Cesare Cantù

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Cesare Cantù

Cesare Cantù (1804 – 1895), storico, letterato e politico italiano.

Citazioni di Cesare Cantù[modifica]

  • Con case affollate sì, che i tetti somigliano una scala, onde si dice per celia che il mugnaio, portandovi la molenda, non può voltare il somaro che conducendolo in piazza, e quivi ancora rizzandolo su due gambe. (da Grande illustrazione del Lombardo-Veneto, p. 1147)
  • Dov'è una donna, il povero non patisce. (da Il galantuomo)
  • Guai se la plebe comincia a gustare il sangue! È un ubbriaco che più beve, più desidera il vino. (da Il sacro macello di Valtellina)
  • La ricchezza serve il saggio e rovina lo sciocco.  Fonte? Fonte?
  • [Su Giosafatte Biagioli] Natogli un figliuolo a Parigi, lo presentò al battesimo col nome di Dante. Avvertendogli il prete che non v'era un santo di questo nome, esclamò: «Non so se vi sia un santo Dante, so che vi è un dio Dante». (da Monti e l'età che fu sua, p. 126, nota)
  • Ogni potere minacciato diviene violento. (da Il sacro macello di Valtellina)
  • Quanto meno bisogni avete, più siete liberi. (da Il galantuomo)
  • Spendi sempre un soldo meno di quel che guadagni. (da Buon senso e buon cuore)

Attenzione![modifica]

  • Eccellente modo di fare il bene è la ferma risoluzione di combattere il male.
  • Fare il proprio dovere val meglio dell'eroismo.
  • Il denaro consacrato alla beneficenza non ha merito se non rappresenta un sacrifizio, una privazione.
  • L'autorità non ragionevole è tirannia.
  • L'ignorante è non solo zavorra, ma pericolo della nave sociale.
  • L'opposto della menzogna non è la verità.
  • La carità è il solo tesoro che si aumenta col dividerlo.
  • La democrazia fondata sull'eguaglianza assoluta è la più assoluta tirannide.
  • La lode dei figli e principalmente delle figliuole ricade sulla madre.
  • La maldicenza rende peggiore chi la usa, chi la ascolta, e talora anche chi n'è l'oggetto.[1]
  • La peggior prodigalità è quella del tempo.
  • Le più grandi verità sono generalmente le più semplici.
  • Il peggio mestiere è quello di non averne alcuno. (XIX)
  • Peste della patria è il giornalismo che accetta le notizie senza vagliarle, quando pur non le inventa.

Il Carlambrogio di Montevecchia[modifica]

  • Chi non sa, è schiavo di chi sa.
  • Il buon senso è come un cannocchiale che fa vedere da lontano il male e il bene.
  • Molti si rovinano colla scelta sconsiderata degli amici e dei compagni. Non fate lega se non con quelli che vanno per la strada del bene. Gli altri vi pervertirebbero coi discorsi e cogli esempi; appassirebbero in voi il dilicato fiore dell'innocenza che sparge soave profumo sulla giovinezza.
  • Nella pazienza tutto va a puro guadagno. Il male sopportato con ragionevolezza e calma è già diminuito della metà, mentre l'impazienza raddoppia tutti i pesi, infistolisce tutte le piaghe.

Storia della letteratura italiana[modifica]

Incipit[modifica]

Anche nel maggior fondo del medioevo le scienze e le lettere non perirono in Italia; anzi qui può dirsi conservato quanto sopraviveva della antica coltura. Appena lo strepito delle armi si tacque, e i prelati e i Comuni prevalsero all'oppressione feudale, si apersero scuole per educare non i giovanetti, ma gente matura che andava a perfezionarvisi quando la scarsezza de' libri rendeva troppo difficile lo studio privato. A quelle Università venivano chiamati a gara coloro che più valessero in una scienza, e v'attiravano studenti, che formavano il disturbo e il prosperamento delle città. Primeggiava in Italia quella di Bologna per le leggi, la quale Innocenzo VI concesse poi anche la cattedra di teologia; altre a Roma, a Piacenza, a Pavia, a Siena, a Lucca, a Perugia, a Padova, a Napoli, a Salerno fin a Treviso, e accidentalmente in altri luoghi. Presto cercaronsi i libri, che erano principalmente ricopiati ne' monasteri, e pagati a caro prezzo, non solo per la fatica del trascriverli, ma per le miniature di cui venivano ornati. Scriveansi su pergamena, il che contribuiva a renderli costosi; poi s'inventò la carta di cotone, e in fine quella di cenci di lino.

Citazioni[modifica]

  • Alla storia bastano i pochi eletti fra i tanti chiamati, come in una battaglia si tien conto de' generali e di quei pochi che si segnalarono, non della turba gregaria; vi sarà anzi chi creda doversi citare non coloro che s'hanno a leggere, ma coloro che s'hanno a studiare. (in prefazione p. IX)
  • In Italia la letteratura ebbe sempre grandissima importanza, e l'arte e il sentimento del bello furono gli stromenti della sua rinascenza, come della inglese la morale seria e positiva, della francese lo spirito e la ragione. (in prefazione p. X)
  • L'arte è espressione di verità generali in una lingua comune alla nazione e insiem particolare all'autore; e verità chiamiamo ciò che è, o ciò che dovrebb'essere. Dicano pure che la verità è oggetto della scienza, mentre l'arte attende alla bellezza; noi della bellezza crediamo materia la verità morale. (in prefazione p. X)
  • L'affettazione nello scrivere equivale all'ipocrisia neh" operare; la declamazione è il linguaggio delle idee e de' sentimenti falsi; né colla candida parola potrebbero accoppiarsi il magistrale ostentamento di concetti futili, la grande boria de' piccoli spiriti; il ghigno sistematico, l'epidemia di imprecazioni e d'ammirazioni arcadiche, le generalità ambiziose e inani, le idiote adulazioni a un pubblico stravagante, agl'ignoranti pretensivi, ai vili implacabili; le minacciose vanterie di eroiche paure. (in prefazione p. XII)
  • Una lingua si altera o nell'interna struttura delle parole, o nell'integrità delle sue forme grammaticali. Le parole antiquandosi tendono a surrogare alle consonanti gagliarde e dure le deboli e dolci, alle vocali sonore le sorde dapprima, poi le mute; i suoni pieni s'estinguono poc'a poco e si perdono, le finali dispajono, le parole si contraggono ; in conseguenza le lingue divengono meno melodiose; voci che lusingavano e riempivano l'orecchio, non offrono più che un senso mnemonico e quasi una cifra. Né basta. Il cambiamento, oltre snaturar le voci, estendesi alle forme grammaticali, che sono l'anima delle lingue, di cui le parole non sono che il corpo. (p. 3)
  • Uno de' più nobili ed opportuni esercizj della penna è sempre la storia. (p. 79)
  • Ad accelerare ed assicurare i progressi dello spirito umano valse un'invenzione suprema di questo tempo, la stampa. (p. 100)

Biografie per corredo alla Storia universale[modifica]

Incipit[modifica]

Come nell'uomo l'età della ragione è preceduta da quella della fantasia, così alla storia di tutti i popoli precedono quei che si chiamano tempi eroici. L'uomo allora è tuttavia in immediata relazione colla divinità; la mitologia e le credenze religiose formano parte degli avvenimenti; invece dell'esistenza storica e dello sviluppo dei popoli, non compaiono che le azioni di alcuni grandi. Son favolosi, eppure meritano studio, perché già da que' portenti trapela l'indole futura del popolo.
Tenebrosi affatto vanno quei secoli fra i popoli più antichi e scomparsi; e il rintracciarvi qualche lume è più difficile perché nelle immigrazioni succedentisi, ogni nuovo popolo vi portava tradizioni, che mesceansi a segno, da toglier ogni modo di verificarle; la qual confusione mostrasi estrema nella mitologia romana, se si ponga al confronto anrhe soltanto della greca.

Citazioni[modifica]

  • È carattere comune agli uomini di genio il rappresentare quasi pienamente quel che il loro secolo porta di distintivo. La storia d'un popolo in certo qual modo si epiloga in quella del suo fondatore, il quale senza saperlo, posa il principio per cui quel popolo sussiste; e che i successori di esso non hanno che a comprendere e a sviluppare; per modo che se quel popolo se ne scosta, perisce. (in Proemio, p. 9)
  • Nell'esporne la vita non basta descrivere e coordinare, ma bisogna ravvisare il posto che occupano, non nella storia d'un paese, ma nella storia dell'umanità, ma nei disegni della providenza, di cui sono grandi agenti nel governo del mondo. (in Proemio, p. 10)
  • Degl'Indiani abbiam ricchissime arti, immensi poemi, ma storia no. L'idea della divinità connettesi talmente a quella dell'umanità, anzi dell'intera natura, che pare impossibile scrivere la storia, cioè sceverar le ragioni umane dalle divine. Wilfort adoprò caldamente per coordinare colle storie nostre alcuni nomi e tempi dei Purana, ma non giunse che a mostrarne l'incertezza: i punditi o dottori indiani pretesero avere estratta dai poemi la serie dei re, ma son nomi senza particolarità, o con assurde e discordanti. (p. 12)
  • Nella China manca la poesia, e non rimane che la storia positiva, senza tempi eroici. In paese dove l'imperatore è ogni cosa, è sovrano del cielo materiale, tipo stereotipo per tutti i tempi, non poteano darsi età eroiche, non altri eroi da esso in fuori ; e la più antica mitologia comincia da un re che decreta il censimento, la misura dei terreni, lo scavo di canali, il catalogo delle stelle. (p. 13)
  • La storia de' popoli dell'Asia media comincia appena appena a stenebrarsi; quella dei Tibetani non va più indietro del VII secolo; del XII quella dei Mongoli; la storia delle più importanti nazioni turche s'innestò su quella degli Arabi, e prese la tinta del corano. Il primo eroe storico de' Tibetani, re Strongdsan Gambo, che propagò nel suo regno il buddismo, è ritenuto emanazione della divinità buddista, non meno che i suoi successori. Anche fra i Mongoli, Gengis-kan passa per figlio di Cormusda (Hormus?), signore del mondo materiale; ma Tibetani e Mongoli hanno antichi canti eroici, fra cui merita attenzione quello che parla in particolare del tibetano Gesser-kan, figliolo anch'egli di Cormusda, e rammentato pure negli annali chinesi. (p. 14)
  • Nelle prime tradizioni dell'Asia media scorgi la natura de' paesi i più esposti alle rivoluzioni; ed oggi ancora, come su que' primordi, la Persia e l'India sono preda del primo avventuriero che osi stendervi la mano. (p. 14)
  • Anche dopo tante scoperte, la storia di Mose rimane la prima d'età, e quella che contiene le nozioni più antiche ed autentiche sulla prima civiltà del mondo. In essa vediamo i potenti cacciatori dell'Assiria diventare conquistatori e re; i pastori della Caldea che studiano il cielo, e divengono astrologi e sacerdoti ; i Fenici che s'avventurano al mare ; i Cananei che vanno in carovane trafficando ; insomma in qual modo un fondo di natura e di cognizioni comuni fosse modificato dalle circostanze locali, in maniera di costituire le differenti società. (p. 15)
  • Perché un branco di schiavi risalisse alla dignità di popolo, Mosè dovea insegnargli un passato, costituirne il presente, preparargli l'avvenire : e poiché senza storia non v'è popolo, il gran legislatore espose al suo le proprie origini. (p. 18)
  • Origini d'un popolo son quelle stesse del mondo, e Mosè le raccontò in undici brevi capitoli. Tutte le genti pretendono essere le più antiche; ma quando vengono a spiegarci i primitivi loro tempi, li riempiono di cicli astronomici e di mitologici avvenimenti. Mosè no. L'onnipotente e libera volontà di un Dio crea istantaneamente la materia; dappoi successivamente le dà ordine, e vita; e dopò i pesci e i rettili e i volatili e i quadrupedi, ultimo produce l'uomo, del quale sono annoverate le famiglie fino a quell'Abramo che è stipite della gente ebrea. (p. 18)
  • Mosè pregò da Dio: «Fammi passare sotto gli occhi quanto v'ha di buono; fatti conoscere a me; mostrami i tuoi sentieri»: e dalla verità de' dogmi dedusse la santità della morale. (p. 24)
  • Solo i vili considerano nimicizia il dissenso; essi incapaci della verità, e perciò esecranti chiunque la dice. Io dunque non ho bisogno di scusa con Cesare Balbo su questo punto, uno de' pochi ch'io dissento da Lui. (p. 274)
  • Voltaire, il quale, più della verità, cercava il paradossale e il nuovo, nel suo Discorso sulla poesia epica lodò gli Araucana di don Alonso de Ercilla come l'epopea della Spagna; non altrimenti che epopea dell'Italia pose la Gerusalemme liberata. Incapace egli per indole e abitudine d'intendere il sublime, il semplice, il puro; angusto per pregiudizio di scuola e per culto della forma, badando alla distribuzione anziché al fondo, pretendeva restringere ogni poema nel preconizzato modello di Virgilio. Ma poema d'una nazione è quello dove trovansi ritratte la vita, la credenza, le cognizioni di essa in un dato tempo, e massime di que' tempi primitivi, dove la mistura eterogenea non alterò, né l'incivilimento spianò ancora le forme, che perpetuamente costituiranno il carattere di essa. (p. 310)
  • Buon politico e ignorante teologo, Costantino credette l'arianesimo niente più che una differenza esteriore, laonde comandò il silenzio: agli uni disse Avete fatto male a tirar in campo una questione irresolubile; agli altri Avete fatto male col pretendere di risolverla; sono punti speculativi da lasciar da banda; non molestatevi l'un l'altro, ma vivete in armonia. (p. 489)
  • [Antonio abate] L'opinione manifesta dell'uomo di Dio valeva sulle moltitudini ancor più che gli argomenti dei dottori. E sempre umile, rispettoso ai sacerdoti, sereno come chi non è turbato da passione, coll'acume suppliva alla mancanza di educazione scientifica, e diceva che non l'alfabeto inventò la ragione, ma questa quello; e ad un filosofo che si maravigliava come potesse fare senza libri, rispose: Mio libro è la natura. (p. 502)
  • Gli Ariani, fatti più baldi, più non mascherarono le loro intenzioni; e se prima simulavano una credenza, dissenziente solo in formole, tornarono affatto alle idee di Ario, e nel concilio di Sirmio, presente Costanzo, pubblicarono una formola di preciso arianesimo: il Padre esser maggiore del Figliolo in onore, in grado, in maestà; e proclamarono per bocca di Eunomio, il principio dell'autorità esclusiva della santa Scrittura in opposizione colla tradizione dei Padri. (p. 507)
  • Negli scritti d'Atanasio non può cercarsi né grand'eloquenza, giacché scopo suo era di vincere, non di piacere; né una compiuta esposizione della fede, od un'artistica confutazione delle eresie; ma qualunque punto del dogma cristiano, egli lo ravvisa ne' rapporti coll'essenza del cristianesimo. (p. 508)
  • [Atanasio di Alessandria] Se, come i prudenti lo consigliavano forse, per amor di pace egli avesse ceduto, o per timore si fosse ritirato, la Chiesa non sarebbe no soccombuta, ma a lungo sarebbero gli Ariani rimasti trionfanti. (p. 511)
  • Pei due golfi Arabico e Persico; pei due deserti, il paese l'israelitico dal lato di Suez, e l'arabico verso l'Eufrate, è l'Arabia da terra e mare sì isolata, che i suoi geografi opportunamente la nominano isola degli Arabi. Un viaggiatore ne fa il giro in tre mesi, o cento giorni. (p. 516)
  • Da antichissimo passava per l'Arabia il commercio Indiano, egizio, siriaco e persiano. Nella parte meridionale approdavano le flotte indiane e persiane nei porti di Katif e Gafr, e in quelli di Aden e di Mocca, questa celebre ne' tempi più recenti pel suo caffé, quella ne' più remoti per la pesca delle perle. A Gidde facevano capo le carovane delle merci e de' pellegrini d'Africa; verso la Siria il deposito principale delle mercanzie era Dumetol-cendel, donde quelle andavano a Bassora, a Corrasch, a Damasco, a Tadmor. Madianiti e Edomiti erano i mediatori del commercio tra i Fenici e l'Egitto; le piazze principali degli Edomiti erano Aila -sull'estremità del golfo Arabico, ed Ezion -Geber situata s'un'isola vicina. Sul mercato di Mescar tutte le merci erano in prima esaminate per evitar le frodi; in quello di Iemana poi lavansi a vendere soltanto stuoie e pietre. D'una mezza dozzina d'altre fiere che tenevansi annualmente in giorni determinati, le più rinomate son quelle di Sanaa capitale dell'Iemen, e di Okas Okkuf, nobilitata nella storia dalle gare de' poeti e da' giudizi pronunciatine dalle tribù. (p. 521)
  • Rapace, bugiardo e fraudolento nel commercio, ma prode e generoso, mite e riconoscente, e innanzi tutto ospitale e fedele alla parola anche se data ad un nemico, sobrio e continente, compagnone, spiritoso, faceto, eloquente, poetico, caldo del suo onore, e particolarmente di quello dell'harem, ha anche oggidì il Beduino i pregi e i difetti de' suoi maggiori al tempo di Maometto; lava l'oltraggio nel sangue, e ne ha sete per vendicare quel d'un parente versato dal nemico; Il fuoco, il fuoco, ma non l'obbrobrio; la vendetta, la vendetta, ma non l'ignominia é anche oggidì il grido di guerra del Beduino, combattente per l'onor suo e delle sue donne; ciò non pertanto egli é ancor più ospitale che sanguinario, più generoso che implacabile. (p. 523)
  • A chi non è noto Aron al-Rascid, se non altro per le Mille ed una notte, come il sovrano de' credenti, lo sposo della sua parente Zobeide, il contemporaneo d'Irene e di Carlo Magno, lo splendido e potente califfo, il tirannico sterminatore della casa di Barmek? La soverchiante copia delle cose conosciute e ricantate ne dispensa da un circonstanziato racconto, non però da una breve memoria di esse; e ne mette di rimpatto in dovere di adoperare con tanto maggiore accuratezza nel dar luce a poco note, e nuove. (p. 695)

Storia degli Italiani[modifica]

  • [La vicenda biografia di Macalda Scaletta] Della vita di que' baroni ci è saggio la storia di Macalda di Scaletta. Vedova di un Guglielmo d'Amico, esigliato al tempo degli Svevi, era andata profuga in abito di frate Minore, stette a Napoli, a Messina, e da Carlo d'Angiò ricuperò i beni confiscati al marito. Sposatasi ad Alaimo di Lentini, uno de' più fervorosi nel Vespro, tradì i Francesi che a lei, come beneficata da Carlo, rifuggiavano in Catania, della qual città suo marito fu fatto governatore. Quand'egli andò alla guerra di Messina, essa ne tenne le veci; e sui quarant'anni, pure ancor bella, generosa net donare, vestiva piastre e maglie; e con una mazza d'argento alla mano, emulava i cavalieri ne' cimenti guerreschi. Di sua onestà chi bene disse, chi ogni male. Aspirò agli amori di re Pietro, lo accompagnò, gli chiese ricovero; ma egli non volle comprenderla, di che essa pensò vendicarsi.
    Alaimo fu poi fatto maestro giustiziere, e valse a reprimere i molti che reluttavano alla nuova dominazione, e acquistò tal reputazione che eccitò la gelosia dell'infante don Giacomo. La crescevano i superbi portamenti di Macalda, la quale tenevasi alta fin con Costanza, e non volea dirle regina, ma solo madre di don Giacomo; se compariva alla Corte, era per isfoggiare abiti e gioie. Contro ogni decenza, volle in un convento passar la gravidanza e il parto, sol per godere l'amenità del luogo : Costanza fu a visitarla, e n'ebbe accoglienze sgarbate; offri di levar al battesimo il neonato, e Macalda rispose non voler esporlo a quel bagno freddo, poi tre giorni appresso vel fece tenere da popolani. Costanza, mal in salute, si fece portare in lettiga da Palermo al duomo di Monreale; e Macalda essa pure, per le strade della città e fin a Nicosia in lettiga coperta di scarlatto, di che fu un gran mormorare. Re Giacomo viaggiava con trenta cavalli di scorta; e Macalda con trecento, e volea far da giustiziere, e apponeva a re Pietro di avere mal compensato coloro, che del resto l'aveano domandato compagno e non re.
    Alaimo condiscendeva alla moglie, e dicono le giurasse non dar mai consigli a danno de' Francesi, anzi procurarle il ritorno in Sicilia. Se il facesse noi sappiamo ; certo i re aragonesi gli si avversarono, fors'anche per la solita ingratitudine a chi più beneficò. Giacomo finge spedire Alaimo in gran diligenza a suo padre in Catalogna per sollecitarne ajuti : Alaimo va, è accolto con ogni maniera di cortesia ; ma appena egli partì, la plebe di Messina, sollecitata dal Loria, lo grida traditore, affollasi alla sua casa ad ammazzare i Francesi prigionieri di guerra che vi tenea, e così quelli che stavano nelle carceri e che egli aveva salvati. Macalda accorse per sostenere i suoi fautori, ma vide il marito dichiarato fellone e confiscatigli i beni, Matteo Scaletta fratello di lei, decapitato; ella stessa chiusa in un castello, forse vi lini la vita. Alaimo, dopo alquanti anni, fu rimandato verso la Sicilia, e come fu in vista della patria isola, buttato in mare. (Vol. IV, cap. CII, p. 177)

Incipit di alcune opere[modifica]

Margherita Pusterla: racconto storico[modifica]

Entrando il marzo del 1340, i Gonzaga signori di Mantova avevano aperta una corte bandita nella loro città, con tavole disposte a chiunque venisse, con musici, saltambanchi, buffoni, fontane che sprizzavano vino, tutta insomma la pompa colla quale i tirannelli, surrogatisi ai liberi governi in Lombardia, procuravano di stordire i generosi, allettare i vani, ed abbagliare la plebe, sempre ingorda dietro a queste luccicanti apparenze.

Il Sacro Macello di Valtellina[modifica]

Intendo raccontare i turbamenti della Valtellina nel secolo XVII, abbaruffata religiosa che, come spesso, copriva una quistione di nazionalità, mista di eccessi dei popoli e di viluppi d'una politica ambidestra, fecondi di atroci successi, e dove andarono in un fascio le umane cose e le divine. Né forse è privo d'opportunità questo episodio in tempi di sette caldeggianti d'operoso contrasto fra le opinioni e la forza, di lotta fra la sublime ambizione di non sottomettersi che alla ragione pura, e il folle orgoglio di arrogare tutti i diritti di questa alla ragione individuale.

Note[modifica]

  1. Simile alla citazione "La maldicenza rende peggiore chi parla e chi ascolta, e per lo più anche chi n'è l'oggetto" di Alessandro Manzoni, da Osservazioni sulla morale cattolica.

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

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