Federico II di Prussia

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Federico II di Prussia, detto Federico il Grande (1712 – 1786), re di Prussia.

Citazioni di Federico II di Prussia[modifica]

  • Cacciate i pregiudizi dalla porta, rientreranno dalla finestra. (dalla lettera a Voltaire del 19 marzo 1771)
  • Con la presente il re proibisce a tutti gli ufficiali di cavalleria, pena l'infame destituzione, di lasciarsi mai attaccare dal nemico, perché sono i prussiani che devono sempre attaccare per primi.[1]
  • La corona è soltanto un cappello che lascia passare la pioggia. (citato in Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo 2011)
  • Dio è sempre con i battaglioni più forti. (dalla lettera alla duchessa di Sassonia-Gotha, 1760)
  • La guerra è una sciagura così immane, il suo esito così incerto e le conseguenze, per un paese, così catastrofiche, che i sovrani non avranno mai riflettuto abbastanza prima di intraprenderla. (da L'Antimachiavelli)
  • Le battaglie hanno luogo per essere decisive! Attaccate, attaccate, attaccate sempre, dunque![1]
  • Non siamo che poveri mortali! Il mondo giudica la nostra condotta non dai motivi, ma dal successo. Cosa ci resta da fare? Aver successo.[1]
  • Più si invecchia e più ci si convince che Sua sacra Maestà il Caso fa i tre quarti del lavoro in questo miserabile universo. (dalla lettera a Voltaire del 26 dicembre 1773)[2]
  • Quando Augusto [Augusto II di Polonia] beveva, tutta la Polonia era ubriaca. (da Épitre première à mon frère le prince de Prusse, 56, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 463)
Lorsque Auguste buvoit, la Pologne étoit ivre.
  • Se potessi supporre che la mia camicia o la mia pelle hanno sentore delle mie intenzioni, le strapperei.[1]
  • Sono poche le persone che pensano, però tutte vogliono giudicare. (da Lettere)
  • Un principe è il primo servitore ed il primo magistrato dello Stato. (dalle Memorie di Brandeburgo e da Testamento)
  • Un soldato deve temere il proprio ufficiale più dei pericoli ai quali viene esposto. (citato in Paul Henissart, Il nuovo volto dell'esercito tedesco, Selezione dal Reader's Digest, giugno 1973)
  • Bisogna che un regno sia forte, perché la forza è il solo argomento che si può impiegare con questi cani di re e imperatori. (citato in Alessandro Barbero, Federico il Grande, Sellerio, Palermo 2011)
  • Quel che mi stupisce è che il mondo non diventa mai più avveduto. Anche dopo che si è visto quel che valgono le guarentige scritte, la gente si fa ancora gabbare dai trattati: gli uomini sono una genìa di stupidi. (ivi)
  • Io mi meraviglio dell'irriguardoso memorandum che lor signori mi hanno mandato. Posso scusare i ministri per la loro ignoranza, ma la malizia e la corruzione di chi l'ha scritto deve essere punita in modo esemplare, altrimenti non riuscirò più a farmi ubbidire dalle canaglie. (ivi)
  • Voi siete arcicanaglie che non valgono il pane che magiano e che meritano di essere messe alla porta. Aspettate che io venga nel Westpreussen!. (ivi)
  • Un'alleanza è come un matrimonio: il contraente ha sempre il diritto di divorziare. (ivi)

Citazioni su Federico II di Prussia[modifica]

  • Proprio "lui" dimostrò cosa fosse in realtà il dispotismo: prima non se ne aveva avuto un concetto ben definito e, per completare il significato del termine, doveva arrivare un re in grado di lavorare come lui. Egli creò però anche una varietà di dispotismo: era il despota illuminato, in quanto i suoi sudditi potevano pensare e dire ciò che volevano, purché lui, da parte sua, potesse fare ciò che voleva, e questo era un accordo proficuo per entrambe le parti, come si fu costretti ad ammettere. Le religioni non avevano importanza, dato che le disprezzava. Nei suoi stati gli atei perseguitati trovarono non solo asilo, ma anche impieghi ufficiali. Non si curava delle satire, degli scritti denigratori e dei libelli indirizzati contro di lui; non temeva lo spirito perché, finché esso era innocuo, sapeva trovare un giusto equilibrio fra amore e disprezzo. Quando sentì parlare di un suddito tendenzialmente critico, chiese:
    «Ha centomila uomini? Se no, cosa volete che me ne preoccupi!». (Thomas Mann)
  • Federico scrisse l'Antimachiavelli, ma non si trattava di ipocrisia, era semplicemente letteratura. Amava l'umanesimo, la ragione, la secca chiarezza — un amore problematico, derivato dagli elementi demoniaci e utilitari riuniti in lui. Così amava Voltaire, il figlio dello spirito, il padre dell'illuminismo e di ogni cultura antieroica. Baciava la mano magra che scriveva: «Odio tutti gli eroi», ed egli stesso faceva dell'ironia sulla guerra dei sette anni con le parole «debolezze eroiche». Metteva però anche nero su bianco: se avesse voluto punire una provincia, l'avrebbe fatta governare da letterati; il suo illuminismo era così superficiale, che se ne sentiva immune. Quando poi vuole chiarire il vero motivo che lo ha indotto a scambiare la dolce quiete di una vita dedita alla letteratura con i tremendi sforzi ed i sanguinosi orrori della guerra, parla in generale di un «segreto istinto». Ciò che egli definisce in questo modo era più forte della letteratura: diresse le sue azioni e decise della sua vita; ed è un concetto tipicamente tedesco che questo istinto segreto, questo elemento demoniaco fosse in lui sovrumano: era la forza del destino, lo spirito della Storia.
    In fondo era una vittima. Egli pensava ad ogni modo di essersi sacrificato: nella giovinezza per il padre e nella maturità per lo Stato. Ma sbagliava se pensava che sarebbe stato libero di agire diversamente. Era una vittima. Doveva agire ingiustamente e vivere contrariamente al pensiero; non gli fu concesso di essere un filosofo, ma dovette fare il re, perché un grande popolo compisse la sua missione nel mondo. (Thomas Mann)

Note[modifica]

  1. a b c d Citato in Thomas Mann, Federico e la grande coalizione. Un saggio adatto al giorno e all'ora, a cura di Nada Carli, Edizioni Studio Tesi, 1986.
  2. Citato in Dizionario mondiale di Storia, Rizzoli Larousse, Milano, 2003, p. 374. ISBN 88-525-0077-4

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