Francesco De Sanctis

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Francesco De Sanctis

Francesco Saverio De Sanctis (1817 – 1883), scrittore, critico letterario, politico, filosofo e storico letterario italiano.

Citazioni di Francesco De Sanctis[modifica]

  • Avellino è quasi casa mia, colà mi sento come in famiglia, e non ci vogliono cerimonie. (da Un viaggio elettorale)
  • Cosa è Avellino innanzi all'Italia? È il paese di De Concilis. (da Un viaggio elettorale)
  • È il ben pensare che conduce al ben dire. (da La giovinezza)
  • La poesia è la ragione messa in musica. (da Victor Hugo, Le contemplazioni, Les Contemplations)
  • [Papa Pio IX] Natura indimenticabile e placabile, aveva una elasticità di fibra che non lo faceva lungamente dimostrate nella tetraggine della vita e riconduceva presto nel suo spirito il buon umore. I solchi che sogliono fare le passioni e le sventure, erano in lui presto risanati. Indi quella sua aria amabile e giovanile, indizio di vite lunghe e prosperose, sulle quali le passioni strisciavano, non penetravano. (da Scritti politici, Napoli, 1924)
  • Quando i tempi nuovi compariscono in un lontano orizzonte, la prima forma che li preannunzia, è l'ironia. Che cos'è l'ironia? È il sentimento della realtà, che si mette dirimpetto quel mondo già tanto venerato, e ride. (da L'arte, la scienza, la vita)[1]
  • Quando si farà qualche passo nella via della libertà e dell'uguaglianza, qualche progresso nella via dell'emancipazione religiosa, qualche cammino nella via dell'educazione nazionale, certo voi, nella vostra giustizia, guarderete lì in fondo, e vedrete l'uomo che aveva levato qualla bandiera, lo ricorderete con rispetto, e direte: «Ecco il precursore!» Questo è il vero carattere, questa è la vera importanza e la vera gloria di Mazzini. (citato in Guida alla lettura, in Pensiero e azione nel Risorgimento, EDIPEM, Novara 1974.)
  • [Guglielmo Pepe] Quando tu l'incontravi quante rimembranze! Portava appresso le ombre di Pagano e di Cirillo; e di Rossaroll e di Giuseppe Poerio e Alessandro Poerio: vedevi in lui tutta la nostra storia. Ohimé questa storia non è ancora finita. L'uomo della Maddalena, l'uomo di Monforte, l'uomo di Venezia ha vissuto indarno settantadue anni; ha veduto il Piemonte, ma non ha veduto ancora l'Italia. (citato in Elena Croce, La patria napoletana, Mondadori)

Saggi critici[modifica]

  • Il gusto è il genio del critico.
  • La semplicità è compagna della verità come la modestia è del sapere.
  • Chiamo poeta colui che sente confusamente agitarsi dentro di sé tutto un mondo di forme e d'immagini: forme dapprima fluttuanti, senza determinazioni precise, raggi di luce non ancora riflessa, non ancora graduata ne' brillanti colori dell'iride, suoni sparsi che non rendono ancora armonia. (p. 23)
  • Quanto il cristianesimo abbia modificato la scienza e la morale e quindi l'arte antica, si può inferire da questo solo: il suicidio antico è virtù, il suicidio moderno è colpa: il suicida pagano è un eroe, il suicida cristiano è un codardo. (p. 35)
  • Il suicidio fu l'ultima virtù degli antichi. Nel pieno disfacimento d'ogni principio morale e di ogni credenza, essi formarono sotto il nome di stoicismo una filosofia della morte: non sapendo più vivere eroicamente, vollero saper morire da eroi. (p. 35)
  • Catone non poteva vivere, che uomo libero, e quando la libertà morì, morì Catone. (p. 35)
  • Abbondavano i satirici. Era la moda. Goldoni e Passeroni, ci erano i fratelli Gozzi [Carlo Gozzi e Gasparo Gozzi], ci era Pietro Verri, ci era Martelli e Casti. Tutti mordevano quella vecchia società, per un verso o per l'altro, a frammenti. Ci era tutto un materiale, più o meno elaborato. Mancava l'artista. e quando uscì il Mattino [di Giuseppe Parini], tutti s'inchinarono. Era comparso l'artista. (p. 92)
  • Parini è come uomo, a cui sanguina il cuore e che fa il viso allegro. Appunto perché ha la forza di contenere il suo sentimento, l'ironia è possibile, e non diviene una sconciatura o una dissonanza. Il che gli riesce per quell'interno equilibrio delle sue facoltà, che gli dà un'assoluta padronanza su' moti e sulle sue impressioni. (p. 94)
  • Molti disputano di reale e d'ideale, e spesso senza conclusione, perché manca a parecchi il concetto chiaro e giusto di questi vocaboli. Si crede che il realismo sia l'opposto dell'ideale, e si crede che l'ideale sia semplicemente un gioco d'immaginazione, una superposizione della realtà. Con questi falsi presupposti le dispute non possono avere nessuna fine ragionevole. (p. 154)
  • I semidei, gli eroi, i santi non sono altro che l'espressione storica meno lontana dall'ideale, (p. 155)
  • La storia dell'umanità è un continuo realizzarsi degl'ideali umani, e questo è il progresso. (p. 155)
  • Zola con la sua audacia ha destato il fanatismo nel pubblico sonnolento. Lodano soprattutto in lui lo scamiciato. Ci trovano non solo la realtà purificata di ogni retorica, ma tutta la realtà, anche la realtà indecente, anche l' argot. E chi ne piglia scandalo si turi le orecchie, solo tra' mille avidi, a giudicarne dalle numerose edizioni. Quale romanzo francese ha avuto il successo dell' Assommoir e del Ventre di Parigi? Neppure l'ultimo libro di Victor Hugo. (p. 159)
  • La mente è un prodotto di predisposizioni ereditarie e di condizioni fisiologiche che si vanno organizzando col mezzo de' sensi, e ricevono una impronta definitiva dall'ambiente morale e dall'educazione.
    Questa è la teoria di Zola, riflesso dalla scienza contemporanea. E i suoi romanzi hanno per fine di rappresentare questo processo della natura. (p. 160)
  • Gli artisti sono grandi maghi che rendono gli oggetti laggieri come ombre, e se li appropriano, e li fanno creature della loro immaginazione e della loro impressione. (p. 162)

Storia della letteratura italiana[modifica]

Incipit[modifica]

Il più antico documento della nostra letteratura è comunemente creduto la cantilena o canzone di Ciullo (diminutivo di Vincenzo) di Alcamo, e una canzone di Folcacchiero da Siena.
Quale delle due canzoni sia anteriore, è cosa puerile disputare, essendo esse non principio, ma parte di tutta un'epoca letteraria, cominciata assai prima, e giunta al suo splendore sotto Federico secondo da cui prese il nome.

Citazioni[modifica]

  • Gli effetti della tragedia alfieriana furono corrispondenti alle sue intenzioni. Essa infiammò il sentimento politico e patriottico, accelerò la formazione di una coscienza nazionale, ristabilì la serietà di un mondo interiore nella vita e nell'arte. I suoi epigrammi, le sue sentenze, i suoi motti, le sue tirate divennero proverbiali, fecero parte della pubblica educazione.
  • E inchiniamoci prima innanzi a Giordano Bruno. Cominciò poeta, fu grande ammiratore del Tansillo. Aveva molta immaginazione e molto spirito, due qualità che bastavano allora alla fabbrica di tanti poeti e letterati; né altre ne avea il Tansillo, e più tardi il Marino e gli altri lirici del Seicento. Ma Bruno avea facoltà più poderose, che trovarono alimento ne' suoi studi filosofici. Avea la visione intellettiva, o, come dicono, l'intuito, facoltà che può esser negata solo da quelli che ne son senza, e avea sviluppatissima la facoltà sintetica, cioè quel guardar le cose dalle somme altezze e cercare l'uno nel differente. (cap. XIX)
  • Cosa è questo primo lavoro? Una commedia, il Candelaio. Bruno vi sfoga le sue qualità poetiche e letterarie. La scena è in Napoli, la materia è il mondo plebeo e volgare, il concetto è l'eterna lotta degli sciocchi e de' furbi, lo spirito è il più profondo disprezzo e fastidio della società, la forma è cinica. È il fondo della commedia italiana dal Boccaccio all'Aretino, salvo che gli altri vi si spassano, massime l'Aretino, ed egli se ne stacca e rimane al di sopra. Chiamasi accademico di nulla accademia, detto il Fastidito. Nel tempo classico delle accademie il suo titolo di gloria è di non essere accademico. Quel fastidito ti dà la chiave del suo spirito. La società non gl'ispira più collera; ne ha fastidio, si sente fuori e sopra di essa. [...] Ci è un libro pubblicato a Parigi nel 1582, col titolo: De umbris idearum, e lo raccomando a' filosofi, perché ivi è il primo germe di quel mondo nuovo, che fermentava nel suo cervello. Ivi tra quelle bizzarrie mnemoniche è sviluppato questo concetto capitalissimo, che le serie del mondo intellettuale corrispondono alle serie del mondo naturale, perché uno è il principio dello spirito e della natura, uno è il pensiero e l'essere. Perciò pensare è figurare al di dentro quello che la natura rappresenta al di fuori, copiare in sé la scrittura della natura. Pensare è vedere, ed il suo organo è l'occhio interiore, negato agl'inetti. Ond'è che la logica non è un argomentare, ma un contemplare, una intuizione intellettuale non delle idee, che sono in Dio, sostanza fuori della cognizione, ma delle ombre o riflessi delle idee ne' sensi e nella ragione. (cap. XIX)
  • Il suo dialogo Degli eroici furori ricorda la Vita nuova di Dante: una filza di sonetti, ciascuno col suo commento, il quale nella sua generalità è una dottrina allegorica intorno all'entusiasmo e alla ispirazione.[2]
  • Il 1815 è una data memorabile, come quella del Concilio di Trento. Segna la manifestazione officiale di una reazione non solo politica, ma filosofica e letteraria, iniziata già negli spiriti, come se ne veggono le orme anche né Sepolcri, e consacrata nel 18 brumaio. La reazione fu così rapida e violenta come la rivoluzione. Invano Bonaparte tentò di arrestarla, facendo delle concessioni, e cercando nelle idee medie una conciliazione. Il movimento impresso giunse a tale, che tutti gli attori della rivoluzione furono mescolati in una comune condanna, giacobini e girondini, Robespierre e Danton, Marat e Napoleone. Il "terrore bianco" successe al "rosso".
  • La semplicità è la forma della vera grandezza, di una grandezza inconscia e divenuta natura. (cap. XX, 1)
  • Che faceva l'Italia innanzi a quel colossale movimento di cose e d'idee? L'Italia creava l'Arcadia.
  • In Italia prevalse la rettorica, la cui prima regola è l'orrore del particolare e la vaga generalità.
  • La parola è potentissima quando viene dall'anima e mette in moto tutte le facoltà dell'anima ne' suoi lettori, ma, quando il di dentro è vuoto e la parola non esprime che se stessa, riesce insipida e noiosa.
  • Quando un male diviene così sparso dappertutto e così ordinario che se ne ride, è cancrena e non ha rimedio.
  • [Le accademie] rassomigliano quelle liete brigate di buontemponi e fannulloni, che ispirarono il Decamerone, modello del genere. Sono letterati ed eruditi, in pieno ozio intellettuale, che fanno per sollazzarsi versi e prose sopra i più frivoli argomenti, tanto più ammirati per la vivacità dello spirito e l'eleganza delle forme, quanto la materia è più volgare. Strani sono i nomi di queste accademie e di questi accademici, come lo Impastato, il Raggirato, il Propaginato, lo Smarrito, ecc. E recitano le loro dicerie, o come dicevano, "cicalate" sull'insalata, sulla torta, sulla ipocondria, inezie laboriose.
  • [Sulla poesia di Rinaldo d'Aquino] Sentimenti gentili e affettuosi sono qui espressi in lingua schietta e di un pretto stampo italiano, con semplicità e verità di stile, con melodia soave. (Feltrinelli, 1956)

Studio sopra Emilio Zola[modifica]

  • [...] quando lo sfibramento de' caratteri e delle coscienze prende le alte classi, è difficile arrestare il contagio nei piú umili strati sociali. (p. 478)
  • Il progresso non è altro, se non uno scostarsi sempre piú dal comune e dal generale, cioè a dire dalla parte animalesca, e spiritualizzarsi, umanizzarsi, particolarizzarsi, affermarsi come umanità. (p. 498)
  • La storia dell'umanità è un continuo realizzarsi degl'ideali umani, e questo è il progresso. (p. 499)

[Émile Zola, Germinale (Germinal, 1885), traduzione di Camillo Sbarbaro, con un saggio di Francesco De Sanctis, Einaudi, Torino, 1951. ISBN 8806135309]

Incipit di alcune opere[modifica]

La giovinezza: frammento autobiografico[modifica]

Ho sessantaquattro anni, e mi ricordo mia nonna come morta pur ieri. Me la ricordo in cucina, vicino al foco, con le mani stese a scaldarsi, accostando un po' lo scanno, sul quale era seduta. Spesso pregava e diceva il rosario. Aveva quattro figli, due preti e due casati. Uno era in Napoli, teneva scuola di lettere e si chiamava Carlo; gli altri due stavano a Roma esiliati per le faccende del 21, ed erano zio Peppe e zio Pietro, il quarto era papà, che stava a casa e si chiamava Alessandro. Mia nonna era il capo della casa, e teneva la bilancia uguale tra le due famiglie e si faceva ubbidire.

La scienza e la vita[modifica]

Signori

Siamo nel tempio della scienza. E non vi attendete già che io voglia scegliere a materia del mio dire il suo elogio. I panegirici sono usciti di moda, e se ci è cosa ch'io desideri è che escano di moda anche i discorsi inaugurali. Essi mi paiono come i sonetti di obbligo che si ficcano in tutte le faccende della vita e fanno parte del rito. E pensare che l'Italia in questi giorni è inondata di discorsi inaugurali, e che non ci è così umile scuola di villaggio che non avrà il suo. Se poi la scuola renda buoni frutti, che importa? questo è un altro affare. Ci è stato il discorso inaugurale, ci sono state le battute di mano, il pubblico va via contento, e non ci pensa più: se la vedano loro i maestri e gli scolari.

Schopenhauer e Leopardi[modifica]

Dialogo tra A. e D.[3]

D. – Fino a Zurigo?
A. – Che volete! Si viaggia per acquistare idee.
D. – Sì che a quest'ora devi averne piene le tasche.
A. – Vuoi dire i taccuini. Eccone qui uno ancor tutto bianco, che m'aiuterai a riempire. Cosa sono questi libri?
D.Arturo Schopenhauer.
A. – Chi è costui?
D. – Il filosofo dell'avvenire. In Germania ci sono i grandi uomini del presente e i grandi uomini dell'avvenire, gl'incompresi. Fra questi è Schopenhauer.

Citazioni su Francesco De sanctis[modifica]

  • De Sanctis sa di politica quanto gli uscieri della Camera. (Ferdinando Petruccelli della Gattina)
  • Quante cose aveva mai in uggia il professore De Sanctis: non amava le allegorie, i concetti, le arguzie secentesche, la prosa proliferante e torbida, le cerimonie della retorica; e puntualmente a scuola ci insegnarono che quelle cose erano, letterariamente il Male; voleva scrittori di «cose» e di «vita», e aveva l'abitudine di pensare per secoli, come altri pensa per nazioni, o paesi. (Giorgio Manganelli)

Note[modifica]

  1. Citato in Alfredo Oriani, Niccolò Macchiavelli, introduzione, Alfredo Guida Editore, Napoli. ISBN 88-7188-127-3
  2. Vol. II, Napoli, 1871; citato in Giordano Bruno, Candelaio, BUR, Milano, 2002, p. 95. ISBN 88-17-12104-5
  3. Tutto quello che D. dice di Schopenhauer, opinioni, invettive, argomenti, paragoni, fino nei più minuti particolari, è tolto scrupolosamente dalle sue opere: per brevità si appongono citazioni solo nei punti più importanti.

Bibliografia[modifica]

  • Francesco De Sanctis, La giovinezza: frammento autobiografico, a cura di Pasquale Villari, 1889.
  • Francesco De Sanctis, La scienza e la vita, discorso inaugurale letto nella Università di Napoli il 18 novembre 1872, Napoli, presso Antonio Morano Libraio-Editore, 1872.
  • Francesco De Sanctis, Schopenhauer e Leopardi, Morano – Saggi critici – Opere di F. De Sanctis, vol. V, pp. 246-299, Napoli, 1909 (XXIII ed.)
  • Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Editore Salani, 1965.
  • Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, a cura di Luigi Russo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 1956.
  • Francesco De Sanctis,Saggi critici, EDIPEM, Novara 1974)
  • Émile Zola, Germinale (Germinal, 1885), traduzione di Camillo Sbarbaro, con un saggio di Francesco De Sanctis, Einaudi, Torino, 1951. ISBN 8806135309

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