Charles Morgan

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Charles Morgan (1894 – 1958), scrittore britannico.

Ritratto in uno specchio[modifica]

Incipit[modifica]

DRUFFORD

Avevo diciott'anni quando, nell'estate del 1875, per la prima volta in vita mia andai ospite in una villa in campagna. Sebbene a quei tempi la casa di mio padre a Drufford nel Kent fosse abbastanza rustica, troppo rustica per i gusti di mia sorella Ethel –, quel termine di villa in campagna merita di essere accentuato, a sottolineare il contrasto tra le solide comodità di Drufford e ciò che Ethel chiamava lo "stile" della "dimora" dei Trobey nella contea di Oxford. Diceva: «Quella dei Trobey è una vera villa di campagna. Si trova a diverse miglia dalla stazione di Singstree. C'è un viale di accesso alla casa, la quale, naturalmente, dalla strada non si vede».
M'ero già chiesto perché lei e mio fratello Richard volessero rendermi partecipe di tanta magnificenza; poiché troppo spesso Ethel mi aveva chiaramente fatto intendere che, per quanto intelligente fossi, restavo pur sempre un ragazzo goffo e svagato; e che se non mi scuotevo, badando a dove mettevo i piedi e rispondendo con garbo quando mi si rivolgeva la parola, per tutta la vita sarei stato oggetto di scherno e sarei finito male. Eppure, era proprio grazie ai buoni uffici di Ethel presso Pug Trobey, che quell'anno l'invito della signora Trobey si era esteso anche alla mia persona.

Citazioni[modifica]

  • S'inganna chi crede che l'opera dell'artista altro non sia se non un concetto superiormente organizzato di verità già accessibili sotto una forma diversa, e che l'artista non sia apportatore di nuova verità ma interprete dell' aurea mediocritas.
  • L'arte è un vangelo di realtà che non può esprimersi in altri termini.
  • L'artista è un messaggero degli dei, e per tale ragione non può spiegare il loro messaggio in una lingua che non sia la sua.
  • L'esperienza in sé, che è poi l'esperienza della realtà, non può essere da lui fraintesa. Potrà essere isolata e unica, come la caduta del seme da cui nasce una pianta; o continuamente rinnovata come la pioggia.
  • La gioia che ne ritrae l'artista, ordinariamente detta creativa, è una gioia di carattere ricettivo; e presenta una stretta analogia con l'atto d'amore femminile, che è insieme ardente e pacifico, adempimento e iniziazione.
  • La genesi dell'opera d'arte – la messe della verità originaria – è un'esperienza meno intensa di quanto non sia il concepirla, poiché nell'attimo della concezione, e in nessun altro forse, l'artista intuisce completamente le proprie divinità, e vede la loro realtà attraverso i loro occhi. In questa facoltà d'impegnarsi, non nello scrivere versi o nel dipingere quadri o nel comporre musiche, sta l'essenza dell'arte, la ragione d'essere di un artista. L'esecuzione potrà o no seguire a quest'attimo; ma anche nella propria infanzia, quando a malapena sa che cosa significhi essere artefice, un artista vi si assoggetta completamente, e vi intravede le ricchezze della propria vita. Poi, via via che l'artefice, procedendo verso la virilità, scoprirà la propria arte, il miracolo che sin dall'inizio egli ha portato dentro di sé si paleserà. Prima, egli era consacrato; ora, sa a che cosa. (p. 44-45)

La stanza vuota[modifica]

Incipit[modifica]

L'ultimo sabato di novembre, terzo mese di guerra, Richard Cannock eseguì, sull'occhio di una donna, un'operazione così audace e sottile, da ritrarne la stessa soddisfazione che uno scrittore può trovare in un periodo immacolato. Si recò a far colazione al Garrick Club e sedette alla tavola comune. Alla sinistra aveva un attore vecchio e famoso, a cui, come a molti altri, le scene erano ora precluse; a destra Copley Deedes, un chirurgo più giovane di tre o quattro anni, quanto bastava per non aver dovuto partecipare alla prima guerra mondiale.
Uomo di poche parole, Cannock, dopo un cenno di saluto ai due, ordinò un pasto e girò lo sguardo intorno. I quadri migliori erano emigrati «in luogo più sicuro» e solo le vuote cornici pendevano alle pareti; sì che pensò: c'è un elemento di compenso in una cornice vuota, uno può immaginarsi un capolavoro da sé; ma rimpianse gli Zoffany e segnatamente quello ch'era sempre stato appeso sopra il caminetto, il più bello Zoffany del mondo.

Citazioni[modifica]

  • Lei crede forse che l'Onnipotente dia a ognuno il suo, creando un nuovo Adamo e una nuova Eva ogni trent'anni? (p. 34)
  • È sempre difficile sapere quando e in virtù di quale stimolo un sospetto si è offerto per la prima volta alla mente. (p. 68)
  • L'immaginazione consiste nel vedere le cose come sono realmente, nella loro vera essenza, non quali appaiono essere. È il supremo realismo dello spirito. Il paradosso è che l'amore è sua causa ed effetto. (p. 118)
  • Coloro che amano dovrebbero stare spesso silenziosi. (p. 124-125)

La fontana[modifica]

Incipit[modifica]

In un pomeriggio del gennaio 1915, un trenino si trascinava attraverso la piatta campagna olandese, nelle vicinanze di Bodegraven, portando un gruppo di ufficiali inglesi internati. Si vedevano le loro teste comparire continuamente ai finestrini, perché, sebbene ignorassero il luogo di destinazione, avevano capito, dall'affaccendarsi sei soldati loro custoditi, che la fine del viaggio era prossima.

Citazioni[modifica]

  • La noia è in fondo a ogni tentativo di fuga. (p. 33)
  • Viviamo sulla terra ma siamo indipendenti come spiriti. (p. 34)
  • Quand'ero fanciullo, Dio mi teneva per mano, ma io fuggii da lui, e, nella mia giovinezza, avendo bisogno di pace, dissi: voglio trovarlo. Frugai la città con la mia lampada così tersa e pulita che i miei compagni me la invidiavano. Cercai diligentemente per la campagna; con una candela cercai fra le stelle; mi feci umile e strisciai sulla terra guardando nelle buche delle volpi e sotto i petali dei fiori. Ma non trovai né verità né riposo, perché, come un bambino senza intelletto e come molti uomini prima di me, avevo dimenticato che cosa cercavo. Così riposi la mia lampada e la mia candela, gettai via le mie chiavi e piansi, e subito la Sua luce fu dentro di me. Quando tornai alla città, non ero vuoto di essa. Ora sono io nella libertà della Sua prigione, sebbene tutto il mondo martelli alla porta. Dammi la tua mano, o Dio, quando Tu mi chiami fuori. (p. 65)
  • Odio l'inverno; mi lega al mio scrittoio e fa di me un impiegato. (p. 250)
  • Alcuni libri sono assoluti, assoluti come arte o assoluti come filosofia. Essi non cambiano per le circostanze nelle quali li leggiamo, più di quanto un lago può essere cambiato dalle nostre immagini in movimento che si riflettono in esso. L' Odissea è un libro così; il Fedone è un altro... (p. 270)
  • Timore e desiderio, fanno tutt'uno con l'amore. (p. 280)
  • La vita non consiste negli atti esteriori che anzi la toccano ben poco. Essa è un'esperienza interna e segreta; coloro che se ne rendono conto – e sono ben pochi, eccetto che nell'infanzia e forse a tarda età – cercano d'intensificare, perché intensificarla vuol dire proteggerla e sostenerla. (p. 281)
  • Contemplazione è una di quelle parole che uniscono gli uomini, nel senso di Turgheniev. (p. 287)
  • Il vero santo e il vero filosofo è colui che si può inginocchiare senza un'immagine perché si vede assolutamente in un secondo posto, e inginocchiarsi è per lui una necessità interna. Il destino non può toccare un simile uomo; o piuttosto, sebbene gli strazi la mente e il corpo, non può affliggerlo. (p. 289)
  • L'uomo non è vivo – dicono. Ha voluto scendere nella tomba prima del suo tempo. (p. 290)
  • Il mondo è diventato così povero che i suoi antichi tesori dello spirito gli sono necessari. Ha preso l'abitudine di pensare a gruppi, a classi, a masse; e la civiltà sta crollando sotto il peso di quest'errore. (p. 291)
  • Gli uomini possono dividere quello che posseggono, ma non se stessi. (p. 291)

Bibliografia[modifica]

  • Charles Morgan, Ritratto in uno specchio (Portrait in a Mirror, 1929), traduzione di Alessandra Scalero, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1979.
  • Charles Morgan, La fontana (The Fountain, 1929), traduzione di Corrado Alvaro e Laura Babini, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1961.
  • Charles Morgan, La stanza vuota (The Empty Room, 1941), traduzione di Giorgio Monicelli, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1948.

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