Clifford Simak

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Clifford Donald Simak (1904 – 1988), scrittore statunitense.

Incipit di alcune opere[modifica]

Anni senza fine[modifica]

Queste sono le storie che i Cani raccontano quando le fiamme bruciano alte e il vento soffia dal nord. Allora ogni famiglia si riunisce intorno al focolare, e i cuccioli siedono muti ad ascoltare, e quando la storia è finita fanno molte domande:
‒Cos'è un Uomo?‒chiedono
Oppure:‒Cos'è una città?
O anche:‒Cos'è la guerra?
Non esiste una risposta precisa a nessuna di queste domande. Ci sono delle supposizioni e ci sono delle teorie e ci sono numerose ipotesi dotte, ma non esiste, in realtà, una vera risposta.

Camminavano come noi[modifica]

Era giovedì sera: avevo bevuto un po' troppo, l'atrio era buio, e questa fu l'unica cosa che mi salvò. Se non mi fossi fermato sotto la luce del pianerottolo, davanti alla porta della mia camera, a tirar fuori le chiavi, sarei caduto nella trappola come un allocco.
Che fosse un giovedì sera non ha alcuna importanza, ma sono un giornalista, abituato, ogni volta che scrivo, a indicare sempre il giorno, l'ora, e ogni altro dettaglio.

Dal cronosentiero di domani[modifica]

I due ragazzi scesero lungo il sentiero. Era la stagione delle mele, e le margherite di campo erano in piena fioritura. Quando la donna vide le due figurette dalla finestra della cucina, le parvero quelle di due bambini di ritorno da scuola, perché stringevano in mano due borse che sembravano cartelle per i libri. «Come Charles e James...» pensò. «Come Alice e Maggie...». Ma il tempo in cui quei quattro altri ragazzi percorrevano quotidianamente il sentiero che portava alla scuola apparteneva ormai al passato. Adesso erano i loro figli a sedere sui banchi!

Fuga dal futuro[modifica]

Bentley Price, fotografo del Global News Service, dopo aver messo una bistecca sulla graticola, in attesa che cuocesse, s'era sistemato su una sdraio con una lattina di birra in mano, quando si aprì la porta sotto la vecchia quercia e cominciò a uscire gente.
Erano anni che Bentley Price non si meravigliava più di niente. L'esperienza, spesso amara, gli aveva insegnato a non far caso agli avvenimenti insoliti, ad aspettarseli. Scattava foto di cose fuori del comune, bizzarre, violente e poi voltava le spalle e se ne andava, il più delle volte di gran premura per via della concorrenza del QP e dell'UPI; un fotografo non poteva lasciarsi crescere l'erba sotto i piedi e, se anche i direttori dei giornali non erano individui di cui aver paura, era sempre meglio tenerseli buoni.

I visitatori[modifica]

George, il barbiere, agitò le forbici nell'aria facendo scattare freneticamente le lame. «Frank, non capisco cosa diavolo ti sia preso.» Parlava con l'uomo a cui stava tagliando i capelli. «Ho letto il tuo articolo sulle restrizioni di pesca nella riserva, e sembra che non te ne importi un accidente.»
«Infatti» ammise Frank Norton. «Se la gente non ha intenzione di pagare la soprattassa imposta dalla riserva, può andare a cercarsi un altro posto per pescare.»

Il pianeta di Shakespeare[modifica]

Erano tre, sebbene qualche volta fossero uno soltanto. Quando questo avveniva, l'uno non sapeva che fossero mai stati tre, perché quell'uno era uno strano miscuglio delle loro personalità. Quando divenivano uno, la trasformazione era qualcosa di più di una semplice somma dei tre, come se nella loro comunione si aggiungesse una dimensione nuova, che rendeva la somma maggiore del totale. Solo quando i tre erano uno, inconsapevole dei tre, la fusione delle tre menti e delle tre personalità si avvicinava allo scopo del loro essere.

Il villaggio dei fiori purpurei[modifica]

Quando uscii dalla strada del villaggio per trovarmi nell'autostrada, dietro di me c'era un camion. Era uno di quelli mastodontici, e andava davvero forte. Il limite di velocità era di cinquanta chilometri orari, in quel punto della strada, che toccava un angolo del villaggio, ma a quell'ora del mattino non era ragionevole aspettarsi che qualcuno prestasse attenzione a un eccesso di velocità.

L'ospite del senatore Horton[modifica]

La creatura si fermò, si protese in avanti e guardò i piccoli punti di luce che brillavano debolmente nell'oscurità.
Si lamentò, spaventata e inquieta.
Il mondo era troppo caldo e umido, l'oscurità troppo densa. E cos'era quel pezzo di stoffa che, stretto al collo, gli scendeva lungo la schiena, fino a terra, e si agitava nel vento? Una protezione? Improbabile. Prima non aveva mai avuto bisogno di nessuna protezione. Il suo mantello di pelo argenteo era sempre stato più che sufficiente.

La compagnia del talismano[modifica]

Il maniero era il primo edificio non diroccato che avessero visto nei due giorni di viaggio attraverso quella zona, che era stata devastata con una meticolosità terrificante e incredibile.
Durante quei due giorni, i lupi furtivi li avevano spiati dalle cime delle colline. Le volpi, con le code penzolanti, si erano aggirate guardinghe nel sottobosco. Le poiane, appollaiate sugli alberi morti o sulle travi annerite delle case incendiate, li avevano scrutati con interesse indagatore. Non avevano incontrato un'anima, ma di tanto in tanto, nei boschetti, avevano intravvisto scheletri umani.

La strada dell'eternità[modifica]

Il telegramma lo raggiunse a Singapore: SERVE UOMO CAPACE GIRARE DIETRO ANGOLI STOP CORCORAN. E Boone partì con il primo volo.
Al varco doganale dell'aeroporto Kennedy trovò ad aspettarlo l'autista di Corcoran, che gli prese la valigia e gli tenne aperta la portiera della limousine. La strada era bagnata, ma aveva smesso di piovere. Boone si ac­comodò sul sedile, notò che era di cuoio, e seguitò a guardare i palazzi che sfrecciavano davanti al finestrino. Da quanto tempo mancava da Manhattan? si domandò. Dieci anni; forse più.

Oltre l'invisibile[modifica]

L'uomo uscì dall'ombra quando ancora l'ultima luce del tramonto brillava a occidente. Si fermò al limite del patio e chiamò.
— Signor Adams, ci siete?
La sdraio scricchiolò mentre Christopher Adams, sorpreso dalla voce, si sollevava a sedere. Poi ricordò: un nuovo vicino aveva attraversato il prato un giorno o due prima. Glielo aveva detto Jonathan... e Jonathan era al corrente di tutti i pettegolezzi che si facevano nel raggio di cento miglia, sia dei pettegolezzi degli uomini sia di quelli degli androidi e degli automi.

Pescatore di stelle[modifica]

Venne finalmente il tempo in cui l'Uomo fu costretto ad ammettere di essere escluso dallo spazio. Aveva cominciato a sospettarlo per la prima volta il giorno in cui vennero scoperte le fasce di radiazioni dure che cingevano la terra, e gli uomini della Minnesota University si servirono di palloni sonda per catturare protoni solari. Ma l'Uomo aveva sognato per tanto tempo che, anche di fronte a questa realtà, non poteva abbandonare il sogno senza fare almeno qualche tentativo.

Bibliografia[modifica]

  • Clifford D. Simak, Anni senza fine (City), traduzione di Ugo Malaguti, Casa editrice Nord, 2005. ISBN 88-429-1243-3
  • Clifford D. Simak, Camminavano come noi, traduzione di Stefano Torossi, Mondadori, 1963.
  • Clifford D. Simak, Dal cronosentiero di domani, traduzione di Mario Galli, Mondadori, 1967.
  • Clifford D. Simak, Fuga dal futuro, traduzione di Beata Della Frattina, Mondadori, 1974.
  • Clifford D. Simak, I visitatori, traduzione di Giuseppe Lippi, Mondadori, 1981.
  • Clifford D. Simak, Il pianeta di Shakespeare, traduzione di Roberta Rambelli, Libra Editrice, 1978.
  • Clifford D. Simak, Il villaggio dei fiori purpurei, traduzione di Ugo Malaguti, Casa Editrice La Tribuna, 1971.
  • Clifford D. Simak, L'ospite del senatore Horton, traduzione di Mario Galli, Mondadori, 1968.
  • Clifford D. Simak, La compagnia del talismano, traduzione di Roberta Rambelli, Libra Editrice, 1979.
  • Clifford D. Simak, La strada dell'eternità, traduzione di Riccardo Valla, Mondadori, 1987.
  • Clifford D. Simak, Oltre l'invisibile, traduzione di Tom Arno, Mondadori, 1953.
  • Clifford D. Simak, Pescatore di stelle, traduzione di Roberta Rambelli, Fanucci, 1988.

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Opere[modifica]