Friedrich Schleiermacher

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Friedrich Schleiermacher in un francobollo tedesco

Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher (1768 – 1834), filosofo e teologo tedesco.

Citazioni di Friedrich Schleiermacher[modifica]

  • [Baruch Spinoza] Il sublime spirito del mondo lo penetrò, l'infinito fu il suo principio e il suo fine, l'universale il suo unico ed eterno amore; vivendo in una santa innocenza e in una profonda umiltà, egli si specchiò nel mondo eterno e vide che lui stesso era per il mondo uno specchio d'amore; fu pieno di religione e di spirito santo. (citato in Vincenzo Iannuzzi, La filosofia di Spinoza, Napoli 1953)

Sull'università[modifica]

Incipit[modifica]

Quasi tutti ammettono che gli uomini devono possedere non soltanto una grande varietà di conoscenze, ma una scienza vera e propria. Dovunque se ne ha l'intuizione, dovunque il desiderio.

Citazioni[modifica]

  • Shelling ha detto: «Lo Stato, per realizzare i suoi obiettivi, ha bisogno di divisioni, non soltanto di quelle che risiedono nell'ineguaglianza dei ceti, ma anche di divisioni che vanno ben più lontano, delle divisioni interne che risultano dall'isolamento e dall'opposizione dei talenti particolari, dall'oppressione di tante individualità»[1] (Introduzione, p. 14).
  • Al contrario, se uno Stato includesse diverse lingue, inviterebbe tutti gli intellettuali compresi nel suo territorio ad unirsi subito, strettamente, per formare una totalità. Me è chiaro che essi rappresenterebbero due partiti contrapposti; ogni lingua cercherebbe di strappare il favore del potere: non ci sarebbe sincera fratellanza che fra gli utenti di una stessa lingua (cap. 1, p. 46).
  • Per lo meno sarebbe opportuno che questi Stati restino strettamente uniti: sarebbe una follia se ciascuno volesse possedere istituzioni scientifiche interamente per se stesso (cap. 1, p. 47).
  • Ma quando uno Stato potente arriva al successo in questo genere di conquista e, non contento di ciò che già realizzato in questo campo, impone ancora barriere, in attesa di poter colmare da se stesso le proprie lacune, questo implica orgoglio, autoritarismo, illiberalità, economia gretta ed avara, che getta una luce ancor più spiacevole sullo spirito di queste conquiste e deve provocare, più di ogni latra cosa. L'odio verso il governo in tutti gli uomini colti della nazione (cap. 1, p. 49).
  • L'organizzazione è tanto più perfetta, quanto più questa ramificazione si estende e si raffina senza muovere all'unità vivente del tutto, e quanto più questa ultima non degenera in una vuota forma: così, in ogni individuo, la partecipazione ai progressi dell'insieme e la passione per una determinata specialità si fecondano reciprocamente, e non c'è, di conseguenza, nessuna difficoltà a mantenere, in seno all'accademia, la più stretta unione tra le diverse parti della scienza (cap. 2, p. 58).
  • Si spiega così di come la permanenza all'università sia più breve di quella scolastica; non è che un periodo più lungo non sarebbe indispensabile per svolgere studi esaustivi, ma l'imparare ad apprendere può compiersi in tempi più brevi; a dire il vero, all'università non si vive che un momento, e non vi si compie che un solo atto: quello di risvegliare nell'uomo l'idea di conoscenza, la più elevata consapevolezza della ragione, come principio direttivo (cap. 2, p. 62).
  • Questo è il senso dei seminari scientifici e degli istituti di ricerca applicata all'università, che sono di natura interamente accademica. È per questo che due nomi corrispondono alla natura dell'università ed essa è chiamata, di volta in volta, istituto di cultura superiore ed accademia. È dunque irragionevole pretendere che le università non debbano possedere questi istituti di ricerca, col pretesto che essi non sono adatti che alle accademie (cap. 2, p. 66).
  • Se è vero che il più grande danno che possano subire gli studenti, dal punto di vista delle università e della vita scientifica in generale, è quello di essere portati a considerare che la scienza superiore, che non può essere che spirito e vita, e non si esteriorizza che per una piccola parte, non sia, anch'essa, che una somma di proposizioni e di dati particolari, che si possono acquisire e possedere come ogni altra conoscenza scolastica. È altrettanto disastroso che le università, da parte loro, giustifichino questa apparenza fallace e non facciano altro che perpetuare la scuola (cap. 2, p. 66).
  • Gli argomenti sono spesso trattati come se fossero destinati non a colore in cui lo spirito scientifico deve svilupparsi ma, la contrario, a quelli per i quali esso deve rimanere per sempre estraneo (cap. 3, p. 74).
  • Per questo motivo, il liceo non deve accogliere che un'elite di giovani e, similmente, non deve mandare all'università che un'ulteriore elite: ma poiché esso è solo preparatorio, e non è tenuto a scoprire le attitudini, non gli si può affidare il compito di decidere definitivamente sul grado di attitudine scientifica (cap. 3, p. 74).
  • Tuttavia, la lezione ex cathedra dell'università, che ha come scopo fondamentale quello di far comprendere concetti, deve possedere certamente la natura del dialogo classico, anche se non ne ha la forma esteriore: di conseguenza, essa deve cercare di portare chiaramente alla luce, da una parte, l'interiorità degli ascoltatori che non possiedono, se non inconsciamente, l'idea da ridestare, e dall'altra, quella del professore, che possiede l'idea (cap. 3, p. 81).
  • Non c'è nulla di più meschino. Un professore che ripete e fa ricopiare sempre il contenuto di uno stesso quaderno, scritto una volta per tutte, richiama fastidiosamente alla memoria il tempo in cui non esisteva ancora la stampa: il semplice fatto che un saggio dettasse in pubblico un suo manoscritto aveva già un enorme valore, e l'esposizione orale teneva luogo di lettura (cap. 3 p. 83).
  • Se è meglio per la facoltà di filosofia conservare la sua unità anche formando dipartimenti concepiti in maniera elastica e del tutto provvisorio in funzione dei lavori da svolgere, e senza che questa unità cessi di essere l'essenziale, appare già chiaramente che lo sforzo generale dell'università deve anche essere quello di non abusare di rigide divisioni in branche particolari, tenendo, per es., ogni professore nei limiti della sua facoltà o, ancor peggio, confinandolo in seno a questa o in quella specialità (cap. 4, p. 93).
  • È vero che molti acquistano così più conoscenze; ma dimentichiamo che l'acquisizione pura e semplice di conoscenze qualsiasi non è affatto il fine dell'università, che è, piuttosto, il sapere, e il compito non è quello di riempire la memoria, e neppure, semplicemente, di arricchire la ragione, ma piuttosto di risvegliare nei giovani, se è possibile, una vita completamente nuova, uno spirito superiore e veramente scientifico (cap. 5, p. 110).
  • Non si dovrebbe fare a meno di consigli avveduti, e l'organizzazione dell'università offre abbastanza occasioni di dispensarne, ma la minima traccia di obbligo, la più leggera pressione di un'autorità superiore è pregiudizievole (cap. 5, p. 112).
  • Coloro dunque che la natura ha destinato alla scienza sono certamente i membri più rispettabili ed autentici dell'università; tutto è organizzato per loro e deve riferirsi a loro, e non deve aver luogo nulla di ciò che sarebbe intrapreso contro i loro desideri (cap. 5, p. 112).
  • Ma né lo Stato né il corpo scientifico hanno il diritto di limitare a nessuno la libertà che ciascuno ha e che essi garantiscono (cap. 5, p. 114).
  • Se la moralità deve purificarsi e la coscienza chiarificarsi, i costumi le convenzioni ereditati non devono assolutamente essere immutabili, ma al contrario, riformabili, e devono anche effettivamente essere riformati (cap. 5, p. 118).
  • Molto bene! Ma ammesso tutto ciò, esistono ancora due grandi mali legati a questa libertà, che suscitano lamentele e che sarebbe ingiusto passare completamente sotto silenzio. Il primo è che gli studenti inglobano tutto ciò che non è qualcosa di studentesco in un'unica, massiccia antitesi per respingerlo in blocco sotto il nome di filisteismo, e che essi si permettono contro ciò tutti gli insulti, in quanto questi non cadono evidentemente sotto i colpi della legge. Ma se pensano di essere i soli a possedere il principio di formazione e che al di fuori di essi non c'è che una massa miserabile, questa è un'arroganza che deve essere soppressa, in quanto naturale conseguenza di un isolamento troppo esasperato (cap. 5, p. 121).

Explicit[modifica]

Le stesse università debbono preparare questo cambiamento della prassi attuale; debbono ridare vita alle loro forme gotiche, senza più giocare con i titoli che esse attribuiscono e senza ridurli a vuoti nomi.

Bibliografia[modifica]

Schleiermacher F. (1995) Sull'università, Napoli, Città del Sole, (tit. orig. Gelegentliche Gedanker uber Universitaten in deutschem Sinn), ISBN 88-86521-19-7.

Note[modifica]

  1. Shelling K.F.A. (1803) Vorlesunger uber die Mehode des akademischen Studiums

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