Johann Wolfgang von Goethe

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Johann Wolfgang von Goethe

Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1832), poeta e scrittore tedesco.

Citazioni di Johann Wolfgang von Goethe[modifica]

Con testo originale[modifica]

  • Conosci tu il paese dove i limoni fioriscono, | nel fogliame buio fulgon le arance d'oro? (da Wilhelm Meister, a cura di Silvio Benco, Milano 1950)
Kennst Du das Land, wo die Zitronen blühn, | Im dunklen Laub die Goldorangen glühn?
  • Dove c'è molta Luce, c'è anche molta Ombra.[1] (dal Götz von Berlichingen, Atto I)
Wo viel Licht ist, ist auch viel Schatten
  • Io perdono all'attore tutti i difetti dell'essere umano, nessun difetto dell'attore perdono all'essere umano. (da Wilhelm Meister)
Alle Fehler des Menschen verzeih' ich dem Schauspieler, keine Fehler des Schauspielers verzeih' ich dem Menschen.
  • Nel mondo si vive una volta sola. (da Clavigo, I, 1)
Man lebt nur einmal in der Welt.
  • Shakespeare und kein End.
Lett.: Shakespeare e nessuna fine, cioè Shakespeare è un'area infinita. (citato in George Steiner, Una lettura contro Shakespeare, in Nessuna passione spenta, traduzione di Claude Béguin, Garzanti, 2001, p. 51)

Ultime parole[modifica]

Macht doch den zweiten Fensterladen auch auf, damit mehr Licht hereinkomme.
  • Più luce![2]
Mehr licht![3]

Varie[modifica]

  • Al corpo segue solo l'ombra, nel regno dei morti silente. (da Ballate)
  • [Ultime parole] Aprirò spazi dove milioni di uomini | vivranno non sicuri, ma liberi e attivi. | Verdi, fertili i campi; uomini e greggi | subito a loro agio sulla terra nuovissima, | al riparo dell'argine possente | innalzato da un popolo ardito e laborioso. | Qui all'interno un paradiso in terra, | laggiù infurino pure i flutti fino all'orlo; | se fanno breccia a irrompere violenti, | corre a chiuderla un impeto comune. | Sì, mi sono votato a questa idea, | la conclusione della saggezza è questa: merita libertà e la vita solo | chi ogni giorno le deve conquistare. | Così vivranno, avvolti dal pericolo, | magnanimi il fanciullo, l'uomo e il vecchio. | Vorrei vedere un simile fervore, | stare su suolo libero con un libero popolo. | All'attimo direi: Sei così bello, fermati! | Gli evi non potranno cancellare la traccia dei miei giorni terreni. – | Presentendo una gioia così alta | io godo adesso l'attimo supremo. (da Faust Urfaust, vol. secondo, Garzanti, Milano 1994, pag. 1041)
  • Bisogna essere giovani per immaginarsi quale influsso esercitasse su di noi il Laocoonte di Lessing, opera che dall'angolo ristretto di una misera visione ci trascinò nei liberi campi del pensiero. L'ut pictura poesis, tanto a lungo fraintesa, era tutto a un tratto eliminata, e la differenza tra le arti figurative e quelle del linguaggio chiara. (citato in Marino Freschi, Goethe: l'insidia della modernità, p. 23)
  • Chi crede nell'immortalità si goda la sua felicità in silenzio, non ha nessun motivo di darsi delle arie. (J.P. Eckermann, Conversazioni con Goethe)
  • Colui che non è in grado di darsi conto di tremila anni rimane al buio e vive alla giornata. (citato ne Il mondo di Sofia di Jostein Gaarder)
  • Come ogni rosa, così ogni artista ha il suo insetto: io ho Tieck. (citato in Albino Luciani, Illustrissimi, p. 41, Edizioni A.P.E. Mursia, Milano 1979)
  • [Mignon, sull'Italia] Conosci la terra dei limoni in fiore, | dove le arance d'oro splendono tra le foglie scure, | dal cielo azzurro spira un mite vento, | quieto sta il mirto e l'alloro è eccelso, | la conosci forse? | Laggiù, laggiù io | andare vorrei con te, o amato mio! (da Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister)
  • Dobbiamo dunque pensare all'individuo animale come a un piccolo mondo che esiste in sé, con mezzi propri. Ogni creatura ha una propria ragion d'essere. Tutte le sue parti hanno un effetto e un rapporto diretto l'una con l'altra, rinnovando così il flusso continuo della vita. (da ''Scientific Studies, a cura di Douglas Miller, Suhrkamp, New York, p. 121; citato in Vandana Shiva, Vacche sacre e mucche pazze, traduzione di Giovanna Ricoveri, Derive Approdi, Roma, 2001, p. 84)
  • È meglio ingannarsi sul conto dei propri amici che ingannare i propri amici. (da Letteratura e vita)
  • [A Felix Mendelssohn] È un pezzo che non sento più musica ma so che, nel frattempo, tu e gli altri "avete spinto molto avanti l'affare". Io ho ancora molto da imparare da te. (citato in Giulio Confalonieri, Storia della musica, Edizioni Accademia, Milano, 1975)
  • I teologi sotto la loro pelliccia di pecora sono dei lupi feroci. (citato in Karlheinz Deschner, Sopra di noi... niente, Ariele, 2008)
  • Io chiamo l'architettura musica congelata. (J.P. Eckermann, Conversazioni con Goethe)
Attribuita anche a Peter Schilling e Arthur Schopenhauer (Il mondo come volontà e come rappresentazione).
  • Il dubbio cresce con la conoscenza. (da Sprüche in Prosa, 1819)
  • In Italia! In Italia, ma non quest'anno. È troppo presto; non ho le cognizioni necessarie, mi manca ancora molto. Parigi sarà la mia scuola, Roma la mia università. Giacché essa è una vera Universitas e quando la si è veduta, si è veduto tutto. Perciò non ho fretta d'entrarvi. (citato in Marino Freschi, Goethe: l'insidia della modernità, p. 45)
  • La freddezza inalterabile, il crudele piacere della vendetta finiscono per muovere il nostro sdegno; tanto che per avere un marito servo, l'insulso scioglimento ci soddisfa poco o punto. (citato in Gerolamo Bottoni, prefazione a Carlo Goldoni, La locandiera, Carlo Signorelli Editore, Milano, 1934)
  • La lascivia: il gioco col piacere da godere, il gioco col piacere goduto. (da Scritti postumi)
  • La vera fortuna è la frugalità. (da Adler und Taube)
  • La verità è scostante, l'errore attraente, perché la verità ci fa sembrare limitati, e l'errore onnipotenti. Inoltre la verità è scostante perché è frammentaria, incomprensibile, mentre l'errore è coerente e conseguente. (citato in Lev Tolstoj, I diari, traduzione di Silvio Bernardini, Longanesi, Milano, 1980, p. 234)
  • La vita appartiene ai viventi, e chi vive deve essere preparato ai cambiamenti. (da Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister)
  • Lei mi saltò addosso e mi tirò uno schiaffo tale che mi mi fischiava un orecchio. Io avevo sempre sentito dire che dopo lo schiaffo di una ragazza ci volesse un ruvido bacio, e così le afferrai le orecchie e la baciai a ripetizione. (da Poesia e verità, I, 2)
  • Ogni colpa è punita sulla terra. (da Wilhelm Meister)
  • Per fare ci vuole talento, per beneficiare denaro. (da Letteratura e vita)
  • Qual è il miglior governo? Quello che ci insegna a governarci da soli. (da Detti sparsi)
  • Questo fatto mostruoso [L'assassinio di Johann Joachim Winckelmann] fece immensa impressione, si levò un lamento e un compianto generale, e la sua morte prematura acuì l'interesse che si aveva per il valore della sua vita. (citato in Marino Freschi, Goethe: l'insidia della modernità, p. 23)
  • [Sull'utopia de La Scienza della Legislazione di Gaetano Filangieri] Quando voi farete nuove leggi, noi dobbiamo prenderci la briga di escogitare il modo di trasgredirle. (citato in Elena Croce, La patria napoletana)
  • Se la gioventù è un difetto, è un difetto che si abbandona subito. (da Scritti postumi)
  • Se i bambini crescessero secondo le indicazioni dei primi mesi, non avremmo niente se non genialità. (citato in Focus N.66, pag.166)
  • Te ne vai leggero se non hai niente; ma la ricchezza è un peso più leggero. (da Motti in rima)
  • Sì, posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo. Non sono mai più ritornato a uno stato d'animo così elevato, né a una tale felicità di sentire. Confrontando il mio stato d'animo di quando ero a Roma, non sono stato, da allora, mai più felice. (9 ottobre 1828, conversazione con Eckermann; citato in Attilio Brilli, Viaggi in corso, Il mulino, 2004, p. 16)
  • «Sai tu la terra ove i cedri fioriscono? Splendon tra le brune foglie arance d'oro, pel cielo azzurro spira un dolce zeffiro, umil germoglia il mirto, alto l'alloro...» (citato in Rina La Mesa, Viaggiatori stranieri in Sicilia, Cappelli, 1961; Goethe: "evocazione")

Attribuite[modifica]

  • Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di fare, incominciala. L'audacia ha in sé genio, potere e magia. (Incomincia adesso.)
Whatever you can do or dream you can, begin it. Boldness has genius, power and magic in it. (Begin it!)[4]
[Citazione errata] La frase viene spesso attribuita a Goethe in inglese e anche in italiano, ma non esiste una corrispondente versione in lingua originale (tedesco) per questa citazione, in nessuna opera di Goethe. La frase sembrerebbe provenire da una traduzione molto libera del Faust dal tedesco all'inglese di John Anster. È stato poi William Hutchinson Murray in The Scottish Himalayan Expedition (1951) a citare questa frase affermando di ammirare tale distico di Goethe e contribuendo probabilmente alla diffusione della falsa citazione.

Arminio e Dorotea[modifica]

  • Colui che lungamente medita, non sempre sceglie la cosa migliore. (4, 105)
Wer lange bedenkt, der wählt nicht immer das Beste.
  • Gli uomini sono fatti in un modo tale che ognuno fa ciò in cui ha visto un altro aver successo, a prescindere dal fatto ch'egli abbia attitudine oppure no. (I, 70-1)
So sind die Menschen führwar! und einer ist doch wie der andre | Daß er zu gaffen sich freut: wenn den Nächsten ein Unglück befället.
  • La povertà stessa, quando è immeritata, rende orgogliosi. (VI, 241)
Armut selbst macht stolz, die unverdiente
  • Non possiamo formare le menti dei nostri figli secondo i nostri concetti; ma li dobbiamo tenere e amare come Dio ce li ha donati. (III, 47-8)
Denn wir können die Kinder nach unserm Sinne nicht formen; | So wie Gott sie uns gab, so muß man sie haben und lieben.

Faust[modifica]

Incipit[modifica]

Vincenzo Errante[modifica]

DEDICA
Eccovi a me tornar, larve sfuggenti
al torbido mio sguardo appare allora.
Che di fermarvi, questa volta, io tenti?
Incline a quel delirio è il cuore ancòra?
Vita, da me chiedere? E sia. Possenti,
vi trarrò dalla nebbia che svapora.
Un fuoco giovanil tutto m'inonda
al magico chiaror che vi circonda.
PROLOGO, SUL TEATRO
IL DIRETTORE, IL POETA DEL TEATRO, IL FACETO.
Il Direttore. Voi due, che così spesso
mi foste al fianco in mezzo a tanti guai,
ditemi dunque: che sperate mai,
sovra il tedesco suolo,
di questa nostra impresa?
Compiacere la folla, io pur vorrei:
questo perché, se vive, lascia vivere.
Son fissi i pali, s'erge il palcoscenico,
e una festa ciascun si ripromette.
Gli spettatori seggono tranquilli,
con inarcate ciglia, ai posti loro:
e non chiedon se non quello spettacolo
che sbalordir li faccia.
PROLOGO IN CIELO
Il SIGNORE, le SCHIERE. Poi, MEFISTOFELE.
Avanzano i tre ARCANGELI.
Raffaele. Gareggia il sole, con l'antico suono,
tra le sfere sorelle, in armonia
;
[...]
Gabriele. In un arcano di velocità,
ruota la terra con i suoi fulgori
,
[...]
Michele. Ruggono le procelle, a gara e in lena,
dal mare a terra e dalla terra al mare
.
[...]
Tutti e tre. Poi che nessuno ne perscruta il fondo
dà la Tua vista agli Angeli vigore

[...]
Mefistofele. Dacché, Signore, anche una volta torni
ad accostarti, e di conoscer chiedi
qual vento mai per queste plaghe spiri;
poi che buon viso, di solito, hai fatto
a questo mio ricomparirti innanzi,
eccomi dunque anch'io fra la masnada.
[...]
LA PARTE PRIMA DELLA TRAGEDIA
I
IL DRAMMA DI FAUST
NOTTE
Angusta stanza gotica con la vôlta a sesto acuto.
FAUST, inquieto, siede davanti al leggìo.
Faust. Ed ho studiato, ahimè, filosofia,
giurisprudenza, nonché medicina:
ed anche, purtroppo, teologia.
Da cima a fondo, con tenace ardore.
Eccomi adesso qui, povero stolto;
e tanto so quanto sapevo prima.
Mi chiamano Maestro: anzi Dottore.
Sono dieci anni che menando vo
pel naso i miei scolari,
di sù di giù, per dritto e per traverso
Ma solo per accorgermi
che non ci è dato di sapere, al mondo,
nulla di nulla.
E quasi mi si strugge, ardendo il cuore.
[Johann Wolfgang von Goethe, Faust, traduzione di Vincenzo Errante, Sansoni, Firenze 1966.]

Giovita Scalvini[modifica]

Prologo sul teatro
Il DIRETTORE, il POETA del teatro, il FACETO.

Il Direttore. Voi due che solete essere il mio consiglio e il mio ajuto, su ditemi: che sperate voi in paese tedesco dalla nostra impresa? Io ho gran desiderio di dare nel talento della moltitudine, da che in ultimo ella vive e lascia vivere. Le travi sono confitte, inchiodate le tavole, ogni cosa in pronto, e ciascuno si promette una lieta e magnifica festa. Già seggono cheti, con sopracciglia inarcate e vogliosi di fare le maraviglie.
[...]

Prologo in cielo
Il SIGNORE, le LEGIONI CELESTI, indi MEFISTOFELE. I tre ARCANGELI precedono.

Rafaele. Il Sole risuona, come da antico, fra l'emula armonia delle sfere fraterne [...]
Gabriele. E veloce, incomprensibilmente veloce si rivolve nella sua magnificenza la terra [...]
Michele. E a gara le procelle fremono dal mare alla terra e dalla terra al mare [...]
A tre. Il tuo aspetto dà vigore agli angeli, ma niuno può scrutare il tuo profondo [...]
Mefistofele. Poiché, o Signore, ti ci fai un po' da presso, e domandi come vanno le cose di laggiù, e solevi già un tempo star meco volentieri, — ecco, ti appajo innanzi io pure fra la torma de' tuoi servidori [...]
[...]

Notte. Stanza gotica a volta alta ed angusta

FAUST inquieto sulla seggiola allo scrittoio.

Faust. Oimé, io ho oramai studiato filosofia, giurisprudenza, medicina, e, lasso! anche la grama teologia! e d'ogni cosa sono andato al fondo con cocente fatica. Ed ecco, povero pazzo! ch'io ne so ora quanto innanzi. Mi chiamano maestro, chiamanmi anche dottore, e già da dieci anni io meno, di su e di giù, e per lungo e per traverso, i miei scolari pel naso; oh! veggo manifesto che noi sapremo mai nulla! Ahi, io ne avrò rapidamente consumato il cuore!
[Johann Wolfgang von Goethe, Faust, traduzione di Giovita Scalvini, Edizioni Bietti, Milano, ca 1960.]

Citazioni[modifica]

  • Attimo, sei bello.
  • Devi proprio capire come sta: | con l'Uno il Dieci si farà | e se il Due lo lasci com'è | basta che ci aggiungi il Tre | e sarai di già arricchito. | Il Quattro, è meglio che lo perdi. | Col Cinque e con il Sei | – parola della strega – | fai il Sette e l'Otto. | Tutto finisce qui: | il Nove è uno | il Dieci è nessuno. (vv. 2450-2551)
  • Due anime albergano, ohimé, nel petto mio. (I. Th. Vor dem Thor, v. 759, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 246)
Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust.
  • In principio era il Fatto! (I parte, scena III, citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993)
  • L'eterno femminino ci attira in alto.
Das Ewig-Weibliche zieht uns hinan.
  • L'uomo erra finché aspira.
Es irrt der Mensch, so lang er strebt.
  • La legge è potente, ma più potente è il bisogno. (II, Atto I)
  • La Spagna, il bel paese del vino e delle canzoni.
Spanien, das schöne Land des Weins und der Gesänge.
  • Lo spirito che eternamente nega.
Der Geist, der stets verneint!
  • Ricerchiamo in quei soavi e cari sguardi dai quali viene solo la grazia e la salute, la virtù che meglio ci prepari il cuore a ricevere con gratitudine le eterne fiamme della beatitudine; onde gli umani affetti si rivolgano con viva fede a te, Vergine, Madre, Imperatrice e Dea. Dal sublime e stellato tuo seggio mostrati a noi propizia. (VII, Atto V)
  • Solo è allegro chi può dare. (I, 2)
  • Sono una parte di quella forza che vuole sempre il Male ed opera sempre il Bene. (Mefistofele)
Ein Teil von jener Kraft, die stets das Böse will und stets das Gute schafft.
  • Talete: La natura ed il suo vivente fluire non furono mai chiusi entro giorni, notti ed ore. Essa forma ogni figura secondo leggi, e nemmeno nelle cose grandi, è violenta.
  • Un brivido mi afferra; le lacrime si sciolgono ed il duro cuore si sente intenerire; vedo come lontano quanto posseggo e ciò che era scomparso riprende, per me, concreta realtà.

I dolori del giovane Werther[modifica]

Incipit[modifica]

I traduzione[modifica]

Ho raccolto con cura e qui espongo quanto ho potuto trovare intorno alla storia del povero Werther, e so che me ne sarete riconoscenti. Voi non potrete negare la vostra ammirazione e il vostro amore al suo spirito e al suo cuore, le vostre lacrime al suo destino.
E tu, anima buona, che come lui senti l'interno tormento, attingi conforto dal suo dolore, e fai che questo scritto sia il tuo amico, se per colpa tua o della sorte non puoi trovarne di più intimi.

LIBRO PRIMO

4 maggio 1771.

Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell'uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio?
[Johann Wolfgang von Goethe, I dolori del giovane Werther, Liber Liber]

Piero Bianconi[modifica]

Ho raccolto con cura quanto ho potuto rintracciare della storia del povero Werther, e qui ve lo presento, sicuro che me ne sarete riconoscenti. Non potrete negare ammirazione e amore al suo spirito e al suo carattere, né lagrime al suo destino.
E tu, anima buona che provi quel suo stesso affanno, attingi consolazione dai suoi dolori; fa' che questo libriccino ti diventi amico, se per tua sorte o colpa non ne puoi trovare uno più fido.

LIBRO PRIMO

4 maggio 1771

Come sono contento d'esser partito! Amico caro, cos'è mai il cuore dell'uomo! Aver abbandonato te che amo tanto, che mi eri inseparabile, ed essere contento! Ma so che mi perdoni. Le altre relazioni non eran forse scelte dal destino apposta per tormentare un cuore come il mio?
Povera Eleonora! Eppure ero innocente. Che colpa avevo io se, intanto che mi divertivo piacevolmente alle piccanti grazie di sua sorella, una passione s'andava formando in quel povero cuore? E tuttavia... son proprio innocente? Non ho alimentato quei sentimenti? Non mi son preso giuoco di quelle espressioni così ingenue e spontanee, che spesso mi facevan ridere e che ridicole non erano? Non ho forse...
Che cosa è mai l'uomo, che riesce a lagnarsi di se stesso!
[Johann Wolfgang von Goethe, I dolori del giovane Werther, traduzione di Piero Bianconi, introduzione di Silvana De Lugnani, BUR, 1991. ISBN 8817151084]

Amina Pandolfi[modifica]

Tutto ciò che ho potuto rintracciare della storia del povero Werther, l'ho raccolto con cura e qui ve lo presento, e so che me ne sarete grati. Non potrete negare la vostra ammirazione e il vostro affetto al suo spirito e al suo carattere, né le vostre lacrime al suo destino.
E tu, anima buona, che soffri il suo stesso dolore, attingi conforto dalla sua sofferenza e fa' che questo libretto ti diventi amico, se per destino o per tua colpa non puoi trovarne uno più vicino.

LIBRO PRIMO

4 maggio 1771

Quanto sono lieto di essere partito! Amico mio carissimo, che cosa è mai il cuore dell'uomo! Aver abbandonato te che amo, tanto, di cui ero inseparabile, ed essere contento! Ma so che mi perdonerai. Ma non parevano tutti i miei altri legami davvero scelti dal destino per impaurire un cuore come il mio?
Povera Leonore! Eppure io ero innocente. Era forse colpa mia se, mentre le singolari grazie di sua sorella mi procuravano una gradevole distrazione, una passione si andava creando in quel suo povero cuore? E tuttavia... sono proprio del tutto innocente? Non ho in qualche modo alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono io stesso deliziato di quelle tanto genuine espressioni della natura, che così spesso ci facevano ridere, sebbene tanto poco ci fosse in esse di ridicolo? Non ho io forse... Oh, ma che cosa è mai l'uomo, per potersi lagnare di se stesso!
[J. Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, traduzione di Amina Pandolfi, Bompiani, 1987]

Citazioni[modifica]

  • Ah! non le grandi e singolari catastrofi del mondo, le alluvioni che portan via i vostri villaggi, i terremoti che inghiottono le vostre città, mi commuovono; ciò che mi stringe il cuore è la forza distruttrice riposta nell'essenza stessa della natura; la quale non ha mai creato cosa alcuna che non sia destinata a distruggere il prossimo, a distruggere se stessa. (18 agosto; 1991, p. 98)
  • Ah, quello che io sono, tutti lo possono sapere... ma il mio cuore lo possiedo io solo. (9 maggio; 1993)
  • C'eran due volumetti in dodicesimo, il piccolo Omero di Wetstein: un'edizione che spesso avevo desiderato per non portarmi attorno quella di Ernesti Ecco come prevengono i miei desideri, come ricercano tutte le minute gentilezze dell'amicizia, mille volte più preziose dei ricchi regali con i quali il vanesio donatore ci umilia. (28 agosto; 1991, p. 100)
  • Caro Guglielmo, ho molto riflettuto sul desiderio dell'uomo di estendersi, scoprir nuove cose, vagare per il mondo; e poi, per converso, sulla segreta tendenza a volontariamente limitarsi, a camminare sui binari dell'abitudine senza affannarsi di quanto avviene a destra o a sinistra. (21 giugno; 1991, p. 68)
  • Ciò che più mi irrita sono le meschine distinzioni sociali. So bene anch'io quanto siano necessarie le distinzioni di classe, io stesso ne cavo non pochi vantaggi: ma non vengano a mettermi il bastone nelle ruote, quando potrei godere un po' di gioia, un barlume di felicità su questo mondo. (24 dicembre; 1991, p. 111)
  • Dio del cielo! Tale è il destino che hai assegnato agli uomini, di non esser felici che prima di raggiunger l'uso della ragione, o dopo di averlo perduto!... (30 novembre; 1991, p. 144)
  • Cos'è mai l'uomo, il tanto esaltato semidio! Non gli mancan forse le forze proprio quando ne avrebbe maggior bisogno? Sia che s'esalti nella gioia, sia che sprofondi nel dolore, non è forse trattenuto e riportato alla cupa e fredda coscienza di sé mentre aspirava a smarrirsi nella pienezza dell'infinito? (6 dicembre; 1991, p. 147)
  • E cos'è, se non destino dell'uomo, questo portare il proprio fardello, bere il proprio calice?... (15 novembre; 1991, p. 139)
  • E da allora sole, luna e stelle possono continuare tranquillamente il loro corso: io non so più se sia giorno o notte e tutto il mondo mi scompare intorno. (lettera del 19 giugno)
  • Guglielmo, la nostra anima che cosa diverrebbe senza l'amore? Simile ad una lanterna magica senza luce. Appena si mette la piccola lampada, ecco le immagini più varie appaiono sulla parete bianca. E nonostante siano fantasmi fuggenti, essi ci rendono ugualmente felici, quando sostiamo davanti ad esse, simili ad innocenti fanciulli, estasiati dalle meravigliose apparizioni. (18 luglio; 1993)
  • Ho visto oggi una scena che, trascritta tale e quale, sarebbe il più bell'idillio del mondo; ma cosa c'entrano poesia, scena e idillio? che proprio si debba sempre stare a cesellare, quando ci capita di partecipare a una manifestazione della natura?
    Se da questo preludio t'aspetti qualcosa di sublime e di nobile t'inganni a partito: un semplice contadinotto è stato causa di così viva emozione... Al solito racconterò male, e tu al solito mi riterrai esagerato; è una volta ancora Wahlheim, e sempre Wahlheim, che produce di queste rarità. (30 maggio; 1991, p. 55)
  • Il che mi confermò nel proposito di attenermi per l'avvenire alla sola natura. Essa sola è infinitamente ricca, essa sola forma il grande artista. Molto si può dire in favore delle regole, quello che suppergiù si può dire in lode della società borghese. Un uomo formatosi sulle regole non produrrà mai nulla di assurdo o cattivo, così come unò che si governa secondo le leggi e il galateo non diventerà mai un insopportabile vicino o un insigne scellerato; per converso, tutte le regole, si dica ciò che si vuole, distruggono il vero sentimento della natura e la vera sua espressione! (26 maggio; 1991, p. 52)
  • Io sono solamente un pellegrino sulla terra; voi siete di meglio? (16 giugno; 2005)
  • La sorte dell' uomo è soffrire fino in fondo, e sorbire fino in fondo il calice della vita? Perché io dovrei mostrarmi forte e dire che è dolce, se anche il Dio del cielo lo sentì troppo amaro per il suo labbro umano? Dovrei forse vergognarmi quando, in un attimo terribile, tutta la mia esistenza trema fra l'essere e il non essere, e il passato è simile ad un baleno sull'abisso tenebroso del futuro, mentre tutto sprofonda intorno a me, e con me naufraga l'universo? (15 novembre; 1993)
  • L'uomo è cosi superficiale, che anche dove ha la vera sicurezza della sua esistenza, dove lascia l' orma della sua presenza, cioè nel ricordo, nel cuore dei suoi amici, anche lì deve venir meno, deve sparire, prontamente sparire. (26 ottobre; 1993)
  • Mi sovvenne allora che egli era padre da pochissimi giorni, ed evitai il discorso, convinto in me che bisogna fare con i fanciulli come Dio fa con noi: Egli non ci procura mai tanto grande felicità come quando ci lascia nel vaneggiamento di una cara illusione. (6 luglio; 1993)
  • Monotona cosa è l'uman genere. Quasi tutti passan la maggior parte dei tempo lavorando per vivere, e quel po' di libertà che gli sopravvanza li opprime talmente che cercano con ogni mezzo di liberarsene. O destino dell'uomo! (17 maggio; 1991, p. 48)
  • Non trascorre un solo istante che tu non distrugga te e i tuoi cari, non uno in cui tu non sia, non debba essere un distruttore; la più innocente passeggiata costa la vita a mille sfortunati insettucci, un passo demolisce le faticose costruzioni delle formiche e riduce quel piccolo mondo in una tomba scura, senza significato. Ah! non le grandi e singolari catastrofi del mondo, le alluvioni che portan via i vostri villaggi, i terremoti che inghiottono le vostre città, mi commuovono; ciò che mi stringe il cuore è la forza distruttrice riposta nell'essenza stessa della natura; la quale non ha mai creato cosa alcuna che non sia destinata a distruggere il prossimo, a distruggere se stessa. Così avanzo brancolando nell' angoscia, circondato dal cielo, dalla terra e da mille forze creatrici, e vedo solo un Mostro che eternamente ingoia, eternamente rumina. (18 agosto; 1993)
  • «O persone ragionevoli!», esclamai sorridendo. «Passione! Ebbrezza! Delirio! Voi siete così impassibili, così estranei a tutto questo, voi uomini per bene! Rimproverate il bevitore, condannate l'insensato, passate dinanzi a loro come il sacrificatore e ringraziate Dio, come il fariseo, perché non vi ha fatto simili a loro! Più di una volta io sono stato ebbro, le mie passioni non sono lontane dal delirio, e di queste due cose io non mi pento perché ho imparato a capire che tutti gli uomini straordinari che hanno compiuto qualcosa di grande, qualcosa che prima pareva impossibile, sono stati in ogni tempo ritenuti ebbri o pazzi... Ma anche nella vita d'ogni giorno è intollerabile sentir gridare ogni qualvolta stia per compiersi un'azione libera, nobile e inattesa: "Quest'uomo è ubriaco, è pazzo!". Vergognatevi, uomini sobri! Vergognatevi, uomini saggi!». (12 agosto; 1993)
  • «O uomini,» esclamai «si discorre d'una cosa e subito sentenziate: "È da pazzi, è da savi, è bene, è male!" Ma cosa significa? Avete prima esplorato i segreti moventi di un'azione? Siete capaci di descrivere esattamente le cause per cui la tal cosa è avvenuta, doveva avvenire? Se foste capaci di farlo, non sareste così sbrigativi nei vostri giudizi.» (12 agosto; 1991, p. 90)
  • Oh, la lontananza, è come il futuro! Un vasto nebuloso panorama giace davanti alla nostra anima, i nostri sensimenti vi si scorrono sopra come i nostri occhi e noi aneliamo, ah!, di perderci in esso con tutto il nostro essere, di accogliere in noi volluttuosamente un unico, grande, splendido sentimento. -E quando corriamo laggiù e il laggiù è diventato il qui, nulla è cambiato, noi siamo sempre poveri, ugualmente chiusi nel nostro limite, e la nostra anima sospira per il balsamo perduto. (21 giugno; 1993)
  • Quest'amore e fedeltà e passione non è poetica invenzione. Esiste, la si trova in tutta la sua purezza in quella gente diciamo incolta, rozza. Noi uomini educati... annientati dall'educazione! (4 settembre; 1991, p. 130)
  • Si dice di una nobile razza di cavalli, che quando si sentono accaldati e affaticati, si aprono istintivamente una vena, per respirare più liberamente. Spesso anch'io vorrei aprirmi una vena che mi desse libertà eterna. (16 marzo; 1993)
  • Vedi, amico, gli antichi erano così limitati e felici! i loro sensi e la loro poesia così ingenui! Quando Ulisse dice del mare incommensurabile e della terra infinita, dice cosa vera, umana, profonda e misteriosa. Che giova ripetere con gli scolaretti che la terra è rotonda? Poche zolle bastano all'uomo per viverci sopra, meno ancora per dormirci sotto. (9 maggio; 1991, p. 123)
  • Tu mi domandi com'è la gente di qui? E io ti devo rispondere: come dappertutto! Il genere umano è cosa davvero monotona. La maggior parte degli uomini consuma quasi tutto il suo tempo per vivere, e quel poco che gli resta di libertà, li spaventa tanto, che cercano con ogni mezzo di liberarsene.
  • Oh, amici miei! Perché il fiume del genio rompe così raramente gli argini, così di rado straripa con alti flutti scuotendo le vostre anime stupefatte? – Cari amici, su entrambe le sponde del fiume abitano i placidi signori le cui casette e i giardini, le aiuole di tulipani e le erbe dell'orto andrebbero distrutte dalla piena delle acque e perciò si danno cura di allontanare l'incombente pericolo con dighe e canali.
  • È comunque certo che nulla al mondo rende l'uomo tanto necessario quanto l'amore.
  • «Caro mio, a che serve la precauzione? Il pericolo non è dove te l'aspetti.»
  • Qualche volta non riesco a capire come un altro possa amarla, come a un altro possa essere lecito amarla, quando io l'amo così esclusivamente, così teneramente, così intensamente, e non conosco, non so, non posseggo altro che lei!
  • Ci sarebbero meno dolori tra gli uomini se essi non s'industriassero con tanto zelo a rievocare i ricordi del male trascorso invece di sopportare un tollerabile presente.
  • È una cosa ben monotona il genere umano. I più sgobbano la massima parte del tempo per campare; e quel pochetto di libertà che avanza li tormenta così che si stillano il cervello in cerca di espedienti d'ogni sorta per disfarsene.
  • Ora niente mi dà tanta noia come quando gli uomini si tormentano fra loro, specie poi quando sono giovani nel fiore della vita, che dovrebbero essere apertissimi a tutte le gioie, e invece si sciupano quei brevi giorni per sciocchezze e poi troppo tardi s'avvedono dell'irreparabile sperpero.
  • No, il mio cuore non è così corrotto. È debole, assai debole. Ma anche questa è corruzione?
  • Essa mi è sacra.
  • Tutto al mondo finisce in nulla, e chi si tormenta per le ricchezze, o per gli onori, o per qualunque altro scopo non è che un pazzo, se lo fa per causa d'altri e senza sua passione o necessità.
  • Potrei condurre la più bella vita, la vita più beata, se non fossi un pazzo.
  • Ah, è proprio vero che il nostro cuore è il solo autore della sua felicità.
  • Quando non abbiamo più noi stessi, tutto ci manca.
  • La nostra immaginazione spinta dalla sua propria natura a elevarsi, e nutrita di fantasmi poetici, si costruisce una scala di esseri superiori, fra i quali noi occupiamo l'infimo grado; e ogni cosa fuori di noi ci appare più perfetta... E questo in modo assai naturale.
  • Certe volte non capisco come un altro possa averla cara, mentre io amo lei, unicamente, così dal profondo, così pienamente, e non conosco, e non so, e non ho altro che lei.
  • Mi basta vedere i suoi occhi neri per sentirmi bene.
  • Vedi, e quello che mi fa male è che Alberto non è così beato com'egli... sperava... come io... crederei d'essere... se... Non mi piacciono i puntini sospensiti, ma qui non mi posso esprimere altrimenti... e mi par chiaro abbastanza.
  • Ah, questo vuoto! quest'orribile vuoto che sento qui nel petto!
  • Spesso penso: se tu potessi stringerla una volta, una sola volta al tuo cuore, tutto questo vuoto sarebbe colmato.
  • Mi strazierei il petto, sbatterei la testa, a pensare che uno può essere così poco per un altro. Ah che l'amore, la gioia, l'ardore, e ogni delizia, s'io non li porto in me, un altro non me li potrà dare, e anche se ho il cuore pieno di beatitudine non potrò far felice un altro che sia freddo e inerte innanzi a me.
  • Ho tante cose, e il sentimento per lei le assorbe tutte; ho tante cose, e senza lei tutto mi è nulla.
  • Caro, io sono finito! Essa può fare di me quello che vuole.
  • [Ultime parole] Voglio esser sepolto con questi abiti, Carlotta, tu li hai toccati e consacrati: anche di questo ho pregato tuo padre. La mia anima si librerà sulla mia tomba. Non mi si devono frugare le tasche. Il nastro rosa pallido che avevi in petto quando ti vidi per la prima volta fra i tuoi bambini... oh, baciameli tanto, e racconta loro la storia dell'infelice amico. Cari! essi si affollano intorno a me. Ah, come mi legai a te, fin da quel primo istante non potevo più lasciarti! Quel nastro deve essere sepolto con me: tu me lo regalasti il giorno del mio compleanno, e come mi fu caro! Ah non immaginavo dove mi avrebbe condotto la via che seguivo! Sii calma, ti prego, sii calma!
    Sono cariche. Battono le dodici! Il mio destino si compia! Carlotta, Carlotta, addio! addio! (LibroLibero, Milano 2008, pp. 170-171)

Libro primo[modifica]

  • Una meravigliosa serenità, simile a questo dolce mattino di primavera, mi è scesa nell'anima e io ne godo con tutto il mio cuore. Sono solo e sono lieto di essere vivo in questo luogo creato per anime come la mia. Sono cosí felice, mio caro, cosí perduto nel senso di questa serena esistenza che la mia arte ne soffre. Ora non saprei disegnare nemmeno una linea, eppure non sono mai stato un pittore cosí grande come in questi momenti. Quando la bella valle effonde intorno a me i suoi vapori e il sole alto investe l'impenetrabile tenebra di questo bosco e solo qua e là qualche raggio riesce a penetrare in questo sacrario, e io mi stendo nell'erba alta accanto al torrente e, cosí vicino alla terra, scopro le piante piú diverse e piú singolari; quando sento vicino al mio cuore il brulichio del piccolo mondo in mezzo agli steli, le innumerevoli, incomprensibili figure dei bruchi e degli insetti e sento la presenza dell'Onnipotente che ci ha creati secondo la Sua immagine, l'alito del Supremo Amore che ci porta e ci sostiene in un'eterna beatitudine; quando, oh, amico mio!, i miei occhi si smarriscono in questa vertigine e l'universo e il cielo riposano nella mia anima come la figura di una donna amata, io provo allora l'angoscia di un desiderio e penso: oh, se tu potessi esprimere tutto questo, se potessi effondere sulla carta lo spirito di ciò che in te vive con tanta pienezza e con tanto calore, in modo da farne lo specchio della tua anima, come la tua anima è lo specchio del Dio infinito! Amico mio, io mi sento morire e soccombo alla forza e alla magnificenza di queste immagini! (10 maggio; 1998, p. 9)
  • Ho fatto ogni sorta di conoscenze, ma compagnia non ne ho ancora trovata. Non so che cosa ho di cosí attraente per gli altri; sono tanti a cui sono simpatico e che si attaccano a me, e poi soffro quando, dopo un breve tratto, le nostre strade si separano. Vuoi sapere come è qui la gente. Ti devo rispondere: come da qualsiasi altra parte; lo spettacolo che offre il genere umano è davvero monotono. La maggior parte consuma quasi tutto il suo tempo per vivere, e quel poco di libertà che ancora le resta, la spaventa tanto che cerca qualunque pretesto pur di liberarsene. Oh, il destino degli uomini! (17 maggio; 1998, p. 15)
  • Eppure, essere incompresi è il nostro destino. (17 maggio; 1998, p. 15)
  • Che i bambini non sappiano quello che vogliono, su questo sono perfettamente d'accordo precettori e maestri dottissimi; ma che anche gli adulti brancolino alla cieca su questo pianeta, come i bambini, e come loro non sappiano da dove vengano né dove vadano e infine che neppure loro agiscano per motivi veri e reali, ma si lascino invece guidare solo da zuccherini, dolci e frustate: questo nessuno è disposto a crederlo e a me invece sembra una verità addirittura evidente. (22 maggio; 1998, pp. 19, 21)
  • Sono lieto, sono felice e quindi sono un pessimo cronista. (16 giugno; 1998, p. 35)
  • Wilhelm, cosa è mai per il nostro cuore il mondo senza l'amore? È come una lanterna magica senza luce! Ma appena tu vi introduci la lampada, le piú belle immagini compaiono sulla parete bianca! E anche se non fossero altro che fantasmi evanescenti, ci rendono tuttavia felici quando stiamo lí come tanti ragazzi e andiamo in estasi per queste meravigliose apparizioni. (18 luglio; 1998, p. 81)
  • Cosa importa, Wilhelm, che siano fantasmi, se ci fanno star bene? (18 luglio; 1998, p. 83)
  • […] a questo mondo si combina ben poco con gli aut aut; i sentimenti e i modi di agire hanno tante sfumature cosí varie e diverse quante ne passano fra un naso aquilino e un naso camuso. (8 agosto; 1998, p. 91)
  • Il furto è un peccato, questo è vero, ma uno che va a rubare per salvare se stesso ed i suoi da un'imminente morte di fame, merita d'essere punito o compatito? Chi osa scagliare la prima pietra contro il marito che in un momento di giusta ira sacrifica la moglie infedele e il suo indegno seduttore? O contro la fanciulla che in un momento di passione cede al piacere irresistibile dell'amore? Persino le nostre leggi, cosí pedanti e insensibili, si commuovono e perdonano. (12 agosto; 1998, p. 99)
  • Poiché solo provando gli stessi sentimenti abbiamo il diritto di parlare di una cosa. (12 agosto; 1998, p. 101)
  • [Ad Albert, in un dialogo riportato] Amico mio, l'uomo è uomo e quel po' di intelligenza che può avere serve poco o nulla quando la passione infuria e si è oppressi dai limiti della natura umana. (Werther: 12 agosto; 1998, p. 107)
  • Cosí ho capito che uno scrittore inevitabilmente danneggia il suo libro con una seconda, diversa stesura della sua storia, anche se questa riuscisse poeticamente migliore. La prima impressione ci trova pronti ad accoglierla e l'uomo è fatto in modo che gli si possono far credere le cose piú strane e inverosimili: si imprimono subito tenacemente nella sua memoria e guai a chi cerca di cancellarle e distruggerle! (15 agosto; 1998, p. 109)
  • Tutto, tutto è popolato di migliaia di figure diverse e intanto gli uomini si chiudono timorosi nella loro casetta, vi fanno il loro nido e nella loro fantasia credono di dominare il mondo infinito! Povero pazzo che stimi tutto cosí poco, solo perché sei cosí piccolo. (18 agosto; 1998, p. 111)

Libro secondo[modifica]

  • Non c'è al mondo una gioia piú vera e piú grande che vedere una nobile anima aprirsi ad un'altra. (26 novembre; 1998, p. 135)
  • Ma che razza di gente sono mai costoro, che nella vita non si preoccupano d'altro che del cerimoniale, che per anni sognano e calcolano solamente come intrufolarsi a tavola un posto piú su! (8 gennaio 1772; 1998, p. 141)
  • Mi par di stare davanti a una lanterna magica, guardo gli omini e i cavallucci davanti a me, che si fanno in qua e in là, e spesso mi chiedo se non si tratti di un'illusione ottica. Recito insieme con gli altri, o piuttosto sono costretto a recitare come una marionetta, e talvolta afferro la mano di legno di un vicino e provo un brivido di spavento. La sera mi propongo di godermi il levar del sole e non riesco poi a togliermi dal letto; durante il giorno spero che il chiaro di luna mi porterà qualche gioia, e rimango tutto il tempo nella mia stanza. Non saprei dire perché mi alzo, perché vado a dormire.
    Mi manca il lievito che metteva in moto la mia vita; scomparsa è l'eccitazione che mi teneva sveglio fino a tardi la notte, sparita è quella che la mattina mi destava dal sonno. (20 gennaio; 1998, p. 145)
  • Creatura fortunata, che puoi attribuire la tua infelicità a un impedimento terreno. Tu non senti! non senti che nel tuo cuore distrutto, nel tuo cervello sconvolto c'è la sventura dalla quale tutti i re della terra non potrebbero salvarti. (30 novembre; 1998, p. 207)
  • [Riferendosi ad Albert, in un pensiero riportato] Sí, sí, questi sono i rapporti fidati, amichevoli, delicati, questa la simpatia, questa la fedeltà serena e costante! Non sono altro che sazietà e indifferenza! Forse che il piú miserabile affare non ha piú attrattiva per lui di questa donna cara e preziosa? Forse che sa valutare la sua fortuna? Sa stimarla quanto essa merita? La possiede, va bene, la possiede – lo so, come so anche tante altre cose, credo di essermi abituato a quest'idea, mi farà impazzire, mi farà morire. – E ha resistito alla prova l'amicizia che aveva per me? Non vede già nel mio attaccamento per Lotte una offesa alle sue prerogative, nelle mie attenzioni per lei un muto rimprovero? Lo so benissimo, lo sento, non mi vede volentieri, la mia presenza gli dà fastidio. (Werther: l'editore al lettore; 1998, p. 217)
  • Tutto quello che gli era successo di sgradevole nella sua vita attiva, lo scandalo all'ambasciata, tutto quello che non gli era riuscito, che lo aveva fatto soffrire, passava e ripassava nella sua mente. Gli sembrava che tutto questo giustificasse la sua inerzia, che fosse tagliato fuori da ogni prospettiva, incapace di compiere uno qualsiasi dei gesti coi quali si risolvono le faccende della vita quotidiana. E cosí, completamente abbandonato alla sua singolare sensibilità, al suo modo di pensare e alla sua passione senza fine, nell'eterna monotonia di un rapporto cosí doloroso con quell'amabile e amata creatura, della quale distruggeva la pace, dando l'assalto alle proprie energie e consumandole senza scopo e ragione, si avvicinava sempre piú alla sua triste fine. (L'editore al lettore; 1998, p. 225)
  • [In una lettera del 14 dicembre (1772) riportata] Per me oramai è finita! La mia mente è confusa, già da otto giorni non riesco piú a riflettere, ho gli occhi sempre pieni di lacrime, non c'è posto dove stia bene e in ogni posto sto bene. Non desidero nulla, non bramo nulla. Starei meglio se me ne andassi. (Werther: l'editore al lettore; 1998, pp. 229, 231)
  • [In un biglietto riportato] Alzare il sipario e scomparire là dietro! Questo è tutto. E perché allora queste paure e queste esitazioni? Forse perché non si sa quello che c'è là dietro? O perché di là non c'è ritorno? O forse perché è proprietà del nostro spirito immaginare caos e tenebre là dove non sappiamo nulla di certo? (Werther: l'editore al lettore; 1998, p. 231)
Sollevare il sipario ed introdurvisi: questo è tutto! Perché indugiare, perché temere? Forse perché ci è ignoto cosa viene al di là di esso? O perché di là si ritorna? Perché la nostra mente è fatta in modo da pensare che vi siano tenebre e caos là dove non sappiamo nulla di certo. (14 dicembre; 1993)
  • [In una lettera per Lotte riportata] […] l'uomo è cosí limitato che non riesce a capire fine e principio della propria esistenza. (Werther: l'editore al lettore; 1998, p. 267)

Il divano occidentale-orientale[modifica]

Incipit[modifica]

MOGANNI NAMEH
IL LIBRO DEL CANTORE

Ho lasciato trascorrere vent'anni
ho goduto di quanto mi accadeva:
una fila d'anni splendida
come l'era dei Barmecidi.

Citazioni[modifica]

  • Chi desidera capire il poema | deve recarsi nella terra della poesia, | chi desidera capire il poeta | deve andare nella terra del poeta.
  • L'Occidente è di Dio! | E l'Oriente è di Dio. | Le regioni di Nord e Mezzogiorno | posano in pace dentro le sue mani.
  • È duplice, la grazia del respiro: | in sé attirare l'aria, liberarsene. | Prima si è oppressi, poi ci si rinfranca: | mescolanza mirabile, la vita. | Quando ti schiaccia, rendi grazie a Dio, | e rendi grazie a lui, quando ti allevia.
  • Prima del canto, prima del silenzio | il poeta deve vivere.
  • Cercava un posto, la pena d'amore, | davvero desolato e solitario: | vide deserto il mio cuore | e si annidò in quel vuoto.
  • Cinque cose non generano | altre cinque: da' ascolto a questa massima. | In cuore superbo non germina | amicizia; è scortese | la compagnia volgare; un farabutto | non arriva a grandezza; l'invidioso | non ha pietà del nudo; il mentitore | inutilmente spera confidenza | e fede. Tieni stretto | tutto questo, e non fartelo rubare.
  • Non sai quanto mi secchi | che si mettono in tanti | a parlare e a far versi. | La poesia, chi la scaccia | dalla terra? | I poeti.
  • Non sfuggire questo giorno; | quello che rincorri | non è certo migliore.
  • L'occasione non fa il ladro, | il grande ladro è lei, | perché ha rubato quel po' d'amore | che ancora in cuore mi restava.
  • Grande è il piacere dell'esistere, | più grande ancora il piacere nell'esistere.
  • Amore per amore, ora per ora, | parola per parola, sguardo per sguardo, | bacio per bacio, da fedelissime labbra, | fiato per fiato e gioia per gioia. | Così la sera, così il mattino.
  • Coppiere, ancora una bottiglia! | per lei alzo il bicchiere! | Se troverà un mucchietto di cenere | dirà: «Per me si è consumato».
  • Chi vuol capire la poesia | entri nel suo paese. | Chi vuol capire il poeta | vada nella sua terra.
  • Fa' il bene solamente | per amore del bene | quanto fai non ti resta. | E se pur restasse, | non resterà ai tuoi figli.
  • Fa' il bene solamente | per amore del bene: | tramandalo al tuo sangue; | se non ne resta ai figli, | sarà per i nipoti.
  • Se Dio fosse un vicino | cattivo come siamo tu e io, | perderemmo la faccia tutti e due: | Lui lascia tutti in pace.
  • Se l'invidia si fa a brani, | mangi pure la sua fame.
  • «Perché è così lontana | la verità? Si cela | nei baratri più fondi?»
  • Non lasciarti sedurre | in nessun caso a discutere. | Cade nella stoltezza, | il saggio che contente con lo stolto.
  • Dovunque si vuol essere | primi: così va il mondo. | Fa' pure l'arrogante, | ma solo nel tuo campo.
  • Che accolta eterogenea: | alla mensa di Dio nemici ed amici.
  • L'argilla calpestata | si allarga, non indura.
  • «Molti che ti hanno dato | tanto, non li hai neppure ringraziati.» | Non mi ammalo per questo: | vivono nel mio cuore, i loro doni.
  • La prepotenza, lo vedete bene, | non va bandita dal mondo; | mi piace conversare | con gli abili e i tiranni.
  • «Dicci come si chiamano, | i tuoi nemici.» Meglio | non identificarli: | ne passo già abbastanza, | per colpa loro, nella mia parrocchia.
  • Ogni cosa a suo tempo! Un proverbio, di cui con l'avanzare degli anni s'impara sempre meglio ad apprezzare l'importanza; secondo il quale c'è un tempo per tacere e un tempo per parlare, e a parlare si risolve questa volta il poeta. Poiché se all'età giovanile convengono azione e attività, all'età più tarda s'addicono la riflessione e la comunicazione. Io ho mandato nel mondo senza prefazione gli scritti dei miei anni giovanili, senza indicare neppur minimamente quale fosse la loro intenzione: questo avveniva nella fiducia che il paese si sarebbe prima o poi giovato di quello che gli era offerto. E così parecchi miei lavori sortirono effetto immediato, altri, meno facili ed efficaci, dovettero attendere parecchi anni per essere apprezzati. Intanto anche questi anni sono trascorsi, e una seconda, una terza generazione mi risarcisce al doppio e al triplo delle scortesie che ebbi a sopportare dai miei contemporanei di una volta.
    Ora però mi augurerei che nulla potesse impedire una prima buona impressione del presente libretto. Mi decido quindi a chiarire, a spiegare, a fornire indicazioni, nell'esclusiva intenzione di permettere una comprensione immediata ai lettori che hanno poca o nessuna dimestichezza con l'Oriente.
  • La personalità è la felicità più alta.

[Johann Wolfgang von Goethe, Il divano occidentale-orientale, traduzione di Ludovica Koch, Ida Porena e Filippo Galzio, Fabbri Editori, 1997.]

Le affinità elettive[modifica]

Incipit[modifica]

Ada Vigliani[modifica]

Edoardo – daremo questo nome a un ricco barone nel fiore dell'età virile – aveva trascorso l'ora più bella di un pomeriggio d'aprile nel suo vivaio, per innestare su giovani tronchi delle marze ricevute da poco. Il lavoro era appena terminato. Egli riunì gli attrezzi e li ripose nella custodia. Mentre osservava soddisfatto la propria opera, arrivò il giardiniere, che sorrise compiaciuto per la collaborazione e lo zelo del padrone.
"Hai per caso visto mia moglie?" domandò Edoardo mentre s'accingeva ad andarsene.
"Laggiù nell'area nuova" rispose il giardiniere. "Finiranno oggi la capanna di muschio che la signora ha fatto costruire a ridosso della parete di roccia, di fronte al castello. È riuscito tutto molto bene e piacerà senz'altro a Sua Grazia. C'è una vista stupenda: sotto il paese, un po' a destra la chiesa – e si riesce quasi a vedere al di là del campanile –, di fronte il castello e i giardini."
"È proprio vero" disse Edoardo. "A pochi passi da qui riuscivo a vedere gli uomini al lavoro."
[Johann Wolfgang von Goethe, Le affinità elettive, traduzione di Ada Vigliani, A. Mondadori.]

Henry Furst[modifica]

Eduard – così chiameremo un ricco barone, nel fiore dell'età virile – Eduard aveva passato l'ora più bella d'un pomeriggio d'aprile nel suo vivaio d'alberi; per innestare sui giovani fusti le fresche marze. Aveva appena terminato e riponeva gli arnesi nella custodia, compiaciuto del proprio lavoro, quando entrò il giardiniere che si rallegrò nel vedere il padrone prendere parte alle sue fatiche.
«Hai veduto mia moglie?», domandò Eduard preparandosi ad andare via.
«È lassù nel terreno nuovo», rispose il giardiniere. «La capanna di musco che ha fatto costruire sotto la parete di roccia, di fronte alla villa, sarà terminata oggi. Tutto è riuscito molto bene, e piacerà a Vostra Signoria. Di lì si gode una bellissima vista: sotto, il paese, un poco a destra, la chiesa, dal campanile lo sguardo liberamente spazia; di fronte, la villa e i giardini».
«Infatti», rispose Eduard; «a pochi passi da qui potevo vedere gli uomini al lavoro».
[Johann Wolfgang von Goethe, Le affinità elettive, traduzione di Henry Furst, Rusconi Editore, 1967.]

Citazioni[modifica]

  • Bisogna vedere in azione davanti ai propri occhi queste sostanze all'apparenza inerti, e tuttavia intimamente sempre disposte, ed osservare con partecipazione il loro cercarsi, attirarsi, assorbirsi, distruggersi, divorarsi, consumarsi, e poi il loro riemergere dalla più intima congiunzione in forma mutata, nuova, inattesa: allora si che si deve attribuire loro un vivere eterno, anzi, addirittura intelletto e ragione, dal momento che i nostri sensi appaiono appena sufficienti ad osservarli e la nostra ragione a stento capace di interpretarli.
  • È così gradevole occuparsi di qualcosa che si sa fare a metà, che nessuno dovrebbe biasimare il dilettante ostinato a esercitare un'arte che non imparerà mai, né l'artista se, voglioso di vagare in un campo vicino al suo, varca i limiti della propria arte.
  • È impazienza quella che ci coglie di tanto in tanto e allora ci compiaciamo di sentirci infelici.
  • Fra tutte le piacevoli pitture che la fantasia ci offre, forse nulla è più attraente della speranza che amanti o giovani sposi hanno di godere i loro nuovi rapporti in un mondo nuovo e fresco, e di mettere alla prova e confermare un vincolo duraturo fra tante circostanze mutevoli.
  • Il destino dell'architetto è il più strano di tutti. Molto spesso mette tutta la sua anima, tutto il suo cuore e passione nel creare edifici nei quali non entra mai di persona.
  • In qualsiasi modo si immagina noi stessi sempre ci immaginiamo veggenti. Credo che l'uomo sogni unicamente per non cessare di vedere. Verrà forse un tempo in cui la luce interiore uscirà da noi, in modo che non avremo più bisogno dell'altra.
  • La mediocrità non ha consolazione più grande del pensiero che il genio non è immortale.
  • La sorte appaga i nostri desideri, ma a modo suo, per poterci dare qualcosa al di là dei desideri stessi.
  • Le donne giovani forse volgono modestamente gli occhi su questo o quel giovane, riflettendo in segreto se lo vorrebbero per marito, ma chi deve pensare a una figlia o a una pupilla volge gli occhi in una cerchia più vasta.
  • Ma nella vita è diverso: dietro il sipario si prosegue a recitare, e quando s'alza un'altra volta, si vorrebbe non vedere e non sentire più nulla.
  • Nel vedere le molte lapidi sepolcrali, logorate dai piedi di chi va in chiesa, le stesse chiese crollate sopra le tombe, la vita dopo la morte può per sempre apparirci come una seconda vita, nella quale si entra soltanto in effigie, nell'epigrafe, in cui si sosta più a lungo che nella vera vita vissuta. Ma anche questa immagine, questa seconda esistenza, si spegne prima o dopo. Il tempo non si lascia privare del suo diritto né sugli uomini, né sui monumenti.
  • Nessuno passeggia impunemente sotto i palmizi.
  • Noi guardiamo così volentieri verso il futuro perché coi nostri taciti desideri vorremmo tanto volgere a nostro favore ciò che in esso c'è di vago e si muove di qua e di là.
  • Non possiamo imparare a conoscere le persone quando vengono da noi; dobbiamo noi andare da loro per vedere quello che sono. (2, V)
Wir lernen die Menschen nicht kennen, wenn sie zu uns kommen; wir müssen zu ihnen gehen, um zu erfahren, wie es mit ihnen steht.
  • Non si è mai appagati dal ritratto di persone che conosciamo. Per questo ho sempre compianto i ritrattisti.
  • Se le persone comuni che si eccitano e appassionatamente si angustiano per le volgari difficoltà della giornata ci strappano un sorriso di compassione, un'anima nella quale fu gettato il seme d'un grande destino e che deve attendere lo sviluppo di questa concezione, senza potere o dovere affrettare la felicità o la infelicità che ne scaturirà, ci ispira venerazione.
  • Si dà atto a tali esseri di una sorta di volontà e capacità di scelta, e si trova del tutto legittimo un termine tecnico come "Affinità elettive.
  • Un uomo che si vanta di non cambiare mai opinione è uno che si impegna a camminare sempre in linea retta, un cretino che crede all'infallibilità. In realtà, non esistono principi, ci sono soltanto avvenimenti; non esistono leggi, ci sono soltanto circostanze: l'uomo superiore sposa gli avvenimenti e le circostanze per guidarli
  • Una parola schietta è terribile, quando d'improvviso rivela ciò che il cuore da tanto si permette.

[Johann Wolfgang von Goethe, Le affinità elettive, traduzione di Henry Furst, Rusconi Editore, 1967.]

Massime e riflessioni[modifica]

  • Chi sbaglia la prima asola non si corregge abbottonandosi.
  • Colui che non sa le lingue straniere, non sa nulla della propria[5]. (91)
Wer fremde Sprachen nicht kennt, weiß nichts von seiner eigenen.
  • Confrontare è per l'ignorante un comodo sistema per dispensarsi dal giudicare.
  • Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei, e se so di che cosa ti occupi saprò che cosa puoi diventare.
  • Dio, quando stiamo in alto, è tutto; ma se stiamo in basso, è un supplemento della nostra meschinità.
  • Dove vien meno l'interesse, vien meno anche la memoria. (192)
Wo der Anteil sich verliert, verliert sich auch das Gedächtnis.
  • È meglio che si facciano delle ingiustizie che non che esse siano tolte in modo ingiusto.
  • Gli errori dell'uomo lo fanno particolarmente amabile. (282)
Die Irrtümer des Menschen machen ihn eigentlich liebenswürdig.
  • I legislatori o rivoluzionari che promettono insieme uguaglianza e libertà sono o esaltati o ciarlatani.
  • Il bello è una manifestazione di arcane leggi della natura, che senza l'apparizione di esso ci sarebbero rimaste eternamente celate. (XIII, 7)
Das Schöne ist eine Manifestation geheimer Naturgesetze, die uns ohne dessen Erscheinung ewig wären verborgen geblieben.
  • Il comportamento è uno specchio in cui ognuno rivela la propria immagine. (39)
Das Betragen ist ein Spiegel, in welchem jeder sein Bild sieht.
  • Il pubblico esige di essere trattato come le donne, alle quali soprattutto non bisogna dire nulla che a loro non piaccia sentire.
  • Imparare a dominare è facile, ma a governare è difficile. (XI, 6)
Herrschen lernt sich leicht, Regieren schwer.
  • La perfezione può sussistere con la sproporzione, la bellezza solo con la proporzione.
  • La più bella felicità dell'uomo pensante è di aver esplorato l'esplorabile e di venerare tranquillamente l'inesplorabile.
  • La religione cristiana era nelle intenzioni una rivoluzione politica che, fallita, divenne poi morale.
  • La sottigliezza non abbandona mai gli uomini di spirito, specialmente quando sono nel torto.
  • La superstizione è la poesia della vita.
  • La tecnica alleata alla mancanza di gusto è la più terribile nemica dell'arte.
  • Le difficoltà crescono man mano che ci si avvicina alla meta.
Die Schwierigkeiten wachsen, je näher man dem Ziele kommt.
  • Le idee generali e la gran presunzione sono sempre sul punto di causare enormi danni. (471)
Allgemeine Begriffe und großer Dünkel sind immer auf dem Wege, entsetzliches Unheil anzurichten.
  • Lo scrivere è un ozio affaccendato.
  • Nei giornali tutto ciò che è ufficiale è affrettato, il resto piatto.
  • Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo. (II, 5)
Niemand ist mehr Sklave, als der sich für frei hält, ohne es zu sein.
  • Nessuno invoca la libertà di stampa se non chi vuole abusarne.
  • Niente nuoce a una nuova verità più di un vecchio errore.
  • Noi scriveremo altro; con questo criterio si giudichi ciò che si sente dire ogni giorno.
  • Non ama colui al quale i difetti della persona amata non appaiono virtù.
  • Non basta sapere, si deve anche applicare; non è abbastanza volere, si deve anche fare. (689)
Es ist nicht genug zu wissen; man muß auch anwenden; es ist nicht genug zu wollen: man muß auch tun.
  • Non c'è via più sicura per evadere dal mondo, che l'arte; ma non c'è legame più sicuro con esso che l'arte. (XIII, 3)
Man weich der Welt nich sicherer aus als durch die Kunst, und man verknüpt sich nicht sicherer mit ihr als durch die Kunst.
Ciò che non si comprende, nemmeno si possiede.
  • È solo per inconsapevole presunzione che non ci si vuole riconoscere onestamente come plagiari. (n. 1146)
  • Non sempre dove c'è l'acqua ci sono rane, ma là dove si sentono gracidare le rane c'è acqua.
  • Non si può vivere per tutti, e soprattutto non per quelli con cui non si vorrebbe vivere.
  • Non si arriva mai tanto lontano come quando non si sa più dove si va.
  • Niente è più terribile dell'ignoranza in azione. (V, 1)
Es ist nichts schrecklicher als eine tätige Unwissenheit.
  • Nulla ci illumina meglio sul carattere degli uomini del sapere che cosa trovano ridicolo. (II, 11)
Durch nichts bezeichnen die Menschen mehr ihren Charakter als durch das, was sie lächerlich finden.
Jedes ausgesprochene Wort erregt den Gegensinn
  • Per capire che il cielo è azzurro dappertutto non è necessario fare il giro del mondo.
  • Posso impegnarmi a essere sincero; ma non ad essere imparziale. (184)
Aufrichtig zu sein, kann ich versprechen, unparteiisch zu sein aber nicht.
  • Prima della rivoluzione tutto era aspirazione; dopo tutto si è trasformato in pretesa.
  • Quale governo, si domanda, è il migliore? Quello che ci insegna a governarci da soli.
  • Quando alla gente si impongono doveri e non si vogliono accordare diritti, bisogna pagarla bene.
  • Scrivere la storia è un modo come un altro di liberarsi del passato. (XIV, 3)
Geschichte schreiben ist eine Art, sich das Vorgangene vom Halse zu schaffen.
  • Se le scimmie sapessero annoiarsi, potrebbero diventare uomini.
  • Se uno loda un altro si mette alla pari con lui.
  • Solo per quegli uomini che non sanno produrre nulla, non esiste nulla.
  • Tutti i pensieri intelligenti sono già stati pensati; occorre solo tentare di ripensarli. (I, 2)
Alles Gesheite ist schon gedacht worden; man muß nur versuchen, es noch einmal zu denken.
  • Un arcobaleno che dura un quarto d'ora non lo si guarda più.
  • Un cammello spelacchiato porta pur sempre il carico di molti asini.

Torquato Tasso (Dramma in cinque atti)[modifica]

Incipit[modifica]

PERSONAGGI
ALFONSO II, duca di Ferrara
LEONORA PRINCIPESSA D'ESTE, sua sorella
LEONORA SANVITALE, contessa di Scandino
TORQUATO TASSO
ANTONIO MONTECATINO, segretario di Stato
La scena è nella villa di Belriguardo
ATTO PRIMO
SCENA I
Giardino adorno coi busti dei poeti; sul proscenio, a destra Virgilio, a sinistra l'Ariosto.
PRINCIPESSA e LEONORA.
PRINC: Me riguardi e sorridi, e te medesma
pur guardi e arridi. Or che hai tu? lo svela
ad un'amica! Pensierosa sembri,
ma pur gioconda.
LEON. Meco stesa io godo
ambo vederne in villereccio ammanto.
Noi sembriamo due felici pastorelle:
né diversa alla loro è l'opra nostra;
noi trecciamo corone. A me tra mano
questa a fiori diversi ognor più cresce;
con più nobile core e più sublime
intelligenza tu lo snello hai scelto
allôr gentile.

Citazioni[modifica]

  • Degno mortal! Tu immoto resti e muto! | Un'onda io sembro alla balìa del turbo! | Nondimen poni mente e di tua forza | non andarne superbo. Essa natura | che base diede a queste rupi immota, | pur dié perenni i mutamenti all'onda. | I venti invia quella possente, e l'onda, | tremola tosto, increspasi, si gonfia | e spumando sormonta. In questi flutti | sì bellamente si specchiava il sole, | piover gli astri parean su questo petto, | dolcemente commosso, i miti rai. | Or la luce svanì, fuggì la calma!... | La conoscenza di me stesso io perdo | nel fervor del periglio e a confessarlo | non mi vien vergogna. Infranto è il temo, | scroscia il navil da tutte parti. Innanzi | mi s'apre il mare ad ingoiarmi! Ad ambe | braccia io m'apprendo intorno a te! Cotale | a quello scoglio ove rompa suo schifo | aggrappasi dasezzo il navigante. (Atto V – Scena V).

[Johann Wolfgang von Goethe, Torquato Tasso, traduzione di Giuseppe Rota, Oreste Garroni, Roma, 1910.]

Urfaust[modifica]

Incipit[modifica]

NOTTE
Una stanza gotica a vôlta, alta ed angusta.

FAUST, inquieto, seduto allo scrittoio.
FAUST. Filosofia, giurisprudenza, medicina e purtroppo anche teologia ho ormai studiato a fondo, ahimè! con faticoso ardore; ed ora eccomi qui, povero stolto, che ne so quanto prima. Mi chiamano dottore, anzi professore, e sono già quasi dieci anni che di su, di giù, per diritto e per traverso io meno i miei scolari per il naso; e vedo che proprio nulla ci è dato disapere! Per poco non ne avrò consunto il cuore! È vero che ho più senno di tutti gli scipìti dottori, profesori, scrivani e preti: io non son tormentato da scrupoli e da dubbi, non ho paura del diavolo e dell'inferno. Ma in cambio mi è tolta anche ogni gioia; io non m'illudo di sapere qualcosa di vero, io non m'illudo di poter insegnare qualcosa, per migliorare e convertire gli uomini; io non ho poi né beni, né denaro, né onori, né pompa mondana. Nemmeno un cane potrebbe vivere più a lungo così! Perciò mi son dato alla magìa: chissà che per forza e per bocca di uno spirito qualche segreto non mi possa essere svelato, e ch'io non debba più parlare con sudata fatica di quello che non so, e conosca alfine ciò che nell'intimo tiene insieme il mondo, e veda ogni forza creatrice ed ogni seme, e non cavilli più sulle parole.

Citazioni[modifica]

  • Chi vuol conoscere e descrivere qualcosa di vivo, deve innanzi tutto farne uscire lo spirito: allora ha in mano sua le parti: non gli manca, ahimè, che il nesso vitale. Quest'è ciò che la chimica chiama Encheiresis naturae! Fa' le corna a se stessa e non sa come! (p. 149)
  • Grigia è ogni teoria [...] e verde l'albero della vita. (p. 151)
  • MEFISTOFELE. Segui pure il detto antico di mio zio serpente; verrà certo un giorno, in cui la tua somiglianza con Dio ti farà paura. (p. 151)
  • MARGHERITA. Dunque tu non credi?

FAUST. Non mi fraintendere, dolce creatura! Chi può dare a Dio un nome e proclamare: Io credo in lui? Colui che tutto comprende, che tutto regge, non comprende e regge me, te, se stesso? Non s'incurva lassù la vôlta del cielo? Non si stende quaggiù ferma la terra? E non salgono in alto, di qua e di là, eterne stelle? Non si specchia il mio occhio nel tuo? E l'universo tutto non s'impone alla tua mente e al tuo cuore, agitandosi in eterno mistero, visibile, invisibile, a te d'intorno? Riempiene il tuo cuore quant'è grande e se questo sentimento ti rende interamente beata, chiamalo come vuoi, chiamalo felicità! cuore! amore! Dio! Io non ho un nome per esso! Sentire è tutto, il nome è un suono e un fumo, che annebbia lo splendore celeste! (p. 190)

[Johann Wolfgang von Goethe, Urfaust (Il Faust nella sua forma originaria), traduzione di C. Baseggio, UTET, 1955.]

Viaggio in Italia[modifica]

Incipit[modifica]

Ratisbona, 4 settembre 1786.
Alle tre del mattino me la svignai da Karlsbad temendo che altrimenti non mi avrebbero lasciato partire. Gli amici, che il 28 agosto avevano voluto così cordialmente festeggiare il mio compleanno, si erano con ciò acquistato il diritto di trattenermi, ma io non potevo rimanere più lungamente. Portando con me soltanto un portamantello ed una valigia mi buttai, solo, in una carrozza postale e giunsi a Zwoda alle sette e mezzo in un mattino nebbioso, ma bello e calmo. Le nubi più in alto erano come strisce lanose, quelle più in basso erano dense. Mi apparvero di buon augurio: speravo di poter godere d'un piacevole autunno dopo una così cattiva stagione estiva.

Citazioni[modifica]

  • Bologna, 18 ottobre 1786, notte.
    Verso sera finalmente mi sottrassi a questa vecchia, rispettabile e dotta città [Bologna], alle sue folle di gente che, protette dal sole e dal maltempo grazie ai portici fiancheggianti quasi tutte le vie, possono andar su e giù, attardarsi a curiosare, far compere e badare agli affari. (ed. 1983)
  • Roma, primo novembre 1786.
    Non osavo quasi confessare a me stesso la mia meta, ancora per via ero oppresso dal timore, e solo quando passai sotto Porta del Popolo seppi per certo che Roma era mia. (ed. 1983)
  • 9 novembre 1786. Mi piace assai riandare con la mente a Venezia, a quella grande realtà sorta dal grembo del mare come Pallade dal cervello di Giove. (ed. 1983)
  • 27 febbraio 1787.
    Oggi mi son dato alla pazza gioia, dedicando tutto il mio tempo a queste incomparabili bellezze. Si ha un bel dire, raccontare, dipingere; ma esse sono al disopra di ogni descrizione. La spiaggia, il golfo, le insenature del mare, il Vesuvio, la città, i sobborghi, i castelli, le ville! Questa sera ci siamo recati alla Grotta di Posillipo, nel momento in cui il sole, passa con i suoi raggi alla parte opposta. Ho perdonato a tutti quelli che perdono la testa per questa città e mi sono ricordato con tenerezza di mio padre, che aveva conservato un'impressione incancellabile proprio degli oggetti da me visti oggi per la prima volta.
  • Napoli, 5 marzo 1787. Debbo darvi qualche breve ragguaglio di carattere generale circa un uomo egregio che ho conosciuto in questi giorni: il cavalier Filangieri, noto per il suo libro sulle legislazioni. Egli fa parte di quei giovani degni di stima che hanno di mira la felicità degli uomini, non disgiunta da un'onorevole libertà. Dal suo contegno traspare il decoro del soldato, del cavaliere e dell'uomo di mondo, temperato però dall'espressione d'un delicato senso morale diffuso in tutto il suo essere e che emana bellamente dalla parola e dal gesto. (ed. 1983)
  • Con la gente già mi trovo molto meglio. Solo bisogna pesarla con la bilancia del bottegaio e in nessun modo con quella dell'oro come, purtroppo, gli amici spesso fanno fra di loro per umore ipocondriaco o per singolari, straordinarie pretese. Qui l'uno non sa nulla dell'altro e notano appena che corrono qua e là gli uni accanto agli altri. Vanno e vengono ogni giorno in un paradiso, senza troppo guardare attorno a sé. E se l'abisso infernale che hanno vicino va in furore, si ricorre al sangue di San Gennaro, come tutto il mondo, anche contro il diavolo e la morte, ricorre o vorrebbe ricorrere al sangue. (ed. 1973)
  • L'uomo è una creatura che sa presto, ma mette in pratica tardi. (ed. 1973)
  • [Segesta] La posizione del tempio è notevole: all'estremità superiore d'una lunga e larga vallata, su una collina isolata e, pertanto, circondata da rupi, esso domina lontano sulla vasta campagna.[7]
  • Un altro disegno nacque la sera dalle finestre di Salerno ed esso mi risparmierà ogni descrizione di una terra deliziosa e fertilissima. Chi non sarebbe stato disposto a studiare in questa cittadina nel tempo in cui vi fioriva una università? (22 marzo 1787, ed. 2004)
  • Nel giardino pubblico vicino al porto, trascorsi tutto da solo alcune ore magnifiche. È il posto più stupendo del mondo [...] [su Monte Pellegrino] Il promontorio più bello del mondo (Palermo, 7 aprile 1787; 1817)
  • L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, | ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. | Onestà tedesca ovunque cercherai invano, | c'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; | ognuno pensa per sé, è vano, dell'altro diffida, | e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé.
  • Nell'arte, il meglio è abbastanza buono. (Napoli, 3 marzo 1787)
In der Kunst ist das Beste gut genug.
  • È questa la terza opera degli antichi che ho innanzi a me e di cui osservo la stessa impronta, sempre grandiosa: l'arte architettonica degli antichi è veramente una una seconda natura, che opera conforme agli usi e agli scopi civili. È così che sorge l'anfiteatro, il tempio, l'acquedotto. E soltanto adesso sento con quanta ragione ho sempre trovato detestabili le costruzioni fatte a capriccio [...]. Cose tutte nate morte, poiché ciò che veramente non ha in sé una ragione di esistere non ha vita e non può essere grande, né diventare grande.
Das ist nun das dritte Werk der Alten, das ich sehe, und immer derselbe große Sinn. Eine zweite Natur, die zu bürgerlichen Zwecken handelt, das ist ihre Baukunst, so steht das Amphitheater, der Tempel und der Aquadukt. Nun fühle ich erst, wie mir mit Recht alle Willkürlichkeiten verhaßt waren, wie z. B. der Winterkasten auf dem Weißenstein, ein Nichts um Nichts, ein ungeheurer Konfektaufsatz, und so mit tausend andern Dingen. Das steht nun alles totgeboren da, denn was nicht eine wahre innere Existenz hat, hat kein Leben und kann nicht groß sein und nicht groß werden. (L'arte antica come seconda natura: riflessione dinanzi al Ponte delle Torri dell'acquedotto di Spoleto, Spoleto, 27 ottobre 1786)
  • [A Verona] Durante la sera si prova gioia di vivere e l'aristocrazia esce per la passeggiata. Chi va in chiesa a recitare l'Ave Maria, chi si ferma in Piazza Bei Cavalleri si accosta alle carrozze per intrattenersi con le belle signore. La popolazione qui va e viene tra la più grande animazione e specialmente in alcune vie. Nei giorni di mercato le piazze sono zeppe di gente, si ride, si scherza per tutta la giornata. Il popolo è tutto bello e buono e bada con occhio acuto ai fatti altrui, i ricchi e i nobili stanno rinchiusi nelle loro case.[8]
  • Quando si considera un'esistenza come quella di Roma, vecchia di oltre duemila anni e più, e si pensa che è pur sempre lo stesso suolo, lo stesso colle, sovente perfino le stesse colonne e mura, e si scorgono nel popolo tracce dell'antico carattere, ci si sente compenetrati dei grandi decreti del destino.
  • L'Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito: soltanto qui è la chiave di tutto.
  • Roma è la capitale del mondo! In questo luogo si riallaccia l'intera storia del mondo, e io conto di essere nato una seconda volta, d'essere davvero risorto, il giorno in cui ho messo piede a Roma. Le sue bellezze mi hanno sollevato poco a poco fino alla loro altezza.
  • Si trovano a Roma vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo tali, che superano l'una e l'altro, la nostra immaginazione.
  • Solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma.
  • [A Paestum] 23 marzo 1787.
    Finalmente, incerti, se camminavamo su rocce o su macerie, potemmo riconoscere alcuni massi oblunghi e squadrati, che avevamo già notato da distante, come templi sopravvissuti e memorie di una città una volta magnifica.
Endlich, ungewiss, ob wir durch Felsen oder Trümmer führen, konnten wir einige große länglich-viereckige Massen, die wir in der Ferne schon bemerkt hatten, als überbliebene Tempel und Denkmale einer ehemals so prächtigen Stadt unterscheiden
  • Castel Gandolfo, 12 Ottobre.
    Io sono un figlio della pace e continuerò a stare in pace con tutto il mondo, dal momento che sono arrivato a conchiuderela con me stesso. (ed. 1991)
  • Anche a me qui [Napoli] sembra di essere un altro. Dunque le cose sono due: o ero pazzo prima di giungere qui, oppure lo sono adesso.
  • Da quanto si dica, si narri, o si dipinga, Napoli supera tutto: la riva, la baia, il golfo, il Vesuvio, la città, le vicine campagne, i castelli, le passeggiate... Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi!
  • Trovo nel popolo napoletano la più vivace e geniale industria, non per diventare ricchi, ma per vivere senza preoccupazioni.
Ich finde in diesem Volk die lebhafteste und geistreichste Industrie, nicht um reich zu werden, sondern um sorgenfrei zu leben.
  • Vedi Napoli e poi muori.
  • L'Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto [...] La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra... chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita (1817)

Incipit di alcune opere[modifica]

Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister[modifica]

La rappresentazione andava per le lunghe. La vecchia Barbara andava ogni tanto alla finestra per sentire se dalla piazza del teatro non fosse cominciato il rumorio delle carrozze che partivano. Aspettava infatti con più impazienza del solito la sua bella padrona Mariane, che stasera, nel numero di chiusura dello spettacolo, incantava il pubblico vestita da giovane ufficiale.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Poesia e verità[modifica]

Il 28 agosto 1749, a mezzogiorno, al dodicesimo rintocco della campana, io venni al mondo a Francoforte sul Meno.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Principii di filosofia zoologica e anatomia comparata[modifica]

La seduta dell'Istituto di Francia, del 22 febbraio 1830, è stata il teatro di un avvenimento significante, del quale devono essere necessariamente importanti le conseguenze. In quel santuario delle scienze, dove tutto segue in presenza di un pubblico numeroso, e con perfetta convenienza di modi, dove le parole hanno l'impronta di un carattere di moderazione che suppone un poco di quella dissimulazione che si trova nelle persone educate, dove i punti di litigio sono piuttosto lasciati in disparte che non discussi; in quel santuario appunto è sorta una discussione, che potrebbe veramente diventare una contestazione personale, ma che, veduta da vicino, ha una importanza ben maggiore.

Citazioni su Johann Wolfgang von Goethe[modifica]

  • All'assioma di Pitagora «i numeri governano il mondo» Goethe ha aggiunto : «è almeno certo che le cifre insegnano come il mondo è governato.» (Edmond Potonié)
  • Goethe era un rispettabile cittadino, un pedante, un noioso, uno spirito universale, ma segnato col marchio di fabbrica tedesco, l'aquila bicipite. La serenità di Goethe, la sua tranquilla, olimpica disposizione, non è altro che il sonnolento stupore di una divinità borghese tedesca. (Henry Miller)
  • Göthe fu l'ultimo eco di una letteratura che ricadeva in silenzio: Richter il primo di una che cominciava a parlare. (Carlo Dossi)
  • Goethe. – Non un avvenimento tedesco ma europeo: un grandioso tentativo di superere il XVIII secolo con un ritorno alla natura, con un elevarsi alla naturalità del Rinascimento, una sorta di autosuperamento da parte di questo secolo. Egli ne portava dentro i più forti istinti [...]. (Friedrich Nietzsche)
  • Ho comunque già rilevato altrove che se un uomo ha ricevuto tutto l'affetto della madre, conserva per tutta la vita una sensazione di trionfo, una fiducia nel successo che non di rado gli procura effettivamente successo. Ed è possibile che Goethe abbia dato questo titolo alla sua autobiografia: «La mia forza ha le sue radici nel mio rapporto con mia madre». (Sigmund Freud)
  • In Leonardo come in Goethe è l'amore il mistero che sta alla base dell'universalità. (Hermann Hesse)
  • La musica di Mendelssohn appare a Goethe come un corrispettivo della propria poesia. E invero, se Mendelssohn non ha mai detto parole inaspettate come le ha dette Goethe, se non ha mai conosciuto il prodigioso modo goethiano di accordare la vertigine sulla cadenza del concetto logico, egli ha saputo tuttavia accordare il fondo romantico, l'aspirazione romantica dell'animo con la struttura classica della mente. (Giulio Confalonieri)
  • Parlando delle leggende eroiche della tradizione romana, Goethe ha detto: se i romani sono stati così grandi da inventare simili cose, noi dovremmo essere «almeno grandi abbastanza per crederci»: parole di acuto biasimo per quella critica pedantesca la quale «per una verità miserabile ci priva di qualche cosa di grande, che per noi varrebbe di più.» (René Fülöp-Miller)
  • Se si dovesse scegliere un unico individuo come esemplare incarnazione della visione del mondo cosmopolita e della sensibilità empatica universale, Goethe sarebbe una scelta quasi obbligata. [...] Goethe guardava al mondo, alla natura e alla traiettoria della coscienza umana in maniera molto simile all'attuale generazione del nuovo millennio, che vive nel mondo cosmopolita del ventunesimo secolo. A lui si potrebbe attribuire l'appellativo di «uomo di tutte le epoche». (Jeremy Rifkin)

Note[modifica]

  1. O anche «Dove c'è molta luce, l'ombra è più nera». Goethe lo scrisse polemizzando con Isaac Newton in merito alla natura della luce (cfr. Walter Mariotti, Un mondo alla rovescia, Il Sole 24 Ore, Milano, 2009, p. 122. ISBN 978-88-6345-070-5).
  2. a b Secondo Fumagalli le ultime parole pronunciate da Goethe sarebbero «Apri anche l'altra imposta per fare entrare un poco più di luce.». Tuttavia nel corso degli anni la versione che si è maggiormente diffusa è «Più luce!». Secondo Fumagalli questo sarebbe un esempio di come "la traduzione si compiaccia di abbellire le frasi dei grandi uomini".
  3. Citato in Daniel Purdy, Goethe Yearbook 18, Volume 18, Camden House, 2011, p. 107 ISBN 1571134913.
  4. (EN) Cfr. The Goethe Society of North America.
  5. Citato in George Steiner, Che cosa è la letteratura comparata?, in Nessuna passione spenta, p. 90. Nell'edizione Garzanti 2001 di Nessuna passione spenta (trad. di Claude Béguin), la frase è: "Colui che non sa le lingue straniere non sa niente della propria".
  6. Citato in Pasquale Tuscano, Dal vero al certo: indagini e letture dantesche, Edizioni Scientifiche Italiane, 1988, p. 34.
  7. Citato in [1], la Repubblica, 6 dicembre 2007.
  8. Citato in Goethe a Verona.

Bibliografia[modifica]

  • Johann Wolfgang von Goethe, Faust, traduzione di Giovita Scalvini, Edizioni Bietti, Milano, ca 1960.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Faust, traduzione di Vincenzo Errante, G. C. Sansoni, Firenze 1966.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Faust, traduzione di Franco Fortini, Mondadori, 2003.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Faust, traduzione di Guido Mancorda, BUR, 2005.
  • J. Wolfgang Goethe, I dolori del giovane Werther, traduzione di Amina Pandolfi, Bompiani, 1987
  • Johann Wolfgang von Goethe, I dolori del giovane Werther, traduzione di Piero Bianconi, introduzione di Silvana De Lugnani, BUR, 1991. ISBN 8817151084
  • Johann Wolfgang von Goethe, I dolori del giovane Werther, traduzione di Alberto Spaini, Einaudi, 2005.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Ifigenia in Tauride, traduzione di R. Fertonani, Garzanti, 2005.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Il divano occidentale-orientale, traduzione di Ludovica Koch, Ida Porena e Filippo Galzio, Fabbri Editori, 1997.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Le affinità elettive, traduzione di Henry Furst, Rusconi Editore, 1967.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Le affinità elettive, a cura di G. Quattrocchi, Giunti, 2006.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Massime e riflessioni, traduzione di S. Giametta, Fabbri, Milano 1996.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Principii di filosofia zoologica e anatomia comparata, traduzione di Michele Lessona, Roma, E. Perino, 1885.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Saggi sulla pittura: Leonardo, Mantegna, i quadri di Filostrato, a cura di Roberto Venuti, Artemide, 2006.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Torquato Tasso, traduzione di Giuseppe Rota, Oreste Garroni, Roma, 1910.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Urfaust (Il Faust nella sua forma originaria), traduzione di C. Baseggio, UTET, 1955.
  • Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, traduzione di Aldo Oberdorfer, EDIPEM, Novara, 1973
  • Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, traduzione di Emilio Castellani, I Meridiani, Mondadori, Milano, 1983
  • Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, traduzione di Emilio Castellani, Mondadori, 2004.
  • Johann Wolfgang Goethe, Die Leiden des jungen WerthersI dolori del giovane Werther (1774), a cura di Giuliano Baioni, note al testo di Stefania Sbarra, Einaudi, Torino, 1998. ISBN 8806144847

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Opere[modifica]