Giuseppe Giusti

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Giuseppe Giusti

Giuseppe Giusti (1809 – 1850), poeta italiano.

Citazioni di Giuseppe Giusti[modifica]

  • A battesimo suoni o a funerale, | Muore un Brigante e nasce un Liberale. (da Delenda Carthago, 2)
  • Che i più tirano i meno è verità, | Posto che sia nei più senno e virtù; | Ma i meno, caro mio, tirano i più, | Se i più trattiene inerzia o asinità. (da I più tirano i meno)
  • Così di mese in mese e d'anno in anno, | Amandosi e vivendo lemme lemme, | È certo, cara mia, che camperanno | A dieci doppi di Matusalemme: | E noi col nostro amore agro e indigesto, | Invecchieremo, creperemo e presto. (da L'amor pacifico, 26)
  • È settentrional spada di ladri | Tòrta in corona. (da L'incoronazione, 22, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 465)
  • Eroi, eroi, | Che fate voi? (da Il poeta e gli eroi da poltrona, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 748)
  • Gino mio, l'ingegno umano | Partorì cose stupende, | Quando l'uomo ebbe tra mano | Meno libri e più faccende. (epigramma a Gino Capponi; citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 149)
  • I figli, dicono, | non basta farli; | v'è la seccaggine | dell'educarli. (da Preterito più che perfetto del verbo pensare, in Versi editi ed inediti)
  • Il Buonsenso, che già fu caposcuola, | ora in parecchie scuole è morto affatto; | la Scienza sua figliuola | l'uccise, per veder com'era fatto. (dagli Epigrammi)
  • Il fare un libro è meno che niente, | se il libro fatto non rifà la gente. (dagli Epigrammi)
  • [Su Leopoldo II] Il toscano Morfeo vien lemme lemme, | Di papaveri cinto e di lattuga, | Che, per la smania d'eternarsi, asciuga | Tasche e maremme. | Co' tribunali e co' catasti annaspa; | E benché snervi i popoli col sonno, | Quando si sogna d'imitare il nonno, | Qualcosa raspa. (da L'incoronazione, 7, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 506)
  • Liberamente il forte | Apre al dolor le porte | Del cor, come all'amico. (da Al medico Ghinozzi contro l'abuso dell'etere solforico, str. 5, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, U. Hoepli, Milano, 1921, p. 428)
  • Più dell'essere | Conta il parere. (da Le memorie di Pisa, 7)
  • Prete Pero è un buon cristiano, | Lieto, semplice, alla mano; | Vive e lascia vivere. (da Il Papato di Prete Pero, 1)
  • Quel tu alla quacquera | Di primo acchito! | Virt di vergine | Labbro, in quegli anni, | Che poi, stuprandosi | Co' disinganni, | Mentisce armato | D'un lei gelato! (da Le memorie di Pisa, 6)
  • Stretto per l'andito | Sfila il bon ton; | Si stroppia, e brontola | Pardon, pardon. (da Il ballo, 13)
  • Una sola preoccupazione terrà l'animo mio, ed è questa: che io credo al bene piuttosto che al male; credo molti i buoni e pochi i tristi; credo più nel buon senso che nella dottrina; credo che le vittime vere sieno i persecutori. Queste credenze parranno strane e saranno strane per uno oramai pervenuto agli ultimi anni della gioventù; strane a chi sa che io mi sono, dilettato no, (chè il mordere in fondo non diletta neppure il cane) ma dato a pungere i vizi, gli errori e le storture del tempo. (da Cronaca dei fatti di Toscana)
  • Viva le maschere | D'ogni paese. (dal Brindisi di Girella, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 536)

Epistolario[modifica]

  • [Commento su di un articolo di giornale che critica un suo scritto su Giuseppe Parini] Mi ripiglia sulla scelta dello stile di quel lavoro, quasi che lo stile si scegliesse come il panno per farsi una giubba, o piuttosto uno non se lo trovasse addosso bell'e cucito dalla madre natura. (dalla lettera ad Alessandro Manzoni)
  • [Nello scrivere] Tenetevi tutti lontani da ogni eccesso e di stile e di passione, e farete cosa utilissima e onestissima. (dalla lettera a Matteo Trenta, Firenze, 14 febbraio 1848)
  • Ti sia sempre nella mente che compiacersi dei mali dei nostri simili è crudeltà; rilevarne i difetti è malignità; riportare i fatti o i discorsi dell'amico per nuocergli è perfidia.
  • Vorrei che i libri si scrivessero per insegnare, invece si scrivono per mostra di sapere. (dalla lettera a Tommaso Grossi, vol. I, n. 121)

Gingillino[modifica]

  • Io credo nella Zecca onnipotente | E nel figliuolo suo detto Zecchino. (III, 32)
  • Oh le vecchie, le vecchie, amico mio, | Portano chi le porta; e lo so io. (III, 18)
  • Se mai nasce uno scandalo, un diverbio, | Un tafferuglio in quella casa là, | Acqua in bocca, e rammentati il proverbio: | Molto sa chi non sa, se tacer sa. (in Versi editi ed inediti)
  • Sotto la gramola | Del pedagogo | Cùrvati, schiàcciati, | Rompiti al giogo. (I, 5)
  • Tibi quoque, tibi quoque | È concessa facoltà | Di potere in jure utroque | Gingillar l'umanità. (P. I, 37)
  • Un gran proverbio, | caro al Potere, | dice che l'essere | sta nell'avere. (I, 32)

Il Mementomo[modifica]

  • Dietro l'avello | Di Machiavello | Dorme lo scheletro | Di Stenterello. (2)
  • Non crepa un asino | Che sia padrone | D'andare al diavolo | Senza iscrizione. (2)
  • Lasciate il prossimo | Morire in pace, | O parolai, | O epigrafai, | O vendi-lacrime | Sciupa-solai. (9)

La terra dei morti[modifica]

  • Ah! d'una gente morta | Non si giova la storia.
  • Difatto, dopo morto | È più vivo di prima. (6)
  • Ma il libro di natura | Ha l'entrata e l'uscita: | Tocca a loro la vita, | E a noi la sepoltura. (12)
  • Tra i salmi dell'Uffizio | C'è anco il Dies irae: | O che non ha a venire | Il giorno del giudizio? (15)

La vestizione[modifica]

  • L'illustre bindolo | A capo basso | Parea Don Bartolo | Fatto di sasso. (I, 49)
  • Vendevi zénzero | Per pepe bono. (61)
  • O in oggi ha credito | Lo sbarazzino, | O Santo Stefano | Tira al quattrino. (72)

Raccolta dei proverbi toscani[modifica]

  • Per proverbio intendo quel dettato che chiude una sentenza, un precetto, un avvertimento qualunque, ed escludo da questa raccolta certi altri detti come sarebbero – Conoscere i polliMettere il becco in molleScorgere il pelo nell'ovoStringere i panni addosso; – questi e altri diecimila che si dicono proverbi e che i raccoglitori registrano per proverbi, mi pare a tutto rigore che debbano chiamarsi modi di dire o modi proverbiali. (p. 1)
  • Ho domandato mille volte alla gente cosa significasse un tal proverbio, e così staccato, non me l'hanno saputo dire; ma appena ho chiesto a che proposito lo dicessero, me n'hanno resa subito perfetta ragione; per la qual cosa si può dire che versano dalle labbra una sapienza che non sanno di possedere, come uno si dà a un lavoro, a una fatica, senza avvertire la capacità delle proprie braccia. (p. 13)
  • Una sera a Firenze, in una delle poche case, a grave danno del Faraone tuttavia rallegrate da quella gaia ma ora inelegantissima regola dei giochi di pegno, mi trovai al gioco dei Proverbi che si fa tutti mettendosi in cerchio, donne e uomini, e buttandosi uno coll'altro un fazzoletto colla canzoncina «Uccellin volò, volò, su di me non si posò, si posò su un tale e disse...» qui tirano il fazzoletto sulle ginocchia della persona nominata e dicono un proverbio, e bisogna dirlo presto, e che non sia detto avanti da nessuno, altrimenti si mette pegno. Io che sono nato in provincia e che son sempre malato grazie a Dio delle prime impressioni, udendo quel diluvio di proverbi, e con quanta prontezza quelle fanciulle vispe e argute trovavano il modo di punzecchiarsi tra loro, di burlare gli innamorati, di canzonare i grulli e di mettere in ridicolo la cuffia di questo o la parrucca di quello, confesso il vero che c'ebbi un gusto matto, e posso dire che fino da allora mi detti a questa raccolta, perché tornato a casa segnai tutti i proverbi che mi ricorsero alla memoria. (pp. 13-14)
  • Chi sa quante centinaja di proverbi girano tuttora inavvertiti per la bocca del popolo? La nostra lingua n'è tanto ricca, che tutti quelli che da buoni e onesti paesani non si vergognano di saperla parlare, non riescono a dire tre parole senza incastrarci un proverbio. Io di certo non ho potuto raccoglierli tutti, perché è quasi impossibile che uno solo possa trovarsi a udirli quanti sono. (p. 15)
  • Il sapersi adattare è una gran virtù! Risparmia infinite molestie, e concilia la benevolenza degli altri. (p. 402)

Incipit di alcune opere[modifica]

Il Brindisi di Girella[modifica]

(DEDICATO AL SIGNOR DI TALLEYRAND BUON'ANIMA SUA)

  • Girella (emerito, | di molto merito), | sbrigliando a tavola | l'umor faceto, | perdé la bussola | e l'alfabeto; | e nel trincare | cantando un brindisi, | della sua cronaca | particolare | gli uscì di bocca | la filastrocca: | Viva Arlecchini | e burattini, | grandi e piccini, | viva le maschere | d'ogni paese.

Il re travicello[modifica]

  • Al Re travicello | piovuto ai ranocchi, | mi levo il cappello | e piego i ginocchi; | lo predico anch'io | cascato da Dio: | oh comodo, oh bello | un Re travicello. || Calò nel suo regno | con molto fracasso; | le teste di legno | fan sempre del chiasso: | ma subito tacque, | e al sommo dell'acque | rimase un corbello | il Re travicello.

Sant'Ambrogio[modifica]

  • Vostra eccellenza, che mi sta in cagnesco | per que' pochi scherzucci di dozzina, | e mi gabella per antitedesco | perché metto le birbe alla berlina, | o senta il caso avvenuto di fresco, | a me che girellando una mattina, | capito in Sant'Ambrogio di Milano, | in quello vecchio là, fuori di mano.
  • M'era compagno il figlio giovinetto | d'un di que' capi un po' pericolosi, | di quel tal Sandro, autor d'un romanzetto | ove si tratta di promessi sposi... | Che fa il nesci, Eccellenza? o non l'ha letto? | Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi, | in tutt'altre faccende affaccendato, | a questa roba è morto e sotterrato.

L'amor pacifico[modifica]

  • Gran disgrazia, mia cara, avere i nervi | troppo scoperti e sempre in convulsione, | e beati color, Dio li conservi, | che gli hanno, si può dire, in un coltrone, | in un coltrone di grasso coi fiocchi, | che ripara le nebbie e gli scirocchi.

Bibliografia[modifica]

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