Federico Chabod

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Federico Chabod

Federico Chabod (1901 – 1960), storico e politico italiano.

  • [Lettera a Natalino Sapegno] Il tuo Jacopone mi piace assai assai, ed io ho grande ammirazione per il tuo ingegno, che è così chiaro, limpido, quadrato e saldamente fondato. Un mio amico, a cui ho fatto leggere il volume e ha per te viva simpatia e ammirazione, ti definisce "ingegno aristocratico". Ed è vero: tu hai dell' aristocratico la qualità, la finezza, il senso della misura, la trasparenza e la signorilità; senza i difetti ma anzi con una vigorosa capacità di inquadramento e una forza di pensiero – tanto più mirabili in quanto appunto sanno essere così composte, equilibrate, signorili. E tu mi piaci tanto più, perché vedo in te non il semplice critico di poesia, non solo il raffinato lettore ma l'uomo di pensiero che impedisce al fine lettore di tramutarsi in puro letterato – come invece accade in troppi altri casi... (citato in Corriere della sera, 11 gennaio 2001)
  • Non possiamo non essere cristiani, anche se non seguiamo più le pratiche di culto, perché il Cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e la diversità profonda che c'è fra noi e gli Antichi, fra il nostro modo di sentire la vita e quello di un contemporaneo di Pericle e di Augusto, è proprio dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia universale, cioè il verbo cristiano. Anche i cosiddetti 'liberi pensatori', anche gli 'anticlericali' non possono sfuggire a questa sorte comune dello spirito europeo. (da Storia dell'idea d'Europa, Laterza 2001, p. 162)

L'Italia contemporanea[modifica]

Citazioni[modifica]

  • Voi vedete dunque come nell'ascesa del fascismo giochi un insieme assai complesso d'interessi e di passioni. Interessi di classe molto precisi, da parte dei grandi proprietari terrieri che vogliono spezzare la resistenza dei braccianti, e da parte degli industriali. Interessi che si mescolano a passioni e sentimenti: il patriottismo ferito, la paura di una rivoluzione dopo il settembre 1920, il timore del disordine e dell'anarchia: motivi, questi, sentiti anche da coloro che non avrebbero molto da perdere da un cambiamento della struttura sociale. (II, I, II; 1961, p. 66)
  • La vera novità è costituita dal fatto che, mentre le dittature del xix secolo facevano appello all'esercito regolare e compivano il «colpo di Stato» con il suo appoggio, quelle del xx secolo, fascista o nazista, si impadroniscono del potere grazie ad una propria organizzazione militare, specialmente approntata e destinata a conservarsi accanto all'esercito regolare. (II, II, I; 1961, p. 80)
  • L'opinione pubblica viene dunque schiacciata. Fra gli esponenti antifascisti, alcuni sono stati uccisi o sono morti in seguito alle aggressioni fasciste, come Amendola, capo dell'opposizione liberale, come il giovane torinese Piero Gobetti, che dalla prima ora aveva raccolto gli oppositori attorno al giornale da lui fondato a Torino, «La rivoluzione liberale». Altri, Turati, Treves, Modigliani, ecc., sono costretti, dopo il 1925, a prendere la via dell'esilio. Lo storico Salvemini, professore a Firenze, è in esilio. In esilio Nitti, ex presidente del Consiglio; in esilio don Sturzo, come pure il conte Sforza, ex ministro degli Esteri. Giolitti muore nel 1928. Di coloro che sono rimasti in Italia, buon numero è in carcere. Piú d'ogni altro, il partito comunista prosegue la sua attività clandestina; ma l'azione deve svolgersi in segreto, e bisogna pagare un pesante tributo personale ogni qualvolta si cade in mano al tribunale per la difesa dello Stato. Gramsci, il dirigente comunista, è in prigione e ne uscirà solo per morire. Rosselli finirà pugnalato in Francia ad opera di sicari fascisti. (II, II, I; 1961, p. 81)
  • Ci si abitua, e la forza dell'abitudine è grande; essa porta ad accettare quel che non si può distruggere. (II, II, II; 1961, p. 82)
  • È la legge fatale delle dittature: il successo all'esterno destinato a compensare la perdita della libertà all'interno. (II, II, III; 1961, p. 91)
  • La legislazione razziale (segno certo che l'Italia fascita è ormai al rimorchio della Germania hitleriana, dove la lotta tra la Chiesa cattolica e lo Stato continua incessante dal 1933) provoca cosí (come di recente ha osservato un eminente storico, A. C. Jemolo) la grande frattura tra Chiesa e Stato, fra l'opinione cattolica e il regime fascista. (II, II, III; 1961, p. 96)
  • [...] tutte le classi sociali parteciparono alla Resistenza. (III, I, III; 1961, p. 130)
  • [...] la Resistenza, cioè, è un fatto collettivo, che abbraccia tutti i partiti, tutte le tendenze politiche antifasciste, e che mira ad uno sforzo comune al di là delle divergenze di partito. (III, I, III; 1961, p. 132)
  • L'inflazione è una corsa verso l'abisso. (III, III, II; 1961, p. 180)

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