Francesco Berni

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Francesco Berni

Francesco Berni (1497 – 1535), scrittore e poeta italiano.

  • Onde ora avendo a traverso tagliato | Questo Pagan, lo fe' sì destramente, | Che l'un pezzo in su l'altro suggellato | Rimase senza muoversi niente; | E come avvien, quand'uno è riscaldato, | Che le ferite per allor non sente; | Così colui, del colpo non accorto, | Andava combattendo ed era morto. (dall'Orlando Innamorato, LIII, 60, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 756)

Rime[modifica]

  • A tutte l'altre cose sta serrata, | E dicesi Videbimus; a questa | Si dà un'udienza troppo grata. (da Capitolo di Papa Adriano, in "Rime, poesie latine e lettere edite e inedite", a cura di A. Virgilii, 1885, p. 36)
  • Ad ogni modo, Amor, tu hai del matto, | e credi a me, se tu non fussi cieco, | io te farei veder ciò che m'hai fatto. (da Capitolo in lamentazion d'amore, vv. 31-33)
  • Ben che un pugnale, un cesso, o ver un nodo | ti faranno star queto in ogni modo. (da Contra Pietro Aretino, vv. 49-50)
  • Chi non ha molto ben del naturale | et un gran pezzo di conoscimento | non può saper che cosa è l'orinale, | né quante cose vi si faccin drento | (dico senza il servigio dell'orina), | che sono ad ogni modo presso a cento; | e se fusse un dottor di medicina | che le volesse tutte quante dire, | arìa facende insino a domattina. (da Capitolo dell'orinale, vv. 1-9)
  • Chiome d'argento fino, irte e attorte | senz'arte intorno ad un bel viso d'oro; | fronte crespa, u' mirando io mi scoloro, | dove spunta i suoi strali Amor e Morte. (da Sonetto alla sua donna, vv. 1-14)
  • Chi vuol veder quantunque pò natura | in far una fantastica befana, | un'ombra, un sogno, una febbre quartana, | un model secco di qualche figura, | anzi pur il model della paura, | una lanterna viva in forma umana, | una mummia appiccata a tramontana, | legga per cortesia questa scrittura. (da Sonetto in descrizion dell'arcivescovo di Firenze [Andrea Buondelmonti], vv. 1-8)
  • E beato colui che da sua posta | ha sempre qualc'un che gliele dia | e trova la materia ben disposta. | Ma io ho sempre avuto fantasia, | per quanto possi un indovino apporre, | che sopra gli altri avventurato sia | colui che può le pèsche[1] dare e tôrre. (da Capitolo delle pèsche, vv. 70-76)
  • Giace sepolto in questa oscura buca | un cagnaccio ribaldo e traditore; | era il Dispetto e fu chiamato Amore. | Non ebbe altro di buon: fu can del duca. (da In morte del can del duca, vv. 1-4)
  • Godete, preti, poi che 'l vostro Cristo | v'ama cotanto, ch'ei, se più s'offende, | più da turchi e concilii vi difende | e più felice fa quel ch'è più tristo. (da Sonetto contra li preti, vv. 1-14)
  • Ma pur Roma ho scolpita in mezzo il cuore | e con gli antichi mei pochi pensieri | Marte ho nella brachetta e in culo Amore. (da Sonetto al divizio, vv. 12-14)
  • Messer Antonio, io son inamorato | del saio che voi non m'avete dato. | Io sono inamorato e vo'gli bene | proprio come se fussi la signora; | guàrdogli il petto e guàrdogli le rene: | quanto lo guardo più, più m'inamora; | piacemi drento e piacemi di fuora, | da rovescio e da ritto; | tanto che m'ha trafitto, | e vo'gli bene e sonne inamorato. (da Canzon d'un saio, vv. 1-10)
  • Non si tien conto di chi accatti o presti: | accatta e fa' pur debiti, se sai, | ché non è creditor che ti molesti; | se pur ne vien qualch'un, di' che tu hai | doglia di testa e che ti senti al braccio: | colui va via senza voltarsi mai. | Se tu vai fuor, non hai chi ti dia impaccio, | anzi ti è dato luogo e fatto onore, | tanto più se vestito sei di straccio. | Sei di te stesso e de gli altri signore, | vedi fare alle genti i più strani atti, | ti pigli spasso dell'altrui timore. (da Capitolo primo della peste, vv. 100-110)
  • Non ti faccia, villano, Iddio sapere, | ciò è che tu non possa mai gustare | cardi, carciofi, pesche, anguille e pere. | Io non dico de' cardi da cardare, | che voi non intendessi qualche baia; | dico di quei che son buon da mangiare. (da Capitolo dei Cardi, vv. 16-21)
  • O Dio, che crudeltà, che non compose | un'operetta sopra la cucina, | fra l'infinite sue miracolose! (da Capitolo in laude d'Aristotele, vv. 82-84)
  • Pigliate un orinale | e date lor con esso nel mostaccio: | levate noi di noia, e voi d'impaccio. (da Sonetto a Papa Chimente, vv. 15-17)
  • Se costui non v'impicca tutti quanti | e non vi squarta, vo' ben dir che sia | veramente la schiuma de' pedanti. | Italia poverella, Italia mia, | che ti par di questi almi allievi tuoi | che t'han cacciato un porro dietro via? (da Capitolo di Papa Adriano, vv. 19-24)
  • Tu ne dirai e farai tante e tante, | lingua fracida, marcia, senza sale, | che al fin si troverà pur un pugnale | meglior di quel d'Achille e più calzante. (da Contra Pietro Aretino, vv. 1-4)
  • Un dirmi ch'io gli presti e ch'io gli dia | or la veste, or l'anello, or la catena, | e, per averla conosciuta a pena, | volermi tutta tôr la robba mia. (da Sonetto delle puttane, vv. 1-4)

Note[modifica]

  1. Facile metafore per indicare le natiche (n.d.c.).

Bibliografia[modifica]

  • Francesco Berni, Rime burlesche, a cura di Giorgio Bàrberi Squarotti, Rizzoli 1991.

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