François Mauriac

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Medaglia del Premio Nobel
Premio Nobel
Per la letteratura (1952)
François Mauriac, 1952

François Charles Mauriac (1885 – 1970), scrittore francese.

Citazioni di François Mauriac[modifica]

  • Ogni dramma inventato riflette un dramma che non s'inventa. (dal Diario)
  • "Dimmi quello che leggi e ti dirò chi sei" è vero; ma ti conoscerei meglio se mi dicessi quello che rileggi. (da Mémoires intérieurs)
  • L'amore coniugale, che persiste attraverso mille vicissitudini, mi sembra il più bello dei miracoli, benché sia anche il più comune. (dal Diario)
  • Tra tutti gli uomini il romanziere è quello che assomiglia di più a dio: è la scimmia di dio. (citato in Focus n. 77, p. 146)

Teresa Desqueyroux[modifica]

Incipit[modifica]

Teresa, molti diranno che tu non esisti. Ma io so che tu esisti, io che, da anni, ti spio e spesso ti fermo mentre passi, e ti tolgo la maschera.
Adolescente, ricordo d'aver veduto, in una sala soffocante di Corte d'Assise, preda di avvocati meno feroci delle signore impennacchiate, il tuo piccolo volto pallido e senza labbra.
Poi, in un salotto campagnolo, tu mi apparisti coi lineamenti di una giovane donna dallo sguardo fisso, irritata dalle premure di vecchie parenti, di un marito sempliciotto: «Ma che ha, dunque?» essi dicevano. «Eppure l'accontentiamo in tutto!»
Da allora, quante volte ho ammirato, sulla sua fronte vasta e bella, la tua mano un po' grande! Quante volte ti ho veduto, fra le sbarre vive di una famiglia, girare in tondo a passi di lupa: e col tuo occhio cattivo e triste mi scrutavi.>br>Molti stupiranno come io abbia potuto immaginare una creatura ancor più odiosa di tutti gli altri miei eroi. Saprò mai, io, parlare degli esseri grondanti di virtù, e che recano il cuore in mano? I "cuori in mano" non hanno storia: ma io conosco quella dei cuori nascosti, e strettamente avvinti a un corpo di fango.
Avrei voluto che il dolore, Teresa, ti consegnasse a Dio; ed ho a lungo desiderato che tu fossi degna del nome di Santa Locusta. Ma allora, molti che pur credono alla caduta e al riscatto delle anime tormentate, avrebbero gridato al sacrilegio.
Sul marciapiede dove t'abbandono, ho almeno la speranza che tu non sia sola
.
I
L'Avvocato aperse una porta. Teresa Desqueyroux in quel corridoio sperduto del Tribunale sentì sul proprio volto la nebbia e l'aspirò profondamente. Temeva d'essere aspettata, esitava ad uscire. Un uomo, col bavero rialzato, si staccò da un platano: ella riconobbe suo padre.

Citazioni[modifica]

  • [...] il pensiero è ribelle: impossibile impedirgli di correr dove vuole[...] (p. 52)
  • La paura è il principio della saggezza. (p. 69)

Teresa dal medico[modifica]

Incipit[modifica]

«No, no signorina, le ripeto che il dottore non lavora, questa sera. Può andarsene.»
Non appena il dottor Eliseo Schwartz ebbe sorpreso, al di là del tramezzo, queste parole di Caterina, aprì la porta dello studio e, senza guardare la moglie, si rivolse alla segretaria: «Qui, lei deve ricever ordini soltanto da me.»
Caterina Schwartz sostenne lo sguardo insolente della signorina Parpin, sorrise, prese un libro e s'avvicinò alla porta-finestra. Le imposte erano state chiuse; l'acqua scrosciava su quella terrazza al sesto piano; il lampadario acceso nello studio del dottore ne illuminava il pavimento lucido di pioggia.

Teresa all'albergo[modifica]

Se esistesse, al mondo, una creatura colla quale potessi confidarmi, sarei capace di spiegarle chiaramente che cosa c'è stato fra quel giovane e me, nell'albergo dov'ero questa mattina e dove ieri, a quest'ora ci parlavamo vicinissimi, in giardino senza vederci?

La fine della notte[modifica]

Incipit[modifica]

«Esci questa sera, Anna?»
Teresa alzò il capo e guardò la sua domestica. L'abito tailleur che le aveva regalato era troppo stretto per quel giovane corpo fiorente. Anna stava in piedi davanti alla sua padrona
«Non senti come piove, cara? Perché esci?»
Avrebbe voluto trattenerla, ascoltare il rumore noto dei piatti rimossi e quell'incomprensibile canzone di cui l'alsaziana ripeteva senza fine il ritornello. Le altre sere, sino alle dieci Teresa riceveva un senso di sicurezza dal rumore che un essere vivente, anche solo, fa quando è giovine.

Citazioni[modifica]

  • Non si devono accettar cortesie, quando poi non si è in grado di ricambiarle. (p. 138)

Vita di Gesù[modifica]

Incipit[modifica]

Sotto il Regno di Tiberio Cesare, il legnaiuolo Jeushu, figlio di Giuseppe e di Maria, abitava quella borgata, Nazaret, della quale non è menzione in alcuna storia e che le Scritture non nominano: alcune case scavate nelmacigno d'una collina, di fronte alla pianura d'Esdrelon. E l'una d'esse celò quel fanciullo, quell'adolescente, quell'uomo, tra l'operaio e la Vergine. Là egli visse trent'anni – non già in un silenzio di adorazione e d'amore: dimorava nel bel mezzo d'una tribù, fra litigi, le gelosie, i piccoli drammi d'una numerosa parentel, dei Galilei devoti, nemici dei Romani e d'Erode; e che, nell'attesa del trionfo di Israel, salivano per le feste a Gerusalemme.

Citazioni[modifica]

  • La morte d'un essere decaduto non distrugge il germe della decadenza. E i figli della sua carne sono pure i figli della sua cupidigia destinati a trasmettere l'orrenda fiaccola a ciò che da loro uscirà. (p. 79)

Bibliografia[modifica]

  • François Mauriac, Teresa Desqueyroux (Thérèse Desqueyroux), traduzione di Enrico Piceni, da I due romanzi di Teresa Desqueyroux, I Libri del Pavone, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1958.
  • François Mauriac, Teresa dal medico (Thérèse chez le docteur), traduzione di Enrico Piceni, da I due romanzi di Teresa Desqueyroux, I Libri del Pavone, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1958.
  • François Mauriac, Teresa all'albergo (Thérèse À l'hôtel), traduzione di Enrico Piceni, da I due romanzi di Teresa Desqueyroux, I Libri del Pavone, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1958.
  • François Mauriac, La fine della notte (La fin de la nuit), traduzione di Enrico Piceni, da I due romanzi di Teresa Desqueyroux, I Libri del Pavone, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1958.
  • François Mauriac, Vita di Gesù, (Vie de Jésus), traduzione di Angiolo Silvio Novaro, Arnoldo Mondadori Editore, 1966.

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