Franco Fochi

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Franco Fochi

Franco Fochi (1921 – 2007), scrittore, autore teatrale, critico e linguista italiano.

Citazioni di Franco Fochi[modifica]

  • Joram:— Si fa per gli altri, una cosa, ma...perché serva a noi, sì...Tutti così... Nessuno può fare diversamente, nemmeno gli uomini più giusti, nemmeno Caifa... nessuno...
    Giuda: (gli tronca la parola in gola, strozzandolo. Fuori le urla, che s’erano un po’ allontanate, si riavvicinano e si fanno più alte. Giuda corre alla finestra e, guardando fuori: ) No! tu, Maestro, non facevi per te! tu non facevi per te! (da Maschere in ombra, Giuda, p. 349)
  • Un efficace e serio messale italiano non s’avrà mai fuori dal solco d’una lingua viva, chiara, corretta e di facile pronuncia. Altro che “lingua sacra”, come sognano alcuni [...]. Van lasciati da parte [...] certi surrogati stranieri di quella che è stata la nostra “lingua sacra” per secoli: per i quali avremmo rinunciato al “latino sincero, sacrosanto” “della messa”, che Renzo, in fondo, sapeva in qualche modo afferrare. Abbiamo rinunciato a questo — e non è esagerato il verbo, che implica l’idea di sacrificio: cfr. Paolo VI, Insegnamenti, vol. VII, 1969, pp. 1121-1128 — per averla in casa la messa, col parlare di casa, di casa nostra: nostra, nostra, nostra il più possibile. E qui è il caso di dire: così sia. (da E con il tuo spirito, pp. 66-67)

Lingua in rivoluzione[modifica]

  • Sta il fatto che mai come oggi, cioè con altrettanta irruenza e rapidità, torme di bruttissimi neologismi sono venute a cacciar di nido, e in esilio, termini e modi profondamente radicati nel nostro idioma, senz'alcun riguardo né per il vigore né per le benemerenze. E ciò, in piena armonia con la maggior parte dei loro compagni sorti col buon fine di dare un termine alle idee nuove (che sono moltissime). Insomma, dove si tratta di fare il brutto, la concordia non manca.
    C'è anzitutto una legge, in questo campo nemico e compatto: quella che vorrei chiamare della mostrina, perché mi ricorda (senz'alcuna gioia) la vita militare. Il cittadino che va a rispondere alla chiamata del distretto, non sa nulla, ancora, della sua destinazione; ma per lui è verità matematica che fra poche ore non sarà più il "signor X", libero cittadino in tutti i sensi che quest'espressione può assumere nella vita d'un uomo: farà parte d'un corpo, d'una specialità. Scomparirà molto, in lui, dell'individuo; e per tutto il tempo che egli passerà "sotto la naia" non lo abbandonerà mai il senso d'esser divenuto qualcosa di simile a una pedina fra le tante d'una scacchiera, o a una mattonella in un pavimento o, forse meglio, a un'unità in un numero grande grande, che è appunto il corpo a cui appartiene. [...] e centinaia d'altre simili parole che sembrano messe insieme coi cubi di legno o coi pezzi d'un "meccano", secondo un procedimento altrettanto di casa nelle lingue nordiche — p.e., in tedesco, pietoso è barmherzig; pietà: barmherzigkeit; spietato: unbarmherzig; spietatezza: unbarmherzigkeit; in inglese, pietà è pity; pietoso: pitiful; spietato: pitiless; spietatamente: pitilessly; spietatezza: pitilessness... — quanto estraneo e ripugnante alla nostra, dove il posto d'onore è sempre toccato alla libera fantasia, e non alla scienza esatta o all'officina per macchine di precisione.
    Se l'italiano si conserverà italiano (il che nessuno oserebbe giurare), proverà sempre disagio di fronte a una siffatta maniera d'esprimere i pensieri, nella quale ogni sillaba sembra distillata da un alambicco nucleare, e a cui s'accompagna costante, ossessiva, la pretesa di rincorrere sino in fondo — chiamiamola così — la vocabologenesi.[1] (Tutti al distretto, p. 29)
  • Ma la grammatica del neoitaliano non è ancora stata scritta; e io, un "Neo- o Super-italiano Facile" non mi sento di scriverlo. E poi, l'ortografia! Per una tale bagattella dovremmo impedire ai nostri neoprefissi di buttarsi dove vogliono, con assoluta libertà? Dovremmo impedire, per esempio, al servizievolissimo SUPER- di congiungersi col divano, per il fatto che questo, prima, si congiunge a suo modo col letto, dando origine al divano-letto? No, no: adesso salti pur fuori il superdivano, e il letto se ne stia buono e cheto, per conto suo.
    Con la gioventù ci vuol pazienza e maniera. (Le iper-extra-super-ultra parole, p. 59)
  • E ciò fa considerare e meditare, ancora una volta, quando (: in un qualunque momento di una delle nostre qualunquissime giornate), come (: in un gioco di dadi o bussolotti) e dove (: anche in pieno deserto grammaticale, o addirittura, sempre più, con preferenza per questo) nascano le parole "italiane», così rinnovellate di novella fronda; impure, nella loro spaventevole massa, come memoria d'uomo o storico non può trovare; e tuttavia disposte — cioè ammesse, fra l'entusiasmo dei molti e il rammarico dei pochi — a salire alle stelle. E non è forse, ancora, il segno estremo d'una follia demagogica applicata alla lingua. La filologia può farci sempre meno. (Eldorado nuevo, p. 70)
  • Ce n'è abbastanza, credo, per poter bollare l'ismisticità anche come famiglia d'emeriti truffatori, che si presentano a questo nostro tempo, così sensibile a tali richiami, col distintivo della "specializzazione", anzi col vanto d'essere i soli "ufficialmente autorizzati" a diffondere questo prodotto (nonostante che spesso le scatole in cui è "confezionato", risultino vuote). (L'ismisticità, p. 78)
  • Così anche -ABILE e -IBILE pagano un tributo di servitù all'irreggimentazione, che ha fatto la loro potenza: una potenza triste, senza un'ombra di varietà né un soffio di fantasia. Ma ai gerarchi basta l'autorità. (Abile, ibile, ivo, p. 103)
  • Per tutto questo c'interessa meno che mai la parola in sé, e più che mai l'andazzo, il contributo dato all'irreggimentazione. Bisognerà, proprio per farsene un'idea, che il lettore s'assoggetti a una filza d'esempi, esposti in forma schematica, tale da far risparmiare i commenti e condensare tutto in uno spazio quanto più possibile breve. Per ciascuno di essi sarà data: prima la frase in lingua irreggimentata e, accanto, la "traduzione" in lingua dimenticata. Ma la parola "traduzione" (tra virgolette per questo) non porti a fraintendere. Essa non significa: si deve dire così e soltanto così, e guai a servirsi di quell'altro modo anche una sola volta — né una rondine fa primavera né una nuvola porta l'inverno — ma: a causa della prepotenza di -MENTE, oggi non si dice più, o quasi più, in questa maniera, che pure è la più vivace, la più espressiva, la più varia, cioè quella che più risponde a una dote, la ricchezza, considerata fin qui tra le più alte della nostra lingua (certa "varietà" dell'altra maniera è, di fatto, vuotaggine estrema, fragilità, instabilità del significato, come meglio diremo). (Insopportabil-mente, p. 109)
  • È questione di tempi, di relatività: le leggi assolute valgono solo in matematica e nella morale eterna, naturale; non certo nei confini, troppo comodi e fragili, dei cosiddetti "linguaggi" scientifici (o tecnici). La scienza è proletarizzata; non c'è nulla da farci. Termini che per secoli son rimasti inoffensivi, oggi esplodono, dappertutto. I più innocui di loro devono (dovrebbero) camminare in punta di piedi; figuriamoci il buttarne fuori di nuovi, e così strani, senza posa, senza riflessione, senza esame (di coscienza). (Togati di ieri e di oggi, p. 139)
  • È questione di fatti. E i fatti, temo che siano più alti di noi (togliere, p. e., il pazzo dalle barzellette, o il gobbo dai motivi di sollazzo; così, il lavoro dalle cose mal sopportate e per nulla stimate). E allora, si smetta anche di cambiar nome ai mestieri, o professioni, o attività: perché presto o tardi cadranno anche loro nel disprezzo e nella noia; tutti. (Novissimo dizionario d'arti e mestieri, p. 160)
  • Eroico è rimasto l'aggettivo a buon mercato, fratello di epico. Nessuna coscienza democratica — che dovrebbe essere anzitutto schiettezza, rispetto dei giusti valori dell'unicuique suum — l'ha "ridimensionato". Si dà, come ieri, a chiunque perda la vita per la nazione (i morti di Kindù, i carabinieri uccisi in Alto Adige, ecc.), cioè ai suoi creditori privilegiati: verso i quali, con quel titolo fisso, quasi sempre improprio, la nazione sembra volersi sdebitare. L'eroismo è un modo, particolare, di spendere la vita (la vita e non necessariamente il sangue); e noi ne facciamo invece un modo generale: confondiamo il grado, di quel credito, con la categoria. (Forze vive e operanti, p. 256)
  • Di solito, però, le opinioni su questa scottante materia della moralità nazionale preferiscono il vaglio della censura di parte, e quasi sempre tacciono: nelle parole o negli stessi pensieri. Questa è la nostra "coscienza democratica": il non saper pensare o esprimersi che sotto una bandiera. O il non osare, che è peggio. Ognuno (rosso, bianco, nero, verde) ha in sé un elenco, più o meno lungo e via via adattato, di giudizi che non può pronunciare, di istituzioni che non può toccare, di persone che non può scalfire: perché non ne venga danno all'idea (quando va bene). E così l'idea stessa, ridotta a strumento, opposta a quella verità che dovrebbe esserne il sostegno, si svuota. E con essa, anche la parola cessa di essere verbo: ombra vana senza soggetto, sventolata come un qualunque fazzoletto che non prema di perdere. (Ricostruzione, p. 258)
  • Rinnovarsi vuol dire vivere. Ma noi, oggi, abbiamo una strana maniera d'intendere il nuovo, dimenticando che il progresso spontaneo e schietto, non solo fa a meno di stravaganze, per affermarsi, ma se ne tiene scrupolosamente lontano per non giocare nella partita della novità il bene della dignità, e perdere la partita in tutti i modi. (Titolistica, p. 288)
  • L'infuriare d'una rivoluzione — come tutto ciò che è critico; e nessuno, in un senso o in un altro, vorrà negare che lo stato della lingua italiana d'oggi sia tale — richiede ben altro che la sovrana flemma del teorico. Si voglia imbrigliarla o guidarla, non si avrà da lui più di questo: una volta arrivati a chiudere quel certo particolare problema nel complesso quadro dei suggerimenti attinti da trattati e codici, e trovato quindi, finalmente, come affrontarlo, gli sviluppi avranno cambiato faccia all'intera situazione, così da obbligare a un nuovo studio daccapo, su un nuovo problema particolare. Non rimarrà dunque, come risultato, che assistere passivamente. Ed è ciò che appunto fanno il Migliorini e chi ne segue i princìpi [...]. [...] Non la glottotecnica, ma il videotecnico (si veda a suo luogo), ha potere sull'italiano dei nostri giorni; cioè il popolo, secondo un ordine o disordine molto più naturale; cioè tutti, nel senso proprio che quest'aggettivo non ha mai avuto quanto oggi: senza distinzione di soggetti, com'è ormai senza distinzione di generi la lingua stessa, l'oggetto. Tutti, dunque, con mano libera sulla lingua di tutti (che non è più né comune né tecnica né letteraria e via dicendo).
    Volgo disperso, anche se in begli abiti, quei tutti mancano d'una vera guida; perché manca, come abbiamo visto, l'altro elemento naturale nella fucina della lingua nuova: il poietès, l'artigiano studioso e colto... Se n'è andato, se ne va continuamente ("evadendo"); va e viene secondo il comodo o secondo, diremo meglio, il costume dei tempi. Eppure, c'è chi ancora, contro il sovvertimento d'ogni idea, guarda a lui, alla sua ideale e naturale torretta, aspettando di lì, e non da quella del linguista, i lumi. Giacché una lingua non può far a meno di saldi e disciplinati e meditati esemplari scritti: modelli vivi, che ricompongano, nella città dei parlanti e scriventi, l'armonia fra popolo e maestri.
    Maestro di lingua, in ogni tempo, è sempre stato prima di tutti lo scrittore. E gli stessi maestri con titolo, insegnanti d'ogni grado di scuola, l'hanno imparata da. lui, più che dalle università. Da lui sono stati educati; da lui, nella sciatteria e nella "facilità", diseducati. (Filologi e scrittori, p. 349)

La festa turbata[modifica]

  • Pensare è inevitabile. Privilegio della creatura ragionevole, è anche il suo continuo tormento. La mamma, contemplando il bimbo che dorme, beato, nella sua culla, arriva a invidiarlo “perché ancora non pensa”...
    Ma si tratta, nella generalità dei casi e degl’individui, d’occupare la mente in bisogni immediati o poco più. Raramente vuol dire immergersi in ciò che, né semplice né trasparente, si presenta come un abisso da mozzare il fiato. Domandiamoci se quest’altro pensare — che è considerare, scrutare, meditare — sia da tutti, o se invece non abbia in sé qualcosa che, come effetto più naturale e comune, dia lo sgomento ai più e li induca a rifuggirne. Per meditare, bisogna esserci avvezzi, o nati addirittura.
    Ecco allora che la ragione, impreparata e tuttavia chiamata a pronunciarsi sulla più grave questione che si possa offrire, rivela una miserevole impotenza: le sue risposte sono spesso le più meschine e goffe che si possano immaginare; le sue contraddizioni hanno dell’incredibile. Per esempio, che cosa può esserci di più sciocco e assurdo che la frase di conforto usuale: Fatti coraggio, la vita è tutta così? Bel conforto. Eppure è formula di dovere nelle visite a persone colpite da un lutto o da altra grave disgrazia. Intanto si augura ai vicini, o a noi stessi, di campare il più a lungo possibile; per tornare poi, di lì a un momento, all’dea squallida che meglio sarebbe non esser mai nati. E il coro dei presenti fa eco: Proprio. (p. 18)
  • In un terreno dove, trattandosi dei nostri destini, siamo noi stessi i giocatori e il gioco, l’esaminato e gli esaminatori, la ragione umana viene a essere altro da quella facoltà autonoma e fredda che si può osservare di fronte a una partita di scacchi, pur difficile, o al problema di matematica anche più complesso. Qui è il sentimento, a precedere e quasi sempre a dominare: non limitandosi a impedire quanto più possibile il pensiero della morte, ma spingendosi oltre e aumentando la sua forza, quanto più la mente s’addentra nel cupo mistero di quel fatto. (p. 19)
  • In altri termini, più forte della ragione è, nell’uomo comune, la paura d’usarla. [...] Ma è così: l’uomo [...] si china alle contraddizioni grottesche e alle buffe scappatoie. [...] Una selva di domande s’affaccia in un momento; e l’una è legata all’altra, sì che non puoi dire: comincio da questo punto o da quello... È un bene la vita? è un male? Se è un bene, perché viene a cessare? Se è un male, perché c’è dato? E ancora: se è un male, perché tanta sua parte è bella e buona? E se è un bene, perché vedo tanto male intorno a me e anche dentro di me? Che cosa mi si offre, in compenso di questo male, così che io possa dire in piena coscienza: “Sì, la vita è, in fondo, solamente un bene”? E che cosa, soprattutto, mi verrà dato al posto del bene che dovrò cedere da un momento all’altro? Ho bisogno di sapere “se ciò che qualcuno ci prende,/ c’è qualch’altro che ce lo rende!” (G. Pascoli, Commiato, in Canti di Castelvecchio).
    Quest’idea del compenso fa apparir chiaro che il problema di cui stiamo parlando coincide con quello, notissimo, della felicità: tormento vano della ragione umana e suo scoglio invalicabile. Dunque anche il Pensiero con la maiuscola [...] non sa rispondere agli enigmi della vita e della morte. La risposta verrà solamente dal Verbo, fattosi carne e “sapienza nostra” (S. Paolo, 1a Corinzi, 1, 30): vera sapienza, antagonista vittoriosa di quella umana, che è “stoltezza dinanzi a Dio” (Id., 3, 19). (p. 22)

Note[modifica]

  1. Illustrando la propria teoria dell'irreggimentazione; si parla in seguito anche di neovocabologenesi (per il neoitaliano, sul quale cfr. la neolingua di George Orwell, 1984) e meccanovocabologenesi

Bibliografia[modifica]

  • Franco Fochi, Maschere in ombra, SEI, Torino, 1962.
  • Franco Fochi, Lingua in rivoluzione, Feltrinelli, Milano, 1966.
  • Franco Fochi, La festa turbata. Postille al testo unico dei destini umani, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1986.
  • Franco Fochi, E con il tuo spirito. Chiesa e lingua italiana a più di trent’anni dalla riforma liturgica, Neri Pozza, Vicenza, 1997.

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