Enrico V (Shakespeare)

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1leftarrow.pngVoce principale: William Shakespeare.

Enrico V (The Life of King Henry the Fifth), tragedia shakespeariana composta tra il 1598 ed il 1599.

Incipit[modifica]

I traduzione[modifica]

Londra. – Un'anticamera nel palazzo del Re
Arcivescovo di Canterbury: Milord, vi dico che è assai chiesta la sanzione di quel decreto, che sarebbe già passato contro di noi l'undicesimo anno del regno dell'estinto re, se la tumultuosa agitazione di quei tempi non ne avesse interrotto l'esame.
Vescovo di Ely: Ma, milord, quale ostacolo gli opporremmo oggi?
Arcivescovo di Canterbury: È ciò a cui vuol pensarcsi. Se tal decreto è sancito, perderemo la più bella metà dei nostri dominii: perocché tutte le terre laiche che la pietà dei morenti ha lasciate alla Chiesa ci saran tolte. Ecco la tassa: prima una somma bastante per mantenere in onore di re fino a quindici conti, mille e cinquecento cavalieri, e seimila e dugento buoni gentiluomini; poscia per sollievo degli appestai, e dei vecchi infermi e languenti, cui l troppa età toglie al lavoro, cento ospitali forniti di ogni cosa bisognevole; di più per gli scrigni di chi ne governa mille lire sterline ogni anno: tale è il proposto decreto.
Vescovo di Ely: Simile taglia lascerebbe un profondo vuoto nei nostri tesori.

Tommaso Pisanti[modifica]

Londra. Un'anticamera nel palazzo del re.
Entrano l'arcivescovo di Canterbury e il vescovo di Ely
[1].
Canterbury: Mio signore, vi dirò che stanno ora sollecitando quello stesso progetto di legge che nell'undicesimo anno di regno del defunto sovrano poco mancò non fosse approvato, a nostro danno, se i subbugli e i disordini di quel tempo non ne avessero impedito l'ulteriore discussione.
Ely: E come, o mio signore, ci opporremmo adesso?
Canterbury: Dovremo pensarci seriamente. Se quel progetto fosse approvato, verremmo a perdere la metà e più dei nostri beni, poiché ci verrebbero sottratti quei possedimenti temporali che le persone devote hanno lasciato, per testamento, alla Chiesa: per un valore calcolato in una misura che valga a sostenere, in onore del re, l'equipaggiamento di quindici conti e di millecinquecento cavalieri, seimila e duecento scudieri, nonché il mantenimento, a sostegno di lebbrosi e di anziani invalidi e di gente povera e inidonea al lavoro manuale, di un centinaio di asili ben forniti e attrezzati; e, per le casse del re, un migliaio di sterline all'anno. Così recita il progetto.
Ely: Sarebbe una sorsata troppo forte.
[William Shakespeare. Enrico V, traduzione di Tommaso Pisanti, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Londra, il palazzo reale.
Entrano l'ARCIVESCOVO DI CANTERBURY E IL VESCOVO DI ELY

Canterbury – Vi dirò, monsignore: il Parlamento sta per riesaminare quel progetto che già stava sul punto di approvare nell'undicesimo anno di regno dell'altro re; e lo avrebbe passato, senza dubbio, con nostro grave danno, se non l'avessero rimesso indietro i tumulti ed i torbidi del tempo.
Ely – E adesso come fare, monsignore, per impedir la sua approvazione?
Canterbury – Eh, converrà pensarci seriamente: se quel progetto dovesse passare, noi ne verremmo a soffrire la perdita d'una buona metà dei nostri beni: ci verranno sottratte, in verità, tutte le terre venute alla Chiesa per lascito di pii benefattori, per un valore calcolato eguale a quanto servirebbe a mantenere, per l'onore del re, quindici conti con equipaggiamento al più completo, più millecinquecento cavalieri, più seimiladuecento palafreni; a provvedere inoltre a un centinaio fra lazzaretti e ospizi per vecchi, ed a versare alle casse del re mille sterline all'anno. Ecco quanto dispone quel progetto.
Ely – Una bella bevuta, in fede mia.
[William Shakespeare, Enrico V, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • La fragola profumata fiorisce sotto l'ortica; ed è vicino ai frutti selvatici, che le piante salutari s'innalzano e maturano di più... (Ely: Atto I, Scena I, p. 329)
  • Un disegno angusto non soddisfa a tutti i bisogni; è come un avaro, che per ritenere un po' di panno guasta un vestito. (Re: Atto II, Scena IV, p. 350)
  • Nella pace nulla di meglio per diventare un uomo che la tranquillità e l'umiltà, ma se tu senti il soffio della guerra allora imita la tigre, indurisci i tuoi muscoli, eccita il tuo sangue, nascondi la tua lealtà sotto la fredda rabbia e infine dà al tuo sguardo l'orribile splendore. (Atto III, Scena I)
  • Ah, come mi vorrei trovare a Londra, | in una birreria! Sarei disposto | a barattare tutta la mia gloria | per un gotto di birra e la pellaccia. (Paggio: Atto III, Scena II; traduzione di Goffredo Raponi, p. 54)
  • Chi è mai che desidera questo? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino. Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente; e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria. In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più. Anzi, fai pure proclamare a tutto l'esercito che chi non si sente l'animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio. Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte. Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravviverà quest'oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano. Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: "Domani è San Crispino"; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: "Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino". Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno. Questa storia ogni brav'uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest'oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi. Noi felici, pochi. Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino! (Enrico: Atto IV, scena III)

Citazioni sull'Enrico V[modifica]

  • Il re Enrico V è manifestatamente l'eroe prediletto di Shakespeare: ei lo adorna di tutte le virtù dei re e dei cavalieri; lo mostra prode, sincero, cortese, e, in mezzo alle sue luminose geste, sempre inchinato a quella innocente malizia che rammenta la sua gioventù. Non era facile il mettere sulla scena l'istoria della vita di questo principe dopo ch'egli ascese al trono. (Wilhelm August von Schlegel)
  • Con tutto il desiderio che ebbe Shakespeare di far risaltare la gloria delle conquiste d'Enrico V, non lasciò di svelare, secondo il suo modo, i segreti motivi dell'impresa di quel re. Enrico aveva bosogno d'una guerra esteriore per francheggiarsi in trono. (Wilhelm August von Schlegel)

Note[modifica]

  1. Il vero è proprio incipit è nel Prologo, con l'entrata in scena del Coro: "Oh, avere qui una Musa di fuoco capace d'elevarsi al più fulgido cielo dell'invenzione, avere un regno per palcoscenico, principi come attori e sovrani a guardar la grandiosa scena!".

Bibliografia[modifica]

  • William Shakespeare, Enrico V, traduzione originale di Goffredo Raponi.
  • William Shakespeare. Enrico V, traduzione di Tommaso Pisanti, Newton, 1990.

Altri progetti[modifica]