Friedrich Dürrenmatt

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Friedrich Dürrenmatt

Friedrich Dürrenmatt (1921 – 1990), scrittore, drammaturgo e pittore svizzero.

Citazioni di Friedrich Dürrenmatt[modifica]

  • Einstein parlava di Dio così spesso che mi è venuto il sospetto che fosse un teologo clandestino. (da "Una partita a scacchi con Albert Einstein", Casagrande, 2005)
  • Il fine dell'uomo consiste nel pensare, non nell'agire. Qualsiasi sciocco è in grado di agire. (da Giustizia)
  • Patria, si fa chiamare lo Stato ogniqualvolta si accinge a uccidere. (da Romolo il Grande)

La valle del caos[modifica]

  • Non concepire più nessun Dio e non concepirai più nemmeno l'inferno.
  • Se i poveri sono troppo pigri per arricchirsi tramite onesti crimini, e i ricchi durante le vacanze si burlano della povertà mangiando da piatti di metallo per sforzarsi di entrare nella cruna di un'ago della grazia, la cristianità è la vostra ricompensa.
  • Erano dei farabutti, certo, ma lui aveva più stima di quelli che non di loro lì sotto. Quei diavoli d'uomo avevano giocato a poker, avevano furfanteggiato e puttaneggiato per tutta la vita, sempre a rischio di finire arrostiti sulla sedia elettrica, mentre loro non facevano altro che lamentarsi. Era una questione d'onore, si trattava di dimostrare che in testa avevano qualcosa in più che segatura, si trattava di orgoglio di dimostrare che erano qualcuno, gente che sà opporsi che non si fa andar bene tutto e che ha occhi e orecchie ben aperte. Dovevano riflettere, maledizione!
  • Se i poveri e gli affamati vanno nel regno dei cieli, perché il Grande Vecchio ha compassione dei poveri diavoli, e i ricchi solo perché a lui non resta altro che essere misericordioso, allora voi cristiani siete gli unici a meritare il regno dei cieli, siete la sua gioia, il suo orgoglio le lodi che egli intona di sé.
  • Non nel nobile spirito umano, non in tutti quei pensieri sublimi si vede il riflesso del Grande Vecchio, poiché lui stesso è in grado di pensarli, bensi in voi criminali. Egli vi ama per quello che siete, come voi lo amate per quello che è. Per i poveri e per i ricchi, ma anche per i giusti in eterno che tuttalpiù arrivano alla frode fiscale, al riciclaggio del denaro, alla politica, lui è il buon caro Vecchio che lascia correre, ma per voi è l'inesorabile boss. Egli vi ama, come voi amate lui. La sua collera brucia ed è molto pesante, la sua lingua è come un fuoco che disrugge.
  • Ma se lo erano meritato, dato che non si erano difesi dal presidente del Consiglio. Ma ora si vergognavano, e alla vergogna si accompagnava la rabbia e alla rabbia l'orgoglio. Si sentivano uniti, un solo popolo, più di un popolo, La Valle del Caos e apparteneva a loro comandare.
  • Faceva male la verità, bruciavano dentro come all'inferno. Potevano trascinare Sepp giù dal pulpito, picchiarlo, graffiarlo strangolarlo, ma lui aveva ragione, erano ottusi, pigri, rimbecilliti.
  • E tuttavia un tempo avevano cacciato gli stranieri, e adesso tutto il paese viveva di stranieri, oppure andava in rovina quando gli stranieri non c'erano, come erano andati in rovina quando predicavano la benedizione della povertà a una società straricca.
  • Partì dalle parole di Gesù dei tre vangeli sinottici, era più facile per un cammello passare per la cruna di un'ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli, e dalla risposta di Cristo alla domanda spaventata dei discepoli su chi potesse essere salvato. La risposta era che le cose impossibili agli uomini non erano impossibili a Dio. Beati i poveri di spirito, perché di questi è il regno dei cieli. Poveri di quale spirito? Dello spirito del Grande Vecchio in cielo? Allora non erano beati, bensì infelici. No, beati erano i poveri di spirito dell'uomo, i poveri, poiché lo spirito dell'uomo era il denaro, in latino pecunia, derivante da pecus, bestiame. Il denaro era bestiale. Dal baratto del bestiame contro bestiame, cammello contro cammello, si era arrivati al bestiame contro il denaro, al cammello contro il denaro, al valore contro il valore.
  • L'uomo valuta con il denaro. Per questo tutte le azione dell'uomo si fondano sul denaro, la sua cultura e la sua civiltà, e per questo tutto ciò che l'uomo fa o produce con o tramite il denaro, il buono o il cattivo, l'enorme giro di affari con il pane per i fratelli e la miseria per i fratelli, con ciò che ci veste e ciò che ci sveste, con ciò che merita di essere vissuto e ciò che non merita di essere vissuto, con il durevole e con il transitorio, con il necessario e con il superfluo, con la cinematografia e con la pornografia, con l'amore disinteressato e con l'amore veniale, non è altro che vanità. Opera dell'uomo e non del Grande Vecchio.
  • Ma se il povero che non possiede niente, possiede il regno dei cieli, chi possiede, non possiede il regno dei cieli, il suo possesso lo rende infelice anziché beato, grava su di lui perché ogni possesso è un peso. Per questo anche il giovane ricco si era afflitto da Gesù, perché aveva molti beni. Afflitto!! Certo, avrebbe voluto diventare povero, avrebbe voluto vendere tutto e dare il ricavato ai poveri, e diventare come Gesù ma cosa avrebbe ottenuto?? I poveri avrebbero sperperato la loro ricchezza in un modo assurdo e sarebbero ridiventati poveri. Ma il giovane ricco?? Certo, sarebbe diventato povero, ma non sarebbe andato nel regno dei cieli: la sua rovina non sarebbe avvenuta in cielo, nello spirito del Grande Vecchio, bensì nello spirito dell'uomo. Per infannare il destino a lui riservato di essere ricco.
  • Gesù l'aveva tentato, perché anche Gesù era un tentatore, quando se ne andava in giro vestito di stracci, per questo i cristiani pregavano: Non indurci in tentazione! Il giovane ricco non aveva resistito alla speranza di diventare povero, di andare vestito di stracci come Gesù, di diventare un barbone, e quindi la ricchezza era la croce dei cristiani e l'afflizione era il loro destino, mentre la serenità era destinata solo ai poveri, ai nullatenenti, sospirate cristiani, sospirate..
  • Come era stato facile scacciarli era facile raccoglierli, tramite la Grazia, poiché essa era l'impossibile, possibile solo con il Grande Vecchio, era qualcosa di totalmente immeritato. Infatti se la Grazia fosse meritata non sarebbe più Grazia bensì ricompensa. Davanti al Grande Vecchio gli ultimi erano i primi e i poveri erano ricchi, e i ricchi maledetti. Ma chi possedeva la Grazia non ne aveva bisogno poiché la Grazia era già in lui, e quindi la Grazia era riservata a loro, i ricchi, i maledetti, i sazi, la grazia con cui venivano incoronati come la sola faccia dell'umanità che ne aveva bisogno.

Incipit di alcune opere[modifica]

Giustizia[modifica]

Giovanna Agabio[modifica]

Certo, scrivo questa relazione per amore dell'ordine, per una sorta di pedanteria, perché venga messa agli atti. Voglio costringermi a esaminare ancora una volta gli eventi che hanno portato all'assoluzione di un assassino e alla morte di un innocente.
[Friedrich Dürrenmatt, Giustizia, traduzione di Giovanna Agabio, Adelphi, 2011. ISBN 9788845926280]

Fruttero & Lucentini[modifica]

È forse solo per pedanteria, per amore dell'ordine, per mettere agli atti un altro documento, che scrivo questo rapporto. Voglio costringermi a riesaminare i fatti che hanno portato all'assoluzione di un omicida e alla morte di un innocente.
[Friedrich Dürrenmatt, Giustizia, citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Il giudice e il suo boia[modifica]

La mattina del 3 novembre 1948, il gendarme di Twann, Alphons Clenin, uscendo dal bosco in direzione di Lamboing (uno dei villaggi del Tassenberg), notò una Mercedes blu ferma sul ciglio della strada.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Il minotauro[modifica]

L'essere che Pasifae, la figlia del dio Sole, aveva partorito dopo che, rinchiusa per suo desiderio in una finta vacca, era stata montata da un bianco toro consacrato a Poseidone, si trovò, dopo lunghi anni d'un sonno confuso, durante i quali era cresciuto in una stalla fra le vacche, trascinato laddentro dai servi di Minosse, che avevano formato lunghe catene per non perdersi sul pavimento del labirinto che era stato costruito da Dedalo per proteggere gli uomini da quell'essere e l'essere dagli uomini, d'un impianto cioè da cui nessuno che vi si fosse inoltrato trovava più la via d'uscita e le cui innumerevoli intricate pareti erano di specchi, tanto che l'essere stava accovacciato non solo di fronte alla sua immagine, ma anche all'immagine delle sue immagini: vide davanti a sé un'infinità di esseri fatti com'era lui, e come si girò per non vederli più, un'altra infinità di esseri uguali a lui.

La morte della Pizia[modifica]

Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro.

La panne[modifica]

Ci sono ancora delle storie possibili, storie per scittori? Se uno non intende raccontare di sé né romanticamente, liricamente generalizzare il proprio io, se non si sente affatto obbligato a parlare con assoluta veridicità delle proprie speranze e delle proprie sconfitte, o del proprio modo di fare all'amore, come se la veridicità ne facesse un caso universale e non piuttosto un caso clinico, psicologico, se uno non intende farlo e tirarsi da parte con discrezione, difendere garbatamente le proprie faccende private, ponendosi di fronte al proprio tema come uno sculture di fronte alla materia prescelta, lavorandoci e sviluppandosi attraverso di essa, e voglia, come fosse una specie di autore classico, non lasciarsi prendere subito dalla disperazione, anche se non si possono certo negare le vere e proprie assurdità che ovunque vengono a galla, allora scrivere diventa un mestiere più difficile, più solitario e anche più insensato.

La promessa[modifica]

Nel marzo scorso dovevo tenere a Coira, presso la Società Andreas Dahinden, una conferenza sull'arte di scrivere romanzi polizieschi. Vi arrivai in treno che già annottava; nuvole basse e un nevischio deprimente, e gelo dappertutto. La conferenza si tenne nella sala dell'Unione Commercianti. Il pubblico era piuttosto scarso, dato che quella stessa sera Emil Staiger parlava nell'Aula magna del Liceo sull'ultimo Goethe. Non ero in vena quella sera – neanche gli spettatori lo erano del resto – e parecchi del luogo lasciarono la sala prima che la conferenza fosse finita. Mi intrattenni brevemente con qualche membro della presidenza, con due o tre professori liceali che avrebbero certo preferito essere andati anche loro ad ascoltare l'ultimo Goethe, una dama di beneficenza, presidentessa onoraria dell'Associazione delle domestiche della Svizzara orientale, e dopo aver incassato previa ricevuta onorario e rimborso spese mi ritirai nell'albergo che mi avevano destinato, L'hotel Steinbock, vicino alla stazione. Ma anche qui desolazione.

Bibliografia[modifica]

  • Friedrich Dürrenmatt, Giustizia, traduzione di Giovanna Agabio, Adelphi, 2011. ISBN 9788845926280
  • Friedrich Dürrenmatt, Il minotauro, traduzione di Umberto Gandini, Marcos y Marcos, 1997.
  • Friedrich Dürrenmatt, La morte della Pizia, traduzione di Renata Colorni, Piccola Biblioteca Adelphi, 1998.
  • Friedrich Dürrenmatt, La panne, traduzione di Eugenio Bernardi, Einaudi, 2005.
  • Friedrich Dürrenmatt, La promessa, traduzione di Silvano Daniele, Einaudi, 2005.
  • Friedrich Dürrenmatt, Romolo il Grande: una commedia storica che non si attiene alla storia in quattro atti, traduzione di Aloisio Rendi. Marcos y Marcos, Milano, 2006.

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Opere[modifica]