Guerra e pace

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1leftarrow.pngVoce principale: Lev Tolstoj.

Frontespizio dell'edizione russa dell'opera

Guerra e pace (in russo Война и мир, traslitterato: Vojna i mir), romanzo di Lev Tolstoj pubblicato per la prima volta tra il 1865 ed il 1869.

Incipit[modifica]

A. Osimo Muggia[modifica]

– Ormai Genova e Lucca non sono più che appannaggio, che dominio della famiglia Buonaparte. Vi avverto che, se non mi dite che abbiamo la guerra, se vi permettete ancora di giustificare tutte le infamie, tutte le atrocità di questo Anticristo, (in fede mia, ci credo), non vi conosco più, non siete più il mio amico, non siete più il mio fedele schiavo, come dite! Ebbene! Buon giorno, buon giorno! Vedo che vi ho fatto paura; sedete e discorriamo.
Così diceva, nel luglio 1805, Anna Pavlona Schérer, damigella d'onore e persona molto vicina all'Imperatrice Maria Feodorovna, andando incontro a un personaggio molto grave, oppresso di titoli, il principe Vassili, giunto per primo al suo ricevimento.

[Lev Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di A. Osimo Muggia, A. Barion Editore, Sesto S. Giovanni, 1930]

Alfredo Polledro[modifica]

Eh bien, mon prince, Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, dei dominî de la famille Buonaparte. Non, je vuos préviens que si vuos ne me dites pas que nous avons la guerre, si vous vous permettez encore de pallier toutes les infamies, toutes les atrocités de cet Antichrist (ma parole, j'y crois), je ne vous connais plus, vous n'êtes plus mon ami, vous n'êtes plus il mio fedele schiavo, comme vous dites. Su via, buona sera, buona sera. Je vois que je vous fais peur, sedete e raccontate.
Così parlava nel luglio dell'anno 1805 la nota Anna Pàvlovna Scerer, damigella d'onore e familiare dell'imperatrice Mària Fiòdorovna, accogliendo il grave dignitario e principe Vasili, giunto per primo alla sua serata.

[Lev Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton, Roma, 2011. ISBN 9788854125735]

Citazioni[modifica]

  • Nulla è tanto necessario a un giovane quanto la compagnia delle donne intelligenti. (I, I, III; 1999)
  • Se tutti andassero in guerra solo in base alle proprie convinzioni, le guerre non ci sarebbero più. (I, I, V; 2006)
  • Nei rapporti migliori, anche i più amichevoli, i più semplici, l'adulazione e la lode sono altrettanto necessari del grasso alle ruote perché girino. (I, I, VI; 1956)
  • Era solito ripetere che esistono solo due fonti dei vizi umani: l'ozio e la superstizione, e che ci sono soltanto due virtù: l'attività e l'intelligenza. (I, I, XXII; 2006)
  • Al momento della partenza o di un cambiamento di vita, gli uomini che sono capaci di riflettere sui loro atti fanno ordinariamente un serio bilancio delle loro idee. In questa circostanza, ordinariamente si riesamina il passato, si fanno piani per l'avvenire. (I, I, XXV; 1956)
  • Io non desidero altra vita e non potrei desiderarla, poiché non conosco che la mia. (I, I, XXV; 1930)
  • Tuttavia, l'animazione, una volta destata, non si indebolisce, ma muta carattere. (I, II, XX; 1956)
  • Non è per te questa felicità – gli diceva una certa voce interiore. – Questa felicità è per coloro che non hanno quel che c'è in te. (I, III, II; 2011)
  • Raccontare la verità è molto difficile e i giovani di rado ne sono capaci. (I, III, VII; 2006)
  • Quando i tedeschi si mettono a fare i pedanti, non si finisce più! (I, III, IX; 2006)
  • Ma giacché sei vivo, ebbene: vivi! Domani morirai, come potevo morire io, un'ora fa. Vale la pena di tormentarsi, quando non si vive che un istante, in confronto all'eternità? (II, I, VI; 2006)
  • [Dio] Non è con l'intelligenza che Lo si capisce, ma è la vita che Lo fa comprendere. (II, II, II; 1930)
  • Intanto la vita, la vera vita degli uomini, con i suoi interessi elementari di salute, di malattia, di lavoro, di riposo e con i suoi interessi di pensiero, di scienza, di poesia, di musica, d'amore, d'amicizia, di odio, di passioni, scorreva come sempre, indipendentemente e al di fuori dell'intesa o dell'ostilità con Napoleone Bonaparte e di ogni possibile riforma. (II, III, I; 2006)
  • [...] quell'adulazione fine e sicura, che consiste nel riconoscere tacitamente che il vostro interlocutore è, con voi, il solo uomo capace di comprendere la bestialità di tutti gli altri e la saggezza e la profondità delle vostre idee. (II, III, VI; 1956)
  • Ella nominava "i nostri tempi", come in generale piace fare alla gente ottusa, che suppone di aver trovato e di conoscere a fondo le particolarità della nostra epoca, e le qualità della gente che mutano col mutare dei tempi. (II, III, XXI; 1956)
  • La Bibbia ci insegna che il non avere nulla da fare, l'ozio, era la condizione di beatitudine del primo uomo avanti la sua caduta. L'amore dell'ozio resta lo stesso nell'uomo caduto, ma la maledizione pesa sempre sull'uomo, non in quanto dobbiamo guadagnare la vita col sudore della fronte, ma in quanto, per le nostre qualità morali, non possiamo essere felici oziando. Una voce misteriosa dice che siamo colpevoli perché siamo oziosi. Se l'uomo potesse trovare il modo, restando ozioso, di sentirsi utile e fare il suo dovere, ritroverebbe una parte della sua beatitudine. Una classe intera, la classe militare, gode di questo stato di oziosità obbligatoria e incensurabile, e in questo risiede l'attrattiva speciale del servizio militare. (II, IV, I; 1956)
  • Egli aveva quel buon senso della mediocrità che valeva a fargli comprendere ciò che dovesse fare. (II, IV, I; 2006)
  • Non ci sono cose futili e non ci sono cose importanti, tutto è eguale: pur di salvarsi dalla vita come meglio si sa! – Pensava Pierre – Pur di non vederla, questa terribile lei. (II, V, I; 2005)
  • Ella lo costrinse egualmente a dire tutto ciò che si dice in simili casi: che egli l'amava e non aveva mai amato nessuna donna quanto lei. Lei sapeva che poteva esigere questo in cambio dei possedimenti di Penza e di Nižnij Novgorod, e ottenne quanto esigeva. (II, V, VI; 2006)
  • Per noi posteri, che non siamo storici e del pari non siamo condizionati dal gusto della ricerca e perciò contempliamo l'avvenimento con serenità di giudizio, le sue cause [della guerra] ci si prospettano diverse e copiose. Quanto più ci inoltriamo nella ricerca delle cause, tante più ne scopriamo. E ogni causa considerata separatamente, o anche un'intera serie di cause ci appaiono giuste di per se stesse e del pari false per la loro inconsistenza, se raffrontate all'immensità dell'avvenimento: false per la loro inadeguatezza (senza l'intervento di tutte le altre cause coincidenti) a produrre l'evento che allora si compì. (III, I, I; 2006)
  • Senza una sola di queste cause non sarebbe potuto accadere nulla. Dunque tutte queste cause – miliardi di cause – hanno agito in concomitanza per dar luogo a ciò che accadde. Di conseguenza, nulla fu causa isolata ed esclusiva dell'evento, ma l'evento dovette verificarsi semplicemente perché doveva verificarsi. Milioni di uomini, rinunciando ai loro sentimenti umani e alla loro umana ragione, dovevano andare da occidente a oriente e uccidere i loro simili, così come secoli prima altre folle di uomini erano andati da oriente a occidente per agire all'identico modo. (III, I, I; 2006)
  • Il fatalismo è indispensabile nella scienza storica per spiegare gli avvenimenti privi di senso (vale a dire dei quali non comprendiamo il perché). (III, I, I; 1956)
  • Ogni persona vive per se stessa, gode di libertà per raggiungere i propri fini personali e sente con tutto il proprio essere che in un dato momento può compiere o non compiere una data azione; ma non appena l'ha compiuta, quella stessa azione diventa irrimediabile, rientra nel patrimonio della storia, nella quale non ha più carattere di libertà ma di predestinazione. Ci sono due aspetti della vita, in ogni singola persona: la vita personale, che è tanto più libera quanto più astratti sono i suoi interessi; e la vita elementare, di branco, nella quale l'uomo inevitabilmente esegue le leggi che gli sono prescritte. Coscientemente l'uomo vive per sé, ma incoscientemente, diventa lo strumento atto a perseguire i fini della storia, della comunità umana. Una volta compiuto l'atto è irrimediabile e le sue conseguenze, coincidendo nel tempo con milioni di altre azioni di altri uomini, assumono un significato storico. Quanto più in alto si colloca una persona nella scala sociale, quanto maggiore è il numero delle persone alle quali è legato, tanto più evidenti sono la predeterminazione e l'inevitabilità di ciascuno dei suoi atti. (III, I, I; 2006)
  • Quando la mela è matura cade; perché? Perché è attirata dalla terra, o perché il picciolo è disseccato, perché è disseccata dal sole, perché il vento la scuote, perché si è appesantita, o perché il monello che è in basso vuol mangiarla? Niente è causa, tutto non è che la concordanza di quelle condizioni nelle quali si produce ogni avvenimento vitale, organico, elementare; e il botanico che trova che la mela cade perché il tessuto si è decomposto, ecc., avrà altrettanta ragione del bambino che sarà in basso e si dirà che la mela è caduta perché voleva mangiarla e aveva pregato per questo. (III, I, I; 1956)
  • Negli eventi storici i cosiddetti grandi uomini sono le etichette che danno il nome a un dato evento, e che, proprio come le etichette, meno di ogni altra cosa hanno un preciso rapporto con l'evento. Ogni azione compiuta da costoro, e che ad essi sembra un atto di libero arbitrio, in senso storico è tutt'altro che arbitraria, ma viene a trovarsi in connessione con tutto il corso della storia ed è predestinata ab aeterno. (III, I, I; 2006)
  • Nell'uomo che ha appena pranzato c'è una particolare disposizione d'animo che lo induce a sentirsi soddisfatto di sé al di fuori d'ogni fattore razionale, e a considerare tutti come suoi amici. (III, I, VII; 2006)
  • Adesso lo assorbivano solo gli interessi pratici più immediati, senza rapporto alcuno con gli interessi di un tempo; e a questi nondimeno egli si aggrappava con tanto maggiore avidità quanto più quelli gli erano preclusi. Era come se quella sconfinata, irraggiungibile volta del cielo che un tempo si librava sopra di lui a un tratto si fosse trasformata in una volta bassa, angusta, soffocante che lo schiacciava, e sotto la quale tutto fosse ben chiaro e distinto, ma nulla di eterno e di misterioso. (III, I, VIII; 2006)
  • [...] il sovrano doveva regnare e non guidare l'esercito [...]. (III, I, IX; 2006)
  • Il francese può sentirsi sicuro di sé perché si crede personalmente, sia per doti fisiche che d'intelletto, irresistibile e affascinante, di fronte agli uomini come alle donne. L'inglese è sicuro di sé perché è cittadino del paese meglio ordinato del mondo; perciò, in quanto inglese, sa sempre ciò che deve fare, e sa che tutto ciò che fa, in quanto inglese, non può che esser ben fatto. L'italiano è sicuro di sé perché è irrequieto ed esaltabile, e facilmente si dimentica di se stesso e degli altri. Il russo è sicuro di sé perché non sa e non vuol sapere nulla, nella persuasione che nulla si può sapere. Il tedesco è sicuro di sé nel peggiore dei modi, nel modo più disgustoso e inesorabile, perché è ciecamente convinto di sapere la verità: una scienza, cioè, da lui stesso elaborata, ma che per lui è il vero assoluto. (III, I, X; 2006)
  • Pfull era uno di quei teorici che amano tanto le loro teorie da dimenticarne lo scopo, l'applicazione pratica. Per amore della teoria, essi odiano tutte le cose pratiche e non vogliono abbassarsi ad esse. Egli si rallegrava anche dell'insuccesso, perché l'insuccesso, dovuto a deviazioni, in pratica, dalla sua teoria, non faceva che fortificarla. (III, I, X; 1956)
  • Un buon condottiero non solo non ha bisogno né della genialità né di qualsivoglia altra virtù; al contrario, è bene che manchi delle migliori, delle più elevate qualità umane, come l'amore, la poesia, la finezza di sentimenti, il dubbio filosofico, la capacità speculativa. Dev'essere un uomo limitato, fermamente convinto che ciò che fa è molto importante (altrimenti il suo mestiere gli verrebbe a noia): solo a queste condizioni sarà un valido uomo d'armi. Dio ci scampi se sarà, in senso compiuto, un uomo: se proverà affetto per qualcuno, se conoscerà sentimenti pietosi, se distinguerà il giusto dall'ingiusto. Si capisce perché fin dall'antichità, sia stata creata per loro la teoria dei geni, perché in mano loro sta il potere? Il merito del successo nelle imprese militari non dipende da costoro, ma dall'uomo che in mezzo alle file grida "Urrà!" Solo in quelle file si può prestare servizio con la certezza di esser utili! (III, I, XI; 2006)
  • [I medici] erano utili, necessari, inevitabili (la stessa ragione per cui ci sono e sempre ci saranno pseudoguaritori, maghi, omeopati e allopati), perché soddisfacevano l'esigenza morale della malata e delle persone che alla malata volevano bene. Essi appagavano quell'eterno bisogno dell'uomo di sperare in un sollievo, il bisogno di partecipazione altrui, affettiva e attiva che l'uomo prova quando soffre. Soddisfacevano a quell'eterno bisogno umano – rilevabile, nella sua forma primitiva già nel bambino – che è il bisogno di nuocere e accarezzare la parte che ci duole. (III, I, XVI; 2006)
  • Un buon giocatore che abbia perduto agli scacchi, è francamente convinto che la sua perdita sia causata dal proprio errore, e lo cerca nel principio del gioco, ma dimentica che in ogni mossa, durante tutto il gioco, vi sono stati simili errori, che non una sola mossa era perfetta. L'errore sul quale concentra l'attenzione, lo nota solamente perché l'avversario ne ha approfittato. Quanto è più complicato il gioco della guerra, che avviene in certe condizioni di tempo, in cui non è una sola volontà che guida macchine inanimate, e ove tutto deriva dagli innumerevoli cozzi di cause diverse! (III, II, VII; 1956)
  • All'avvicinarsi del pericolo, due voci parlano sempre ugualmente alto nell'anima dell'uomo; l'una dice molto ragionevolmente di riflettere alla qualità stessa del pericolo e al mezzo di evitarlo. L'altra dice, ancora più ragionevolmente, che è troppo penoso, troppo tormentoso pensare ai pericoli, quando prevederli tutti e scansarli non è in potere dell'uomo, di modo che val meglio, distogliersi dalle cose penose sino a che non giungano, e pensare alle cose piacevoli. (III, II, XVII; 1956)
  • Le disposizioni e gli ordini più forti, più sagaci, sembrano molto cattivi e ogni sapiente militare li critica con importanza, quand'essi non guadagnano la battaglia; mentre le disposizioni e gli ordini più mediocri sembrano molto buoni, e gli uomini seri consacrano volumi e volumi per trovare l'eccellenza di ordini cattivi, quando, grazie ad essi, la battaglia è stata vinta. (III, II, XXVIII; 1956)
  • L'intelligenza umana non può comprendere la continuità assoluta del movimento. Le leggi di qualunque movimento non diventano comprensibili per l'uomo che al patto di esaminarne separatamente le unità di cui è composto. Ma al tempo stesso, dal fatto che si isolano arbitrariamente e si esaminano a parte le unità inseparabili del movimento continuo, derivano la maggior parte degli errori umani. Una branca moderna della matematica, avendo raggiunto l'arte di trattare con l'infinitamente piccolo, può ora fornire soluzioni in altri problemi di moto più complessi, che sembravano essere insolubili. Questa branca moderna della matematica, ignota agli antichi, trattando i problemi di moto ammette il concetto dell'infinitamente piccolo, e si conforma così alla condizione principale del moto (continuità assoluta) e in questo modo corregge l'inevitabile errore che la mente umana non può evitare quando tratta con elementi separati del moto invece che esaminare il moto continuo. Nell'esame delle leggi del movimento storico avviene assolutamente la stessa cosa. Il movimento dell'umanità, prodotto da una quantità innumerevole di volontà umane, si compie senza interruzione. La comprensione di queste leggi è lo scopo della storia. Ma per capire le leggi del movimento continuo, la ragione umana ammette unità arbitrarie separate. Il primo procedimento storico consiste nel prendere arbitrariamente una serie degli avvenimenti ininterrotti ed esaminarla separatamente dagli altri, quando non c'è e non può esserci inizio di alcun avvenimento. Il secondo procedimento consiste nell'esaminare gli atti di un uomo, imperatore o condottiero, come la risultante delle volizioni degli uomini, mentre questa risultante non si esprime mai nell'attività di un personaggio storico preso isolatamente. La scienza storica, evolvendosi, accetta sempre unità via via più piccole per le sue ricerche e, con questo, cerca di avvicinarsi alla verità. Ma per quanto piccole siano le unità di cui la storia si serve, il fatto di separare l'unità, di ammettere il cominciamento di un fenomeno qualunque, di vedere espresse dell'attività di un solo personaggio le volizioni di tutti gli uomini, questo fatto stesso, dico, lo contamina d'errore. Sotto il minimo sforzo della critica, ogni conclusione della storia cade in polvere e non lascia niente dietro di Sé, e ciò per il solo fatto che la critica sceglie per misura di osservazione un'unità più grande o più piccola – ciò che è suo diritto, poiché l'unità storica è sempre arbitraria. Soltanto prendendo per nostra osservazione l'unità infinitamente piccola – le differenziali della storia, vale a dire le aspirazioni uniformi degli uomini – e acquistando l'arte di integrare (unire le somme di questi infinitamente piccoli) possiamo sperare di comprendere le leggi della storia. (III, III, I; 1956)
  • Difatti ogni volta che vi furono conquistatori vi furono guerre, risponde la ragione umana, ma questo non prova che i conquistatori siano la causa delle guerre, e che si possano trovare le leggi della guerra nell'attività speciale di un individuo. Ogni volta che guardo il mio orologio, quando la lancetta si approssima alla cifra X, odo dalla chiesa vicina cominciare a suonare le campane, ma dal fatto che lo scampanio comincia ogni volta che la lancetta segna X non ho il diritto di concludere che la posizione della lancetta è causa del movimento delle campane. (III, III, I; 1956)
  • [...] aveva improvvisamente sentito che ricchezze, potere, vita, tutto ciò che la gente dispone e custodisce con tanta cura, non vale che per il piacere col quale si può abbandonarlo. (III, III, XXVII; 1956)
  • Negli avvenimenti storici si disegna con la più grande chiarezza la proibizione di gustare i frutti del buon albero. Solo l'attività incosciente è fruttuosa, e l'uomo che sostiene una parte negli avvenimenti storici non ne capisce mai l'importanza. (IV, I, IV; 1956)
  • L'amore impedisce la morte. L'amore è vita. Tutto, tutto ciò che io capisco, lo capisco solamente perché amo. È solo questo che tiene insieme tutto quanto. L'amore è Dio, e il morire significa che io, una particella dell'amore, ritorno alla sorgente eterna e universale. (IV, I, XVI; 1999)
  • [...] lo stesso imbarazzo che segue, ordinariamente, una conversazione seria e intima; è impossibile riprendere la conversazione di prima, è vergognoso dire futilità ed è noioso tacere, perché si vuole parlare e perché sembra di fingere. (IV, IV, XXVIII; 1956)
  • Quando un uomo vede un animale che muore, lo prende un senso d'orrore: ciò che anche lui è – la sua essenza – sta evidentemente distruggendosi davanti ai suoi occhi, sta cessando di esistere. Ma quando a morire è una persona, e una persona cara, allora oltre al senso di orrore che sempre si prova dinanzi al distruggersi di una vita, si avverte una lacerazione, una ferita interiore, che proprio come una ferita fisica, a volte uccide, e a volte guarisce, ma duole sempre, e teme ogni contatto esterno, che non può non irritarla. (IV, IV, I; 1999)
  • Per il lacchè non può esistere il grand'uomo, perché il lacchè ha un concetto tutto suo della grandezza. (IV, IV, V; 1999)
  • I domestici sono i migliori giudici dei padroni, perché non giudicano dalle conversazioni dall'espressione dei sentimenti, ma dagli atti e dal tenore di vita. (Epilogo, I, XII; 1956)
  • Volevo solo dire che le idee che hanno enormi conseguenze sono idee semplici. E l'idea mia è tutta qui: se le persone viziose sono tutte quante collegate tra loro e appunto perciò costituiscono una forza, allora basterà che le persone oneste facciano anche loro altrettanto. È così semplice. (Epilogo, I, XVI; 1999)
  • Voi dite che io non sono libero. Ma io ho alzato e ho abbassato un braccio. E chiunque capisce che questa risposta illogica è un'incontrovertibile dimostrazione della mia libertà. (Epilogo, II, XVIII; 1999)

Citazioni su Guerra e pace[modifica]

  • Allungai una mano, aprii il libro verso la metà e cominciai a leggere Guerra e Pace di Tolstoj. Niente di nuovo. Era ancora un brutto libro. (Charles Bukowski)
  • Che massa e che equilibrio! Nessuna letteratura ci offre nulla di simile! Migliaia di personaggi, migliaia di scene, le sfere governative, e tutte quelle intime, la storia, la guerra, tutti gli orrori possibili sulla terra, tutte le passioni, tutti gli istanti della vita umana, dal grido del neonato all'ultimo soffio di sentimento di un vecchio moribondo... Eppure nessuna figura ne nasconde un'altra, nessuna scena, nessuna impressione guasta un'altra scena, un'altra impressione; tutto è chiaro, tutto è armonioso, nelle parti come nell'insieme. (Nikolaj Strachov)
  • Chi ha letto quest'opera si ricorderà del gran cuore dell'autore che cercò perfino nel passato del suo popolo l'eterno segreto dell'amore. (Lev L'vovič Tolstoj)
  • Guerra e pace è una furiosa reazione dell'Io tolstoiano alla folgorazione che l'ha colpito e sconfitto nella scuola di Jàsnaja. E di nuovo, dopo Guerra e pace, Tolstòj non ha altro luogo interiore dove andare, se non appunto da quei suoi piccoli mužikì-maestri da cui si era volto via dieci anni prima – e si noti come in Guerra e pace egli avesse evitato accuratamente, in una maniera quasi superstiziosa, di parlar di loro, dei mužikì. (Igor Sibaldi)
  • Posso ammirare esteticamente Guerra e Pace di Tolstoi e non condividere la sostanza ideologica del libro; se i due fatti coincidessero Tolstoi sarebbe il mio vademecum, «le livre de chevet». (Antonio Gramsci)
  • Quest'opera, che Lev Nikolaevič non amava definire romanzo, fu scritta con entusiasmo ed energia e riempì la nostra vita. (Sof'ja Tolstaja)
  • Se ci chiediamo cosa voglia dirci la nascosta tessitura simbolica e quale sia la verità definitiva di Guerra e Pace, siamo, in un primo tempo, perplessi. Tolstoj sembra proclamare il sì e il no di qualsiasi cosa, rappresentando una idea o una immagine o un simbolo, e subito dopo il loro contrario. La nostra inquietudine non ha ragione. Tolstoj ha voluto rappresentare proprio questa duplicità, questo Yin e Yang dell'universo [...]. (Pietro Citati)
  • Sono stato travolto come da un'ondata di gioia all'idea di scrivere la storia psicologica di Alessandro e Napoleone. (Lev Tolstoj)

Bibliografia[modifica]

  • Lev Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di A. Osimo Muggia, A. Barion Editore, Sesto S. Giovanni, 1930.
  • Lev Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di A. S. Gladkov e A. M. Osimo, U. Mursia & C., Milano, 1956.
  • Lev Tolstoj, Guerra e pace, a cura di Igor Sibaldi, Grandi Classici Oscar Mondadori, Milano, 1999. ISBN 8804470771
  • Lev Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di Enrichetta Carafa d'Andria, Einaudi, Torino, 2005. ISBN 8806177532
  • Lev Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di Pietro Zveteremich, Garzanti, Milano, 2006. ISBN 8811370051
  • Lev Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton, Roma, 2011. ISBN 9788854125735 (Anteprima su Google Libri)

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