Giuseppe Rovani

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Giuseppe Rovani (1818 – 1874), scrittore e pubblicista italiano.

Citazioni di Giuseppe Rovani[modifica]

  • Siamo sinceri, ma in dodici milioni d'uomini a cui può salire il regno unito, tra Piemonte e Lombardia e Ducati e Toscanae Legazioni forse non si trovano sei uomini della poderosa efficacia di Cattaneo; or la sua patria offrirebbe lo scadolo indecoroso di declinare la candidatura, perché è stto federalista? perché sommosse la storia contemporanea con severissimo sindacato, e con critica terribile degli uomini e delle cose? Ma il parlamento ha forse bisogno d'adulatori e di cerimonieri e di coristi?[1]

Storia delle lettere e delle arti in Italia[modifica]

  • [Gaspara Stampa] Fornita d'ingegno singolare, apprese, oltre la propria, le lingue latina e greca; e non paga della coltura letteraria, attese pure alla musica, riuscendo sonatrice di liuto, e cantatrice eccellente. Le quali doti, congiunte a non ordinaria bellezza, non è meraviglia che le procacciassero, oltreché somma riputazione, l'amore di quanti la conoscevano. (p. 84)
  • Molti uomini privilegiati sostennero con saviezza la porpora e il pastorale, si fecero venerandi per santità di vita, riformarono e migliorarono i costumi del popolo; molti furono proclamati benefattori del genere umano o perché soccorsero i loro simili coll'opera e con istituzioni nelle private e pubbliche calamità, o perché propagarono l'istruzione delle divine e umane discipline; molti largheggiarono i propri beni allo splendore ed all'utilità della patria, consacrarono sé stessi, i propri studi a vantaggio de' loro fratelli; pochi e forse nessuno unì tutte queste eminenti qualità, come S. Carlo Borromeo. (p. 95)
  • [Francesco Redi] Aveva ammesso nell'arte che professava, il dubbio sapientissimo su tutto ciò che di verità non sente, e, fatto timido e circospetto, diè bando alle visioni ipotetiche ed alla farragine de' rimedii, che attestavano a un tempo e l'ignoranza di chi gli amministrava, e la cieca eredulità di coloro che gli invocavano. (p. 141)
  • L'Andreini fu la prima fra le molte donne, che allora attendevano alla poesia, che levasse il pensiero a un dramma pastorale, pensiero ardito perché richiede forza di concepimento, perseveranza di esecuzione, ben altro che seguire con brevi componimenti l'inspirazioni del momento: era giovinetta, non si atterrì, e scrisse la Mirtilla. (p. 362)

Incipit di alcune opere[modifica]

Cent'anni[modifica]

Convien risalire a quindici anni addietro, allorquando chi scrive trovavasi in quella età felice, in cui si è amici di tutto il mondo, e il mondo per contraccambio vuota con noi il sacco delle cortesie; età in cui la bile non è ancora uscita dal suo sacchetto a invelenir le vene, e il volto conserva le sue rose, e le influenze atmosferiche non fanno di noi quel che il rame fa delle rane scorticate; età in cui l'umore è sempre uguale e sempre lieto, e l'animo si apre a tutti, spensierato e fidente; età in cui sin la bruttezza ha la sua beltà; tanto che tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, matrone e fanciulle si volgono a noi, chi per consigliarci, chi per compatirci amabilmente, chi per accarezzarci senza malizia la barba nascente; età in cui l'uomo è il legittimo re dell'universo, del finito e dell'infinito, perché se il presente gli sorride da tutte le parti, l'avvenire gli si svolge dinanzi in lungo e in largo, senza confine, tutto pieno di fantasmi dorati. Chi pensa a codesta divina adolescenza della vita, e senza consultare la fede di battesimo, vede nello specchio che ha tanti anni di più, e, guardando il fumo che esce dalla sua pipa, può esclamar col poeta:

Questo di tanta speme oggi mi resta

si fa silenzioso e tetro, e cerca tosto di sommover l'onda delle tristi idee, mescolandovi lo spirito d'assenzio. Allorché dunque chi scrive aveva quindici anni meno, ebbe a far la conoscenza di un vecchio, il qual vecchio, a quel tempo, dei due milioni e cinquecento mila abitanti che contava la Lombardia, era forse quello che portava più anni sulle spalle, tanto che, se fosse stato povero, avrebbe fatto la prima figura alla lavanda de' piedi. Ma non era povero, quantunque non fosse nemmen ricchissimo.

Manfredo Palavicino, o, I francesi e gli sforzeschi[modifica]

Quel canto della contrada delle Ore, ove alzando un tratto lo sguardo, si ha il vantaggio, di vedere un lato della chiesa di s. Gottardo e la torre del suo famoso orologio, che è sempre un buon pezzo d'architettura, non fu mai, a nessun'epoca, oggetto di molta attenzione; ed è in questa parte, dove la massima noja viene oggidì ad assalire il granatiere del corpo che vi passeggia a guardia; soltanto trecentoventinove anni or fanno[2], il giorno de' santi Cornelio e Cipriano, che cadeva allora al tredici settembre, la parte di popolazione che poteva reggersi sulle gambe, passò quasi tutta per di là, a gettare un'occhiata ben attenta a quell'angolo che in quel dì ebbe un successo, quale non ebbe a vantar mai né prima né dopo.

Valenzia Candiano[modifica]

In una sala del palazzo ducale di Venezia, le cui pareti, tutte coperte di rasce nere, venivano debolmente rischiarate da una sola lampada a sei becchi pendente per tre catene dalla volta; una notte d'agosto del 13... stavano sedute intorno ad una gran tavola diciassette persone; dieci senatori, il doge e sei consiglieri. Era l'eccelso consiglio così detto dei Dieci, raccolto in sessione.

Note[modifica]

  1. Da Delle elezioni a proposito di Carlo Cattaneo, Gazzetta di Milano, 8 marzo 1860; ripubblicato in Franco Contorbia (a cura di), Giornalismo Italiano, Volume primo 1860-1901, I meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2007, p. 13.
  2. La prima edizione della presente storia fu pubblicata nel 1845.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]