Carlo Dossi
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Carlo Alberto Pisani Dossi (1849 – 1910), scrittore italiano.
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[modifica] Citazioni di Carlo Dossi
- Uomo e donna complètansi vicendevolmente, come il bottone e l'occhiello, come il violino e l'archetto, come il seme e la terra. (da La desinenza in A)
[modifica] Note azzurre
- L'uomo che sa leggere parla cogli assenti, e si mantiene in vita gli estinti. Egli è in comunicazione con l'universo – non conosce la noia – viaggia – s'illude. Ma chi legge e non sa scrivere è un muto. (n. 520)
- A molti non mancano che i denari per essere onesti. (n. 521)
- Date agli altri molta libertà se volete averne. (n. 665)
- Dicesi età dell'oro quella in cui oro non c'era. (n. 1316)
- Tutti gli uomini sono corruttibili: è questione di somme. (n. 1604)
- I bibliofili possessori di biblioteche di cui non volgono una pagina, si possono paragonare agli «eunuchi in un harem». (n. 1860)
- Che è l'onestà se non la paura della prigione? (n. 2008)
- La legge è uguale per tutti gli straccioni. (n. 2023)
- Ci fu data la lingua, sì, per parlare; ma anche i denti per tenerla assiepata. (n. 2239)
- Massimo segno della fine, è il principio. (n. 2481)
- Il gatto potrebbe chiamarsi lo scaldamani delle poverette. (n. 2565)
- Il pudore inventò il vestito per maggiormente godere la nudità. (n. 2720)
- Quanto sa, gl'impedisce di sapere quanto dovrebbe. (n. 3263)
- Chiedete un favore, sempre al dopopranzo — non fatene se non prima di pranzo. (n. 3269)
- Al fuoco della verità le obbiezioni non sono che mantici. (n. 3354)
- Il mondo non può sostenersi senza ingiustizia. (n. 3671)
- Molti hanno il talento di farsi odiare per poco. (n. 3796)
- Fra gli avvilimenti di un giovane d'ingegno, massimo è quello di andare a scuola e di subire gli esami. (n. 3816)
- Il salute verso chi starnuta, serve se non altro a incomincire una conversazione tra gente sconosciuta. (n. 3830)
- L'utopia di un secolo spesso diviene l'idea volgare del secolo seguente. (n. 4069)
- I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi. (n. 4971)
- L'uomo che dice male delle donne dice male di sua madre. (n. 5294)
- Il torto di molti ladri in faccia al pubblico e alla giustizia è quello di non aver rubato abbastanza per celare il furto. (n. 5446)
- La virtù è come la cimice. Perché esali il suo odore bisogna schiacciarla. (n. 5513)
- Anticamente migliaja di Dei parevano pochi; oggidì uno è di troppo.
- Ci sono "generi" nelle donne, ma non "caratteri".
- Dicono che la filosofia è la medicina dell'anima. Ammettiamolo. Ma insieme, ammettendone anche le sue conseguenze, diremo che la filosofia come la medicina è per i malati e non per i sani. Come la medicina poi è un veleno e ogni veleno, se in breve quantità, giova, in grande uccide.
- Il Diavolo ha reso tali servigî alla Chiesa, che io mi meraviglio com'esso non sia ancora stato canonizzato per santo.
- Il falso amico è come l'ombra che ci segue finché dura il sole.
- Il sorriso è alla bellezza, quello che il sale è alle vivande.
- Io non scrivo mai il mio nome sui libri che compro se non dopo averli letti, perché allora soltanto posso dirli miei.
- Non si diventa grandi uomini se non si ha il coraggio di ignorare un'infinità di cose inutili.
- Ogni dovere e diritto nasce e procede dall'istinto della propria conservazione.
- Scopo della burocrazia è di condurre gli affari dello Stato nella peggior possibile maniera e nel più lungo tempo possibile.
- Un libro indegno di essere letto una seconda volta è indegno pure di essere letto una prima. Vi ha gente che è sempre del parere dell'ultimo libro che legge.
[modifica] Incipit di alcune opere
[modifica] L'altrieri – nero su bianco
I mièi dolci ricordi! Allorché mi trovo rincantucciato sotto la cappa del vasto camino, nella oscurità della stanza – rotta solo da un pàllido e freddo raggio di luna che disegna sull'ammattonato i circolari piombi della destra – mentre la gatta pìsola accovacciata sulla predella del focolare, ed anche il fuoco, dai roventi carboni, dal leggier crepolìo, sonnecchia; oppure quando, seduto sulla scalèa che dà sul giardino, stellàndosi i cieli, sèntomi in faccia alla loro sublime silenziosa immensità, l'ànima mia, stanca di febbrilmente tuffarsi in segni di un lontano avvenire e stanca di battagliare con mille dubbi, colle paure, cogli scoraggiamenti, strìngesi ad un intenso melancònico desiderio per ciò che fu.
[modifica] La desinenza in A
O Pubblico, o solo mio Re, si fa porta. Due lire e tu sei in teatro. Animo! Risparmia un paio di guanti, un nastro, un fiore, un sacchettino di dolci, e ardisci di non scroccarmi il biglietto. Chi è mai, che con cinque centesimi in tasca, avrebbe tanta impudenza di domandare, per grazia, a un panettiere un panuccio? Non si paga, fors'anche, una sbornia che ti fa misurare la terra tre le fratellèvoli risa del prossimo? Non si paga un amplesso che ti lascia un rimorso? Non si paga perfino un rimedio che ti assassina il palato, e, peggio ancora, lo stomaco? Pubblico-Re, trattami almeno, ti prego, come tratti il tuo cuoco, il tuo sarto, il tuo erotico araldo. Né ti rattenga la pietosa paura di rivedermi, tua mercé, a tiro di quattro e col battistrada. Lo spirito costa molto olio. Siamo poi troppo signori per diventare mai ricchi.
[modifica] Goccie d'inchiostro
– Sempre diritto – rispose al conte Rinucci il vetturino, indicàndogli colla punta della frusta la bianca strada che, dinanzi a loro, montava, montava, internàvasi in un folto pineto e, serpeggiante ricompariva nell'interrotto fogliame – sempre diritto, voi non potete sbagliare.
Rinucci consultò l'orologio. Fra una mezz'ora la vettura doveva raggiùngerlo: proprio il solo tempo, stretto e necessario – come aveva già tartagliato nel suo gergo gallo– tedesco il camiciotto azzurro – di affettare una pagnotta alle pòvere bestie, di rinfrescarsi gli arrì! e di attaccare un cavallaccio di rinforzo.
Il conte approvò col gesto. D'un gran passo poi superata la larga striscia di fanghiglia che, nudrita da una sorgentella di aqua, traversava la strada, fermossi all'asciutto, si volse e stette aspettando la giòvine moglie che apparecchiàvasi a smontare dalla carrozza.
[modifica] Vita di Alberto Pisani
Degno di Paracèlso! È lo studio degli studi. Sente il tabacco, l'inchiostro e la citazione latina. È a tramontana, a terreno; è a volta da cui diè in fuori l'umidità. Tien le pareti, tutte a scaffali, con su spaventosi volumi in ramatina come il sospiro dei gatti. Ecco i dieci schienali arabescati di oro della rarìssima òpera "de nùmero atomorum"; presso, è la completa voluminosa sèrie delle gramàtiche (gramàtica, cioè a dire, il modo con cui si apprende a piedi il montare a cavallo); poi, raccolta delle più massiccie disputazioni... e quella sulla parola culex, e l'altra intorno alla lettera e considerata siccome còpula, e la arcifiera "sulla natura dell'aurèola del Monte Tàbor".
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