Fedro

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Fedro (20 a.C. – 50), favolista romano.

Favole[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

Aesopus auctor quam materiam repperit, hanc ego polivi versibus senariis. Duplex libelli dos est: quod risum movet, et quod prudenti vitam consilio monet. Calumniari si quis autem voluerit, quod arbores loquantur, non tantum ferae, fictis iocari nos meminerit fabulis.

Progetto Ovidio[modifica]

Esopo è l'inventore. Fu lui a trovare gli argomenti che io ho elaborato artisticamente in versi senari. Due sono le doti di questo libretto: diverte e, se stai attento, consiglia come vivere. Se poi qualcuno avesse da ridire perché parlano gli alberi e non solo gli animali, si ricordi che noi scherziamo: le storie sono immaginarie.[1]

Giovanni Grisostomo Trombelli[modifica]

Con metro umil, né a dure leggi avvinto,
Ciò ch’Esopo inventò, resi più adorno.
Due pregi ha il libricciuol; il riso move,
E con saggio consiglio il viver regge.
Se’ alcun mi rechi a biasmo che le piante,
Non che le fiere, abbia a parlare indotto;
Che son finti racconti gli sovvenga.

[da "Lucrezio tradotto da Alessandro Marchetti, con Fedro", traduzione di Giovanni Grisostomo Trombelli, 1797. (Disponibile su Wikisource)]

Citazioni[modifica]

Libro I[modifica]

  • Allo stesso rivo erano giunti il lupo e l'agnello spinti dalla sete; in alto stava il lupo e molto più in basso l'agnello.[1] (1. Il lupo e l'agnello)
Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi. Superior stabat lupus, longeque inferior agnus.. (I. Lupus et Agnus)
  • Nel tempo in cui leggi egualitarie facevano prosperare Atene, la libertà sfrenata sconvolse lo stato e l'anarchia sciolse i freni di un tempo.[1] (2. Le rane chiesero un re)
Athenae cum florerent aequis legibus, procax libertas civitatem miscuit, frenumque solvit pristinum licentia.. (II. Ranae Regem Petunt)
  • È gravoso ogni peso per chi non è abituato.[1] (2. Le rane chiesero un re)
Grave [est] omne insuetis onus. (II. Ranae Regem Petunt)
  • Amittit merito proprium qui alienum adpetit. (IV. Canis per Fluvium Carnem Ferens)
Perde il proprio, e se lo merita, chi cerca di prendere l'altrui.[1] (4. Il cane che portava un pezzo di carne attraversando un fiume)
Ha quel che merita chi perde il proprio per arraffare l'altrui.
  • Nessuno è abbastanza difeso contro i potenti. (5. La vacca, la capretta, la pecora e il leone)
Numquam est fidelis cum potente societas. (V. Vacca et capella, ovis et leo)
  • O quanta apparenza! Ma il cervello manca. (7. La volpe e la maschera tragica)
O quanta species! Cerebrum non habet. (VII. Vulpis ad Personam Tragicam)
  • Sibi non cavere et aliis consilium dare stultum esse […]. (IX. Passer ad Leporem Consiliator)
Non badare a sé e dare consigli agli altri è da sciocchi.[1] (9. Il passero consigliere della lepre)
Non provvedere a sé e dar consigli agli altri è cosa stolta.
  • Quicumque turpi fraude semel innotuit, etiam si verum dicit, amittit fidem. (X. Lupus et Vulpis Iudice Simio)
Chi si è fatto conoscere una volta per un inganno vergognoso, anche se dice la verità, perde il credito.[1] (10. Il lupo e la volpe al tribunale della scimmia)
Colui che di turpe frode una volta si macchiò, anche se dice il vero non è più creduto.
  • In principatu commutando civium nil praeter domini nomen mutant pauperes. (XIII. Vulpis et Corvus)
Chi gode a sentirsi lodare con parole sudbole, ne sconta vergognosa pena col tardo pentimento.[2] (13. La volpe e il corvo)
Chi si compiace di falsi elogi, di solito lo sconta e se ne pente, pieno di vergogna.[1]
  • Molto spesso, col cambiare del governo, per i poveri cambia solo il nome del padrone. (15. L'asino e il vecchio pastore)
In principatu commutando civium nil praeter domini nomen mutant pauperes. (XV. Asinus ad Senem Pastorem)
  • Chi perde il prestigio di un tempo, nella sua caduta rovinosa è schernito anche dai vili.[1] (21. Il vecchio leone, il cinghiale, il toro e l'asino)
Quicumque amisit dignitatem pristinam, ignavis etiam iocus est in casu gravi. (XXI. Leo Senex, Aper, Taurus et Asinus)
  • Inops, potentem dum vult imitari, perit. (XXIV. Rana Rupta et Bos)
Chi non ha possibilità e vuole imitare il potente, finisce male.[1] (24. La rana scoppiata e il bue)
Per il miserabile, voler imitare il potente è la rovina.
  • Gli umili ci rimettono quando i potenti si scontrano.[1] (30. Le rane che temono i combattimenti dei tori)
Humiles laborant ubi potentes dissident. (XXX. Ranae Metuentes Proelia Taurorum)

Libro II[modifica]

  • Gli avidi sono ricchi e poveri i modesti.[1] (1. Il giovenco, il leone e il predatore)
Verum est aviditas dives et pauper pudor. (I. Iuvencus Leo et Praedator)
  • Est ardalionum quaedam Romae natio, trepide concursans, occupata in otio, gratis anhelans, multa agendo nil agens, sibi molesta et aliis odiosissima. (V. Tib. Caesar ad Atriensem)
C'è a Roma una genia di faccendoni, sempre in giro di corsa, piena di fretta, indaffarata senza vere occupazioni, affannata senza pro, fa mille cose e non ne fa nessuna, dannosa a se stessa e insopportabile agli altri.[1] (5. Ancora Cesare all'Atriense)
Molti sono indaffarati a non fare nulla.
  • Tuta est hominum tenuitas, magnae periclo sunt opes obnoxiae. (VII. Muli Duo et Latrones)
La povertà mette l'uomo al sicuro; le grandi ricchezze sono esposte ai pericoli.[1] (7. I due muli da soma)
La povertà è al riparo da ogni rischio, le grandi ricchezze sono sempre esposte ai pericoli.

Libro III[modifica]

  • Seruitus obnoxia, quia quae uolebat non audebat dicere, affectus proprios in fabellas transtulit, calumniamque fictis elusit iocis. (Prologus)
La schiavitù, sempre soggetta al potere, poiché non osava dire quello che voleva, trasferì i propri sentimenti in favolette, e inventando storielle scherzose, evitò di essere falsamente incriminata.[1] (Prologo. Fedro a Eutico)
La schiavitù, ai padroni soggetta, non osando dire ciò che avrebbe voluto, traspose le sue opinioni in brevi favole, ricorrendo, per schivare le accuse di calunnia, a scherzose invenzioni.
  • Solet a despectis par referri gratia. (II. Panthera et Pastores)
Di solito l'offeso ripaga con la stessa moneta.[1] (2. La pantera e i pastori)
Chi è stato disprezzato suole ripagare con la stessa moneta.
  • […] derideri […] merito potest qui sine virtute vanas exercet minas. (VI. Musca et Mula)
Si può deridere a ragione chi non vale nulla e pronuncia vane minacce.[1] (6. La mosca e la mula)
Viene giustamente deriso chi, senza forza, fa vane minacce.
  • Vulgare amici nomen sed rara est fides. (IX. Socrates ad Amicos)
Dell'amico è comune il nome, ma rara la fedeltà.[2] (9. Socrate e gli amici)
Amico è parola usuale, ma raro è un amico fedele.[1]
  • È pericoloso credere e pericoloso non credere. (10. Il poeta su credere e non credere)
Periculosum est credere et non credere. (X. Poeta de Credere et non Credere)
  • Sic lusus animo debent aliquando dari, ad cogitandum melior ut redeat tibi. (XIV. De Lusu et Seueritate)
Così, di tanto in tanto, devi lasciare svagare la mente, perché torni a te più pronta quando occorre pensare.[1] (14. Gioco e serietà)
La mente dovrebbe ogni tanto trovare qualche distrazione, perché con ciò possa meglio rivolgersi al pensiero.
  • Humanitati qui se non accommodat plerumque poenas oppetit superbiae. (XVI. Cicada et Noctua)
Chi non si adatta a vivere rispettando gli altri, per lo più paga il fio della propria arroganza.[1] (16. La cicala e la civetta)
Chi non si adatta alla gentilezza, per lo più paga il fio della propria superbia.
  • Noli adfectare quod tibi non est datum, delusa ne spes ad querelam reccidat. (XVIII. Pauo ad Iunonem de uoce sua)
Non pretendere quello che non ti è stato dato, perché la speranza delusa non si trasformi in lamentela.[1] (18. Il pavone a Giunone sulla propria voce)
Non aspirare a ciò che non ti è stato dato, affinché la tua speranza delusa non abbia motivo di lamentarsi.

Libro IV[modifica]

  • Non sempre le cose sono come sembrano. (2. Il poeta)
Non semper ea sunt, quae videntur. (II. Poeta)
  • Giove ci impose due bisacce: ci mise dietro quella piena dei nostri difetti e davanti, sul petto, quella con i difetti degli altri. Perciò non possiamo scorgere i nostri difetti e, non appena gli altri sbagliano, siamo pronti a biasimarli. (10. I vizi degli uomini)
Peras imposuit Iuppiter nobis duas: propriis repletam vitiis post tergum dedit, alienis ante pectus suspendit gravem. Hac re videre nostra mala non possumus; alii simul delinquunt, censores sumus. (X. De Vitiis Hominum)
  • Spesso c'è più buon senso in uno solo che in tutta una folla. (5 Il poeta)
Plus esse in uno saepe, quam in turba boni. (V. Poeta)

Libro V[modifica]

  • La temerità per pochi risulta un vantaggio, per molti un male.[1] (4. L'orzo dell'asino e del porcello)
Paucis temeritas est bono, multis malo.. (IV. Asinus et Porcelli Hordeum)

Appendice perottina[modifica]

  • L'avaro non dà volentieri nemmeno quello che gli avanza.[1] (1. La scimmia e la volpe)
Auarum etiam quod sibi superest non libenter dare. (I. Simius et vulpes)

Note[modifica]

  1. a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w Citato in Fedro, Favole, (link), Progetto Ovidio, 2002.
  2. a b Citato in Paola Mastellaro, Il Libro delle Citazioni Latine e Greche, Mondadori, Milano, 1994. ISBN 978-88-04-47133-2

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