre, o il brav'uomo non voleva farsi bello del sol di luglio. Comunque sia, andate in Val di Chiana e smontate ad Arezzo. La città non è vasta, ma che importa?

Il tesoro di Golconda[modifica]

Viadarma, il bègari, andava innanzi a piedi, scalzo, semplicemente vestito del duti tradizionale dei poveri indiani, che è una lunga e larga fascia di stoffa, girata intorno alle reni e ricadente fino al ginocchio. Il viaggiatore, europeo all'aspetto, chiuso in un tutto vestito di pannolano grigio, lo seguiva in carrozza.
Come potessero andar di pari, con mezzi tanto diversi di locomozione, vi sarà facilmente chiarito da due notizie, di poco momento per la storia. La strada era pessima, e la carrozza, che meglio sarebbe di chiamare col suo vero nome di carretta, era tirata, non già da cavalli (che il viaggiatore non ne aveva trovati a Sciolapur) ma da due bianchi zebù, specie di buoi dalle gobbe penzoloni e dalle corna attorcigliate.

L'olmo e l'edera[modifica]

Racconto una storia vera, giusta il mio costume, che dovrebb'essere di tutti coloro i quali non sono molto esercitati nell'arte del novelliere. Facile è lo inventare, e ci si mette quanto a dir male del prossimo; difficilissimo, poi, dare alle sue invenzioni la evidenza del vero, lumeggiarle con quei tocchi di pennello che le fanno balzar quasi dalla tela. I fatti, per tal guisa affastellati, si tengono ritti per miracolo; i caratteri, dipinti di maniera, non istanno né in riga né in spazio; gli è insomma un guazzabuglio, il quale non mette nulla in rilievo, nulla, se non forse la tracotanza dell'autore.

La notte del commendatore: Racconto[modifica]

- Signora Zita!
- Signor padrone, comandi.
- Il mio tè.
- La servo subito. -
Questo era il breve dialogo che ricorreva ogni sera, intorno alle dieci, e da anni parecchi, tra il signor Commendatore e la sua governante; quegli dalla sua camera da letto, dove stava terminando di leggere i giornali, questa da una saletta vicina, dove stava aspettando i cenni del padrone.

Le confessioni di fra Gualberto[modifica]

Nessuna cosa ad uno scrittore, dopo il titolo del suo libro, è più bisognevole d'una buona protasi, o cominciamento che dir si voglia. Anche un adagio, prezioso stillato di scienza popolare, ammonisce che "chi ben comincia è a metà dell'opra"; il che per altro non s'intenderà esser vero, se non ammettendo che si possa tirare innanzi a furia di sciocchezze, pur di aver fatto bella comparsa in principio. Facciamoci vivi alle mosse; per tutto il rimanente della via è lecito impoltrire, appisolarsi a cassetta (vedete Orazio che ne concede larga perdonanza ad Omero); l'essenziale sta nello svegliarsi, da bravi cocchieri, in prossimità della posta, e, con alto schioccar di frusta e galoppar di cornipedi, mettere il borgo a romore.

Semiramide[modifica]

Sulle rive dell'Eufrate si stende un'ampia, lieta e ubertosa contrada, il cui nome è Sennaar tra i figli di Cus, pingue d'armenti, di biade e d'ogni maniera dovizie, versate a piene mani sovr'essa dal possente Iddio delle acque, poich'ebbe mutate in doni di fecondità le sue ire devastatrici.

Uomini e bestie : racconti d'estate[modifica]

Il signor Lorenzo Brunelli, egregio uomo, cavaliere dalla testa ai piedi, e nei giorni di parata anche all'occhiello del soprabito, aveva raccolti nella sua villa, in una certa settimana d'agosto, otto o nove amici e compagni d'infanzia, tutti uomini in qualche modo eminenti, nella letteratura e nell'arte, nella scienza, nell'amministrazione, e perfino nella politica, ma tutti in paragone suo rimasti indietro nell'arte di arricchire. Sapete pure: ci sono tante vie, nella vita; ma ce ne sono pochissimo che conducano ad una miniera d'oro. Si parte tutti da un tronco comune, quello della beata infanzia, del collegio, delle illusioni, delle speranze, dei sogni, delle nebbie luminose, in mezzo a cui s'intravvedono belle figure di donne amanti, liete compagnie di amici sinceri, e lauri e palme di gloria sempiterna.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]