Arthur John Strutt

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Arthur John Strutt

Arthur John Strutt (1818 – 1888), pittore, incisore, e viaggiatore inglese.

  • [Sulla battaglia di Maida] Durante la guerra, mentre le montagne di Cortale erano occupate dai francesi, un bel mattino, con grande sorpresa di costoro, il golfo di Eufemia offrì l'insolito spettacolo di una flotta inglese dalle cui navi sbarcò alla spicciolata un contingente di truppe che si spinse nell'interno per provocare uno scontro e fare un'azione dimostrativa; insomma quale che sia la definizione tecnica dell'operazione, i soldati si avviarono verso Nicastro. I calabresi, il cui parere era sostenuto dalla loro conoscenza dei luoghi, suggerirono ai francesi di rimanere sulle loro posizioni di montagna, assicurandoli che se agli invasori fosse stato consentito di accamparsi sulle terre basse e paludose che si stendono da Nicastro al mare, e durante la stagione calda sono infestate dalla micidiale malaria, ben presto gli uomini si sarebbero trovati in una condizione tutt'altro che propizia al combattimento. Ma monsieur (il generale) aveva troppa fretta per ascoltare il consiglio e, sceso subito incontro al nemico senza ausilio alcuno di artiglieria, ricevette tale dura batosta dagli inglesi che fu costretto ad abbandonare all'istante il campo così infausto, lasciando al nemico la possibilità di raggiungere le sue navi soddisfatto del danno provocato. (citato in Viaggiatori stranieri nel Sud, pag. 502)

Calabria Sicilia 1840[modifica]

Albano, 30 aprile 1841
  • Questa razza di cani è peculiare della Campagna Romana. Sono esemplari completamente bianchi, alti e irsuti, e valgono — ci è stato detto — dieci corone ciascuno. I pastori hanno un aspetto non meno ispido delle loro bestie: portano indumenti fatti di pelli di pecore o di capre con all'esterno la lana o il pelo. Raramenti essi sono occupati in qualche lavoro. Soltanto qualcuno di loro filava un po' di lana per aggiungere qualche soldo al modesto guadagno di pastore. Essi avevano un idea favolosa delle pecore inglesi: le immaginavano grandi almeno quanto un asino! Così avevano sentito dire — affermavano — e non tentammo nemmeno di modificare una opinione così favorevole. Prendemmo congedo da loro quando i nostri sketches furono finiti: e continuammo per la nostra strada. (p. 80)
Napoli, 5 maggio
  • Eccoci finalmente qui. Un proverbio italiano dice: — Vedi Napoli e poi muori!, ma io dico: — Vedi Napoli e vivi — perché c'è molto qui degno di essere vissuto. (p. 91)
Osteria della Rotonda, 22 maggio
  • È qui la frontiera della Calabria e quindi l'ultima località della provincia della Basilicata. La padrona di casa ci avverte che domani non saremo più in grado di comprendere la lingua del luogo, tanto è difficile il dialetto calabrese. «Non parlano italiano come noi» — ci dice con sufficienza — pur non essendo, certamente, il suo italiano il più puro toscano. È bene, dopo tutto, aspettarsi il peggio, ed ella ci ha preparato per ogni evento, dicendoci che troveremo «brutta lingua e brutta gente». (p. 125)
Castrovillari, 23 maggio
  • Temendo che non comprendiate la parola «Galantuomo» debbo informarvi che qui è usata per designare una certa classe di uomini che non sono assolutamente obbligati a lavorare per vivere. Disponendo, forse, di un carlino al giorno di rendita, essi sono in grado di vivere in ozio, per farla da padrone nel villaggio ed essere, come sono, «Galantuomi». (p. 128)
Messina, 10 giugno
  • Reggio ci è piaciuta molto. Il molo, sul quale la nostra locanda è situata, è molto bello. Può andare orgogliosa di diverse fontane di cui una, quasi di fronte a noi, è veramente magnifica. E, fatto singolare, a Reggio, quasi tutte le fontane sono sulla spiaggia, e praticamente a qualche metro dal mare. […] Stamane andammo a fare un giro in città, che ha un aspetto gaio, non tanto sul molo quanto in una bella strada parallela ad esso che sembra essere qui quel che Toledo è a Napoli. (pp. 211-212)
  • Magnifica la vista che si godeva dallo Stretto. Davanti a noi era Messina col suo porto pieno di natanti, difeso dalla fortezza di San Salvatore; dietro di noi Reggio splendidamente illuminata dal sole pomeridiano e sullo sfondo le brulle montagne dell'interno, mentre a sinistra s'innalzava maestosamente l'Etna, con la cima coperta di neve scintillante. Il cratere vomitava un denso pennacchio di fumo. (p. 216)
Siracusa, 20 giugno
  • Credo di non aver mai sofferto tanto caldo come a Siracusa a mezzogiorno. Pur essendo le nostre finestre esposte a settentrione e pur essendo state chiuse accuratamente per non far entrare la torrida aria esterna; pur essendo noi assai stanchi, stesi su buoni letti, e certamente senza indumenti addosso; pur essendo stata esclusa la luce e beneficiando di un profondo silenzio che si stende su di una città addormentata; pur essendo stati abituati a una regolare siesta quotidiana, sta di fatto che, per il caldo, non potemmo chiudere occhio nemmeno per un minuto. Rimanemmo sul letto per tutto il pomeriggio, sudando, inerti, esausti, e fummo lieti quando il fresco della sera ci ridiede la facoltà di muoverci e godere la vita. (p. 255)
Palermo, Palazzo d'Angiò, 30 ottobre
  • L'ingresso di Palermo colpisce il visitatore, non tanto per la città in sé (la quale è piatta e perciò non si presenta come Napoli con l'imponente castello di Sant'Elmo) quanto per lo stupendo anfiteatro di montagne che formano la baia, e specialmente per la collina di Santa Rosalia, generalmente chiamata Monte Pellegrino, dall'eremo che sorge al sommo. Questo monte, che ha una sagoma singolare, scende a picco sul porto. (p. 264)

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