Giorgio Bassani

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Giorgio Bassani (al centro) in una tavola rotonda con (da sinistra) Luigi Silori, Walter Mauro, Roberto Bettega, Giuseppe Brunamontini

Giorgio Bassani (1916 – 2000), scrittore italiano.

L'Alba ai vetri[modifica]

  • Tutti viviamo come nemici assediati | dentro un mastio di ferro.|| Questa strada è irta di sassi: | ne siamo tutti viaggiatori. | Io vi dico: curviamoci sui nostri passi, | sulle nostre lanterne da minatori. (da Primi versi, I carbonari, pag. 35)
  • «Chissà», tenti; «e se questo | nostro vivere è un sogno? | Un alibi, un pretesto | per una gioia che solo || a me, a te si darà?...» | Ma al fosco riso, agli sguardi, | sempre al bel viso atroce, | ti riconosco, oh, tardi. (da Te lucis ante, 4, pag. 48)
  • M'avessi da bambino | serbato alla tua Legge. | Stato sarei del gregge | dei morti a capo chino. || vittima persuasa | di un'altra libertà. (da Te lucis ante, 13, pag. 57)
  • «Vide cor meum»: Tu, chiami? Oh il cuore, il cuore, niente | altro di me (Tu, cerchi?) ti specchia dal profondo. | Dunque toccami il cuore; gli occhi no, non la mente, | non la lingua insolente, la bocca ove m'ascondo. (da Un'altra libertà, Vide cor meum, pag. 63)

Il giardino dei Finzi-Contini[modifica]

Incipit[modifica]

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d'Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l'ultima guerra. Ma l'impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d'aprile del 1957.

Citazioni[modifica]

  • «Si capisce», rispose. «I morti da poco sono più vicini a noi, e appunto per questo gli vogliamo più bene. Gli etruschi, vedi, è tanto tempo che sono morti» – e di nuovo stava raccontando una favola –, «che è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti».
    [...] toccò a Giannina impartire la sua lezione.
    «Però adesso che dici così», proferì dolcemente, «mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri». (prologo)
  • La verità è che a furia di far collezioni, di cose, di piante, di tutto, si finisce a poco a poco col voler farle anche con le persone. (cap. II, 1; 1991, p. 56)
  • Una delle forme più odiose di antisemitismo era appunto questa: lamentare che gli ebrei non fossero abbastanza come gli altri, e poi, viceversa, constatata la loro pressoché totale assimilazione all'ambiente circostante, lamentare che fossero tali e quali come gli altri, nemmeno un poco diversi dalla media comune. (cap. III, 5; 1991, p. 137)
  • Ora lui, Bartleby, finché lo mettevano a scrivere, ci dava dentro a sgobbare coscienziosamente. Ma se a Spencer Tracy veniva in testa di affidargli qualche lavoretto supplementare, come quello di collazionare una copia sul testo, originale, o di fare un salto dal tabaccaio all'angolo della strada per comperare un francobollo, lui niente: si limitava a sorridere evasivo, e rispondere con educata fermezza: «I prefer not to».[1]
    «E per quale motivo, poi?» chiesi, tornando col libro in mano.
    «Perché non gli andava di far altro che lo scrivano. Lo scrivano e basta.»
    «Però scusa» obbiettai. «immagino che Spencer Tracy gli passasse un regolare stipendio.»
    «Certo» rispose Micòl. «Ma cosa significa? Lo stipendio paga il lavoro, mica la persona che lo compie.» [...]
    Discutemmo abbastanza a lungo sul povero Bartleby e su Spencer Tracy. Lei mi rimproverava di non capire, di essere «un» banale, il solito inveterato conformista. (cap. IV, 2; 1991, pp. 173 sg.)
  • Eh, sì, tagliare la corda è facile: ma a cosa porta, quasi sempre, specie in materia di «situazioni morbide»? Novantanove volte su cento la brace continua a covare sotto la cenere: col magnifico risultato che dopo, quando due si rivedono, parlarsi tranquillamente, da buoni amici, è diventato difficilissimo, pressoché impossibile. (cap. IV, 3; 1962, p. 221; 1990, p. 398)
  • Domandai [a Micòl] perché le sembrasse tanto impossibile [che lui e lei potessero fare l'amore].
    Per infinite ragioni – rispose –: la prima delle quali era che a pensar di far l'amore con me le riusciva altrettanto imbarazzante che se avesse pensato di farlo con il fratello, toh, con Alberto. Era vero: da bambina, aveva avuto per me un piccolo striscio: e chissà, forse era proprio questo che adesso la bloccava talmente nei miei riguardi. Io… io le stavo di fianco, capivo?, non già di fronte: mentre l'amore – così, almeno, se lo immaginava lei – era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda: uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo e onestà di propositi. (cap. IV, 3; 1962, p. 222; 1990, p. 399)
  • «[Micòl] Sono anche io come tutte le altre: bugiarda, traditora, infedele… Non molto diversa da un'Adriana Trentini qualsiasi, in fondo».
    Aveva detto «infedele» spiccando le sillabe, con una specie di amaro orgoglio. Proseguendo, aggiunse che se io avevo avuto un torto era sempre stato quello di sopravalutarla un po' troppo. Con questo, non è che avesse la minima intenzione di scagionarsi, per carità. Tuttavia era un fatto: lei aveva sempre letto nei miei occhi tanto «idealismo» da sentirsi in qualche modo forzata ad apparire migliore di quanto non fosse in realtà. (1962, p. 227)
  • Ma Micòl non discese, per questo, dal piedistallo di purezza e di superiorità morale su cui, da quando ero partito per l'esilio, l'avevo collocata. Essa continuò a rimanerci, lassù. Io, per me, mi consideravo fortunato di essere stato riammesso ad ammirarne ogni tanto l'immagine lontana, bella di dentro non meno che di fuori. (1962, p. 242)
  • Io, al contrario, sostenevo che l'amore giustifica e santifica tutto, perfino la pederastia; di più: che l'amore, quando è puro, cioè totalmente disinteressato, è sempre anormale, asociale, eccetera: proprio come l'arte – avevo aggiunto –, che quando è pura, dunque inutile, dispiace a tutti i preti di tutte le religioni, compresa quella socialista. (1962, p. 263)
  • Fu così che rinunciai a Micòl. [...] era tempo che mettessi l'animo in pace. Veramente. Per sempre. (1962, pp. 279, 287)
  • La paura, anche in arte, è sempre stata una pessima consigliera.

Explicit[modifica]

Che cosa c'è stato, fra loro due? Niente? Chissà. Certo è che, quasi presaga della prossima morte, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei, del suo futuro democratico e sociale, non gliene importava nulla, che il suo futuro, in sé, lei lo abborriva, ad esso preferendo di gran lunga "le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui", e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato. E siccome queste, lo so, non erano che parole, le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire: di esse, appunto, e non di altre, sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare.

L'airone[modifica]

  • Eppure no, non doveva cedere, rassegnarsi. L'idea di rincasare immediatamente, che di nuovo tornava a tentarlo, questa volta fu pronto a scartarla, senza esitazione di sorta. Ripercorrere in senso contrario la strada piena di curve che aveva percorso poco fa, ripassare sotto Pomposa, riattraversare Codigoro o quanto meno girarle attorno, e infine, verso le undici, scorgere profilarsi di lontano le quattro torri del castello Estense: tutto questo non sarebbe valso che a ripiombarlo, non ne aveva il più piccolo dubbio, in fondo a quel medesimo cupo pozzo di tristezza accidiosa da cui a un certo punto aveva creduto di essere emerso definitivamente. (II, 1; 1990, p. 588)
  • Veniva avanti [l'airone], adesso, sempre più avanti, mostrandoglisi con straordinaria, quasi insopportabile evidenza. Sulla testina perfettamente liscia inalberava per di dietro qualcosa di esile: una specie di filo, di antenna, chi lo sa. E lui, col cuore che frattanto aveva cominciato a battergli forte contro l'osso dello sterno, stava appunto chiedendosi che cosa diamine potesse essere quello strano affare, e stringeva le palpebre per cercare di vedere meglio, quando, all'improvviso, nella vasta aria soleggiata e ventosa, udì echeggiare il solito doppio sparo. (II, 6; 1990, p. 604)
  • Come erano tranquilli e beati gli altri, tutti gli altri! – tornava a ripetersi, riabbassata la testa sul piatto –. Come erano bravi a godersi la vita! La sua pasta si vede era diversa, inguaribilmente diversa, da quella della gente normale che una volta mangiato e bevuto non bada che a digerire. Accanirsi a mangiare e a bere a lui non sarebbe servito, no. Quando dopo l'antipasto avesse trangugiato anche il resto, il rombo lesso, il gorgonzola, l'arancia, il caffè, sarebbe ricascato in pieno a ruminare sulle sue solite cose, le vecchie e le nuove. Le sentiva in agguato, già pronte a saltargli addosso come prima, come sempre: e tutte quante insieme. (III, 2; 1990, p. 617)
  • Di là dal vetro il silenzio, l'immobilità assoluta, la pace.
    Guardava ad una ad una le bestie imbalsamate, magnifiche tutte nella loro morte, più vive che se fossero vive. [...]
    Vivi ad ogni modo anche gli uccelli di una vita che non correva più nessun rischio di deteriorarsi, tirati a lucido, ma soprattutto diventati di gran lunga più belli i quanto respiravano e il sangue correva veloce nelle loro vene, lui solo, forse – pensava – era in grado di capirla davvero la perfezione di quella loro bellezza finale e non deperibile, di apprezzarla sino in fondo. (IV, 3; 1990, pp. 650 sg.)
  • Si sentiva incredibilmente ricco, generoso, disposto a dare: in preda a una specie di ebbrezza. Tuttavia lo sapeva, oh se lo sapeva! Sarebbe bastato che, per questo, si fosse indotto a pensare di sopravvivere un solo giorno di più, perché la felicità che da un'ora portava chiusa dentro se stesso come un tesoro si dissolvesse di colpo, e perché tornasse a provare anche nei confronti di sua figlia, rimasta là, a fissarlo al disopra dell'orlo del cucchiaio coi suoi begli occhi di un blu cupo, selvatico, il consueto, amaro senso di estraneità, quasi di repulsione, che gli aveva sempre impedito di considerarla sua, di volerle bene. Ecco, dunque – si diceva –: soltanto a patto di morire poteva volerle bene, alla Rory! (IV, 4; 1990, p. 657)

Italia da salvare[modifica]

  • Siamo dilettanti in tutto, ma non nel campo della vita morale. In questo campo sentiamo di non essere inferiori a nessuno, rivendichiamo la nostra competenza. Qui siamo altamente competenti. (dedica)
  • È necessario che ci si convinca – anche in termini meramente capitalistici, magari – che vale la pena di espandersi e di consumare un po' meno, perché l'uomo resti uomo. (Nascita e storia di Italia Nostra)
  • Noi amiamo l'arte, ma riteniamo che essa non vada sottratta al contesto sociale in cui si è manifestata. Crediamo non abbia senso restaurare e conservare un centro storico, trasformandolo da agglomerato naturale di vita collettiva in residenza di lusso per esteti e maniaci dell'antico. Il nostro atteggiamento al riguardo si ispira, d'altra parte, oltre che a motivi sociali, a criteri storici: soltanto in Italia, infatti, si è verificata la convivenza armonica della pienezza dell'arte (pensiamo, ad esempio, al caso di Michelangelo) con la pienezza della vita: cioè con il suo contrario: perché l'arte è una cosa, la vita un'altra. (Nascita e storia di Italia Nostra)
  • E dunque: perché ci si gingilla, tuttora, con l'invio sul posto di comitati o comitatoni ministeriali? Non sartà soltanto perché passi dell'altro tempo, giusto il tempo necessario perché anche i bambini si rassegnino all'idea di una Venezia chiusa da ogni parte dentro un anello di superbe dighe cementizie, più o meno olandesi o longanoriane: di una Venezia in bagnarola? (L'amministrazione dei beni culturali, 1969)
  • La natura e la storia, in Italia, sono così tanto apparentate fra di loro che sarebbe impossibile separarle. Il territorio nella sua configurazione naturale è praticamente inesistente; nel tempo, in tutto il paese, la natura è stata rimodellata o quanto meno segnata dal lavoro dell'uomo. [...] Questa fusione della natura e dell'intervento umano è evidente in tutta la sua bellezza, varietà e coerenza; ma il miracolo di questo equilibrio si è manifestato come tale solo al momento in cui è iniziata la sua distruzione – prima sporadica e poi sistematica. (Fragilità del territorio italiano, 1972)
  • Ma l'Italia – io lo ricordo sempre agli americani – è la matrice culturale del corso moderno. Senza il ripensamento critico del passato avvenuto nel rinascimento, il mondo, che era antico, non sarebbe diventato moderno. Il patrimonio artistico è la prova, la testimonianza puntuale, del processo spirituale che ha cambiato il profilo della civiltà. È per questo motivo che l'Italia, per me, ha un un carattere «sacro». (La missione della cultura, 1973)
  • Se mi occupo d'Italia Nostra è anche perché in contrasto con la mia natura contmplativa mi sono sempre interessato di politica. (La missione della cultura, 1973)
  • [In Italia] Dopo la dittatura non si è verificato il trapasso alla democrazia, ma solo la spartizione fra i partiti del potere e dello spazio politico. Siccome lo Stato non c'è, gli intellettuali, a seconda delle loro inclinazioni ideologiche, si lasciano assorbire dai vari potentati. (La missione della cultura, 1973)
  • Lo ripeto: Venezia soffre soprattutto delle conseguenze di una cultura che tende ad estrapolarla, a farne qualcosa che non appartiene più alla vita, ma soltanto ai sogni dei poeti (dei cattivi poeti, tuttavia, giacché i poeti veri hanno, e come!, il senso del rapporto tra l'arte e la vita). (Un Paese sacro, 1978)
  • Il giardino dei Finzi-Contini non è mai esistito a Ferrara, me lo sono inventato. L'ho collocato a Ferrara perché mi serviva da un punto di vista poetico, avevo bisogno di un fatto di questo genere, e non è mai esistito, né sono mai esistiti i Finzi-Contini come famiglia, né tanto meno Micòl Finzi-Contini. Me lo chiedono in molti: ma è esistita veramente Micòl? Non è mai esistita. Però, naturalmente, Micòl è esistita in quanto che sono esistito io, esisto io, è una forma del mio sentimento, è una parte di me. (Ecologia e letteratura, 1984)
  • Ma torniamo a ciò che fin dall'inizio siamo stati. Politici senza esserlo, non è che fossimo contro la civiltà tecnologico-industriale nel cui ambito ormai stavamo e, in qualche modo, eravamo soddisfatti di stare. Volevamo tuttavia che essa, la civiltà tecnologico-industriale, si desse una religione. Non siamo come i Verdi, noi. Ci guardiamo bene dal sognare che l'Italia e il mondo tornino indietro, verso la civiltà agricolo-forestale da cui tutti proveniamo. Vogliamo però che la civiltà tecnologico-industriale, di cui facciamo parte, la smetta di tentare di convincere il mondo che è opportuno l'avvento di un'epoca di consumatori-consumati. Noi siamo diversi, vogliamo che gli uomini continuino a essere uomini. (I trent'anni di Italia Nostra, 1986)
  • Come se non fosse evidente, viceversa, che la storia è fatta anche di cose minori, di episodi secondari, marginali, e che ogni monumento, per continuare a vivere, non può essere separato senza danno, spesso irreparabile, dall'ambiente circostante. (In difesa di Ferrara: 1962)
  • È molto strano, me ne rendo conto, da parte mia, che sono socialista, vi venga questo invito alla conservazione. Sennonché, oggi, in questa materia, credo non esista altra via per essere autenticamente, onestamente rivoluzionari. È tempo che il proletarato assuma la piena responsabilità storica del proprio potere, è tempo che il proletariato ferrarese sappia conservarte ciò che gli è stato tramandato dagli avi aristocratici e borghesi. (In difesa di Ferrara, 1962)
  • Certo, che sono di origine borghese. Però, siccome non sono un borghese decadente, ed ho il senso delle mie responsabilità, proprio per questo milito in un partito di sinistra. (In difesa di Ferrara, 1962)
  • Perché la poesia non è il fiore sul vulcano. Brama il conteto, esige le strutture. È il riflesso della vita, la prova della vita. E, proprio come la vita, non è mai pura. (Taranto vecchia, 1969)
  • Invece che perder tempo a postulare impossibili ritorni ad arcadie pastorali, d'altronde abbondantemente intrise, a scrutarle da vicino, di sangue e di dolore, perché non la forziamo, la civiltà industriale e tecnologica, questo frutto supremo dell'intelletto umano, a darsi una religione? A darcela? (Dalla parte degli animali, 1972)
  • Molto spesso, negli intellettuali di sinistra, affiora la preoccupazione di apparire dei perdigiorno innamorati del Bello. Mentre, invece – come del reto Terranova medesimo ha ammesso –, il momento estetico è fondamentale. (Il centro storico di Ferrara, 1973)
  • Un parco naturale, signor presidente, è, prima che una forma di gestione del territorio a scopi conservatori, una grande occasione di turismo, di quello vero, di quello cioè che visita un parco rispettandone i valori e rinunciando a pretenderne il sacrificio con ragnatele di impianti e strade con costruzioni cementizie. (Tutela del paesaggio in Trentino, 1973)
  • L'Arte, lo sappiamo, è sempre uguale a sé stessa. Sta là, diversa dalla Vita, anzi il suo contrario, a ricordarci della Vita, e, talvolta, addirittura a restituircela. Il fatto è che noi, figli dello storicismo, noi invece siamo cambiati. Cambiati per sempre. (Il territorio nazionale, 1978)
  • L'America mi interessa perché è la sede, il punto di parenza della civiltà industriale nella quale siamo tutti coinvolti. Le origini sono qui. Anche noi italiani ci riferiamo all'America. Ora, la cosa la stupirà, ma sento che qui c'è qualcosa d'altro: quialcosa di quella religione della società che fu il portato della rivoluzione protestante. È questo fondamento di religiosità che impedisce al consumismo materialistco di trasformare i suoi utenti in oggetti, in puri robots. Per esempio, ammiro molto il senso della privacy che è qui, il culto della casa. E lo stesso modo di gestire il traffico. (Una mostra in Canada, 1980)
  • Perché i popolani italiani uscissero dal loro ghetto, non c'è mai stato che un mezzo, imparare il latino per poi passare all'italiano nazional-popolare del Manzoni. Era impensabile non passare attraverso il latino. Oggi, qui in America, [per gli immigrati italiani bilingui] invece del latino c'è l'inglese. (Una mostra in Canada, 1980)

Di là dal cuore[modifica]

  • Dal che si vede che, dal fondo della miseria, gli agi e i piaceri della vita, in sé vani e caduchi, possono acquistare un valore spirituale vero e proprio. (Da una prigione, 5: p. 12)
  • Cara Jenny, per disegnare bene, bisogna essere molto cattivi, ricordatelo. Bisogna smontare il mondo, per ricostruirlo poi pezzo a pezzo, con infinita pazienza. (Da una prigione, 8, p. 15)
  • La poesia è delle anime vergini, degli angeli, di chi crede. Naturalmente noi non viviamo più all'età d'Omero, e quindi ci è difficile trovare qualcosa in cui credere. Ma ad ogni modo, per essere poeti bisogna tornare a una necessaria condizione d'ingenuità. (Da una prigione, 13, p. 19)
  • [...] il più vasto ma sostanzialmente identico dibattito che dura da tempo in Italia fra gente che vive di memorie e gente che vive di speranze. Per nessuno, adesso più che mai, il presente esiste. Un incubo doloroso e confuso, ecco cosa sono i nostri giorni. (Pagine di un diario ritrovato, 9, mercoledì, p. 40)
  • In Hitler il popolo tedesco ha trovato riassunti, al di sopra di ogni schema tradizionale di divisioni classistiche, alcuni dei motivi essenziali da sempre ritornanti a definire il proprio carattere, la fisionomia del proprio ethos: il gusto della violenza, il misticismo «romantico», la fanatica dedizione a un ordine meccanico, disumano. Hitler sapeva trascinare il grande industriale con l'esca dell'interesse e col ricorso al mito prediletto della supremazia tedesca nel mondo; affascinava il piccolo borghese col suo estetismo pompier, con la sua oratoria accesa e volgare, pronta sempre ad offrire, di ogni problema, la soluzione più semplicistica; piaceva all'intellettuale decadente, permeato di femmineo postnicianesimo (l'intelligencija tedesca già nel 1914 era in stato fallimentare come nessun'altra in Europa), per la sua ostentata energia virile, per il suo dichiarato disprezzo di ogni indugio morale o sentimentale, per quel suo rozzo materialismo demagogico che, nonostante tutto, pretendeva considerazione «spirituale». Conquistava infine anche l'operaio, facendo leva non soltanto sul suo sciovinismo non perfettamente esorcizzato, ma porgendogli, anche, delle sue rivendicazioni sociali, un'attuazione più concretamente immediata, meno utopica e intellettualistica di quanto non gliela prospettasse il programma della rivoluzione proletaria: e fosse pure nei limiti di una umiliante, paternalistica nota di concessioni padronali. [...] il nazismo non è certo la realizzazione di un genio. Hitler è effettivamente uno dei tanti [...].
    Parlare di tirannide perciò non persuade. Esiste una tecnica della tirannide, esposta in classiche trattazioni. Ma il nazionalsocialismo al potere non ne tiene conto per nulla, e in questo sì che è rivoluzionario. Assolutista, il nazismo raggiunge la popolarità proprio in ragione del suo prepotere. [...] Il nazionalsocialismo, al contrario, non concede nessuna rivincita, sia pure formale, alle avanguardie dello Spirito. Il suo cinismo, la sua crudeltà, la sua perfidia, trovano dall'inizio tutta una orgogliosa cultura preparata a giustificarli, a farseli propri. La tirannide non presenta più il viso odioso e meschino del regime di polizia, non adopera più di soppiatto, tra impaurita e feroce, i vecchi mezzucci della sobillazione e della calunnia, ma si accampa, fanatica e violenta, con la sicurezza, l'intransigenza esclusiva di una religione messianica. [...]
    Sentirsi puri, non contaminati. Il popolo tedesco ha sempre reagito alle proprie crisi con un disperato, irrazionale desiderio di purezza: e la rivolta luterana – a un livello umano e ideale ben diverso, d'accordo – rappresenta forse il primo, imponente documento storico di questo impulso innato. Sorto dopo Versaglia, il nazionalsocialismo non si è tanto imposto con la violenza alle masse, quanto piuttosto le ha trovate già pronte ad accoglierlo e ad acclamarlo. (La rivoluzione come gioco, p. 44)
  • La disinvoltura linguistica del dialogo manzoniano cos'altro è se non il segno, la spia, di una religione indifferente alla realtà, alla realtà così com'è intesa dai romanzieri realisti? (Per un nuovo film sui "Promessi Sposi", p. 199)
  • In un mondo come il nostro, volto con sempre più consapevole determinazione, ad est e ad ovest, a nord e a sud, alla ricerca e all'impiego delle competenze e dei talenti, non mi pare che sia il caso da parte degli scrittori di invocare una inserzione nell'ingranaggio della gran macchina produttiva ancora più diffusa e completa di quella attuale. [...] E così bisogna servire, rendersi utili, collaborare [...]. L'unica cosa da pretendere sarà se mai un'altra: e cioè che il nostro servizio, la nostra collaborazione, non abbiano a risolversi in una alienazione della nostra natura e del nostro destino. [...] vendere l'anima: ecco uno sbaglio che l'utente vero, il destinatario autentico e indispensabile, così poco adatto a far parte delle inerti assemblee consumistiche vagheggiate dalle fantasie dei tecnici e dei datori di lavoro, non perdona mai. (Lo scrittore e i mezzi di diffusione della cultura, pp. 209 ss.)
  • La vita è musicale, si sa. Sui suoi temi fondamentali, sulle sue frasi più intense, non ama indugiare. (Prefazione al "Gattopardo", p. 218)
  • Fra due o trecento anni, quando la lingua italiana sarà diventata veramente nazionale, e non sarà più indispensabile far studiare ai ragazzi delle scuole il latino, il quale resta a tutt'oggi l'unico connettivo del caos linguistico nazionale, allora, anche in Italia, tutto sarà possibile. (In risposta, I, 2, p. 229)
  • Per ciò che mi riguarda, non ho ambizioni letterarie di tipo balzachiano. Non mi importa niente di dare un quadro generale della nostra società. Vorrei poter scrivere qualcosa che si avvicinasse al lirismo e alla tensione narrativa dei Malavoglia, di Senilità, e, soprattutto, di The Scarlet Letter di Hawthorne: libro che non posso rileggere senza provare, ogni volta, la più violenta commozione. (In risposta, I, 8, p. 232)
  • Chi corre dietro al pubblico, vuol dire che dentro di sé non ha niente. (In risposta, II, 1, p. 264)
  • Dopo Freud, l'origine di tutto quanto accade nel nostro cuore (e nel nostro ventre) non ha più nulla di misterioso. Il meccanismo è quello che è, certo. Eppure lo Spirito, l'Amore, anche se sono il prodotto di quel meccanismo stesso, esistono di per sé, ben di là dal nostro cuore e dal nostro ventre. Come una volta, prima della rivoluzione freudiana, continuano imperterriti a rappresentare un valore autonomo, assoluto: l'unico in fondo davvero esistente. (Di là dal cuore, p. 330)
  • E pur respingendo le aberrazioni deliranti di certa medicina «industriale», o meglio fantascientifica, badiamo piuttosto, specialmente noi letterati, a debellare quella che fra le malattie contemporanee è la più diffusa nell'ambito della categoria: l'estetismo, il culto narcisistico del proprio io spirituale, insaziato di privilegi ottenuti a scapito di chi, come patrimonio personale, non può disporre che del proprio corpo, a scapito dei più... (In risposta, IV, 7, p. 357)
  • Benché il gioco della torre sia sempre iniquo, specie poi se proposto a un moribondo, sono d'accordo: la vivisezione è un orrore, bisogna opporvisi. Ma non basta, bisogna andare più in là. Anche i macelli sono un orrore. Anche le immense stragi di animali di tutti i tipi che gli uomini perpetrano giorno dopo giorno per nutrirsi, anche esse, oggi, non appaiono meno infami. La civiltà industriale e tecnologica ha permesso all'umanità di sconfiggere o quasi la morte precoce. Nel corso degli ultimi cento anni la popolazione terrestre ha potuto triplicarsi. E tuttavia gli uomini continuano oggi ancora a nutrirsi come una volta, come sempre, di carne sanguinante, oggi ancora continuano a fondare la loro sussistenza sulla morte di altri esseri viventi. La verità è che la civiltà industriale e tecnologica non va rifiutata, bensì corretta, piegata, dominata. Capace, come è, di fornire surrogati di tutto, o quasi tutto, perché non le chiediamo di riscattarci dall'abbiezione della più grossa delle nostre contraddizioni, l'organizzato assassinio degli animali? (8, pp. 357-358)
  • Per ciò che riguarda esclusivamente me, gli anni dal '37 al '43, che dedicai quasi del tutto all'attività antifascista clandestina (non ripresi a scrivere che nel '42, quando nell'estate di quell'anno buttai giù le poesia che più tardi avrei pubblicato nel volumetto Storie dei poveri amanti, del '45), furono tra i più belli e più intensi dell'intera mia esistenza. Mi salvarono dalla disperazione a cui andarono incontro tanti ebrei italiani, mio padre compreso, col conforto che mi dettero d'essere totalmente dalla parte della giustizia e della verità, e persuadendomi soprattutto a non emigrare. Senza quegli anni per me fondamentali, credo che non sarei mai diventato uno scrittore. (In risposta, V, 3, p. 379)
  • Sì. Proprio il consistere del minimo, del pressoché inesistente, accanto al sublime, mi fa sperare d'avere scritto dei libri che, in qualche modo, abbiano a che fare con la vita, con la vita nella sua realtà, e quindi con la poesia. (In risposta, VI, 10, p. 385)

Cinque storie ferraresi[modifica]

Il muro di cinta[modifica]

Incipit[modifica]

Il cimitero era un vastissimo campo recintato, ai piedi dei bastioni della città. Le lapidi parevano poche per quello spazio; si notavano più fitte soltanto nel tratto di verde dove cadeva l'ombra del muro di cinta.

Citazioni[modifica]

  • Soltanto l'insistenza del padre aveva potuto indurre Girolamo Camaioli a seguire i funerali dello zio Celio.«Il cancro non perdona», aveva detto. (pag. 8)
  • Dopo il funerale – prevedeva Girolamo – suo padre avrebbe parlato della malattia e della morte, che adesso come non mai avrebbe intuito imminente. «Quante sofferenze prima di chiudere gli occhi, povero Celio!», avrebbe detto. «Ma dopo la morte non c'è più nulla». Solo i morti stanno bene. (pag. 9)

Explicit[modifica]

La mamma, sorridendo come solo sanno sorridere i morti nella memoria, pieni di compatimento e di indulgenza[...], gli aveva posato dolcemente una mano sulla bocca. Quindi gli aveva legato un fazzoletto intorno al ginocchio.

Lida Mantovani[modifica]

Incipit[modifica]

Finché visse, Lida Mantovani ricordò sempre il breve periodo di tempo che aveva preceduto il parto. Ogni volta che ci ripensava, si commuoveva. Eppure, quei giorni non erano certo stati densi di avvenimenti e di sensazioni. Era vissuta per un mese distesa in un letto, in fondo a un corridoio. Da una finestra che dava nel giardino della Maternità, i suoi occhi si posavano sulle foglie lustre di una grande magnolia. Era aprile: ma faceva già caldo, e la finestra restava aperta tutto il giorno. Poi, verso la fine, aveva perduto interesse anche per le foglie nere, come unte, della magnolia. I dolori la assalirono con molto ritardo; non capiva né sentiva più in modo normale.

Citazioni[modifica]

  • ...gli uomini sono tutti uguali! (pag. 18)
  • ...gli uomini sono tutti cacciatori. (pag. 18)
  • L'amore, in fondo, ha il suo migliore alimento nei contrasti, nei sotterfugi... (pag. 30)

Explicit[modifica]

Per tornare a parlare di quell'età dell'oro della quale, nel febbraio del '29, aveva predetto il ritorno, certo non aspettava che di sentirle dire:
«Sono incinta
Con altrettanta certezza, tuttavia, cogliendolo di sorpresa, la morte aveva prevenuto e impedito in lui ogni principio di disperazione»

La passeggiata prima di cena[modifica]

Incipit[modifica]

Ancor oggi non è difficile, frugando in certe bottegucce di Ferrara, mettere le mani su cartoline vecchie di almeno cinquant'anni. Sono vendute ingiallite dal tempo, macchiate di umidità. Una di queste mostra corso Giovecca, la principale arteria cittadina, come era allora, verso la fine del secolo scorso.

Explicit[modifica]

La Scienza. Non era questa la sua missione?
Doveva esser stato egli stesso a parlare di ciò, una volta o l'altra; e intanto guardava dinanzi a sé, senza vedere più nulla e nessuno, sogghignando leggermente.
Certo uno sguardo strano, povera Gemma! Come se persone e cose, proprio dall'alba di quel giorno in poi, lui le avesse viste sempre così: dall'alto, cioè, e quasi fuori del tempo.

Una lapide in via Mazzini[modifica]

Incipit[modifica]

Quando nell'agosto del 1945, Geo Josz ricomparve a Ferrara, unico superstite dei centottantatré membri della Comunità israelitica che i tedeschi avevano deportato fin dall'autunno del '43, e che i più consideravano non senza ragione sterminati tutti da un pezzo nelle camere a gas, nessuno, in città, da principio lo riconobbe.

Explicit[modifica]

Erano stati due schiaffi che, dopo qualche momento di muto stupore, avevano risposto fulminei alle domande insistenti, se pure cortesi, di Lionello Scocca. Ma a quelle domande avrebbe potuto anche rispondere un urlo furibondo, disumano: così alto che tutta la città, per quanta ancora se ne accoglieva oltre l'intatta, ingannevole quinta di via Mazzini fino alle lontane Mura sbrecciate, l'avrebbe udito con orrore.

Gli ultimi anni di Clelia Trotti[modifica]

Incipit[modifica]

A definirlo consolante, il vasto complesso architettonico del Camposanto Comunale di Ferrara, così come si presenta alla vista di chi riesce dall'angusta via Borso nell'immensa piazza della Certosa, c'è rischio, lo comprendo bene, di farsi ridere in faccia, o di guadagnarsi alla peggio qualche brutta qualifica!

Explicit[modifica]

Forse sarebbe venuto il giorno che lei avrebbe capito chi era Bruno Lattes – si disse poi, tornando a guardare davanti a sé, alla Mura degli Angeli ormai vicinissima, alta nella luce della sera. Ma questo giorno, se pure ci sarebbe mai stato, era certamente molto lontano, ancora.

Una notte del '43[modifica]

Incipit[modifica]

Sul momento si può anche non accorgersene. Ma basta che uno sieda qualche minuto a un tavolino all'aperto del Caffè della Borsa, in Corso Roma, con davanti la rupe a picco, di un rosso quasi dolomitico, della Torre dell'Orologio, e poco più a destra la terrazza merlata dell'Aranciera, perché la cosa salti subito all'occhio. Giorno o notte che sia, difatti, estate o inverno; che piova o no: la gente se deve passare per di lì, è difficile che non preferisca infilarsi sotto il basso portichetto dove si annidano in penombra i locali contigui del Caffè della Borsa e dell'antica farmacia Barilari, anziché tenersi dalla parte opposta, al marciapiede che segue in linea retta la Fossa del Castello.

Explicit[modifica]

Eccetto che da allora, dopo il processo, essendogli venuta la mania del cannocchiale, passava le giornate così, sorvegliando il marciapiede di fronte, ridacchiando e borbottando tra sé: senza più chiamarla di sopra, come usava una volta, per farle vedere come era bravo a risolvere i cruciverba e i rebus a frase.
Era diventato pazzo? Poteva darsi, con la malattia che aveva. Ma d'altra parte: come era mai possibile continuare a viverci insieme, senza che a poco a poco, anche lei, finisse con l'impazzire?

Gli occhiali d'oro[modifica]

Incipit[modifica]

Il tempo ha cominciato a diradarli, eppure non si può ancora dire che siano pochi, a Ferrara, quelli che ricordano il dottor Fadigati (Athos Fadigati, sicuro – rievocano –, l'otorinolaringoiatra che aveva studio e casa in via Gorgadello, a due passi da piazza delle Erbe, e che è finito così male, poveruomo, così tragicamente, proprio lui che da giovane, quando venne a stabilirsi nella nostra città dalla nativa Venezia, era parso destinato alla più regolare, più tranquilla, e per ciò stesso più invidiabile delle carriere...).
Fu nel '19, subito dopo l'altra guerra. Per ragioni di età, io che scrivo non ho da offrire che una immagine piuttosto vaga e confusa dell'epoca.

Explicit[modifica]

Respirai profondamente. E adesso capivo, sì, già prima che cominciassi a leggere il mezzo colonnino sotto il titolo, il quale non parlava affatto di suicidio, s'intende, ma, secondo lo stile dei tempi, soltanto di disgrazia. (A nessuno era lecito sopprimersi, in quegli anni: nemmeno ai vecchi disonorati e senza più alcuna ragione di restare al mondo...)
Non finii di leggerlo, comunque. Abbassai le palpebre. Il battito del cuore ridiventava a poco a poco regolare. Aspettai che l'Elisa chiudesse dietro di sé la porta di cucina, e poi, quietamente, ma subito:
«È morto il dottor Fadigati», dissi.

Citazioni[modifica]

  • Non c'è nulla più dell'onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vità ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l'interesse indiscreto delle piccole società perbene. (pag. 231)
  • «La guardi», diceva intanto Fadigati, indicandomela [la cagna]. «Forse bisognerebbe essere così, sapere accettare la propria natura. Ma d'altra parte come si fa? È possibile pagare un prezzo simile? Nell'uomo c'è molto della bestia, eppure può, l'uomo, arrendersi? Ammettere di essere una bestia, e soltanto una bestia?»
    Scoppiai in una gran risata.
    «Oh, no», dissi. «Sarebbe come dire: può un italiano, un cittadino italiano, ammettere di essere un ebreo, e soltanto un ebreo?» [...]
    «Che cosa dovrei fare?», lo interruppi con impeto. «Accettare di essere quello che sono? O meglio adattarmi ad essere quello che gli altri vogliono che io sia?» (pag. 304)
  • La gioia di mio padre – pensavo – era quella dello scolaretto ingiustamente espulso, il quale, richiamato indietro per ordine del maestro dal corridoio deserto dove rimase per un poco di tempo in esilio, si trovi, a un tratto, contro ogni sua aspettativa, riammesso in aula fra i cari compagni: non soltanto assolto, ma riconosciuto innocente e riabilitato in pieno. Ebbene non era giusto, in fondo, che mio padre gioisse come quel bambino? Io però no. Il senso di solitudine che mi aveva sempre accompagnato in quei due ultimi mesi diventava se mai, proprio adesso, ancora più atroce: totale e definitivo. Dal mio esilio non sarei mai tornato, io. Mai più. (pag. 317-318)

In esilio[modifica]

C'è sempre stato qualcosa che mi ha impedito di diventare veramente amico di Marco Giori, il figlio del signor Amleto Giori, noto proprietario di Ambrogio. (Ambrogio è il nome di un paese).
Il primo inciampo è venuto dalla differenza di età.
Nel 1930, quando Marco aveva vent'anni, io ne avevo soltanto quattordici.

Explicit[modifica]

Lo osservavo, e non sapevo che cosa pensare. Era vestito senza nessuna cura: con una vecchia giacca di lana color tabacco, dalle tasche sformate, e certi calzoni di flanella grigia, lisi e rigonfi ai ginocchi, che chissà da quanto tempo non erano stati stirati.
Di salute stava bene, comunque. Si era irrobustito, ingrossato: un uomo di quasi cinquant'anni, ormai.
E mentre lo presentavo in giro agli amici, vidi che la pelle del collo gli si era venuta solcando, con l'età, di rughe profonde. Era una pelle spessa, cotta dal sole, quasi nera.
ricordava il cuoio, sì, proprio il cuoio grasso.

Dietro la porta[modifica]

Incipit[modifica]

Sono stato molte volte infelice, nella mia vita, da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto; molte volte, se ci ripenso, ho toccato quel che si dice il fondo della disperazione. E tuttavia ricordo pochi periodi più neri, per me, dei mesi di scuola fra l'ottobre del 1929 e il giugno del '30 quando facevo la prima liceo. Gli anni da allora non sono serviti a niente, tutto sommato: non sono riusciti a medicare un dolore che è rimasto là, intatto, come una ferita segreta, sanguinante in segreto. Guarirne? Liberarmene? Ormai so bene che non è possibile. Se adesso ne scrivo, dunque, è soltanto nela speranza di capire e far capire. Non vado in cerca di altro.

Citazioni[modifica]

  • Il professor Bianchi, d'italiano, aveva cominciato le lezioni declamando una canzone di Dante, e un verso, di questa, mi aveva straordinariamente colpito. Diceva:«L'essilio che m'è dato a onor mi tegno». Poteva essere la mia divisa – pensavo –, il mio motto. (pag. 16).
  • Come due giovani sposi, unitisi non per scelta spontanea ma per volontà superiore, stavamo assieme ben consapevoli, entrambi, del significato sociale e della mondana importanza della nostra unione. (pag. 22)

Explicit[modifica]

Sennonché, nel momento medesimo in cui, dinanzi a quel gramo dorso nudo – puro –, ad un tratto, inattingibile nella sua solitudine –, mi abbandonavo a questi pensieri, già allora qualcosa doveva pur dirmi che se Luciano Pulga, lui sì, era certamente in grado di guardarla in faccia, tutta la verità, io no. Tardo a capire, incapace d'un solo gesto e d'una sola parola, inchiodato alla mia viltà e al mio livore, io rimanevo il solito piccolo, impotente sicario di sempre. E la porta dietro la quale ancora una volta mi nascondevo (a lui, Luciano, e a mia madre insieme...), né adesso né mai avrei potuto trovare, in me, la forza e il coraggio necessarii a spalancarla.
1963

Citazioni su Giorgio Bassani[modifica]

  • Prediligo la letteratura della frontiera, della soglia, dell' attesa. La letteratura che richiede anche una lettura dei silenzi, degli scarti. L' Airone di Giorgio Bassani, in questa prospettiva, è un capolavoro tutto da riscoprire. (Antonio Spadaro)
  • Senti un non so che di penoso e di chiuso. (Franco Fortini)
  • Tra prìncipi e princìpi incerti e vani | vano passa Bassani. (Franco Fortini)

Note[modifica]

  1. Cfr. Herman Melville.

Bibliografia[modifica]

  • Giorgio Bassani, L'alba ai vetri. Poesie 1942-'50, Einaudi, Torino, 1963.
  • Giorgio Bassani, Gli occhiali d'oro, Oscar Mondadori.
  • Giorgio Bassani, Cinque storie ferraresi, Einaudi, Torino, 1960.
  • Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Einaudi, Torino, 1962.
  • Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Oscar Mondadori, Milano, 1991. ISBN 8804495994
  • Giorgio Bassani, Dietro la porta, Einaudi, Torino, 1964.
  • Giorgio Bassani, Di là dal cuore, Mondadori, Milano 1984.
  • Giorgio Bassani, Il romanzo di Ferrara, Mondadori 1990. ISBN 880418888X
  • Giorgio Bassani, Italia da salvare. Scritti civili e battaglie ambientali, a cura di Cristiano Spila, Einaudi, Torino 2005. ISBN 880617245X

Film[modifica]

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]