Giuseppe Bianchetti

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Giuseppe Bianchetti (1795 – 1872), scrittore e critico letterario italiano.

Dello scrittore italiano discorsi nove[modifica]

  • Chi mira a divenire un grande scrittore dee disprezzare le cortesie ed i favori; perché tanto più facilmente e tanto più alto ascende, quanto più si fa padrone di se medesimo.
  • [Le donne] Esse solo possono fare intendere in una parola tutto un sentimento, e rendre delicatatamente un pensiero delicato. Esse mettono (sono parole del signor de La Bruyère) una concatenazione mirabile, perché il loro discorso si lega in modo affatto naturale, e non si lega che per il senso.
  • L'osservare, il meditare, il disegnare, il colorire sono i quattro fondamenti su' quali riposa tutto il magistero dello scrivere.
  • Niuno professò tanto solennemente di conoscere il potere delle cose che circondano l'uomo, sopra la natura di esso, cioè il poter delle sensazioni, quanto Licurgo.
  • Non trova piacere dinanzi un lavoro d'artista quello spettatore che non possa risvegliarsi nella memoria qualche cosa almeno del vero in esso rappresentato: onde, per esempio, le celibri Marine di Vernet al Louvre saranno indifferenti per chiunque non abbia veduto il mare.
  • Quando sant'Agostino diceva: il conversare e lo scrivere mi hanno formato; egli chiudeva in queste brevi parole il più vero precetto che possa darsi ad un giovane, perché acquisti la facoltà di diventare un ottimo scrittore.
  • [Roma] Quest'è l'unico luogo della terra che dia materia maggiore a conoscere i legami che uniscono il vecchio mondo al mondo attuale; quest'è l'unico luogo, dove si possono più ampiamente meditare, e con profitto più grande, gli esemplari della bellezza nelle arti, e trarne quanto guadagno da esse è possibile alle speculazioni della filosofia.
  • [Firenze] Quivi soltanto è conceduto di trar fuori, come dalla sorgente, i modi più puri, più graziosi della nostra lingua; quivi soltanto si può procurarsi la cognizione e la pratica di quella proprietà ed evidenza de' vocaboli, di quelle loro infinite pieghe, gradazioni e minime varietà, che invano si cercherebbero sui libri o sui dizionari, e che, se non sono tolte dal vivo discorso, non si potranno portare giammai nelle scritture.
  • Se quand'era tempo avessi potuto compiacere ad un mio desiderio, io sarei andato a vivere alcuni anni a Napoli, alcuni a Milano. Queste due città, una per la sua grande popolazione, l'altra per molte particolari condizioni, sono da qualche tempo la stanza del pensare filosofico in Italia. Esse furono abitate da quasi tutti i nostri scrittori che s'innalzarono ad una certa elevatezza d'idee, ed abbracciarono una certa estensione di principii.
  • Sono pochissimi quegli artisti che sappiano destare negli spettatori il sentimento della verità; colpa dei metodi d'istruzione.
  • Un uomo non avvezzo a trovarsi nelle grandi colte società, poco guadagna a stare cogli uomini, perché la sua attenzione non si può fermare che sui tratti comuni e generali.

Dei lettori e dei parlatori: saggi due[modifica]

  • Credete voi, per esempio, che Corneille abbia egli messo in voga al suo tempo i modi forti, risentiti e giganteschi del suo scrivere? Io no: ma credo bene che gli animi de' Francesi tuttavia caldi dal fuoco della sedizione, tuttavia agitati dalle burrasche della lega, fossero e dovessero essere disposti a compiacersi di que' modi ed a gustarli. Credete voi che Racine sia poscia stato egli la cagione che si mutasse in Francia quel gusto ? Io no: perché la veggo, e parmi più giustamente, nelle molli inclinazioni, nelle diverse abitudini già contratte da' suoi contemporanei. (p. 22)
  • Il motivo principale per cui l'Alfieri nostro or si trova da molti troppo severo e troppo secco, non penserò mai che sia negli scrittori che lo seguirono come promotori di un diverso gusto; ma ben nelle attuali disposizioni della maggior parte degli animi degl'Italiani. (p. 22)
  • La letteratura, e la popolare in ispecieltà, come la teatrale, è sempre incontrastabilmente l'espressione più o meno manifesta, più o meno generale, del pensare e del sentire dei contemporanei; poiché, ripeto, il gusto letterario che domina in un tempo si forma più per opera de' lettori che degli scrittori. (p. 23)
  • É nella natura umana una certa malignità, onde sentesi ognora inclinata ad abbassare piuttosto che a rialzare il merito altrui; ed il merito si abbassa quando si può dire che l'autore va indietro. (p. 25)
  • Quando un autore ha avuto il merito o la fortuna di esser letto da molti, egli ha di già avvezzato il pubblico al suo modo di pensare in generale e sopra tutto a quello del suo scrivere. L'opera adunque ch'egli manderà fuori in questo caso dee aver perduto una grandissima parte del pregio della novità, poiché vi sarà novità nella materia, ma non nella forma; ed è dalla forma che viene il maggior piacere della lettura all'universale degli uomini. (p. 25)
  • Molti scrittori hanno bisogno per maturarsi di un certo tempo e di assai prove; e molti scrittori di mano in mano che si maturano, si rendono meno audaci e però in apparenza più freddi; concedono di più all'intelletto e meno all'immaginazione, di più all'aggiustatezza del disegno e manco alla vivacità del colorito. Le loro opere devono risentirsi necessariamente di questi mutamenti, anzi è nelle opere loro che li manifestano. Or se pensate che quasi tutte le donne, che quasi tutti i giovani, che la massima parte anche degli altri lettori, che il pubbico, in breve, è più allettato dai fiori della fantasia che dai frutti del ragionamento, più dal bagliore delle frasi che dalla solidità delle idee, più dalla energia de' sentimenti che dalla forza de' pensieri; voi avrete in molti casi conosciuta una delle cause della preferenza ch'egli dà alle prime opere di alcuni autori in confronto delle loro seconde. (p. 26)
  • Il libro molte volte fa il meno e talvolta anche niente; lo stato dell'animo del lettore fa il più, e talvolta anche il tutto. È nota la storietta di quel pievano che vedeva nella luna una chiesa con un campanile, mentre la signora ch'era con lui scorgeavi invece due i quali facevano all'amore. Or questa storietta medesima può applicarsi ai libri ed ai lettori. (p. 30)
  • Qualunque libro, per innocuo, per utile che sia, può diventare dannoso, secondo la mente dell'uomo che 'l legge. (p. 31)
  • Niun libro è saggio per quelli che non sono abbastanza saggi per esso. (p. 31)
  • San Tommaso ha detto: temo l'uomo da un solo libro; e questo suo detto è già divenuto quasi proverbiale, poiché udiamo spesso molti a ripetere: «guardati da chi legge un libro solo.» Se però l' alto senno di San Tommaso il pronunziava, ed il buon senso dell' umanità lo accoglieva, io non dubito ch'esso non abbia un giusto fondamento. (p. 36)
  • Il pensiero abbandonato a se stesso senza alcun esterno alimento, è impotente a guadagnare da sé forza alcuna, o pur se prima ne aveva, già a poco a poco la perde quasi tutta. Il pensiero invece, nutrito da soli esterni alimenti, vive d'una vita, dirò così, rigogliosa ed abbondante, ma non sicura né forte né quasi sua propria. La vera e propria vita, la somma potenza il pensiero la trae e la conserva, quand' abbia tanto di esterno alimento quanto basti a tener deste le sue intime forze, le quali, svegliate di tempo in tempo, non solo durano coll'opera loro medesima, ma si accrescono ed invigoriscono indefinitamente da se stesse. (p. 37)

Bibliografia[modifica]

  • Giuseppe Bianchetti, Dello scrittore italiano discorsi nove, Le Monnier, Firenze 1855.
  • Giuseppe Bianchetti, Dei lettori e dei parlatori: saggi due, Felice Le Monnier, Firenze 1858.