Giovanni Battista Niccolini
Giovanni Battista Niccolini (1782 – 1861), drammaturgo italiano.
- A Francesco Torti, a Bevagna.
Chiarissimo signore. — Ho letto con piacere e meraviglia il suo ottimo libro che ha per titolo Dante rivendicato. Godo che in tanta viltà letteraria si trovi un ardito amico del vero e che per amor di esso non tema nimicizie famose. È gran tempo che in Italia non si è stampata opera con franchezza così generosa, e piena di quell'evidenza di raziocinio che ho ammirato nella sua. (Firenze, 20 luglio 1825, da Ricordi della vita e delle opere di G.-B. Niccolini, Volume 2, a cura di Atto Vannucci, Felice Le Monnier, Firenze 1866) - E mentre manda un gemito, | Chè dell'error s'avvede, | S'apre la tomba gelida | Sotto lo stanco piede. (da La vecchiezza)
- Già dello spirto il memore | Moto veloce langue, | E lento scorre e gelido | In ogni vena il sangue. (da La vecchiezza)
- Italia giace | Dall'armi, e più da' suoi costumi oppressa; | Nulla ritien degli avi e tutto apprese | Dai suoi nuovi tiranni. (da Antonio Foscarini, I, 1)
- Perché tanto sorriso di cielo | Su la terra del vile dolor? (in prefazione. p. VIII, a Michele Amari La guerra del Vespro Siciliano, Felice Le Monnier, Firenze 1851)
- Rotta dal vento nell'adriaco lido | Sempre è l'onda del mare, e par che pianga. (da Antonio Foscarini, II, 5)
Indice |
[modifica] Discorso sulla tragedia greca
[modifica] Incipit
L'Agamennone e la Beatrice Cenci, tragedie, la prima delle quali io tradussi da Eschilo, e la seconda imitai dallo Shelley, offrono sulla scena due misfatti atrocissimi: la morte d'un marito operata dalla mano d'una perfida e feroce consorte, e quella d'un padre che compri assassini uccidono per ordine d'una moglie e d'una figlia, risoluta, se questi non le ubbidiscono, a commettere ella stessa l'orribil delitto. Il primo di questi drammi è scritto dal più antico dei tragici greci, il secondo da uno dei più recenti poeti d'Inghilterra, del quale mal dir si potrebbe se la sua patria si glorii, o si vergogni. Lo Shelley ebbe per certo un ingegno possente ; e della greca tragedia, in particolar modo dei Cori, studiosissimo, fu preso di così grande amore per Eschilo, ch' egli tentò alla sua pazza maniera un Prometeo liberato, o a dir meglio, un empio miscuglio di splendide immagini e di astrazioni metafisiche, figurando l'uomo sciolto da ogni credenza religiosa, mercé della vittoria di Demogorgone su Giove, cioè del Panteismo il quale trionfa della Fede.
[modifica] Citazioni
- L'orribile dottrina dello Spinosa che occulta giace pur troppo dentro le opere di alcuni metafisici, i quali per ipocrisia, non per giusto zelo, si levano a riprendere la filosofia del secolo passato, assai men della loro pericolosa, pose meritamente in. odio lo Shelley ai suoi concittadini. Quantunque nella Beatrice Cenci [di Percy Bysshe Shelley] non veggasi per la natura dell'argomento traccia alcuna di così mostruoso errore, i critici scozzesi diedero di questa tragedia un giudizio molto severo, cominciando dall'osservare ch'era difficile il tenerne discorso senza lasciarsi vincere dall'ammirazione, o dal disgusto. Notarono che questo subbietto, schifoso di sua natura, era pur schifosissimamente trattato, e i personaggi del dramma non istavano ravvolti in una tenebrosa atmosfera di tragica necessità, ma bensì di passioni vilmente crudeli, e fuor di natura; e come il carattere di Beatrice, benché nobilmente ideato, non era posto cogli altri in un contrasto splendido, e tale che l'anima affaticata da tanti orrori vi si potesse riposare. (p. XI)
- Perché l'imitazione del male supera sempre l'esempio, come, per il contrario, quella del bene è sempre inferiore, figli ancor più turpi di questa dottrina sono i Misteri di Parigi, i quali non si arrossi di qualificare per libro morale, benché l'autore di esso, Eugenio Sue, fosse dai Francesi chiamato a gran ragione il Cristoforo Colombo dei bordelli. L'eroine del suo romanzo sono Rigolette e Fleur de Marie, leggiadrissime sartine di sedici anni e senza genitori, le quali coll'esercizio dell'arte loro reggono sottilmente la vita, e non hanno in fondo della loro borsa altro capitale che dugento franchi. La prima vive in una soffitta lietamente, né dimentica di Dio, ch'ella prega ogni giorno. La seconda, a cui rincresce la fatica, frequenta i passeggi e le taverne, dissipa il suo meschino peculio, e si risolve a far mercimonio del suo corpo pei suggerimenti d'una infame creatura. Ella si lascia persuadere così presto, che non può chiamarsi sedotta: non amore, non sensualità, ma solamente la promessa che prezzo di vergogna avrà ozio e un poco di pane, la conducono nell'orrido e crudelissimo lupanare dove si ruba, si assassina, si avvelena, e non paghi di vivere di delitto, si scherza pur col delitto. (p. XV-XVI)
- Vero è che fu scritto non esservi mostro il quale dall'arte esser non possa nobilitato, ma però a condizione che un autore dai freni di essa regger si lasci: allora l'ubbidirci è per lui una necessità gentile: il bello solo e il sublime possiamo avventurarci di cercare al di là dell'arte, ed in così nobile tentativo è gloria lo smarrirsi, e anche il cadere. (p. XVI)
- Ai narcotici, per usar le parole della medicina, successero gli stimolanti: andiamo col romanzo e coi drammi abituando il popolo a tutti gli orrori... (p. XVII)
- Sia il modello della tragedia l'Edipo di Sofocle. (p. XX)
[Giovanni Battista Niccolini, Discorso sulla tragedia greca, in Opere, Felice Le Monnier, Firenze 1858]
[modifica] Arnaldo da Brescia
[modifica] Incipit
Giordano
Destatevi... sorgete... il nostro sangue
Si traffica nel tempio; e son raccolti,
Tenebrosa congrega, i cardinali
A vestir del gran manto un altro lupo
Che pastore si chiami. Un dì sceglieste,
O Romani, il pontefice[1]: gli antichi
Dritti il fero Innocenzo appien vi tolse,
E compì l'opra d'Ildebrando audace.
[modifica] Polissena
[modifica] Incipit
[modifica] Citazioni
La plebe, | Sempre è stanca dei casi: odia i presenti, | Ama i futuri, ed è tiranna o serva. (Calcante: Atto II, Scena 1, op. cit.)
[modifica] Note
- ↑ Sotto Niccolò II il monaco Ildebrando, che poi fu pontefice col nome di Gregorio VII, cangiò il modo di eleggere i papi. Prima di quel tempo tutti i Romani, clero, nobiltà e popolo, prendevano parte a questa elezione. Si stabilì che d'ora innanzi i soli cardinali-vescovi, ai quali si unirebbero quelli dell'ordine dei preti, dopo aver preparata l'elezione del papa, finirebbero col domandarne il consenso agli altri ecclesiastici, e ancora al popolo. I cardinali-vescovi erano soli quelli del territorio Romano; comprovinciales episcopi. I cardinali-preti erano i parrochi delle ventotto principali chiese di Roma. Questi ventotto preti e questi vescovi eran, molto prima di Niccolò II, qualificati col nome di cardinali; ma fu questa la prima volta ch'essi furono investiti dell'autorità di nominare il papa: al clero e al popolo non rimase che il diritto dell'esclusione. Tale è l'origine del Collegio Elettorale dei cardinali. Innocenzo II poi, come riferisce il Vittorelli, il popolo e il clero privò d'ogni diritto: Romanos a quibus injuriis affectus fuerat compescendos censuit: tune primum populus a pontificiis comitiis rejectus: paulatim ad solos S. R. Ecclesiae cardinales, primoribus cleri proetermissis, nec cardinalitia dignitate decoratis, pontificis maximi electio evocata est. (Storia Diplomatica dei Senatori di Roma, Tom. I, pag. 54.) Nulladimeno, solamente nell'elezione di Lucio III, secondo che ne fanno testimonianza il Labbeo e il Fleury, si cominciò a mettere in pratica il decreto del terzo Concilio Lateranense, che domandava i due terzi dei voti; e cominciarono i cardinali a ristringere a se soli il diritto di eleggere al papa, ad esclusione del popolo e del rimanente clero. LABBEO, Conc. T. X. An. 1179. — FLEURY, Stor. Eccl. Lib. LXXIII.
[modifica] Bibliografia
- Giovanni Battista Niccolini, Arnaldo da Brescia, Losanna, 1848.
- Niccolini Giovanni Battista; Polissena in Opere, pag. 242, 2a edizione, Napoli, Nabu Press, [1852], Marzo 2010. ISBN 978-1147251906
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