Gavin Flood

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Gavin Flood (1854 – vivente), storico delle religioni e accademico britannico.

Citazioni di Gavin Flood[modifica]

  • I mantra pervadono la pratica tantrica a partire dalla meditazione esoterica sulle lettere dell'alfabeto per giungere alla ripetizione che accompagna la generica sequenza rituale di purificazione degli elementi del corpo, la costruzione di un corpo divino tramite l'imposizione dei mantra, il culto interiore o mentale che consiste nella visualizzazione della divinità e il culto esteriore in cui vengono offerte alle divinità sostanze materiali come fiori e incenso.[1]
  • Dobbiamo vedere le religioni in termini di vasti processi storici, parte delle macro forze complesse che formano le comunità umane in ciò che queste sono. La storia delle religioni è strettamente connessa con la storia delle istituzioni politiche e dell'economia. Per capire questo livello abbiamo bisogno sia della storia come narrazione sia di macro analisi storiche e sociologiche. Ma le religioni vanno comprese anche con i micro studi sulle tradizioni e sui testi particolari, per la qual cosa abbiamo bisogno della filologia per accertare i testi e il campo di lavoro di pratiche e società particolari.
We need to see religions in terms of broad historical processes as part of the complex macro forces that form human communities into what they are. The history of religions is closely connected with the history of political institutions and the history of economics. To understand this level we need both narrative history and macro historical and sociological analysis. But religions must also be understood through micro studies of particular traditions and texts, for which we need philology in establishing texts and fieldwork of particular practices and societies.[2]

L'induismo[modifica]

Incipit[modifica]

Che cos'è l'induismo? Una risposta semplice potrebbe essere che il termine «induismo» indica la religione della maggioranza della popolazione di India e Nepal e quella di alcune comunità, presenti in altri continenti, che si riferiscono a se stesse come «hindu». Le difficoltà sorgono nel momento in cui cerchiamo di capire esattamente che cosa questo significhi, in quanto le differenze all'interno dell'induismo sono davvero profonde, così come è lunga e complessa la storia che lo caratterizza. Qualcuno, dall'interno o dall'esterno della tradizione, potrebbe sostenere che a causa di queste differenze non esiste «nulla che possa essere definito induismo», qualcun altro potrebbe al contrario affermare che esiste, malgrado le differenze, un'«essenza» che struttura e modella le manifestazioni dell'induismo. La verità risiede probabilmente in qualche punto compreso tra queste due affermazioni. Se si ponesse la domanda agli hindu, senza dubbio essi sarebbero certi della loro identità «hindu», in contrasto con quella cristiana, musulmana o buddhista, eppure le differenze tra loro sarebbero sicuramente molto marcate, anzi, le differenze tra hindu possono essere tanto grandi quanto quelle tra hindu e buddhisti o cristiani.

Citazioni[modifica]

  • Il problema della definizione dipende in parte dal fatto che l'induismo, al contrario di molte altre religioni, non ha un singolo fondatore storico, non ha un sistema unitario di credenze codificate in un credo o in una dichiarazione di fede, non ha un unico sistema soteriologico e non ha un'autorità centrale o una struttura burocratica. (p. 5)
  • La teologia del vedānta è trasversale rispetto a queste tradizioni religiose, e si presenta come l'elaborazione di un complesso discorso – sulla natura e sul contenuto delle sacre scritture – che esplora i problemi dell'esistenza e della conoscenza. Il vedānta, l'articolazione teologica delle tradizioni vediche, è una concezione che penetra il pensiero vaiṣṇava e anche, sebbene in misura minore, le scuole śaiva e śākta. (p. 21)
  • In India, come altrove, la documentazione del passato riflette le preoccupazioni del presente, tuttavia la consapevolezza storica è incastonata nei miti, nelle biografie dei personaggi illustri (la letterature delle carita), nelle genealogie famigliari […] e nelle storie delle famiglie regnanti in specifiche regioni […]. (p. 27)
  • Il termine yoga compare per la prima volta nella Kaṭha-upaniṣad, ove è definito come il controllo saldo dei sensi che, insieme alla cessazione dell'attività mentale, conduce allo stato supremo. (p. 128)
  • Scopo dello haṭha-yoga raggiungere la liberazione in vita, quello stato in cui il si risveglia alla propria identità originaria con l'assoluto (sahaja), cui si può accedere attraverso la cura di un corpo reso perfetto, o divino, dal «fuoco» dello yoga. (p. 133)
  • Durante le assemblee, i Purāṇa erano tradizionalmente recitati da specialisti di padre kṣatriya e madre brahmana, mentre oggi sono recitati da particolari figure note col termine hindi «bhaṭ». (p. 148)
  • La Bhagavad-gītā elabora in forma narrativa gli interessi dell'ortodossia hindu: l'importanza del dharma e del mantenimento della stabilità sociale, l'importanza dell'azione corretta e responsabile, l'importanza della devozione verso il trascendente sotto forma di un signore personale non dissimile dal re ideale. Nella Gītā sono confluite diverse componenti, tra cui il culto bhaktico di Kṛṣṇa, la filosofia del Sāṃkhya, idee e terminologie buddhiste. (p. 169)
  • Come Śiva, la Dea incarna il paradosso e l'ambiguità: ella è sensuale ma distaccata, dolce ed eroica, bella e terribile. Poiché è sia l'energia che rende schiavi sia quella che libera, la Dea è la Śakti, ossia l'energia e il potere di Śiva. (p. 241)
  • Mentre nelle forme «purificate» di induismo brahmanico l'idea del sacrificio è rimossa dal rito e confinata nel regno del simbolismo o della mitologia, nella religione popolare di villaggio il sacrificio di sangue è parte integrante del culto delle dee locali. (p. 250)
  • In realtà la Dea si manifesta – secondo gradi diversi – in tutte le donne. Una delle più importanti pratiche tantriche è la venerazione rituale di una donna o di una fanciulla da parte di devoti sia di sesso maschile sia di sesso femminile. Una fondamentale cerimonia, celebrata soprattutto nel Bengala e nel Nepal, è la venerazione di una fanciulla (la kumārī-pūjā) in cui una giovane vergine di circa dodici anni è collocata su un «trono». La Dea è installata o fatta discendere nella fanciulla come avverrebbe con un'icona, e la giovinetta viene poi venerata. (p. 252)
  • La Dea è inoltre associata con Kuṇḍalinī, la dea «attorcigliata», ossia con il potere che giace dormiente alla base del corpo, finché non viene risvegliato per mezzo dello yoga perché penetri i diversi centri della fisiologia sottile e si riunisca con Śiva alla sommità del capo. (p. 254)
  • Sebbene le forme esoteriche del tantrismo siano di fondamentale rilevanza nella storia dell'induismo, e abbiano esercitato una forte influenza su tutti i suoi aspetti, per la maggioranza degli hindu tali forme non hanno un'importanza diretta. La maggior parte degli hindu vive infatti in piccoli villaggi e moltissimi devoti della Dea, a livello locale e regionale, esprimono la propria devozione nel culto esteriore (pūjā) delle dee locali e nei pellegrinaggi in luoghi. (p. 264)
  • L'induismo non può essere compreso prescindendo dalla figura della Dea. La Dea pervade infatti tutti i livelli dell'induismo, dalle divinità aniconiche di villaggio alle dee pan-indiane, come Durgā o come le consorti delle divinità maschili, per esempio Lakṣmī. (p. 268)

Explicit[modifica]

Come tutte le religioni, l'induismo ha causato spargimenti di sangue e comportamenti intolleranti; esso contiene tuttavia in sé radicate risorse di pace e conciliazione, che chiedono di esprimersi e che potrebbero contribuire a trovare soluzioni ai problemi globali che l'umanità dovrà affrontare nel corso del prossimo secolo.

Note[modifica]

  1. Dalla prefazione a André Padoux, Mantra tantrici. Studi sul Mantraśāstra, traduzione di Gianluca Pistilli, Ubaldini editore, 2012, p. 8.
  2. Dal sito personale, gavinflood.net.

Bibliografia[modifica]

  • Gavin Flood, L'induismo, traduzione di Mimma Congedo, Einaudi, 2006.

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