Felice Orsini

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Felice Orsini il 13 marzo 1858, poco prima di essere condotto al patibolo

Felice Orsini (1819 – 1858), rivoluzionario italiano.

  • [Su Luigi Martini] È un ottimo sacerdote, conforta i deboli, e chi si trova nella sventura; profonde tutte le sue entrate in opere caritatevoli, e allorché assiste i rei di Stato che vanno alla morte, non li costringe a compiere le cerimonie del cattolicesimo, siccome vorrebbe l’Austria.[1]
  • Le deposizioni che ho fatto contro me stesso nel processo politico per l'attentato del 14 gennaio sono sufficienti per mandarmi alla morte ed io la subirò senza domandarvene grazia, tanto perché non mi umilierò giammai dinanzi a chi uccise la libertà nascente della mia infelice patria, quanto perché sino a che questa è nella servitù la morte è per me un bene.[2]
  • Non disprezzi la M. V. I. le parole di un patriota che sta sul limitare del patibolo: renda l'indipendenza alla mia patria e le benedizioni di venticinque milioni di abitanti la seguiranno dovunque e per sempre. [2]
  • Sino a che l'Italia non sia fatta indipendente, la tranquillità dell'Europa e della M. V. I. è un puro sogno.[2]
  • Tuttocché semplice individuo, dalla mia prigione oso far pervenire una debol voce alla M. V. I. onde pregarla di ridare all'Italia quell'indipendenza che i suoi figli perdettero nel 1849 per colpa stessa dei francesi.[2]

Memorie politiche[modifica]

Incipit[modifica]

Nacqui in Meldola, piccola città dello Stato Romano, nel dicembre del 1819; ed ebbi a genitori Andrea Orsini di Lugo e Francesca Ricci di Firenze. A nove anni fui affidato alle cure di mio zio paterno Orso Orsini, dimorante in Imola, il quale risguardommi come figlio. Da lui m'ebbi educazione severa, attiva, studiosa, soverchiamente religiosa, ma onesta.
Nel 1831 scoppiò la rivoluzione a Modena, Parma, Bologna, ed a guisa di lampo si estese nelle Romagne e nelle Marche.
Gli Austriaci, ne' quali dopo il 1815 risiedette la tutela dei governi italiani, invasero le provincie insorte per ischiacciarle. Alcuni combattimenti ebbero luogo: i liberali mostrarono molto valore, ma alla fine fu forza cedessero alla sproporzione del numero ed alla disciplina delle soldatesche imperiali.

Citazioni[modifica]

  • E questa fu la ragione che nelle sommosse o insurrezioni posteriori, invece di agire per profondo sentimento nazionale, si diedero gli Italiani a scimiottare le forme costituzionali, che venivano inaugurate oltremonti, volendo che a quelle fossero discesi i piccoli governi italiani.
    Ne nacque che i rivolgimenti del 1831 s'ebbero l'impronta della parzialità e della meschinità; furono dislegati; pochi accorsero all'armi, e mancò l'entusiasmo. Per colmo di ridicolezza, i reggitori di Bologna richiamavano a vita le tradizioni municipali, ed a' soldati modenesi facevano deporre le armi al passo del confine, pretestando che rispettar dovevasi il principio del non intervento. (p. 5)
  • Per aggiungere lo scherno alla infamia, il pontefice volle che i gesuiti percorressero le Romagne a far le missioni. Vennero; profondevano indulgenze plenarie; piantavano croci nelle pubbliche piazze; accendevano le menti degli ignoranti con ogni specie di falsità; proclamavano aperto il paradiso solo a chi difendeva il papa dalle male intenzioni dei liberali: ciò essere, predicavano, decreto di Cristo, della Vergine, e di tutta la sequela dei santi. (p. 7)
  • Le passioni si manifestano in tutta la loro nudità; e col lungo contatto non v'è corteccia che tenga, non raffinata ipocrisia che possa durare; il cuore vedesi qual è: e grande scuola per conoscere gli uomini sono le prigioni. (p. 18)
  • Noi prendemmo le armi contro Pio IX, perché ci voltava le spalle; perché tornava sulle orme de' suoi predecessori; perché tradiva l'Italia, la patria, i suoi sudditi; perché si collegava col dispotismo straniero; perché fuggiva; perché cessava infine di essere un sovrano legittimo! (p. 20)
  • XIV. In qualche provincia tuttavia questi scritti erano talvolta messi da lato; davasi di piglio invece alle opere di Mazzini, le quali se, a dir vero, ridestavano principî nazionali, e miravano alla unità ed indipendenza, insinuavano dall'altro un sentimentalismo, un misticismo, un non so che di religioso, che faceva andare le menti fra le nubi, e tra le incertezze delle religioni, di cui Mazzini afferma la necessità pel governo degli uomini, e non sa formularne alcuna. (p. 24)
  • Noi perdemmo: ma sotto la nostra caduta sta celato un gran fatto morale, le cui conseguenze si faranno ben presto sentire: voglio dire del papato, di questo vieto carcame, che osa ancora pretendere di aver a sua disposizione le chiavi del paradiso; di questo essere, che ha seminato la discordia, la diffidenza, e lo scandalo dovunque s'è intromesso; di questa istituzione, che ha acceso i roghi dell'Inquisizione, sparso il sangue degli Ugonotti a Parigi, dato mano ad ogni specie di dispotismo; di questo vilissimo dispensatore d'imperiali e regali corone, portatoci sul collo e tenutoci dall'armi del traditore che regge oggi la Francia. (p. 38)
  • Indì suonò il campanello, fece chiamar Casati, e diegli ordine di prendere i miei guanti: così fu, e trovossi un'altra dose di veleno. Per alcuni minuti fuvvi nuovo silenzio. Quali terribili momenti non furono quelli per me! Quali sensazioni non si provano in tali casi! Tutto noto; molte persone già arrestate; anche una volta la rivoluzione italiana in fumo; qualche traditore aveva certo svelato ogni cosa. (p. 80)
  • Tornò quindi sul chiedermi perché voleva prendere servizio presso l'Austria, e non presso le armate alleate. Risposi: "Non sotto gl'Inglesi, perché si comprano i gradi, ed io non aveva allora somme disponibili; non sotto i Francesi poi, primo perché sarei stato cacciato in una legione straniera, considerata come carne da macello; secondo perché non avrei mai servito sotto lo stendardo di Napoleone, di un uomo che non ha principî di amicizia, di onore, di moralità; di un traditore, come lo ha dimostrato in Francia nella sua condotta politica, e nella uccisione della Repubblica Romana". (p. 101)
  • Sì, io non mi quieterò mai fino a che l'Italia non sia libera; ma quando dico di ciò fare, non intendo, e lo dichiaro altamente, di essere il cieco strumento o di un partito o di un individuo: l'Italia, la sua indipendenza, la sua libertà: ecco gli oggetti per cui darò il mio sangue. (p. 118)
  • Noi ci avviamo alla grande epoca, che porterà la luce della libertà a tutti i popoli dell'Europa; che farà scomparire i tre elementi ereditati dal dispotismo dei Romani, dei barbari del Medio Evo, e della Chiesa: vale a dire l'impero, la monarchia, il cattolicismo, per lasciarvi solo quelli che sono basati sulla perfetta uguaglianza dei diritti dell'uomo; meta a cui ci approssimiamo celeremente, non ostante l'apparente trionfo del dispotismo; fine a cui tende la società con tutte le sue forze, senza che la mano o dei partiti, o dei governi, o dei profeti, o degli utopisti abbia il potere di porvi ostacolo. (p. 130)
  • Dal 1815 in poi, letteratura, scienze fisiche e sociali, vapori, strade ferrate, telegrafi, hanno dato in pochi anni tale un impulso alla società, che le nazioni si sono riconosciute sorelle le une con le altre; che nuovi interessi e bisogni si sono creati. A questi si tratta oggi di dare pieno svolgimento. (p. 130)
  • L'influenza spagnuola spense ogni germe di virtù, ogni lume di civile sapienza e moderanza. La boria e la inerzia presero radice, e gli animi s'infiacchirono atteggiandosi a quel dolce far niente, che ancora oggi serve, a nostra vergogna, per indicare gl'Italiani. (p. 132)
  • Sappiate vivere indipendenti l'un dall'altro, e cancellate ed abborrite la parola di servo. E quando dico questo, non intendo già solo della servitù, che sul collo vi è tenuta dai dispotici governi, ma sibbene di quella che si contrae adorando il nome di un uomo, di un individuo; di quella servitù, che dà origine o ad una religione, o al dispotismo, o alle fazioni. Nella vostra condotta abbiate sempre dinanzi a voi la ragione, adorate un principio, sacrificate il vostro benessere e la vita pel trionfo di quello; ma non servite la persona, sotto pena di essere classificati tra coloro che portano un'insegna del monarca, una divisa o livrea del padrone, o un appellativo del caposetta o fazione che vi tiene in soldo. (p. 132)
  • [...] tra Dio e la creatura umana sonvi dei rapporti, nei quali non ha diritto d'intromettersi né la società, né il governo, né un individuo qualunque; che l'uomo è libero nell'adorare Iddio; che tra sé e lui havvi la propria coscienza, il cuore e l'intelletto, i quali direttamente corrispondono con lui; [...] (p. 134)
  • [...] fare la rivoluzione morale prima della materiale [...]. (p. 136)
  • [...] combattere unanimi contro lo straniero, sotto anche la bandiera monarchica costituzionale di Sardegna, perché l'indipendenza è il primo gradino per salire alla libertà; [...] (p. 136)

Explicit[modifica]

Le glorie dei vostri avi, la magnificenza dei vostri templi, la sublimità dei vostri capolavori, fanno viemaggiormente risplendere la vostra pochezza moderna. Anziché menare vanto di ciò che non è opera vostra, sorgete ad imitarne gli autori; e colla libertà acquistata, create nuovi fatti propri del genio, che natura concesse all'Italia.

Bibliografia[modifica]

Note[modifica]

  1. Da Memorie politiche, Milano 1962, p. 217.
  2. a b c d Da una lettera a Napoleone III; citato in Italo de Feo, Cavour: l'uomo e l'opera, Mondadori, 1969.

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