Clive Staples Lewis

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Monumento a Clive Staples Lewis, Belfast

Clive Staples Lewis, noto con l'abbreviazione C.S. Lewis (1898 – 1963), scrittore e filologo irlandese.

Citazioni di Clive Staples Lewis[modifica]

  • Alla mia venuta in questo mondo mi avevano (tacitamente) avvertito di non fidarmi mai di un papista e (apertamente) al mio arrivo alla facoltà di inglese di non fidarmi mai di un filologo. Tolkien era l'uno e l'altro.[1]
  • Credo che nella vita di tutti gli uomini in certi periodi, e nella vita di molti uomini in tutti i periodi fra la prima infanzia e l'estrema vecchiaia, uno degli elementi più dominanti sia il desiderio di far parte della cerchia locale e il terrore di esser lasciati fuori. […] Di notte le passioni, la passione per la Cerchia esclusiva è quella che maggiormente può spingere un uomo che non è malvagio a fare cose malvagie. (da The Inner Ring, la conferenza commemorativa che tenne nel 1944 agli studenti del King's College dell'Università di Londra)[2]
  • Noi non ci accontentiamo di vedere la bellezza, anche se il Cielo sa che gran dono sia questo. Noi vogliamo qualcos'altro, che è difficile descrivere a parole: vogliamo sentirci uniti alla bellezza che vediamo, trapassarla, riceverla dentro di noi, immergerci in essa, diventarne parte. Ecco perché abbiamo popolato l'aria, la terra e l'acqua di dei e dee, eninfe ed elfi che, dato che a noi non è possibile, possano almeno loro, queste proiezioni di noi stessi, godere ritrovando in se stessi quella bellezza, quella grazia, e quel potere di cui la Natura è immagine. Ecco perché i poeti ci narrano tante meravigliose menzogne. Essi parlano come se il Vento dell'Occidente potesse davvero soffiare dentro un'anima umana: ma non è vero. Ci dicono che "la Bellezza nata da un sussuro" passerà in un volto umano: ma non lo farà. Non per ora. E se prendiamo sul serio l'immagine della Scrittura, se crediamo che Dio un giorno ci darà davvero la Stella del Mattino e ci farà indossare lo splendore del sole, allora possiamo credere che gli antichi miti, come la poesia moderna, pur così falsi nel loro significato storico, siano tanto vicini alla verità quanto la profezia. In questo momento noi ci troviamo all'esterno del mondo, dalla parte sbagliata della porta. Possiamo percepire la freschezza e la purezza del mattino, senza però che queste ci possano rendere freschi puri come loro. Non possiamo penetrare lo splendore che vediamo. Ma tutte le foglie del Nuovo Testamento sussurrano frusciando che non sarà sempre così. Un giorno, a Dio piacendo, riusciremo ad enrare. Quando le anime umane saranno diventate così perfette nella loro obbedienza volontaria da uguagliare le creature inanimate nella loro obbedienza senza vita, allora potranno riscoprirsi della medesima gloria della natura, anzi, di quella Gloria ben più grande di cui la natura non è che un primo abbozzo. La Natura è mortale: noi le sopravviveremo. Quando tutti i soli e tutte le nebulose saranno tramontati, ognuno di voi sarà ancora vivo. La Natura non è che un'immagine, un simbolo, ma è il simbolo che la Scrittura mi invita ad usare. Siamo invitati ad entrare attraverso la Natura, oltrepassandola, fino a raggiungere quello splendore che essa è in grado di riflettere solo in parte. E una volta dentro, oltrepassata la Natura, potremo mangiare dell'albero della vita. (citato in Paolo Gulisano, C.S. Lewis. Tra fantasy e vangelo, Ancora, Milano 2005, p. 182)
  • Ogni giorno camminiamo sul filo del rasoio fra queste due incredibili possibilità. È evidente, dunque, che la nostra perenne nostalgia, il desiderio di unirci a quella parte dell'universo dalla quale ora ci sentiamo separati, di trovarci finalmente all'interno di quella porta che abbiamo sempre potuto vedere solo dall'esterno, non è semplicemente una fantasia nevrotica, ma al contrario è il più sincero sintomo della nostra vera condizione. E venire finalmente ammessi all'interno significherebbe gloria e onore per noi, al di là di ogni nostro merito, e significherebbe nello stesso tempo il rimarginarsi di quella vecchia ferita. (citato in Paolo Gulisano, C.S. Lewis. Tra fantasy e vangelo, Ancora, Milano 2005, p. 181)
  • Ora so, Signore, perché tu non dai risposte. Tu stesso sei la risposta. Davanti al tuo volto ogni domanda muore sulle labbra. Quale altra risposta sarebbe soddisfacente? Parole, soltanto parole; da far scendere in campo contro altre parole. (da Clive Staples Lewis, A viso scoperto, Milano 1983, prefazione di Maurizio Cucchi, traduzione di Maria Elena Ruggerini, p. 193)
  • Mai aver paura. Vi sono solo due specie di individui, in fondo: coloro che dicono a Dio "Voglio essere fatto tuo", e coloro a cui Dio dice "Vuoi essere fatto tuo"; tutti quelli che si trovano all'Inferno scelgono quest'ultima. Senza questa libera scelta non potrebbe esservi Inferno. Nessuna anima che seriamente e costantemente desideri la gioia potrà mai perderla. (da Il grande divorzio, p. 81)
  • Nell'introspezione si cerca di guardare «dentro se stessi» e di vedere che cosa succede. Ma quasi tutto quello che accadeva un istante prima viene bloccato nel momento stesso in cui ci voltiamo a osservarlo. Sfortunatamente, questo non vuol dire che l'introspezione non trovi nulla. Al contrario, trova esattamente quello che la sospensione di tutte le nostre normali attività si lascia dietro; e ciò che si lascia dietro sono principalmente immagini mentali e sensazioni fisiche. Il grande errore consiste nello scambiare questo semplice sedimento o traccia o sottoprodotto per le attività stesse. (da Sorpreso dalla gioia, p. 159)

Diario di un dolore[modifica]

Incipit[modifica]

Nessuno mi aveva mai detto che il dolore assomiglia tanto alla paura. Non che io abbia paura: la somiglianza è fisica. Gli stessi sobbalzi dello stomaco, la stessa irrequietezza, gli sbadigli. Inghiotto in continuazione.
Altre volte è come un'ubriacatura leggera, o come quando si batte la testa e ci si sente rintronati. Tra me e il mondo c'è una sorta di coltre invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la voglia di capire. È così poco interessante. Però voglio avere gente intorno. Ho il terrore dei momenti in cui la casa è vuota. Ma vorrei che parlassero fra loro e non a me. (p. 9)

Citazioni[modifica]

  • Una risposta, fin troppo facile, è che Dio sembra assente nel momento del nostro maggior bisogno appunto perché non esiste. Ma allora perché sembra così presente quando noi, per dirla con franchezza, non Lo cerchiamo? (p. 13)
  • Qualche volta penso che la vergogna, la pura e semplice vergogna goffa e assurda, non sia da meno dei nostri vizi nell'impedire le buone azioni e una felicità schietta. (p. 15)
  • Ogni infelicità è in parte, per così dire, l'ombra o il riflesso di se stessa: non è soltanto il proprio soffrire, ma è anche il dover pensare continuamente al proprio soffrire. (p. 16)
  • Il fato (o che altro è) gode a produrre un grande talento e a renderlo poi vano. Beethoven diventò sordo. Uno scherzo meschino, ai nostri occhi: la beffa di un idiota malevolo. (p. 23)
  • A volte è difficile non dire: «Che Dio perdoni Dio». A volte è difficile dire anche questo. Ma se la nostra fede è vera, Egli non l'ha fatto. Egli Lo ha crocifisso. (p. 34)
  • La realtà, guardata fissamente, è insopportabile. (p. 34)
  • Se son rose, fioriranno. (p. 35)
  • Qualcuno, mi pare, ha detto: «Dio geometrizza sempre». E se la verità fosse: «Dio viviseziona sempre»? (p. 36)
  • È razionale credere in un Dio cattivo? O comunque, in un Dio tanto cattivo? Il Sadico Cosmico, l'idiota malevolo?
  • Il pensiero non è mai statico; il dolore fisico spesso lo è. (p. 49)
  • Che cosa vogliono dire quelli che proclamano: «Non ho paura di Dio, perché so che è buono»? Non sono mai stati da un dentista? (p. 52)
  • È nostra arroganza definire «maschili» la schiettezza, la lealtà e la cavalleria quando la vediamo in una donna; è loro arroganza descrivere come «femminili» la sensibilità, il tatto o la dolcezza in un uomo. (p. 58)
  • Dicono: «Il codardo muore molte volte». Anche la persona amata. L'aquila di Prometeo non trovava a ogni pasto un fegato nuovo da straziare?
  • La lode è il modo dell'amore che ha sempre in sé un elemento di gioia. (p. 70)
  • Può un mortale fare domande che Dio trova senza risposta? Facilissimo, direi. Ogni domanda senza senso non ha risposta.

I quattro amori[modifica]

Incipit[modifica]

Molti della mia generaziome rammenteranno di essere stati rimproverati, da piccoli, per aver detto di «amare» le fragole; infatti taluni considerano un vanto che l'inglese possegga due distinti verbi-«amare» e «piacere» -mentre il francese è costretto a servirsi di un unico verbo, aimer, per entrambi i significati. Ma il francese ha dalla sua molte altre lingue, senza contare che anche l'inglese corrente, a volte, imita quest'uso. A chiunque capita di dire ogni giorno, per quanto corretto e ligio egli possa essere, di «amare» un cibo, un gioco, un passatempo; ed effettivamente esiste un'innegabile continuità tra i nostri piaceri più elementari e i nostri affetti verso le persone.

Citazioni[modifica]

  • Gli affetti umani possono essere gloriose immagini dell'amore divino; niente di meno, ma anche niente di più; solo affinità che derivano dalla somiglianza e che, per un verso, possono favorire, ma per un altro impedire, un'affinità che sia invece il risultato di un avvicinamento. A volte, essi possono non avere nulla a che vedere con questa affinità, né in un altro. (dall'introduzione, p. 21)
  • La mente umana è in genere molto più incline a lodare e a criticare che non a descrivere e a definire; essa mira a fare di ogni distinzione una discriminazione in termini di valore. (p. 25)
  • I capi scellerati cercheranno, con la propaganda, di incoraggiare i lati più demoniaci dei nostri sentimenti, in modo da assicurarsi la nostra acquiescenza di fronte alle loro nefandezze. I buoni governanti faranno il contrario. Questo è uno dei motivi per cui noi privati cittadini dovremmo sempre tenere sotto controllo la salute del nostro amor di patria. (p. 29)
  • Chi non ama i propri compaesani o concittadini – che vede e conosce – non ha molte probabilità di arrivare a provare amore per l'«Uomo», che non ha mai visto né conosciuto. (p. 38)
  • L'ultima cosa al mondo che dovremmo desiderare è che tutti si uniformassero alle nostre abitudini e caratteristiche; questa terra non sarebbe più la nostra patria se cessasse di distinguersi dalle altre. (p. 39)
  • La vera storia di ogni paese è fatta anche di azioni mediocri, e persino ignominiose. A voler considerare le azioni eroiche come tipiche, finiremmo col farci un quadro falsato della storia, che si presterà facilmente a essere demolito da una rigorosa critica storica. (p. 40)
  • Le storie migliori sono quelle che vengono tramandate, e accettate per quello che sono. (p. 40)
  • Neanche per un istante metterei mai in discussione che è all'affetto che siamo debitori dei nove decimi della felicità salda e duratura di cui ci è dato godere nell'arco della nostra esistenza terrena. (p. 73)
  • Le persone egoiste e nevrotiche possono distorcere qualunque cosa, persino l'affetto, e farlo diventare causa di infelicità o di sfruttamento. (p. 73)
  • Sono pochi i moderni che conferiscono un certo valore all'amicizia, per non dire poi di quanti a volte giungono addirittura a negarle la qualifica di affetto. (p. 77)
  • [dell'amicizia] Nessuna poesia o romanzo, dopo In Memoriam [di Alfred Tennyson], ne ha più cantato le lodi. Tristano e Isotta, Antonio e Cleopatra, Romeo e Giulietta, trovano ancora innumerevoli corrispettivi in letteratura; lo stesso non si può dire di David e Gionata, Oreste e Pilade, Rolando e Oliviero, Amis e Amile. (p. 77)
  • L'amicizia è – ma non in senso peggiorativo – il meno naturale degli affetti, il meno istintivo, organico, biologico, gregario e indispensabile. (p. 77)
  • [L'amicizia] Unica tra tutti gli affetti, essa sembra innalzare l'uomo al livello degli dèi, o degli angeli. (p. 79)
  • Chi non riesce a concepire l'amicizia come un affetto reale, ma la considera soltanto un travestimento, o una rielaborazione, dell'eros, fa nascere in noi il sospetto che non abbia mai avuto un amico. (p. 81)
  • L'amicizia è il meno geloso degli affetti. (p. 82)
  • Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno, ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia. (p. 92)
  • Amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili. Qualunque sia la cosa che vi è cara, il vostro cuore prima o poi avrà a soffrire per causa sua, e magari anche a spezzarsi. Se volete avere la certezza che esso rimanga intatto, non donatelo a nessuno, nemmeno a un animale. Proteggetelo avvolgendolo con cura con passatempi e piccoli lussi; evitate ogni tipo di coinvolgimento; chiudetelo col lucchetto nello scrigno, o nella bara, del vostro egoismo. Ma in quello scrigno (al sicuro, nel buio, immobile, sotto vuoto) esso cambierà: non si spezzerà; diventerà infrangibile, impenetrabile, irredimibile. (p. 111)
  • L'unico luogo, a parte il cielo, dove [il tuo cuore] può essere perfettamente salvo da tutti i pericoli e perturbazioni dell'amore è l'inferno. (p. 111)

Le lettere di Berlicche[modifica]

  • Gli esseri umani sono anfibi – mezzo spirito e mezzo animale [...]. Come spiriti essi appartengono al mondo dell'eternità, ma come animali sono abitatori del tempo.
  • Il coraggio, non è semplicemente una delle virtù, ma la forma di ogni virtù quando giunge alla prova, vale a dire, nel punto della più alta realtà.
  • La gratitudine guarda al passato e l'amore al presente; il timore, l'avarizia, la lussuria e l'ambizione guardano avanti.
  • [Il futuro] Qualcosa che ciascuno raggiunge alla velocità di sessanta minuti all'ora, qualunque cosa faccia, chiunque egli sia.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il cavallo e il ragazzo[modifica]

Questa è una storia avvenuta nei regni di Narnia, Calormen e le terre di mezzo durante l'età d'oro, quando Peter era Re supremo di Narnia e suo fratello e le due sorelle regnavano con il suo consiglio.
In quel tempo, in una piccola insenatura sul mare nell'estrema regione meridionale di Calormen, vivevano il povero pescatore Arshish e un ragazzo che lo chiamava "padre"; il nome del ragazzo era Shasta. Di buon ora, quasi ogni mattina, Arshish usciva in mare con la barca da pesca, mentre a metà del giorno, dopo aver imbrigliato l'asino e caricato il carretto con il pesce, se ne andava a sud fino al paese, per vendervi la sua mercanzia.

[C.S. Lewis, Il cavallo e il ragazzo, trad. di Chiara Belliti, Mondadori, 2005]

Il leone, la strega e l'armadio[modifica]

C'erano una volta quattro bambini che si chiamavano Peter, Susan, Edmund e Lucy. Vivevano a Londra ma, durante la seconda guerra mondiale, furono costretti ad abbandonare la città per via dei bombardamenti aerei. Furono mandati in casa di un vecchio professore che abitava nel cuore della campagna, e poco meno di venti chilometri dalla più vicina stazione ferroviaria e a tre chilometri e mezzo dall'ufficio postale. Il professore non aveva moglie: alla casa badava la signora Macready, la governante, aiutata da tre cameriere che si chiamavano Ivy, Margaret e Betty (ma nella nostra storia c'entrano poco).

[C.S. Lewis, Il leone, la strega e l'armadio, trad. di Fedora Dei, Mondadori, 2005]

Il nipote del mago[modifica]

Questa è una storia di tanto tempo fa, quando vostro nonno era ancora bambino, ed è molto importante perché fa vedere come siano cominciati i va' e vieni dalla terra di Narnia.
In quei tempi Sherlock Holmes abitava ancora in Baker Street e i sei ragazzi Bastable cercavano tesori in piena Londra, sulla Lewisham Road. Allora gli insegnanti erano più severi di adesso e se eravate maschi vi costringevano a portare un fastidiosissimo colletto inamidato. Però si mangiava meglio: per quanto riguarda i dolci, non vi dico quanto erano buoni e a buon mercato perché non voglio farvi venire inutilmente l'acquolina in bocca. Sempre a quei tempi, viveva a Londra una ragazzetta che si chiamava Polly Plummer.

[C.S. Lewis, Il nipote del mago, trad. di Chiara Belliti, Mondadori, 2005]

Il principe Caspian[modifica]

C'erano una volta quattro bambini che si chiamavano Peter, Susan, Edmund e Lucy. Nel libro intitolato Il leone, la strega e l'armadio si racconta una loro straordinaria avventura: un giorno, infatti, avevano aperto un armadio magico e si erano trovati in un mondo completamente diverso dal nostro. In quel mondo erano diventati re e regine di una terra chiamata Narnia.

[C.S. Lewis, Il principe Caspian, trad. di Chiara Belliti, Mondadori, 2005]

Il viaggio del veliero[modifica]

C'era un ragazzo che si chiamava Eustachio Clarence Scrubb, e se lo meritava. I suoi genitori lo chiamavano Eustachio Clarence, i professori solo Scrubb; non so come lo chiamassero gli amici, visto che Eustachio Clarence non ne aveva. Quando si rivolgeva ai genitori, non li chiamava papà e mamma come qualsiasi altro figlio, ma Harold e Alberta. Erano entrambi persone di mondo e alla moda: non fumavano, non bevevano, erano vegetariani e, come se non bastasse, indossavano uno speciale tipo di biancheria intima.

[C.S. Lewis, Il viaggio del veliero, trad. di Chiara Belliti, Mondadori, 2005]

La sedia d'argento[modifica]

Era una giornata d'autunno triste e piovigginosa, e Jill Pole piangeva a dirotto dietro la palestra. Piangeva, la poverina, perché erano stati prepotenti con lei.
Ora, dal momento che la storia che sto per raccontarvi non ha niente a che vedere con la scuola, vi darò solo qualche piccola informazione sull'Istituto di Jill: il che, detto fra noi, non è un argomento piacevole.

[C.S. Lewis, La sedia d'argento, trad. di Chiara Belliti, Mondadori, 2005]

L'ultima battaglia[modifica]

Negli ultimi tempi di Narnia, nei pressi della grande cascata a ovest della Landa della Lanterna, viveva una scimmia di dimensioni gigantesche. Era così decrepita e incartapecorita che ormai nessuno ricordava più quando fosse comparsa per la prima volta nella regione. Era uno degli esseri più intelligenti e allo stesso tempo più malvagi che si potessero immaginare. Viveva su una grande quercia, in una piccola capanna con il tetto di foglie e le pareti di legno, costruita sulla biforcazione di due rami enormi.

[C.S. Lewis, L'ultima battaglia, trad. di Chiara Belliti, Mondadori, 2005]

Note[modifica]

  1. Da Sorpreso dalla gioia, Jaca Book, Milano 1981, p. 242.
  2. Philip Zimbardo, L'effetto Lucifero, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2008, p. 383

Bibliografia[modifica]

  • Clive Staples Lewis, Diario di un dolore (A Grief Observed), traduzione di Anna Ravano, Adelphi, 1997.
  • Clive Staples Lewis, I quattro amori (The four Loves), traduzione di Maria Elena Ruggerini, Jaca Book, Milano, 1982.
  • Clive Staples Lewis, Le cronache di Narnia, trad. di Giuseppe Lippi et al., Mondadori, Milano, 2005.
  • Clive Staples Lewis, Il grande divorzio, traduzione di Emilio Carizzoni, Jaca Book, 20094. (Anteprima su Google Libri)
  • Clive Staples Lewis, Le lettere di Berlicche, Il brindisi di Berlicche, traduzione di Albero Castelli e Luciana Lain, Jaca Book, Milano, 20075.
  • Clive Staples Lewis, Sorpreso dalla gioia: i primi anni della mia vita, traduzione di Franco Marano, TEA, Milano, 1994. ISBN 88-7819-386-0

Voci correlate[modifica]

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