Fulvio Tomizza

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Fulvio Tomizza (1935 – 1999), scrittore italiano.

Incipit di alcune opere[modifica]

La miglior vita[modifica]

La mano mi trema come in quel lontano mattino di Pasqua, quando mio padre occupato con le due messe e la benedizione delle uova mandò me, sui dodicici anni, a versare l'acquasanta nei quattro cantoni della parrocchia per preservarla dalla grandine estiva. Nella boccetta dell'acqua, battezzata il giorno avanti nella tinozza ai piedi della fonte, aveva aggiunto una lacrima del cero pasquale, un pezzetto di ostia rimasta pane in sagrestia, un filo d'oro strappato al piviale e uno d'argento caduto dalla pianeta. Continuavo a tremare mentre lui in calzoni, coi mustacchi gialli riconsacrava, e per me profanava, l'acqua con la quale ci si segna in fronte. Tra la messa bassa per le donne e quella cantata per gli uomini e per le donne che non cucinavano, eravamo noi due soli nel ripostiglio della chiesa che era sempre parte della chiesa. Egli mi appariva nervoso e, distratto che fui da un suono sulla strada, mi sgridò, rivelandomi che ai sagrestani era permesso parlare a voce piena in chiesa; ma mi fece anche capire che il parroco lo avrebbe disapprovato, forse licenziato, perché a lui soltanto era consentito di arrestare le tempeste.

[Fulvio Tomizza, La miglior vita, Rizzoli Editore 1977.]

L'amicizia[modifica]

È venuto il tempo che io mi dedichi a te. A quasi vent'anni da quella domenica d'inverno è rispuntata la seconda persona. Stavo chiudendo la porta della nostra casetta sul Carso, al bivio dopo Gabrovizza. Deserta la camera che mi attendeva al piano di sopra e io senza gran voglia di dormire. Mia moglie è da alcuni giorni dietro il figlio in città: spera di convincerlo a passare un'altra estate in campagna, neppure lei troppo entusiasta anche se pronta a giurare il contrario. Prima di tirare la porta ho dato un'occhiata al cielo che da settimane sembra assicurare pioggia a questa terra riarsa. La notte si addensano nuvole nere, che di primo mattino la bora sospinge verso la penisola istriana per mettermi davanti a una nuova giornata di afa. Ho guardato uno spacco giallo fra le nubi e mi sono sorpreso a chiedermi: "Che ne è di Alessandro?".

[Fulvio Tomizza, L'amicizia, Rizzoli Editore 1980]

Materada[modifica]

La guerra tutti l'abbiamo provata, e anche la Liberazione che si portò dietro altri lutti e altre miserie; ma per me tutto ha avuto inizio in uno di quei giorni avanti Pasqua quando lo zio si era aggravato. Stavo facendo legna sotto il rovere per avere tutto pronto in casa per le feste e, casomai, la veglia – questo ultimo attacco di paralisi infatti pareva più serio dei precedenti –, quando mia moglie si fa sulla soglia, mi fa segno di correre, e in viso era come disfigurata.
Ci siamo, pensai, e come prima cosa mi venne in mente di chiamare il figlio e mandarlo a Materada per far suonare i due botti di campana. Oliva invece mi prese per il braccio, mi spinse nel tinello accanto e, una volta dentro, chiudendo la porta, dal seno mi estrae un rotolo di carta. Con voce rotta disse: «Il farabutto! Guarda, Francesco, cosa ha fatto! Corri di sopra, fa' presto, va'!».
Dischiusi le imposte e vidi che quello era il testamento di mio zio, scritto su carta grossa, con inchiostro ormai sbiadito. Però si capiva ugualmente, Fin troppo bene si capiva. Lasciava come suo unico erede suo figlio Carlo.

[Fulvio Tomizza,Materada, La Scala, Rizzoli Editore 1983]

Bibliografia[modifica]

  • Fulvio Tomizza, La miglior vita, Rizzoli Editore 1977.
  • Fulvio Tomizza, L'amicizia, Rizzoli Editore 1980.
  • Fulvio Tomizza, Materada, La Scala, Rizzoli Editore 1983.

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