Carmelo Bene
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Carmelo Bene (1937 – 2002), autore e attore di teatro e di cinema.
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[modifica] Citazioni
- Per capire un poeta, un artista -a meno che questo non sia soltanto un attore- ci vuole un altro poeta e ci vuole un altro artista. (http://it.youtube.com/watch?v=DSf0G4lUV8I&NR=1)
- Il mio epitaffio potrebbe essere quel passaggio di Sade: mi ostino a vivere perché «Anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi». (citata da RaiNews 24, 16 marzo 2002)
- Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento. (da Autografia di un ritratto, in Opere, Bompiani, 1995)
- Sono apparso alla Madonna. (da un'intervista)[1]
- È decorazione l'arte, è volontà di esprimersi. (http://it.youtube.com/watch?v=AkcqYUg19Yg&feature=related)
- Il pensiero è un risultato del linguaggio. (http://it.youtube.com/watch?v=AkcqYUg19Yg&feature=related)
- Il teatro, il grande teatro è un non-luogo soprattutto, quindi è al riparo da qualsivoglia storia. È intestimoniabile. Cioè, lo spettatore per quanto Martire, testimone, nell'etimo (da marthyr), per quanti sforzi possa compiere lo spettatore, dovrebbe non poter mai raccontare ciò che ha udito, ciò di cui è stato posseduto nel suo abbandono a teatro. Ecco che l'attore non basta più, il grande attore nemmeno. Bisogna essere una macchina, eh..., come io (tra parentesi) l'ho definita, attoriale. Che cos'è una macchina attoriale?... Comunque deve essere amplificata... L'amplificazione è un strana cosa... L'amplificazione non è assolutamente [...] un ingrandimento, ma è come guardare questa pagina... Se io la guardo in questo modo, ecco, così, ecco... io vedo e così sento; ma se io avvicino questo [foglio], più l'avvicino, più i contorni svaniscono. I contorni svaniscono e non vedo più un bel niente.
- [...] Cos'è la macchina attoriale?... È la lettura, intanto, come nella poesia, nella concertistica,...
- Il teatro è nell'atto, cioè nell'immediato, in quello che un filosofo chiamò l'immediato svanire, la presenza e al tempo stesso, assenza. Questo è il superamento del grande attore. Cioè della macchina attoriale, di cui, ripeto, questo di Macbeth Orror Suite è soltanto una esemplificazione, tra le altre.
- Se io leggo, anche in concerto, ho bisogno di leggere, non per ricordare o nella presunzione che lo scritto corrisponda all'orale. No, v'è invece una profonda idiosincrasia tra scritto e orale... Lo faccio per dimenticare. La lettura come oblio. La lettura paradossalmente come non-ricordo.
- Lo spettatore deve solo abbandonarsi all'ascolto. Ma anche, non solo l'orecchio è ascolto, ma l'occhio è ascolto.
- Bisogna complicarsi la vita, ... diceva Eduardo. Ecco. Complicarsi la vita vuol significa crearsi una serie di handicap... Questa è la preparazione, al di là, a dispetto del testo. Non ci sono testi. A dispetto dell'umanesimo, del museo, dell'arte, sempre consolatoria, sempre decorativa. A dispetto della cultura... che, ha ragione Derrida, [...] nell'etimo ... deriva da colo, colonizzare... Quindi non c'è niente... a dispetto dell'intelligenza bisogna essere stupidi, infinitamente stupidi, per essere nell'abbandono.
- [...] credo di continuare un discorso laddove anche Antonin Artaud fallì. Io ho ripreso il discorso di Artaud, cioè quello della scrittura di scena, contro il testo; un testo, un teatro di testo, diceva Antonin Artaud, è un teatro di invertiti, di droghieri, di imbecilli, di finocchi; in una parola di Occidentali. [...] Dopo secoli, quattro secoli (già però ventilata in Shakespeare ed in tutto il teatro elisabettiano) [...] ecco finalmente la scrittura di scena. Una volta il testo veniva, viene tuttora, ahimè, in Occidente riferito; si impara a memoria; cioè è un teatro del detto, del già detto, ... e non del dire, che sconfessa il detto e si sconfessa anche in quanto dire. Si tende delle trappole il dire al dire stesso. Non è mai un dire del medesimo, comunque. Quindi la scrittura di scena è tutto quanto non è il testo a monte, è il testo sulla scena. Quindi, il testo ha la medesima importanza che può avere il parco lampade, la musica, un pezzo di legno, di cantinella qualunque, un barattolo. Questo è il testo nella scrittura di scena. Chiaramente affidata alla superbia dell'attore, dell'attore in quanto soggetto, non più dell'attore in quanto Io, cioè in quanto immedesimazione in un ruolo.
- [Il conduttore Bagnasco fa entrare alcuni critici, che dovranno partecipare alla discussione...] ... ahimè, partecipano anche troppo, non a questo incontro, ma soprattutto non partecipano a una mia sollecitazione perenne, laddove io mi sforzo di togliere, come artefice, il logos, cioè di togliere il senso sulla scena allo spettacolo, per recuperare un controsenso, dove da capire non ci deve essere nulla perché il teatro, in nome di Dio, ha da esser gioco e non pensamento, pensosità, quindi... cosa fa la mediazione critica? [...] Io li ho da sempre compresi... i signori critici ... È un mestiere veramente umiliante. [...] Il critico, diceva Léon Bloy, è «colui che ostinatamente cerca un letto in un domicilio altrui». [...] Ecco, c'è questo dissesto. Io sento il loro disagio. [...] [i critici non devono] occuparsi del mio teatro, della situazione di scena, già così difficile, dove da capire non c'è nulla, grazie a Dio, ed è depensata come l'italiano in Algeri. Io sono l'italiano in Algeri. [...] Ecco. Per depensare bisogna aver pensato. Cosa fa la critica? Riconduce tutto a un senso, a una visione di senso assai personale, cioè truccata da oggettività. Mentre, qualunque critica dovrebbe essere dipendenza, cioè, prima si qualifichi il critico. Non si dà critico, diceva Oscar Wilde, fuori dall'artista.
- [...] Ho detto, quando si parla di teatro del depensamento, cioè della sintesi lirica, [...] ma che presuppone tutta una filosofia a monte, e quindi, uno studio sul linguaggio, non sulla lingua [...] Ecco, allora i miei ventott'anni di scrittura di scena, documentatissimi, non devono poi tanto allarmare ...
- [...] la scrittura di scena [...] è altra cosa dal teatro di regia, è altra cosa dal teatro ripetitivo del testo a monte, cioè del detto. Quindi il detto e il dire. Una volta messo a monte, si capirà che la critica, qualunque intervento è posticcio, è un'appendice, è un'aggiunta.
- [...] col teatro non si scherza, in quanto lo scherzo è adulto e il gioco è infantile. Quindi un teatro del soggetto, dell'onnipotenza bambina del soggetto... gioca... I bambini non scherzano, giocano...
- [...] Io dico che nessuno è più qualificato, nessuno ha più studiato di me, Laforgue, in questo caso, ecco, l'ho studiato da più di vent'anni. Perché un critico non può, vedendo diecimila spettacoli, approfondire vent'anni, un autore per vent'anni. Non è possibile. [...] Non ammetto, quindi, questa spocchia del critico, il letterato che deve saperla più lunga del grandissimo attore. Il grandissimo attore la sa più lunga di lui, se no non sarebbe tale. Un attore incolto oggi non ha senso, non può occuparsi di scrittura di scena, non può fare la strada che io ho percorso, non può batterla. Non può essere il più grande attore d'Europa, come mi si dice, sulla scrittura di scena, se non è più colto dell'ultimo critico in sala.
- La libertà di stampa mi sta bene se è libertà dalla stampa.
- Non sono mai nato, non mi vergogno di essere nell'equivoco italiota, non mi interessano gli italiani. Qualunque governo come qualunque arte (o tutta l'arte borghese), tutta l'arte è rappresentazione di Stato, è statale. È uno stato che si assiste fin troppo, se no alla mediocrità chi ci pensa? La mediocrità, par excellence, è proprio lo Stato. Lo Stato dovrebbe smetterla di governare, ecco. Si può dare uno Stato senza governo, mi spiego? Non deve amministrare, deve lasciarlo fare a dei privati.
- Detesto anche la nazionale azzurra, però lo dico. Non me ne fotte nulla del Rwanda, però lo dico. Voi no, non ve ne fotte, ma non lo dite! Non sono eroico; me ne infischio di me stesso, del governo, della politica, del teatro...
- C'è troppa puzza di Dio.
- Parli con Heidegger e vada a fare in culo.
- Tieniti la tua coerenza, vecchio! Sono incoerente, come l'aere, più dell'aere!
- CB : – Carmelo Rocca è stato il direttore di questo defunto, fantasmatico, allucinatorio Ministero che sopravvive come l'araba [fenice] alla sua demolizione plebiscitaria: è stato abrogato dagli Italiani. Gli Italiani continuano ancora ad andare, sempre, a votare (votano, votano, votano) ma non si capisce perché votino. Per dare un senso a che cosa? COSTANZO : – "Ma quello è un fatto democratico". CB : – E quello è il guaio: non risolveranno mai niente con la democrazia. "Democrazia" nel senso di Hobbes, che la chiamava "demagogia". Fu il primo a chiamarla col termine giusto. [...] L'unica forma di governo che garantisca qualcosa è la democrazia, paradossalmente è la più accettabile (se ne occupa Cioran molto bene). Ma vi domando: che cosa garantisce una democrazia che una dittatura non possa garantire? Certo, garantisce qualcosa: l'invivibilità della vita. Non risolve la vita. Chi sceglie la libertà, sceglie il deserto. Se la democrazia fosse mai libertà. Ma la democrazia non è niente; è mera demagogia. Qualora noi meritassimo una libertà, dovrebbe essere affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro. Anche se non si scappa mai – questo è il discorso di Deleuze sulla letteratura minore, su Kafka – dalla catena di montaggio; non si sfugge mai. L'oppressione della catena di montaggio si fa sentire anche in famiglia, financo nell'amore, nella rivoluzione e soprattutto nell'entusiasmo: non si sfugge alla macchina. Queste non sono ciance (mi rivolge alla maggior parte, in sala, di imbecilli). [...] Ma non caschiamo nel solito sociale, nel mondano, nei dolori privati, pubblici; parleremo di assistenzialismo, magari... Carmelo Rocca, appunto, è il direttore generale dello spettacolo del Ministero del Turismo mancato, poi soppresso dagli Italiani, smaniosi sempre di dare il loro contributo all'urna elettorale (di pianto). [...] Rocca disse una volta davanti a Franco Ruggeri: -"Ma senti, di Carmelo Bene ce ne sta uno solo, chiaramente; gli altri sono tanti." -"Ma sono mediocri." -" D'altra parte" dice "di te ce n'è uno solo ma se non ci pensiamo noi (noi Ministero, noi spettacolo del governo), se non ci pensiamo noi, alla mediocrità chi ci pensa? Vi direi: "Meditate"; ma siccome appartiene alla bagarre della polemica del sociale, del mondano, allora: "Non ci pensate più. Dimenticate. Non ho detto niente".
- Io mi occupo (e – purtroppo o per fortuna – si occupano di me) solo dei significanti, i significati li lascio ai significati. [...] Noi siamo nel linguaggio e il linguaggio crea dei guasti; anzi è fatto solo di buchi neri, di guasti. "Codesto solo – dice l'Eusebio nazionale, cioè Eugenio Montale, però traducendo pari pari Nietzsche – oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo." E questo si può dire. Chi dice d'esserci è coglione due volte: primo perché si ritiene Io, secondo perché è convinto di dire; è coglione una terza volta perché è convinto di dire quel che pensa, perché crede che quel che pensa non sian significanti, ma sian significati, e che dipendano da lui, ma Lacan ha insegnato: "il significato è un sasso in bocca al significante". Qualcuno ha da obiettare questa definizione? La obietti con i lacaniani, la obietti con Lacan, la obietti con intelligenza, certamente! Ma per me l'intelligenza è miseria. [...] È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete. Voi sputate su Einstein, voi sputate sul miglior Freud, sull'aldilà dei principi di piacere; voi impugnate e applaudite l'ovvio, ne avete fatto una minchia di questo ovvio, in cambio della vostra. Ma io non vi sfido: non vi vedo!
- Non voglio essere interrotto da chi mi rompe i coglioni con l'essere e con l'esserci, non voglio parlare con l'ontologia; abbasso l'ontologia, me ne strafotto: parli col Professor Heidegger, non con me!
[Su un certo "sentimento anti-italiano" che sarebbe "l'ultimo snobismo di massa", risponde così:]
- Non mi vergogno d'essere nell'equivoco italiota. Non mi interessano gli Italiani, ecco. Qualunque governo, come qualunque arte, è borghese: tutta l'arte è rappresentazione di Stato, è statale. È uno Stato che si assiste fin troppo. "Se no alla mediocrità chi ci pensa?". La mediocrità, par excellence, è proprio lo Stato. Lo Stato dovrebbe smetterla di governare: si può dare uno Stato senza governo, mi spiego? [...] Me ne infischio del governo, della politica, del teatro soprattutto[...] Me ne frego di Carmelo Bene, io. Voi no, ma io sì. [...] Lo Stato italiano – nelle figure di Franz De Biase, oppure di Carmelo Rocca, oppure della Presidenza del Consiglio dei Ministri – si è sempre abusivamente, incompatibilmente, eccessivamente occupato (si è stra-occupato) del qui presente-assente, di me. Ne ha proprio abusato; non ne posso più di questa haute surveillance. Lo dico da quand'ero ragazzo. Io ho chiesto sempre allo Stato (nei libri, per iscritto, nelle carte da bollo, fuori delle carte da bollo): "Per favore, voglio essere trascurato"; sono "un poeta" da ragazzo, poi sono andato di là dal poeta, ero "un artista", poi l'arte l'ho riconosciuta borghese e ho visto che l'arte era Carmelo Rocca (infatti lui è "il Grande Ufficiale delle Arti e delle Lettere")... Troppa attenzione: con Eduardo [De Filippo] e Dario Fo Stato, alla mediocrità (ero pressoché ventenne) abbiamo cominciato una battaglia invocando la chiusura del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, l'abbiamo rimproverato di non trascurarci abbastanza. Oblio dello Stato, oblio di me. L'artista, soprattutto il genio, vuole essere trascurato. Fa di tutto per trascurar se stesso! Già è sfuggito alle apprensioni di sua madre (che non l'ha lasciato suicidare in una pozzanghera, che l'ha sempre trattenuto e fermato), alla fine viene un ministro – proprio poliziotto – che ti si attacca e non smette più. Dico che la mediocrità dei ministri deve campare, deve sopravvivere anche quella (se no, a quella mediocrità dello Stato, alla mediocrità di Stato, "chi ci pensa?"). Lo Stato si occupa della mediocrità della democrazia (cioè a 65 milioni di Italiani), 65 miolioni di Italiani (da imbecilli, cioè Italiani) votano questo Stato, che è il loro stato di cose, quello che è stato è Stato e quindi non è stato mai. E i fatti non sono se non nella stampa (nelle sue falsificazioni e omissioni). [Citando Derrida:] "La stampa informa i fatti non sui fatti." [...] Non sono boutade, è vero. Non fingo di interessarmi ai problemi della patria, all'Europa. A fare, come dice Derrida, questa "rimpatriata" (che poi Mitterand deve ancora spiegare a Jacques Derrida cosa vuol dire "essere a casa", "sentire odore di casa" entrando in Europa). Cos'è l'Europa? Di quale colonizzazione si tratta? Di colonizzare noi stessi? Altri? I popoli? Me ne fotto dei popoli, non mi interessa. Tutto quello che sconfina dal sangue e lo sperma, e sconfina oltre, aldilà degli orizzonti adolescenti tramontati... ma mi interessava una volta, adesso nemmen quello. [...] Io ignoro. Io sono la mia s'ignora. Sono s'ignorante, sono un Signore. Diceva Flaiano, a scuola "Sempre caro mi fu quest'ermo colle" diventa "Questa collina mi è sempre piaciuta"! Istruzione "obbligatoria"? Ma che siamo in Siberia? Ma perché bisogna istruirsi? Su che cosa? E poi chi deve istruirmi? Lo Stato? E chi è lo Stato? Ma chi l'ha votato questo Stato? Chi l'ha eletto? Come dice Deleuze, c'è un potere del teatro che è peggiore del potere dello Stato. [...] Non sono dalla parte del potere, non ho poteri. Io sono incoerente come l'aere, più dell'aere.
- Bisogna fare di sé dei capolavori. [...] Nietzsche è impazzito, ma se l'è meritato. Qui invece di pazzi ne abbiamo fin troppi che non se lo sono sudato, non se lo sono guadagnato. Questo è il discorso. E sono squallidi, mediocri. Come i nostri governanti, i vostri governanti.
- In teologia si danno solo domande, non risposte. [...] Lei non può parlare di Dio con Dio.
- Fare un forno, in teatro, vuol dire che non c'è nessuno. Quando facevo gli esauriti (quando ero esaurito io), dicevo: "Stasera è un bel forno!" Perché c'era la gente anche in piedi. Da soli è una ressa (come diceva Alberto Savino, "Due uomini fanno appena, oggi, una rissa" di questi tempi ormai in-drammatici e non più tragici). Io ho tanto disappreso. Non vi auguro di disapprendere tanto. Io applico quella agape schopenhaueriana – cioè quella compassione che non è cristiana, diciamo è più stoica, anzi è più gnostica, ecco – nei confronti della maggior parte di voi, meschini.
- [gli viene sottoposta da un giornalista una sua frase in merito a Totò Riina e Poggiolini. Bene risponde con amarezza:] In questa acquiescenza, in questo nullismo, in questo bagno di omologazione di Stato – purché si accetti aldilà del bene e del male, aldilà della coscienza applicata, aldilà della demagogia democratica, aldilà della democrazia in tutti i sensi deprimente e depressa, aldilà di nostalgie imbecilli di tiranni, etc. – io trovo davvero che Poggiolini e Riina abbiano un magnete, un carisma (o càrisma che dir si voglia) che non hanno tanti condomini della nazione italiana. L'Italia è un condominio di piattume, di piattole rompicoglioni, insensate e squallide. Insignificanti. Non mi interessa il simbolico come linguaggio artistico, non mi interessa la poesia, il poetico, non mi interessa l'anima bella, non mi interessa nemmeno il quotidiano come linguaggio; mi interessa quale linguaggio? Il secondo: mi interessa il patologico. Riina e Poggiolini sono due sommi casi patologici. E in un'epoca che non produce più niente di umano, essi sono forse i due soli uomini degni della mia attenzione. Patologica attenzione, del mio studio clinico, del mio tributo. Tutto qui.
- [In un interessante - tra gli altri - passaggio, assimila profondamente e precisamente l'osceno al porno, dicendo che]nell'etimo, os-schené [è] "fuori scena", il porno come eccesso, l'au-delà del desiderio, nevvero? [...] Il porno si instaura alla morte del desiderio. Morto, sacrificato l'Eros, l'aldilà del desiderio, quando tu fai qualcosa aldilà della voglia, la voglia della voglia: questo è il porno. È una svogliatezza. Il più grande pornomane, pornografo, è Franz Kafka, non è Sade. [...] Io mi considero nel porno. Il porno è il manque, l'altrove, il quanto non è, il quanto ha superato se stesso, è quanto non ha voglia, è quanto non "gli tira" (pur tirando, non tira – è stirato, per sempre).
- Una volta tanto, in questa trasmissione, si sta parlando davvero di cazzate, finalmente. Era l'ora di riconoscere che si parla sempre di cazzate! Questa sera stiamo dicendo che non stasera son cazzate, ma che sempre si parla soltanto di parole, cioè di cazzate. Senza che si offenda il fallo.
- Ci sono cose che devono restare inedite per le masse anche se editate. Pound o Kafka diffusi su Internet non diventano più accessibili, al contrario. Quando l'arte era ancora un fenomeno estetico, la sua destinazione era per i privati. Un Velazquez, solo un principe poteva ammirarlo. Da quando è per le plebi, l'arte è diventata decorativa, consolatoria. L'abuso d'informazione dilata l'ignoranza con l'illusione di azzerarla. Del resto anche il facile accesso alla carne ha degradato il sesso.
- Con Benigni siamo amici da anni. Lui è grande nel "buffo", ma lasciamo stare il "comico". I buffi sono concilianti, rallegrano la corte e le masse. Il comico che interessa a me è un'altra cosa. Cattiveria pura. Il ghigno del cadavere. Il comico è spesso involontario. Specialmente quando si sposa con il sublime.
- È tutta la vita che tolgo di scena il burattino, l'incubo di un pezzo di legno che ci si ostina a voler farcire con carne marcia. Precipitare nell'umano – che parola schifosa – questa è la disavventura. Gli anatomisti gridano al miracolo quando parlano del corpo umano. Ma quale miracolo?! Un'accozzaglia orrenda, inutilmente complicata, piena di imperfezioni e di cose che si guastano.
- Il corpo implora il ritorno all'inorganico. Nel frattempo non si nega nulla.
- In quanto al mio amico Vittorio Gassman, gli dissi una volta scherzando: "Non puoi accontentarti di essere il meglio del peggio, cioè il pessimo".
- Io sono già dimenticato, meglio ancora ignorato, in vita. Mi hanno promesso a Otranto i funerali da vivo. Non c'è bisogno di consegnare un cadavere in pubblico per meritare la dimenticanza.
- La voce dell'opera si è fermata con la Callas, una perfezionista, nel senso che perfezionava i suoi difetti, come tutti i geni. Trovare e cestinare. Di questo si tratta.
- Me ne fotto di quel che mi riguarda. Malati gravi si è per definizione.
- Nelle aristocrazie il principe non si fa eleggere, è lui che elegge il suo popolo. In democrazia il popolo è bastonato su mandato del popolo. È la pratica certosina dell'autoinganno. Si dice che il trenta per cento sia astensionismo. Nego, tutto è astensionismo. Sono comunque voti sprecati.
[modifica] Vita di Carmelo Bene
- Andiamoci piano con questa storia che un bel giorno si nasce. Non è così scontato. In quegli anni [Anni '30] venire al mondo e farla franca era come scampare ad Auschwitz. La gestante era una signora a rischio, destinata quasi sempre a perire. Lei o il bambino. Qualche volta entrambi. [3]
- [La poesia è] Distacco, lontananza, assenza, separatezza, malattia, delirio, suono, e soprattutto, urgenza, vita, sofferenza. È l'abisso che scinde orale e scritto.
- È la folla come fallo, è l'errore di massa. Non l'erranza. È finita quell'erranza, il nomadismo, il pensiero. Dove c'è qualità si muore. Si tocca il filo rosso. Crepi. È cortocircuito.
- Gli impiegati andrebbero murati in casa. La domenica. Murare le finestre. Magari non in cemento, con dei mattoni forati. Quando vanno al lavoro possono sbizzarrirsi. Inalare qualche boccata di smog. Altro che verdi. Ecologicamente, la presa d'aria deve essere letale.
- I giornalisti sono impermeabili a tutto. Arrivano sul cadavere caldo, sulla partita, a teatro, sul villaggio terremotato e hanno già il pezzo incorporato. Il mondo frana sotto i loro piedi, s'inabissa davanti ai loro taccuini e tutto quanto per loro è intercambiale letame da tradurre in un preconfezionato compulsare di cazzate sulla tastiera. Cinici? No frigidi. [4]
- Il fatto di essere nati [Negli anni '30] costituiva di per sé un'impresa. Sopravvivere ai tumulti dell'utero, a questo natale bellico, allora funesto nel novanta per cento dei casi. Più che nato, sono stato abortito. Ecco, io mi considero a tutti gli effetti un aborto vivente.[5]
- L'intrattenimento ormai è demandato alle casalinghe, traslocate dal bordello domestico a quello televisivo.
- [La letteratura] Maggiore o minore è, comunque, non soltanto menzogna, è chirurgia scongiurata, devitalizzata, guazzabuglio di vita simulata.
- [Le donne] Le trovi puttane e le lasci un secondo dopo madri e, negli intervalli dell' "accanimento matrigno", irreversibilmente depresse, toccate dall' "angoscia inconoscibile".
- Si nasce e si muore soli, che è già un eccesso di compagnia.
- Un grande artista, se davvero se ne sbatte dell'arte lasciandola a quello che è, ingloriosa defecazione, si pone per quello che è, un pericolo pubblico, un criminale. In questo senso, sono stato, sono un criminale. Ho sempre cercato il mio patibolo. Il cemento delle teste vuote contro cui andarmi a disintegrarmi. Mai cercando il sociale.
- Disprezzo i giovani di questi ultimi trent'anni. Tutto il lager schiamazzante delle rivolte studentesche. Questa sciagurata età (tutt'altro che oisive) pericolosamente volitiva. Mummie foruncolose e imbellettate che, con la scusa di rivendicare e accattonare un mutamento, una riforma o altro, nidificano nell'autoconservazione. Questa perpetua assemblea è il confort della bestialità del branco. Di giovinazzi e giovinazze che, invece di sequestrare se stessi, "desiderando" (è l'etimo di "studio") e progettando in tutto privato, s'illudono di "okkupare" una scuola pubblica allo scopo cretinissimo di conferirle "dignità" ed "efficacia" innovativa.[6]
- Era un metodo [metodo Sharoff] fondato sul risveglio dei sentimenti. Per commuoverti dovevi fare cose turpi, come pensare che tua madre era morta. Stanislavskj beato. Io a mia madre volevo molto bene, m'aveva pure concesso di iscrivermi all'accademia, ma pensarla cadavere mi ripugnava, e comunque non mi risvegliava un bel niente. Non mi faceva piangere. La morte, in generale, non mi ha mai fatto piangere. È così incipiente. È un incipit.[7]
- Non ero (e non sono) ancora mai stato a teatro. Per me il teatro era solo quello d'opera, il "Margherita" a Bari, l'Arena a Verona, a Roma "Caracalla", il "Politeama" di Lecce. Mi ci portavano i genitori, appassionati di lirica, quando andavamo in villeggiatura. Il teatro era cantato. Lo vedevo e soprattutto lo ascoltavo in radio. Ignoravo il teatro di prosa. E non ho mai più smesso di ignorarlo.[8]
- Il culto della donna gravida, della puerpera e della mamma, è la più manicomiale abiezione della razza umanoide. Questa efferata "matrice" preferirei ammetterla come madre di Dio, purché fosse disposta a dimettersi come matrice dell'uomo.[9]
- Insieme a Eduardo, progettammo all'epoca un film da La serata a Colono, il capolavoro della Morante, vertice della poesia italiana del Novecento. Sorbendo il tè nel suo attico al centro, Elsa ci sollecitava a realizzarlo, ritenendoci gli unici in grado di farlo. Testimone allora Carlo Cecchi, che fu vicino alla Morante nei giorni estremi del coma. Ricoverata in questa clinica da quattro soldi, senza più l'uso delle gambe, in miseria, dimenticata da tutti. Aveva rifiutato anche il televisore. Voleva restare lucida sino in fondo. Non so bene se e cosa Moravia abbia fatto per Elsa. L'unica cosa che ho sempre rinfacciato ad Alberto è di non aver saputo impedire quello scempio vano delle collette pubbliche e degli appelli umanitari nei giornali. (1998, p. 298)
[Carmelo Bene, Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani 2005]
[Carmelo Bene - Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani, Milano, 1998. ISBN]
[modifica] Citazioni tratte dalle opere di Carmelo Bene
[modifica] Hermitage
- Cara, è un divino errare. Ma destino ti accompagnò alla mia casa. Il passato tuo e mio non conta più. Quindi devi tornare. Credimi. Tuo.
- [...] Troppo tardi apprezzava il suo cristianesimo, tardi, se non sapeva più peccare. Non era in grado nemmeno di godere quella negazione ormai a lui congeniale. Non era più felice di soffrirla dinanzi all'incomprensione levantina del suo imperatore...
- [...] Ma stanotte, tu stai per apparire agli occhi della folla, nelle vie bagnate di zafferano punico, tra il clamore delle coorti, nel mezzo delle torce numerose, come i bei desideri, sopra un carro trainato da elefanti bianchi, così alto che abbatteranno gli archi al tuo passaggio...
- Questo voler dir tutto in un racconto – che ridere! – la vita breve.
- Ieri come oggi. Prendere dieci in storia per far contenta sua madre, o uccidere sua madre per far contenta la storia...
- Cara mamma, io sto bene, lavoro molto. Ti abbra... ...Basta! è finita con chi mi vuole bene.
[modifica] Lorenzaccio
- Lorenzaccio è quel gesto che nel suo compiersi di disapprova. Disapprova l'agire. E la storia medicea, dispensata, non sa di fatto stipare questo suo (–) enigma eroico; ha subìto e glorificato di peggio, questa Storia. Ma le cose son due: o la Storia, e il suo culto imbecille, è una immaginaria redazione esemplare delle infinite possibilità estromesse dalla arbitraria arroganza dei 'fatti' accaduti (infinità degli eventi abortiti); o è, comunque, un inventario di fatti senza artefici, generati, cioè, dall'incoscienza dei rispettivi attori (perché si dia un'azione è necessario un vuoto della memoria) che nella esecuzione del progetto, sospesi al vuoto del loro sogno, così a lungo perseguito e sfinito, dementi, quel progetto stesso smarrirono, (de)realizzandolo in pieno. [10]
[modifica] Lorenzaccio (versione italiana e riduzione da A. Musset)
- FILIPPO – Avresti deificato gli uomini, se non li disprezzassi.
LORENZO – Ma io non li disprezzo, li conosco. Ve ne sono pochi pessimi, molti vigliacchi e tanti indifferenti.
FILIPPO – Sono contento. Sì, mio malgrado, mi batte il cuore.
LORENZO – Meglio così.
FILIPPO – ... Neghi forse la storia del mondo intero?
LORENZO – No, non nego la storia, ma io non c'ero. [11]
[modifica] Nostra signora de' Turchi
- "Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno vista la Madonna"
Io sono un cretino che la Madonna non l'ha vista mai" ...
[...] Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: miracolo è la trasparenza
[...] I cretini che non hanno visto la Madonna, hanno orrore di sé, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne – in convenevoli del quotidiano fatti preghiere, – e questo porta a miriadi di altari
[...] I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all'assoluto comunque. Essere più gentili dei gentili. Essere finalmente il più cretino. Religione è una parola antica. Al momento chiamiamola educazione. [12]
[modifica] Credito Italiano V.E.R.D.I.
Se il mondo fosse la visione che ne abbiamo e non quella che il mondo ha di noi saremo forse più riservati.[13]
[modifica] S.A.D.E.
- Sono il servo dell'insolito, | condannato all'erezione | complicata d'un padrone | libertino, si vedrà ... | ino ino ino ino ...||Complicato è il mio padrone | nell'orgasmo (nell'orgasmo) si vedrà! ... [14]
[modifica] Sono apparso alla Madonna
- V'era (v'è) dunque, un apparire della voce che sempre si verifica se conferisci c o n, se parli a.
-
- Quand'io incominciai a render vano
- l'udire ...
mi diceva la voce, il mio interno cantar l'ascolto, e, ventilata da un'ala d'emicrania, la mia mente d'altrove profondava nel sud del Sud dei santi; ma depensata lieve in mongolfiera in celeste balìa sull'infinito del mare stanco. [15]
[modifica] Ritratto di Signora
- [...]
SEMPRELEI – Non credo un niente! Tu non vuoi morire. Hai paura. Hai paura della moda! Son così indaffarata che non ho saputo odiarti come tu volevi. Poveraccio! Ed è tutto, poveraccio! Provane un'altra! Cosa non vuoi da me!...
LUISOLO – Lo sai, Maria, non scrivo più da tanto ...
SEMPRELEI – Poveraccio, non basta ... per non pensare a niente! Non basta: Guarda me. M'hai scritta tu. Se ti sono sfuggita dalla penna, perché non credermi? Perché ostinarti a rileggere questo errore più grande di te? Straccia il tuo compito da sufficienza in mille pezzi, in mille compitini senza senso ... Credimi e sarò un'altra che non c'è. Mi penserai tra gli angeli, tra gli infiniti azzurri modi di dire che non pensiamo a niente! [...] [16]
[modifica] Hamlet Suite
Povero pallido individuccio
che non crede che al suo io che a tempo perso
Vidi svanire la mia fidanzata
portata via dal corso delle cose
Così lo spino vede sfogliarsi
col pretesto che è sera
le sue più belle rose. ...[17]
Esser celebri lontano da qui! Oh, cara aurea mediocritas! Ma l'arte è tanto grande, ...e la vita così breve!
[modifica] Pentesilea
... Madre era meglio che tu restassi
tra le immortali nel profondo giù
del mare
che una mortale Pelèo sposasse
Anche a te sarà strazio
infinito nel cuore
ché morto il figlio non potrai abbracciare
ché l cuore Questo non mi spinge questo
a vivere tra gli uomini
ché il cuore Questo non mi spinge a stare
Tè vicina la morte come dici
Ma qui non v ha ritorno ha da coprirmi
la terra
Madre Un Dio m ha forgiato le armi
immortali Le armi immortali
ma terribile sento
penetrare le mosche
ne le piaghe del ferro brulicare
vermi sfigura il corpo
Questa La Vita è morta
Questa la carne tuttane marcisce [18]
[modifica] 'L mal de' Fiori
Voce mia tua chissà chiamare questo Mia tua chissà la voce che chiamare ventilato è suonar che ne discorre in che pensar diciamo e siamo detti vani smarriti soffi rauchi versi prescritti da un voler che non si sa disvoluto e alla mano intima incisi s... egni qui divertiti disattesi sensi descritti testi d'altri che morti fiati dimentichi 'n mia tua chissà la voce Noi non ci apparteniamo È il mal de' fiori Tutto sfiorisce in questo andar ch'è star inavvenire Nel sogno che non sai che ti sognare tutto è passato senza incominciare... 'me in quest'andar ch'è stato
[modifica] Citazioni su Carmelo Bene
- Io ho visto il debutto di Carmelo Bene in palcoscenico, a Roma, il famoso Caligola, che era quasi uno spettacolo tradizionale. Non era lui il regista, però abbiamo capito subito che era un attore straordinario e che avrebbe fatto bene al teatro. [...] E io ho scritto subito un articolo sul Times di Londra, dicendo questo era un nuovo uomo di teatro eccezionale. La cosa ha fatto un po' scandalo a Roma perché dicevano: "... ma come il Times parla di questo cialtrone?..." Poi questo cialtrone sarebbe diventato una icona della cultura italiana. (John Francis Lane, La voce che si spense, op. cit.)
- I nostri spettacoli erano sempre molto osteggiati, dalla critica, dal pubblico, da tutti, [...] (Lydia Mancinelli), La voce che si spense, op. cit.)
- [...] e cercavo un lavoro. e mi dicevano "... ma lei cosa ha fatto?..." "Carmelo Bene". "Beh, allora non se ne parla nemmeno...". (Carla tatò, La voce che si spense, op. cit.)
- Noi facevamo tanti spettacoli ogni stagione, almeno tre o quattro, con i nostri mezzi [...] per avere sempre critica, per avere una risonanza. Questo dal 64 al 68. [...] E la mattina all'uscita dei giornali, era sempre un'attesa perché si sperava che qualche critico si accorgesse e ne parlasse bene. [...] La lotta di Carmelo Bene è stata una lotta contro i critici. Io gli dicevo "... ma lascia stare, fregatene..." ma non poteva perché diceva "...no, mi danneggiano [...] almeno si limitassero a spiegare la storia, aiutassero il pubblico" ..., invece erano solo stroncature. (Lydia Mancinelli, La voce che si spense, op. cit.)
- Più sociale nonostante tutto il teatro, più asociale il cinema e con una straordinaria e singolarissima autonomia di linguaggio la televisione. Riconquista della parola e del volto nell'era della più degradata spettacolarità, che ha strappato alla parola il suo potere abusandone e ridicolizzandola, e al volto la sua anima omologando le facce nella faccia unica d'una massa che crede di essere in quanto grida. (Goffredo Fofi) [20]
- Io credo nella necessità di una certa follia [...] Carmelo Bene mette nel suo amore per il teatro una notevole mancanza di raziocinio, ed è per questo che i suoi spettacoli, persino al limite dell'indignazione, hanno qualcosa di impensabile e di affascinante. [...] C'è insomma in Carmelo Bene, una volta avviato il giuoco, quasi il proposito di soffocare le sue felici intuizioni nella routine del bizzarro [...] Detesto chi fa i baffi alla Gioconda, ma non ho niente da dire a chi la prende a pugnalate. (Ennio Flaiano) [21]
- [Patroni Griffi ...] se la prende col pubblico di "malpensanti" che va a vedere gli spettacoli di Carmelo Bene nella speranza di assistere ad uno scandalo, come se per assistere ad uno scandalo, in questo paese, sia indispensabile andare a teatro. (Ennio Flaiano) [22]
- È probabile che un giorno il successo convincerà Carmelo Bene di aver sbagliato tutto, il successo può arrivare fatalmente in una "civiltà di consumi" che adotta e riconosce con furia come proprie le novità che appena ieri riteneva aliene e sovvertitrici. (Ennio Flaiano) [23]
- Un teatro nuovo come "scandalo", per gli anni sessanta: con Carmelo Bene che, misteriosamente, chissà per quali vie, parte da zone contestative del linguaggio drammaturgico tradizionale, e che sul piano interpretativo si muove su filoni non immedesimativi; il linguaggio drammaturgico sradicandolo egli dal testo letterario o da un materiale di prestito, senza alcun rispetto della qualità e della quantità, con una dolce irriducibile violenza e con una persuasiva radicale manipolazione, per un segreto efficace istinto di rinnovata teatralità, in modo da non farne un pretesto di restauro o di modernizzazione, e cioè soltanto allo scopo di stenderlo come materiale di scena in vista di una scrittura scenica diversa [...] (Giuseppe Bartolucci) [24]
- Le opere di Bene sono brevi, nessuno sa finire meglio di lui. Egli detesta ogni principio di costanza o di eternità. di permanenza del testo: "lo spettacolo comincia e finisce nel momento in cui lo si fa". E così, esse finiscono con la costituzione di un personaggio, non hanno altro oggetto che il processo di tale costituzione, e non vanno oltre. Finiscono con la nascita mentre in genere si finisce con la morte. (Gilles Deleuze) [25]
- Carmelo Bene ha una profonda avversione per le formule dette d'avanguardia. Si tratta invece di un'operazione più precisa: si comincia col sottrarre, col detrarre tutto quanto costituisce elemento di potere, nella lingua nei gesti, nella rappresentazione e nel rappresentato. [...] Si detrae dunque o si amputa la Storia e il marchio temporale del potere. Si toglie la struttura perché è il marchio sincronico, l'insieme dei rapporti tra invarianti. Si tolgono le costanti, gli elementi stabili o stabilizzati perché appartengono all'uso maggiore. Si amputa il testo, perché il testo è come il dominio della lingua sulla parola, e testimonia ancora un'invarianza o un'omogeneità. Si sopprime il dialogo, perché il dialogo trasmette alla parola gli elementi del potere, e li fa circolare [...] (Gilles Deleuze) [26]
- Essere uno straniero, ma nella propria lingua... Balbettare, ma essendo balbuziente nel linguaggio stesso, e non soltanto nella parola... Bene aggiunge. parlare a se stesso, e non soltanto nella parola, ma in pieno mercato, sulla piazza pubblica... [...] Balbettare, in genere, è un disturbo della parola. Ma far balbettare il linguaggio è un'altra cosa. Significa imporre alla lingua, a tutti gli elementi interni della lingua, fonologici sintattici, semantici, il lavorio della variazione continua [...] ... essere straniero nella propria lingua... Ciò non vuol dire parlare come un irlandese o un rumeno parlano francese. [...] È imporre alla lingua, in quanto la si parla perfettamente e sobriamente, quella linea di variazione che farà di ognuno di noi uno straniero nella sua propria lingua, o della lingua straniera, la nostra, o della nostra lingua, un bilinguismo immanente per la nostra estraneità. (Gilles Deleuze) [27]
- È curioso che si dica di Bene: è un grande attore, complimento misto a rimprovero, accusa di narcisismo. L'orgoglio di Bene sta più nel far scattare un processo di cui egli è il controllore, il meccanico o l'operatore (egli stesso dice: il protagonista) piuttosto che l'attore. Partorire un mostro o un gigante... (Gilles Deleuze) [28]
- Non si tratta di un anti-teatro, di un teatro nel teatro, o che neghi il teatro... ecc.: Carmelo Bene ha una profonda avversione per le formule dette d'avanguardia. Si tratta invece di un'operazione più precisa: si comincia col sottrarre, col detrarre tutto quanto costituisce elemento di potere, nella lingua e nei gesti, nella rappresentazione e nel rappresentato. E non si può nemmeno dire che sia un'operazione negativa in quanto dà inizio e mette già in moto tanti processi positivi. Si detrae dunque o si amputa la storia, perché la Storia è il marchio temporale del Potere. Si toglie la struttura perché è il marchio sincronico, l'insieme dei rapporti tra invartianti. Si tolgono le costanti, gli elementi stabili o stabilzzanti perché appartengono all'uso maggiore. Si amputa il testo. Si amputa il testo, perché il testo è come il dominio della lingua sulla parola, e testimonia ancora un'invarianza o un'omogeneità. Si sopprime il dialogo, perché il dialogo trasmette alla parola gli elementi del potere, e li fa circolare [...] Ma cosa resta? Resta tutto, ma in una nuova luce, con nuovi suoni, con nuovi gesti. (Gilles Deleuze) [29]
- Tutte le dichiarazioni d'orgoglio di Carmelo Bene sono fatte per esprimere qualcosa di molto umile. E anzitutto che il teatro, anche quello che sogna, è poca cosa. Che evidentemente il teatro non cambia il mondo e non fa la rivoluzione. Carmelo bene non crede all'"avanguardia". E tanto meno crede a un teatro popolare, a un teatro per tutti, a una comunicazione dell'uomo di teatro e del popolo [...] (Gilles Deleuze) [30]
- L'attore è un vivo che si rivolge a dei vivi, ma, in particolare nel repertorio classico, deve cessare di essere tale per apparire come contemporaneo del personaggio, simile a un morto tra i vivi [...] (Pierre Klossowski) [31]
- E devo dire che quando si è vista una volta una rappresentazione di Bene, nella almeno triplice partizione di attore-autore-regista, non si ha più voglia di vedere gli altri, quale che sia il loro nome o la loro prestazione, tanto incolmabile diventa la differenza tra una personalità drammatica quale è la sua, e un interprete qualsiasi. (Jean-Paul Manganaro) [32]
- Il grande attore – il suo teatro – non può avere ascendenze o discendenze; è diseredato di se stesso, perché è unico come fenomeno, è anzi il fenomeno dell'unico.
Il testo di Carmelo Bene non significa nulla perché non significa là, dove lo si aspetta (è contro ogni aspettativa), ma significa altrove (è sempre e smisuratamente de-portato), sconvolto da passaggi erranti e peregrinazioni [...] (Jean-Paul Manganaro) [33] - Il teatro di Bene è grande in quanto mostra l'indicibile attraverso il detto. Non potendolo proferire, il che equivarrebbe a tradurlo nei modi troppo umani dell'espressione, ne fa brillare l'epifania silenziosa dis-dicendo il flusso dell'oralità. (Umberto Artioli) [34]
- Non abitare in nessun luogo, fabbricare il deserto, sparire come creatura; la vertigine dissociatoria che caratterizza la scena di Bene è l'equivalente della notte oscura dei mistici, la notte in cui ci si affida inermi al fascinans e al tremendum dell'esperienza interiore. (Umberto Artioli) [35]
- Carmelo Bene sa perfettamente che udire non è andare dal suono al senso, e che non basta articolare la parola al rumore per sbarazzarla del senso. Sa che l'udire ci situa immediatamente nella regione del senso, e che per perdere il senso occorre anche perdere il suono del senso. (André Scala) [36]
- Teatro: "luogo" dell' entre-deux che non dà luogo ad alcun senso, ad alcuna rappresentazione, ad alcun linguaggio.
Questa dimensione barbara e originaria del teatro, per sottrarsi alla rappresentazione, trova il proprio tempo nell'acronia, e per eccedere lo spettacolo si fa spazio dello straripamento, è quella aperta dal teatro di Carmelo Bene. Dal momento che il suo tempo [...] eccede la realtà, lo spazio e i corpi, questa dimensione non ha luogo in uno spazio dato [...] ma in quello straripamento del tempo e quello smarginamento dello spazio che è l'attorialità.
L'attorialità: evento del non-luogo, ritrarsi attivo della presenza, espropriazione del soggetto: antispettacolo. (Camille Demoulié) [37] - Toccati per Bene, poesia, letteratura, musica, cinema, radio e televisione, non importa se strumenti o forme, hanno resuscitato ogni volta e in ogni modo una teatralità altrimenti impossibile. (Piergiorgio Giacché) – [38]
- La macchina C.B. ha eliminato una volta per tutte una canonizzata distorsione secolare: nella dismemoria, nella lettura per potere dimenticare, nel dimenticare per esibire platealmente i precipizi della decisione e dell'azione, C.B. concorda ancora una volta con l'antica poiein della tragedia attica. (Edoardo Fadini) [39]
- [...] una specie di fine; di fine anticipata del cinema di Carmelo Bene, anche se poi sono venuti altri film, che è questo "non voglio più vedere nulla", questo "Basta", questa fine della luce, questa fine della visione. (Enrico Ghezzi) [40]
- Con Carmelo si tendeva sempre a creare l'immagine, non ci si poteva accontentare di fotografare soltanto, di riprendere senza intervenire con colori rinforzati dai filtri, senza usare la cinepresa come un organo prensile (Mario Masini) [41]
- Mi ha chiesto in fin di voce di aggiustargli la coperta di lana sulle gambe. "Le gambe non le sento più". Di piegare i quattro orli, tutti allo stesso modo, simmetrici. L'ho fatto senza chiedermi perché, era tempo perso con lui chiedersi perché. Solo dopo aver controllato che tutto fosse al suo posto, si è abbandonato con le mani intrecciate sul petto. "Adesso voglio dormire", le sue ultime parole rivolte a Luisa, la compagna insostituibile degli ultimi anni. E si è preparato a morire. Somigliando impeccabilmente ai comatosi che aveva tante volte spiato nelle foto di guerra di David Harali, nelle poesie di Gozzano, nei Cristi di Mantegna, nei racconti di Poe e nei manuali di psichiatria di Krafft-Ebing. La morte migliore possibile, vegliato dal brusio delle donne che lo amano e che lo hanno amato, la femminile disattenzione che da sempre scortava i suoi eroi morenti di scena. (Giancarlo Dotto) [42]
- Non c'è un dopo Carmelo Bene. E non perché alla morte di un personaggio grande e di una persona cara si voglia assurdamente fermare il tempo, ma perché non c'entrava per nulla con il "nostro" tempo. (Pier Giorgio Giacché) [43]
- La vera funzione politica del teatro di Carmelo era quella, presumo, di dividere la città e di mettere a repentaglio il luogo comune che tiene insieme la comunità umana: il linguaggio. (Romeo Castellucci) [44]
[modifica] Note
- ↑ Titolo di un'autobiografia edita da Longanesi nel 1983. A tal proposito, Piergiorgio Giacché scrive nella postfazione all'edizione Bompiani del 2005: «Sono apparso alla Madonna è l'esperienza e la frase che Carmelo ha scelto come titolo e come vertice della sua prima autobiografia. Una frase che non ha mai amato ripetere – lui che amava repertoriare e ribadire le sue battute migliori — ma che tutti invece ripetono quando pensano a Carmelo. La ripetono avversari o complici — è lo stesso — come fosse il massimo della provocazione o della dissacrazione, spesso dimenticandosi (gli uni e gli altri) che Carmelo è sì il campione teatrale della libertà ma anche il maestro della verità del teatro. E in verità e in teatro non ha senso ripetere una frase come quella, poiché 'sono apparso alla Madonna' non è mai stato un dire ma un fare di Carmelo Bene, un evento che ha segnato il corpo del suo attore e il corpus delle sue opere; apparire alla Madonna è diventato complemento della sua grazia e compimento del suo genio».
- ↑ video su You Tube - a cura di Pietro Ruspoli & Tonino del Colle
- ↑ C. Bene e G. Dotto, Vita di Carmelo Bene..., op. cit., cap. I (SI NASCE), p. 7
- ↑ C. Bene e G. Dotto, Vita di Carmelo Bene..., op. cit., cap. III (LE COSE CHE NON SONO), p. 76
- ↑ C. Bene e G. Dotto, Vita di Carmelo Bene..., op. cit., cap. I (SI NASCE), p. 7
- ↑ C. Bene e G. Dotto, Vita di Carmelo Bene..., op. cit., cap. I (SI NASCE), p. 26
- ↑ C. Bene e G. Dotto, Vita di Carmelo Bene..., op. cit., cap. II (IL DEBUTTO), p. 44
- ↑ C. Bene e G. Dotto, Vita di Carmelo Bene..., op. cit., cap. I (SI NASCE), p. 41
- ↑ C. Bene e G. Dotto, Vita di Carmelo Bene..., op. cit., cap. IV (LA DONNA BAMBINA), p. 91
- ↑ Carmelo Bene, Opere con l'autob. op. cit., Lorenzaccio, p. 9
- ↑ Carmelo Bene, Opere con l'autob. op. cit., Lorenzaccio – rid. di Musset, p. 1306
- ↑ Carmelo Bene, Opere con l'autob. op. cit., Nostra Signora de' Turchi, romanzo, p. 76-79
- ↑ Carmelo Bene, Opere con l'autob. op. cit., Credito Italiano, quasi un romanzo, p. 179
- ↑ Carmelo Bene, Opere con l'autob. op. cit., S.A.D.E. Ovvero libertinaggio e decadenza del complesso bandistico della gendarmeria salentina, spettacolo in due aberrazioni, p. 293
- ↑ Carmelo Bene, Opere con l'autob. op. cit., Sono apparso alla Madonna, vie d'(h)eros(es), autobiografia, p. 1126
- ↑ Carmelo Bene, Opere con l'autob. op. cit., Ritratto di signora, del cavaliere Masoch per intercessione della Beata Maria Goretti, spettacolo in due incubi, p. 391-392
- ↑ Carmelo Bene, Opere con l'autob. op. cit., Hamlet Suite, versione collage da Jules Laforgue, p. 1363
- ↑ Carmelo Bene, Opere con l'autob. op. cit., Pentesilea, Ovvero della vulnerabile invulnerabilità in Achille, poesia orale su scritto incidentato di Stazio Omero Kleist, p. 1335
- ↑ Carmelo Bene'. l mal de' fiori poema, presentazione di Sergio Fava, ed. Bompiani, marzo 2000, p. 37
- ↑ Goffredo Fofi (1995), Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1382
- ↑ Ennio Flaiano (15 marzo 1964), Salomè di Carmelo Bene (da Oscar Wilde), Opere, con l'aut., op. cit., pagg. 1386-1387
- ↑ Ennio Flaiano (19 aprile 1964), Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1389
- ↑ Ennio Flaiano (6 aprile 1967), da Lo spettatore addormentato, Milano, 1983 – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1399
- ↑ Giuseppe Bartolucci, Carmelo bene o della sovversione, da "Per una lettura di Carmelo Bene dal sessanta al settanta", in La scrittura scenica, Milano, Lerici. – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1407
- ↑ Gilles Deleuze, Il teatro e la sua critica, Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1433
- ↑ Gilles Deleuze, Il teatro e la sua lingua, Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1440
- ↑ Gilles Deleuze, Il teatro e la sua lingua, Opere, con l'aut., op. cit., pagg. 1442-1443
- ↑ Bene-Deleuze, Sovrapp., op. cit.
- ↑ Bene-Deleuze, Sovrapp., Il teatro e la sua lingua, op. cit.
- ↑ Gilles Deleuze, Il teatro e la sua politica, Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1450
- ↑ Pierre Klossowski, da "Cosa mi suggerisce il gioco ludico di Carmelo Bene" in Carmelo Bene, Otello o la deficienza della donna – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1473
- ↑ da "Il pettinatore di comete", in Carmelo Bene, Otello, o la deficienza della donna – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1475
- ↑ da "Il profumo del furore", in AA. VV., La ricerca impossibile, Venezia, Marsilio per la biennale di Venezia, 1990. – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1493
- ↑ da "Al di là della lingua degli angeli", in Carmelo Bene, Il teatro senza septtacolo, Venezia, Marsilio, 1190 – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1496
- ↑ da "Morire di teatro per l'increato", in AA. VV., La ricerca impossibile – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1500
- ↑ da "La voce zoppa", in AA. VV., La ricerca impossibile – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1506
- ↑ da "Chora o il corpo della voce", in AA. VV., La ricerca impossibile – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1508
- ↑ da Linea d'ombra – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1538
- ↑ da "La testimonianza intollerabile", in Il teatro senza spettacolo. – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1543
- ↑ dalla Prima di Salomè, in Fuoriorario, Raitre, 21-22 gennaio 1994 – Opere, con l'aut., op. cit., pag. 1546
- ↑ Fondazione Immemoriale di Carmelo Bene
- ↑ Fondazione Immemoriale di Carmelo Bene
- ↑ Fondazione Immemoriale di Carmelo Bene
- ↑ Fondazione Immemoriale di Carmelo Bene
[modifica] Fonti
La voce che si spense, Questa Italia, programma RAI di Daniela Battaglini, commemorante la scomparsa di Carmelo Bene.
[modifica] Bibliografia
- Carmelo Bene e Giancarlo Dotto. Vita di Carmelo Bene. Milano, Bompiani, 2005 (1ª ed. 1998). ISBN 88-452-3828-8
- Carmelo Bene, Opere con l'autobiografia di un ritratto, Milano, Bompiani, aprile 2002 (1° ed. Classici in brossura aprile 2002). ISBN 88-452-5166-7
- Carmelo Bene. l mal de' fiori poema, presentazione di Sergio Fava, Milano, Bompiani, marzo 2000. ISBN 88-452-4447-4
- Deleuze-Bene, Superpositions, Paris 1979; tr.it. J. Paul Manganaro, Sovrapposizioni, Milano 1978.
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