C. L. Moore

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Catherine Lucille Moore (1911 – 1987), scrittrice statunitense.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il mattino dell'apocalisse[modifica]

Dopo un po', gli scossoni dell'autobus presero un ritmo che riuscivo a sopportare. Ogni volta che mi spostavo mi cadeva un po' di polvere dai jeans, e anche nel crepuscolo appena iniziato c'era abbastanza luce da lasciar scorgere il terriccio dei frutteti dell'Ohio raccolto sotto le unghie. Sono in lutto, pensai. Chiedetemi pure perché sono vestito di nero. Porto il lutto per la mia vita. Cioè... cosa? Ah, sì, come Masha nel Gabbiano.

Northwest Smith il terrestre[modifica]

Shambleau[modifica]

Già in passato l'uomo aveva conquistato lo spazio. Questa è una certezza. Ancor prima degli egizi, in un passato nebbioso dal quale ci giungono solo gli echi di nomi che in parte sono dei miti (Atlantide, Mu), ancor prima degli indistinti inizi della storia conosciuta, dev'essere esistita un'epoca durante la quale il genere umano, come noi oggi, già aveva costruito delle città d'acciaio per ospitare le sue astronavi stellari e già aveva cono­sciuto i nomi dei pianeti nelle loro lingue indigene: un'epoca nella quale gli uomini avevano udito i venusiani chiamare il lo­ro pianeta «Sha-ardol», nella loro lingua dolce, cantilenante, fluida; e avevano cercato di pronunciare il nome di Marte, il gutturale suono «Lakkdiz», come l'avevano udito dalle aspre voci degli abitatori delle Terre Aride.

Sete nera[modifica]

Northwest Smith appoggiò la testa contro il muro del ma­gazzino e alzò gli occhi nel nero cielo notturno di Venere. La strada del porto era molto silenziosa, molto pericolosa. Non sentiva altro suono che l'eterno sciacquio delle onde contro i piloni, ma sapeva che il pericolo e la morte improvvisa si na­scondevano muti nell'oscurità che respirava; e forse soffriva un po' di nostalgia mentre scrutava le nubi che mascheravano una stella verde, bellissima, librata all'orizzonte... la Terra, la sua patria.

Sogno scarlatto[modifica]

Northwest Smith comprò lo scialle ai Mercati di Lakkmanda su Marte. Era una delle sue gioie più grandi, gironzolare tra i banchi e i chioschi del grandioso mercato, dove giungono mercanzie da ogni pianeta del sistema solare e oltre. Tante can­zoni sono state cantate, tante storie sono state narrate sull'af­fascinante caos chiamato Mercati di Lakkmanda, che non è ne­cessario descriverli ancora.

La polvere del dio[modifica]

«Passami l'whisky, N.W.» disse in tono persuasivo Yarol il venusiano.
Northwest Smith scosse con aria speranzosa la nera botti­glia di whisky segir venusiano, ne trasse un fievole gorgoglio, e allungò la mano verso il bicchiere dell'amico. Sotto lo sguardo bramoso del venusiano versò esattamente la metà del liquido rosso. Non era davvero molto.

Julhi[modifica]

La storia delle cicatrici di Smith costituirebbe un poema epico. Dalla testa ai piedi, la pelle bruna e abbronzata era se­gnata dai marchi delle battaglie. L'occhio di un intenditore avrebbe riconosciuto i segni caratteristici del coltello, dell'arti­glio e del raggio termico, la staffilata del cring dei marziani del­le Terre Aride, l'incisione sottile e netta dello stiletto venusia­no, le striature intrecciate della frusta terrestre.

Il freddo dio grigio[modifica]

Cadeva la neve su Righa, città polare di Marte. Neve pun­gente, che vorticava in durissime particelle di ghiaccio, portata dal gelido vento che sembra soffiare sempre nelle strade di Ri­gha. Quel giorno le ciottolose strade della città erano quasi del tutto deserte. Le tozze case di pietra erano sottoposte alla furia di quel vento di bufera, e la neve secca fluiva a ondate lungo i tratti aperti della Lakklan, la strada centrale di Righa. I pochi passanti che percorrevano la Lakklan tenevano il bavero alzato fino agli orecchi e camminavano in fretta sui ciottoli.

Yvala[modifica]

Northwest Smith si appoggiò contro una catasta di grosse balle provenienti dalla zona delle sabbie di Marte e osservò con occhi inespressivi, più freddi dell'acciaio, la confusione che re­gnava nell'astroporto di Lakkdarol, davanti a lui. La spietata luce del limpido giorno marziano faceva apparire misero l'abi­to di cuoio, che lo catalogava immediatamente come spaziale, e mostrava le bruciature delle pistole termiche e le conseguenze di mille risse occasionali.

Paradiso perduto[modifica]

Yarol il venusiano allungò il braccio sulla levigata superfi­cie del tavolino e strinse il polso di Northwest Smith.
«Guarda!» disse a bassa voce.
L'immensità del panorama che si stendeva sotto i suoi occhi privi di espressione avrebbe mozzato il respiro a qualsiasi visi­tatore, ma Smith lo conosceva ormai benissimo.

L'albero della vita[modifica]

Gli aerei scendevano in picchiata e volteggiavano su Illar, che il tempo aveva ridotto in rovina. Northwest Smith, levando gli occhi d'acciaio dal riparo di un tempio semidiroccato, pensò ad avvoltoi che volano in cerchio sopra una carogna. Era tutto il giorno che sorvolavano quelle rovine per cercarlo.

La lupa mannara[modifica]

Mentre il fragore della battaglia si disperdeva nel vento die­tro di lui, Northwest Smith avanzò verso occidente, nel crepu­scolo, vacillando a ogni passo. Il sangue gocciolava sulle rocce lasciando una traccia riconoscibile, ma lui sapeva che non sa­rebbe stato seguito molto a lungo. Era diretto verso il deserto salato, e là nessuno gli sarebbe andato dietro.

La ninfa delle tenebre[modifica]

Nelle fredde ore che precedono il sorgere dell'alba sull'umi­da costa di Ednes, l'oscura notte venusiana è un opprimente mantello di silenzio nelle cui pieghe si celano pericoli senza no­me e veglie cariche di minacciosa tensione. Le forme che scivo­lano fra le quinte di quello scenario di nebbia, fra i moli di le­gno fradicio e i depositi lasciati nell'abbandono, non sono fi­gure create per la luce del giorno.

Canto in chiave minore[modifica]

Sotto di lui il pendio del colle ammantato di trifogli era cal­do nel sole. Northwest Smith mosse le spalle contro la terra e chiuse gli occhi, respirando così profondamente che la pistola, nella fondina sul petto, premette contro la bandoliera mentre lui aspirava la fragranza della Terra e del trifoglio.

Sogno scarlatto[modifica]

Era al mercato di Lakkamanda, su Marte, che Northwest Smith aveva comperato quello strano scialle. Nulla gli piaceva di più che girovagare fra i banchi e le botteghe di quel bazar incredibile, nel quale arrivavano cianfrusa­glie da tutti i pianeti del sistema solare, e anche da più lontano. È già stato scritto tanto, e sono state fatte tante canzoni sul mercato di Lakkamanda, che mi sembra inutile stare a descriverlo.

Bibliografia[modifica]

  • C.L. Moore, Il mattino dell'apocalisse, traduzione di Annamaria Sommariva, Mondadori, 1991.
  • Catherine L. Moore, Northwest Smith il terrestre, traduzioni di Ugo Malaguti e Roberta Rambelli, Ed. Nord, 1982.
  • Catherine Lucille Moore, Sogno scarlatto, traduzione di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, in "Storie di vampiri", a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton & Compton 1994. ISBN 8879834177

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]