Gaio Sallustio Crispo

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Gaio Sallustio Crispo

Gaio Sallustio Crispo (86 a.C. – 34 a.C.), storico e politico romano.

Citazioni[modifica]

  • Con la concordia le piccole cose crescono, con la discordia le grandissime vanno in rovina. (da La guerra giugurtina, 10, 6)
Concordia parvae res crescunt, discordia maxumae dilabuntur.

La congiura di Catilina[modifica]

Incipit[modifica]

Omnia homines qui sese student praestare ceteris animalibus summa ope niti decet ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit.

I traduzione[modifica]

Tutti gli uomini che desiderano eccellere fra gli esseri del mondo, con ogni mezzo devono prodigarsi per non condurre oscuramente la vita, come animali che la natura ha forgiato con il capo rivolto a terra, e schiavi del ventre.

Silvia Perezzani e Sandro Usai[modifica]

Per tutti coloro che mirano a emergere su altri esseri viventi, è conveniente applicarsi con fortissimo impegno al fine di non trascorrere la vita senza lasciare memoria di sé, a guisa di bestie che la natura ha formato prone a terra e dedite unicamente alla preoccupazione del cibo.

Vittorio Alfieri[modifica]

Agli uomini, che ambiscono esser da più degli altri animali, conviene con intenso volere sforzarsi di viver chiari; e non come bruti, cui natura a terra inchinò, ed al ventre fe' servi.

Citazioni[modifica]

  • Infatti la fama delle ricchezze e della bellezza è fugace e fragile, la virtù è considerata illustre ed eterna.
Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur.
  • Volere e non volere le stesse cose, questa è la vera amicizia. (cap.XX, par. 4)
Idem velle atque nolle, ea demum firma amicitia est.
  • Più uno si trova in alto e meno è libero. (LI, 13)
In maxima fortuna minima licentia est.
  • Mi si dirà: chi potrà biasimare quanto si sarà stabilito contro dei traditori? Le circostanze il tempo la sorte, il cui capriccio governa le genti. (Cesare: 51,25)
At enim quis reprehendet quod in parricidas res pupublicae decretum erit? Tempus dies fortuna, quoius lubido gentibus moderatur.
  • Tutte le cattive azioni derivano e prendono a esempio delle buone azioni. (Cesare, commentando il precedente che costituirebbe la messa a morte di un cittadino romano: 51,27)
Omnia mala exempla ex rebus bonis orta sunt.
  • In una battaglia, massimo è sempre un pericolo per chi massimamente lo teme. Se la Fortuna fosse sfavorevole alla vostra prodezza, vedete di non morire invendicati. (Catilina)
Semper in proelio iis maximum est periculum, qui maxume timent. Si virtuti vostrae fortuna inviderit, cavete ne inulti animam amittatis.

Silvia Perezzani e Sandro Usai[modifica]

  • La vita è breve ma viene resa più lunga dal ricordo che di noi lasciamo. Infatti il prestigio, che ci viene dal denaro e dalla prestanza fisica scorre come un fiume ed è fragile come un fuscello. La rettitudine, invece, risplende eternamente. (p. 17)
  • Nella molteplicità delle attività umane la Natura offre sempre a ciascuno la propria strada. (p. 19)
  • Ai potenti risulta più sospetta l'onestà che la depravazione e per loro la virtù è fonte di angoscia. (p. 23)
  • In tutte le cose la sorte è padrona e a suo capriccio, più che in base alla verità, le imprese vengono rese illustri oppure oscure. (p. 25)
  • L'avidità non ama che il denaro, cosa non certo tipica dei saggi; questa forma di avidità è simile ad un veleno mortale; illanguidisce il corpo e l'animo dell'uomo; è sempre inesauribile e insaziabile, né l'abbondanza, né la penuria di mezzi riescono a placarla. (p. 27)

Ritratto di Catilina[modifica]

1. L. Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. 2. Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis grata fuere, ibique iuventutem suam exercuit. 3. Corpus patiens inediae, algoris, vigiliae supra quam cuiquam credibile est; 4. animus audax, subdolus, varius, cuius rei lubet simulator ac dissimulator, alieni adpetens, sui profusus, ardens in cupiditatibus. 5. Satis eloquentiae, sapientiae parum vastus animus immoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat. 6. Hunc post dominationem L. Sullae lubido maxuma invaserat rei publicae capiundae, neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat. 7. Agitabatur magis magisque in dies animus ferox inopia rei familiaris et conscientia scelerum, quae utraque iis artibus auxerat quas supra memoravi. 8. Incitabant praeterea corrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant. 1. Lucio Catilina, nato da una famiglia nobile, ebbe grande forza sia d'animo sia di corpo, ma di mente maligna e cattiva. 2. Fin dall'adolescenza a questo furono gradite le guerre civili, le stragi, le rapine e la discordia civile, e lì trascorse la sua gioventù. 3. Aveva un fisico capace di sopportare i digiuni, al freddo e alle veglie più di quanto sia credibile a ciascuno. 4. L'animo audace, subdolo, mutevole, simulatore e dissimulatore di qualunque cosa, desidero delle cose altrui, sperperatore del proprio, ardente nei piaceri. 5. Non privo di eloquenza, ma di poco giudizio: l'indole insaziabile desiderava cose smodate, incredibili, al di sopra di sia credibile ad alcuno. 6. Dopo il dispotismo di Lucio Silla, lo assalì un desiderio grandissimo di impadronirsi dello Stato, e non dava importanza in quali modi otteneva ciò pur di procurarsi il potere. 7. Sempre più di giorno in giorno l'animo fiero è turbato dalla mancanza di un patrimonio familiare e dalla consapevolezza dei misfatti, entrambe cose che egli aveva cresciuto con quei vizi di cui ho parlato prima. 8. Inoltre lo incitavano i costumi corrotti dei cittadini, che due mali pessimi e diversi tra loro, la lussuria e l'avidità, corrompevano.

Un drammatico confronto[modifica]

1. Quibus rebus permota civitas atque inmutata urbis facies erat. Ex summa laetitia atque scivia, quae diuturna quies peperat, repente omnis tristizia invasit: 2. festinare, trepidare, neque loco nec homini cuiquam satis credere, neque bellum gerere, nequem pacem habere, suo quisque metu pericola metiri. 3. Ad hoc mulieres, quibus rei publicae magnitudine belli timor insolitus incesserat, adflictare sese, manus supplicis ad caelum tendere, miserari parvos liberos, rogitare, omnia pavere, superbia atque deliciis omissis sibi patriaeque diffidere. 4. At Catilinae crudelis animus eadem illa movebat, tametsi presidia parabantur et ipse lege Plautia interrogatus erat ab L. Paulo. 5. Postremo, dissimulandi causa, aut sui expurgandi, sicubi iurgio lacessitus foret, in senatum venit. 6. Tum M. Tullius consul, sive praesentiam eius timens, sive ira conimotus, orationem habuit luculentam atque utilem rei publicae, quam postea scriptam edidit. 7. Sed ubi ille adsedit, Catilina, ut erat paratus ad dissimulanda omnia, defisso voltu, voce supplici postulare a patribus coepit ne quid de se temere crederent; ea familia ortum, ita se ab adulescentia vitam instituisse ut omnia bona in spe haberet; ne existumarent sibi patricio homini, cuius ipsius atque maiorum pluruma beneficia in plebem Romanam essent, perdita re publica opus esse, cum eam servaret M. Tullius, inquilinus civis urbis Romae. 8. Ad hoc maledicta alia cum adderet, obstrepere omnes, hostem atque parricidam vocare. 9. Tum ille furibundus: «Quoniam quidem circumventus – inquit – ab inimicis praeceps agor, incendium ruina restinguam.» 1. I cittadini erano stati turbati da queste notizie e l'aspetto della città era cambiato. Da una somma gioia e spensieratezza, che aveva procurato un lungo periodo di quiete, ben presto la malinconia invase tutti: 2. si agiva in fretta, si trepidava, non ci si fidava abbastanza né delle circostanze né di nessun uomo, non si faceva la guerra, né si aveva la pace, ognuno misurava i pericoli secondo il proprio timore. 3. Inoltre le donne, per le quali era diventato insolito il timore della guerra per la grandezza dello Stato, si affliggevano, tendevano le mani supplichevoli al cielo, si commiseravano per i figli piccoli, chiedevano con insistenza, temevano tutto, messi da parte la superbia e i piaceri non avevano fiducia in se stesse o nella patria. 4. Ma Catilina di animo crudele portava avanti quei piani sebbene le difese fossero state preparate ed egli fosse stato messo sotto accusa da Lucio Paolo in base alla legge Plonzia. 5. Infine, per dissimulare e per discolparsi, come se fosse stato provocato da un attacco, giunse in Senato. 6. Allora il console Marco Tullio, sia poiché temeva la sua presenza, sia perché mosso dall'ira, tenne un discorso eloquente e vantaggioso per lo Stato, che in seguito rese per iscritto. 7. Ma quando egli si sedette preparato com'era a fingere tutto, con il volto avvilito, con la voce supplichevole cominciò a chiedere ai senatori che non credessero qualcosa di lui sconsideratamente; egli disse che nato da quella famiglia aveva condotto una vita, fin dall'adolescenza in modo tale da sperare ogni bene; e disse loro di non pensare che lui, un patrizio i cui benefici e quelli dei suoi antenati verso la plebe romana erano moltissimi, avesse bisogno di distruggere lo Stato, mentre Marco Tullio inquilino nato fuori dalla città di Roma lo conservasse. 8. Aggiungendo a queste anche altre ingiurie, tutti gridavano e lo chiamavano nemico e parricida. 9. Allora quello disse furioso: «Poiché circondato da nemici sono spinto alla rovina, spegnerò il mio incendio con la rovina».

Cesare e Catone a confronto[modifica]

1. Igitur eis genus, aetas, eloquentia, prope aequalia fuere; magnitudo animi par, item gloria, sed alia alii. 2. Caesar beneficiis ac munificentia magnus habebatur, integritate vitae Cato. Ille mansuetudine et misericordia clarus factus, huic severitas dignitatem addiderat. 3. Caesar dando, sublevando ignoscendo, Cato nihil largiundo gloriam adeptus est. In altero miseris perfugium erat, in altero malis pernicies. Illius facilitas, huius costantia laudabatur. 4. Postremo Caesar in animum induxerat laborare, vigilare, negotiis amicorum intentus sua neglegere, nihil denegare quod dono dignum esset; sibi magnum imperium, exercitum, bellum novum exoptabat ubi virtus enitescere posset. 5. At Catoni studium modestiae, decoris, sed maxume severitatis erat. 6. Non divitiis cum divite neque factione cum factioso, sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia certabat. Esse quam videri bonus malebat; ita, quo minus petebat gloriam, eo magis illum assequebatur. 1. Essi ebbero dunque la stessa origine, età, eloquenza quasi uguali; uguale grandezza d'animo, parimenti la gloria, ma diversa nell'uno e nell'altro. 2. Cesare era considerato grande per i favori e per la generosità, Catone per l'integrità della vita. Quello era diventato famoso per la mitezza e per la pietà, a questo l'austerità aveva aggiunto dignità. 3. Cesare conseguì la gloria col dare, con l'aiutare, con il perdonare, Catone con il non concedere niente.In uno c'era rifugio per i miseri, nell'altro rovina per i malvagi. Di quello veniva lodata l'indulgenza, di questo la coerenza. 4. Alla fine Cesare si era deciso a darsi da fare, a vegliare, interessato agli affari degli amici, a trascurare i propri, non negando niente che fosse degno di un dono. Desiderava per sé un grande potere, un esercito, una nuova guerra dove il valore potesse risplendere. 5. Ma Catone aveva la passione della modestia, del decoro, ma soprattutto dell'austerità. 6. Gareggiava non in ricchezza con il ricco, non in faziosità con il fazioso, ma con il valoroso in valore, con il modesto in pudore, con l'onesto in temperanza. Preferiva essere buono piuttosto che apparire; così quanto meno aspirava alla gloria tanto più questa lo inseguiva.

Il discorso di Catilina ai soldati[modifica]

1. «Compertum ego habeo, milites, verba virtutem non addere, neque ex ignavo strenuum, neque fortem ex timido exercitum oratione imperatoris fieri. 2. Quanta cuiusque animo audacia natura aut moribus inest, tanta in bello patere solet. Quem neque gloria neque pericula excitant, nequiquam hortere; timor animi auribus officit. 3. Sed ego vos quo pauca monerem advocavi, simul uti causam mei consili aperirem. 4. Scitis equidem, milites, socordia atque ignavia Lentuli quantam ipsi nobisque cladem attulerit, quoque modo, dum ex urbe praesidia opperior, in Galliam proficici nequiverim. 5. Nunc vero quo loco res nostrae sint iuxta mecum omnes intellegitis. 6. Exercitus hostium duo, unus ab urbe, alter a Gallia obstant. Diutius in his locis esse, si maxume animus erat, frumenti atque aliarum rerum egestas prohibet. 7. Ouocumque ire placet, ferro iter aperiundum est. 8. Quapropter vos moneo uti forti atque parato animo sitis et, cum proelio inibitis, memineritis vos dìvitias, decus, gloriam, praeterea libertatem atque patriam in dextris vostris portare. 9. Si vincimus, omnia nobis tuta erunt; commeatus abunde, municipia atque coloniae petebunt. 10. Si metu cesserimus, eadem illa advorsa fient, neque locus neque amicus quisquam teget quem arma non texerint. 11. Praeterea, milites, non nobis et illis necessitudo impendet: nos pro patria, pro libertate, pro vita certamus; illis supervacaneum est pugnare pro potentia paucorum. 12. Quo audacius adgredimini, memores pristinae virtutis. 13. Licuit vobis cum summa turpitudine in exilio aetatem agere; potuisti nonnulli Romae, amissis bonis, alienas opes expectare. 14. Quia illa foeda atque intoleranda viris videbantur, haec seqi decrevisti. 15. Si haec relinquere voltis, audacia opus est; nemo nisi victor pace bellum mutavit. 16. Nam in fuga salutem sperare, cum arma quibus corpus tegitur ab hostibus avorteris, ea vero dementia est. 17. Semper in proelio eis maxumum est periculum qui maxume timent; audacia pro muro habetur. 18. Cum vos considero, milites, et cum facta vostra aestumo, magna me spes victoriae tenet. 19. Animus, aetas, virtus vostra me hortantur, praeterea necessitudo, quae etiam timidos fortis facit. 20. Nam multitudo hostium ne circumvenire queat prohibent angustiae loci. 21. Quod si virtuti vostrae fortuna inviderit, cavete inulti animam amittatis, neu capti potius sicuti pecora trucidemini quam virorum more pugnantes cruentam atque luctuosam victoriam hostibus relinquatis». 1. «So bene, o soldati, che le parole non infondono coraggio e che l'esercito da pauroso non diventa valoroso né da pigro diventa lavoratore con il discorso di un generale. 2. In guerra è solito manifestarsi quanto coraggio ciascuno possiede grazie alla natura o alla sua formazione. È inutile esortare colui che non è stimolato né dalla gloria né dai pericoli; la paura dell'animo è di ostacolo alle orecchie. 3. Io vi ho convocati soltanto per darvi qualche consiglio ed esporvi la ragione della mia decisione. 4. Come certamente sapete, o soldati, Lentulo con la sua negligenza e la sua vitalità ha provocato un enorme danno a sé stesso e a noi; mentre attendevo rinforzi da Roma mi è stato impossibile trasferirmi in Gallia. 5. Perciò in questo momento voi tutti vi rendete conto quanto me di quale sia la nostra situazione. 6. Ci sbarrano la strada due eserciti, uno da Roma, l'altro dalla Gallia. La scarsità di grano e di altri generi alimentari ci impedisce di restare più a lungo in questi luoghi anche se il nostro animo lo sopporterebbe: 7. in qualsiasi direzione si voglia andare, è necessario aprire il cammino con le armi. 8. Per questa ragione vi invito ad essere forti e risoluti e, quando inizierete la battaglia, a tenere presente che portate nelle vostre destre la ricchezze, l'onore, la gloria oltre alla libertà e alla patria. 9. Se vinceremo, sarà tutto nostro; ci verranno dati rifornimenti in abbondanza, i municipi e le colonie ci apriranno le porte. 10. Se la paura ci farà retrocedere, tutto si volterà contro di noi, non ci sarà un rifugio, non un amico proteggerà chi non si è saputo difendere con le armi. 11. Non incombe su di noi e su di loro, soldati, la medesima necessità: noi ci battiamo per la patria, la libertà, la vita; a loro poco importa combattere per il potere di pochi. 12. Siate dunque più arditi all'attacco, memori della virtù antica. 13. Avreste potuto trascorrere la vita vergognosamente in esilio; alcuni di voi, perduto ogni avere, avrebbero potuto vivere a Roma di carità. 14. Ma situazioni come queste sono sembrate vergognose e intollerabili a veri uomini e perciò avete preferito seguire questa via. 15. Se volete uscire dalla guerra, ci vuole coraggio; nessuno può mutare la guerra con la pace se non da vincitore. 16. Ma sperare la salvezza nella fuga, dopo aver distolto le armi con le quali si protegge il corpo, codesta è pura follia! 17. Nei combattimenti, il maggior pericolo lo corrono coloro che hanno più paura: l'audacia è la miglior difesa. 18. Quando vi considero, soldati, e valuto le vostre azioni passate, mi prende una grande speranza di vittoria. 19. L'animo, l'età, il vostro valore mi danno coraggio e inoltre la situazione disperata rende eroi anche i paurosi. 20. I nemici, benché più numerosi, non possono accerchiarci: infatti lo impedisce l'angustia dei luoghi. 21. E se la sorte si opporrà al vostro valore, badate a non cadere invendicati e a non farvi catturare per essere sgozzati come pecore, ma piuttosto battetevi da prodi e lasciate ai nemici una vittoria piena di lutti e di sangue.»

Incipit de La guerra giugurtina[modifica]

I traduzione[modifica]

Sbaglia il genere umano a lamentare, della propria natura, il fatto che essa, debole e di breve durata, sia governata dal caso più che dalla virtù. Infatti, se ben rifletti, non troverai altro né di più grande né di superiore; alla natura umana, più che la forza o il tempo, manca la volontà di agire.

Vittorio Alfieri[modifica]

A torto si dolgono gli uomini d'essere, per la debile loro e poco durevol natura, più da fortuna che da virtù governati. Che all'incontro, chi bene investiga nulla troverà di più grande, di più eccellente, che la nostra natura; a cui l'industria bensì, ma non la forza vien meno, né il tempo.

Bibliografia[modifica]

  • Gaio Sallustio Crispo, La congiura di Catilina, a cura di G. Pontiggia, Mondadori, 1992.
  • Gaio Sallustio Crispo, La congiura di Catilina, a cura e versione di Silvia Perazzi e Sandro Usai, TEN, 1994.
  • C. Crispo Sallustio, La congiura di Catilina e La guerra di Giugurta, traduzione di Vittorio Alfieri, Londra [i.e. Firenze], [Piatti], 1804.

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