Giovanni Pico della Mirandola

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Giovanni Pico della Mirandola

Giovanni Pico dei conti della Mirandola (1463 – 1494), umanista e filosofo italiano.

  • Alphano mio. Hebbi da M. Angelo el vostro libro, et molto caro ve ne ringratio: li caratteri sono indiani. Vi prego diciate al Maxeo ch'io ho ad Roma, con altri mei libri, certi soi quinterni. Como li ho qui, glieli manderò, alli piaceri vostri. Florentiae, 2 Iunii 1488. (lettera ad Alfano degli Alfani)
  • Di tutte le cose che si possono sapere e di alcune altre. (citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 541)
De omni re scibili et quibusdam aliis.

Incipit di Dialogo detto Strega o sia il primo libro delle illusioni del demonio[modifica]

Leandro Alberti[modifica]

Apistio Fronimo, dimmi dove va colà così in freta, caminando per la piazza ove vendonsi l'herbe, tanta moltitudine di popolo.
Fronimo Non lo so, ma andiamo anche noi un puoco, acciò intendiamo la cagione di tanto concorso, conciosia che puoco danno potrà essere la perduta di puochi passi.
Apistio Non saranno puochi, se andaremo per insino al tempio, lo quale novamente è comenciato di fabricarsi ad honore della gloriosa vergine madre de Iddio, chiamata dalli miracoli. Conciosia che è discosto da quinci oltro di un miglio. E così mirando pare a me di vedervi costì alquanti de quelli venerandi religiosi dell'Ordine de' Predicatori, che sono huomeni molto dotti, li quali hora sono venuti quivi ad habitare per servigio di detto tempio. Il perché io istimo che tutti vadino colà quelli vediamo.

Turino Turini[modifica]

Apistio. Fronimo, dove corrono là tante persone per la piazza dell'erbe?
Fronimo. Accostiamoci un poco, che intendiamo la cagione di tanto concorso; poca può essere la perdita di sì pochi passi.
Ap. Non saranno pochi se andiamo insino alla chiesa che si è cominciata alla Vergine madre di Dio, a cui si è dato il nome di santa Maria de' miracoli; però che ci si fa più d'un miglio. Parmi di vedere alcuni di quella compagnia che si hanno eletto la stanza a detta chiesa; però m'imagino che tutti quelli che noi veggiamo vadano colà.

Oratio de hominis dignitate[modifica]

  • [...] Già il Sommo Padre, Dio Creatore, aveva foggiato, [...] questa dimora del mondo quale ci appare, [...]. Ma, ultimata l'opera, l'Artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un'opera così grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. [...] Ma degli archetipi non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura, né dei tesori [...] né dei posti di tutto il mondo [...]. Tutti erano ormai pieni, tutti erano stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. [...]
  • [...] Stabilì finalmente l'Ottimo Artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l'uomo come opera di natura indefinita e, postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: –non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché [...] tutto secondo il tuo desiderio e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai senza essere costretto da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. [...]
  • [...] Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine.– [...] Nell'uomo nascente il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. [...] se sensibili, sarà bruto, se razionali, diventerà anima celesta, se intellettuali, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio, [...].

Bibliografia[modifica]

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