Lev Nikolaevič Tolstoj
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Lev Nikolaevič Tolstoj (1828 – 1910), scrittore russo.
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[modifica] Citazioni di Lev Nikolaevič Tolstoj
- Eroe del racconto, eroe che io amo con tutta l'anima e che ho sempre cercato di riprodurre in tutta la sua bellezza, e che sempre è stato, è e sarà meraviglioso, eroe del mio racconto è la verità. (da I racconti di Sebastiopoli)
- I cavalli compiangono solamente sé stessi o, di tanto in tanto, solamente coloro nella cui pelle riescono a immaginarsi senza fatica. (da Colstomer, Storia di un cavallo)
- L'ambizione non s'accorda affatto con la bontà; s'accorda con l'orgoglio, con l'astuzia, con la crudeltà. (da Il regno di Dio è in voi)
- L'arte è la suprema manifestazione della potenza dell'uomo; è concessa a rari eletti, e innalza l'eletto a un'altezza dove l'uomo è preso da vertigine ed è difficile conservare la sanità della mente. Nell'arte, come in ogni lotta, ci sono eroi che si dedicano interamente alla loro missione, e che periscono senza raggiungere la meta. (da Albert)
- L'arte è un'attività umana il cui fine è la trasmissione ad altri dei più eletti e migliori sentimenti a cui gli uomini abbiano saputo assurgere. (da Che cos'è l'arte?)
- L'idea dell'eternità è una malattia dello spirito. (citato in Maksim Gorkij, Racconto di un amore non corrisposto, traduzione di Erme Cadei, Fratelli Treves Editori, 1928)
- La schiavitù della donna consiste soltanto in ciò, che gli uomini desiderano e credono onesto usare di lei come istrumento di piacere. (da Krejcerova Sonata)
- La schiavitù non è altro che lo sfruttamento esercitato da alcuni sul forzato lavoro delle folle. (da Krejcerova Sonata)
- Ma si sa, qualunque sia il toro che ha montato, il vitello è nostro comunque. (da Idillio)
- Per rendere, rende bene, ma è peccato, non conviene. (da Idillio)
- Sì, l'unico posto che qui in Russia convenga a un cittadino onesto è la prigione! (da Resurrezione)
- Tutto è più doloroso se ci si pensa. (da I racconti di Sebastiopoli)
- Voi dite che io non sono libero. Ma io ho alzato e abbassato un braccio. E chiunque capisce che questa risposta illogica è un'incontrovertibile dimostrazione della mia libertà. (da Guerra e Pace)
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- Credendo a se stesso, l'uomo si espone sempre al giudizio della gente, credendo agli altri ha sempre l'approvazione di chi lo circonda.
- Dov'è un tribunale è l'iniquità.
- Il carattere delle persone non si rivela mai così chiaramente come nel gioco.
- Il poeta prende le cose migliori della sua vita e le mette nel suo lavoro. Così il suo lavoro è bellissimo, e la sua vita brutta.
- Il segreto della felicità non è di far sempre ciò che si vuole, ma di voler sempre ciò che si fa.
- Gli uomini di genio sono incapaci di studiare in gioventù perché sentono inconsciamente che bisogna imparare tutto in modo diverso da come lo impara la massa.
- L'uomo ha ricevuto direttamente da Dio l'unico strumento per conoscere se stesso e la propria relazione con l'universo: questo strumento è la ragione, e nient'altro.
- La principale attrattiva del servizio militare è consistita e consisterà in questa obbligata e irreprensibile pigrizia.
- La rivoluzione è una grande distruttrice di uomini e di caratteri. Consuma i valorosi e annienta i meno forti.
- La scienza non è che una conoscenza immaginaria della verità assoluta.
- La vecchiaia è la più inattesa tra tutte le cose che possono capitare ad un uomo.
- Nessuno è più superstizioso degli scettici.
- Noi moriamo soltanto quando non riusciamo a mettere radice in altri.
- Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima.
- Se i macelli avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani.
- Sono due anni che non riprendo in mano il diario, e pensavo che non avrei più ripreso questa abitudine infantile. Ma non è una ragazzata, è dialogare con se stessi, con la parte vera, divina, che vive in ogni uomo.
- Tutte le idee che hanno enormi conseguenze sono sempre idee semplici.
- Tutti pensano a cambiare il mondo, ma nessuno pensa a cambiar se stesso.
- Tutto, ogni cosa che comprendo, la comprendo soltanto perché amo.
- Un alleato deve essere sorvegliato proprio come un nemico.
- Un sacrificio compiuto per esigenza di onestà è la più alta gioia dello spirito.
- Un uomo è come una frazione il cui numeratore è quello che è, e il cui denominatore quello che pensa di sé. Più grande è il denominatore, minore la frazione.
[modifica] La sonata a Kreutzer
[modifica] Incipit
[modifica] Duchessa d'Andria
S'era nell'inizio della primavera: Noi viaggiavamo da due giorni. Nella vettura ferroviaria entravano e uscivano passeggeri, ma tre di essi soltanto viaggiavano con me dal luogo della partenza del treno: una signora né bella né giovane, che fumava molto, con un viso smunto, un mantello e un berretto di pelliccia di foggia quasi maschile; il suo compagno, un uomo sulla quarantina, discorsivo, che aveva valigie nuove e di buona apparenza; e poi un altro signore che si teneva in disparte, piuttosto basso di statura, dai movimenti bruschi, non vecchio ancora, coi capelli ricciuti fatti grigi da un evidente precoce incanutimento e con gli occhi straordinariamente luccicanti, che passavano con rapidità da un oggetto all'altro. Egli indossava un vecchio pastrano con pelliccia che doveva essere stato fatto da un sarto dai prezzi cari, e aveva un altro berretto anche di pelliccia. Di sotto al pastrano, quando lo apriva, si vedeva una sottoveste e una camicia russa ricamata. La particolarità di questo signore consisteva in ciò, che ogni tanto egli emetteva strani suoni che somigliavano a colpetti di tosse o a scoppi repressi di risa.
[Lev Nikolaevič Tolstoj, La sonata a Kreutzer (Krejcerova Sonata), a cura della duchessa d'Andria, Arnoldo Mondadori Editore, 1968.]
[modifica] Leone Ginzburg
La primavera era all'inizio. Era il secondo giorno che viaggiavamo. Entravano nel vagone e ne uscivano persone che andavano a distanze diverse, ma tre venivano, come me, dala stazione di partenza del treno: una signora non bella né giovane, che fumava, con un viso tormentato, un paltò semimaschile addosso e un berrettino; un suo conoscente, uomo sui quarant'anni, amante della conversazione, con le sue cose tutte ordinate e nuove, e ancora un signore di statura non molto alta con i movimenti a scatti, che stava per conto suo, non vecchio ancora, ma con i capelli ricci evidentemente incanutiti prima del tempo e con degli occhi straordinariamente scintillanti, che correvano rapidi da un soggetto all'altro.
[Lev Nikolaevič Tolstoj, La sonata a Kreutzer (Krejcerova Sonata), traduzione di Leone Ginzburg, Arnoldo Mondadori Editore, 2006.]
[modifica] Citazioni
- Una delle più penose condizioni per i gelosi (e gelosi sono tutti nella nostra vita di società) è trovarsi costretti a quelle relazioni mondane che mettono in una grande e pericolosa intimità gli uomini e le donne. Bisogna diventar ridicoli oppure permettere l'intimità nei balli, l'intimità tra i medici e le loro clienti, l'intimità con gli artisti, i pittori e specialmente i musicisti. Le persone si occupano insieme della più nobile tra le arti, la musica: perciò è necessaria quella tale intimità, e quell'intimità non ha nulla di biasimevole: soltanto un marito scioccamente geloso può vedervi qualcosa di male. E intanto tutti sanno che proprio a mezzo di occupazioni, e specialmente della musica, avviene la maggior parte degli adultèri nel nostro mondo. Evidentemente li avevo messi nella medesima situazione penosa nella quale mi trovavo io: per un pezzo non mi riuscì di dir nulla. Ero come una bottiglia capovolta dalla quale l'acqua non esce perché è troppo piena. Volevo ingiuriarlo, scacciarlo, ma invece sentivo che dovevo invece mostrarmi amabile e affettuoso con lui. E così feci. Finsi di approvare tutto, per quello stesso strano sentimento che mi obbligava a rivolgermi a lui con tanta maggiore gentilezza quanto più la sua presenza mi era penosa. Gli dissi che mi affidavo al suo gusto e consigliai lo stesso a mia moglie. Egli rimase ancora un poco, quanto bastava per cancellare la sgradevole impressione che aveva prodotto la mia subitanea entrata nella stanza, con quel viso stravolto e quel mio silenzio, e poi se ne andò, figurando di aver finalmente deciso quel che si dovesse suonare. Io ero interamente persuaso che a paragone di ciò che li preoccupava la questione dei pezzi da suonare era per loro senza alcuna importanza. (1968)
- La donna sa che quello che noi diciamo dei sentimenti elevati son tutte bugie, che non abbiamo bisogno che del corpo, e perciò perdoniamo qualsiasi porcheria, ma un abito mancato, senza gusto, inelegante non lo perdoneremmo.
La civetta lo sa coscientemente, ogni fanciulla innocente lo sa incoscientemente, come lo sanno gli animali. (2006, pp. 28-29) - La dottrina dell'ideale cristiano è l'unico ideale che può servire di guida all'umanità. (dalla Postilla dell'autore)
[modifica] Anna Karenina
[modifica] Incipit
Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.
In casa Oblonski tutto era sossopra. La moglie aveva scoperto una relazione amorosa del marito con una francese che era stata istitutrice in casa loro, qualche tempo prima, e gli aveva dichiarato che non poteva più vivere con lui sotto lo stesso tetto. Questa situazione durava da due giorni e si faceva sentire in modo penoso, tanto dai due coniugi quanto dagli altri membri della famiglia e sinanche dal personale di servizio. Tutti provavano l'impressione che la loro vita in comune non avesse più senso e che l'unione della famiglia e dei familiari di casa Oblonski fosse più effimera di quella delle persone che si trovavano casualmente riunite in qualsiasi albergo. La moglie non usciva dalle sue stanze; il marito era sempre fuori; i bambini correvano per la casa abbandonati a se stessi; l'istitutrice inglese aveva litigato con la governante e aveva scritto a un'amica pregandole di trovarle un altro posto; la sguattera e il cocchiere si erano licenziati.
[modifica] Citazioni
- Egli si trovava ovunque potesse incontrare la Karenina e, quando le circostanze glielo permettevano, le parlava del proprio amore. Ella non l'incoraggiava; ma nel suo spirito, ogni volta che lo vedeva, divampava quello stesso senso di animazione che l'aveva invasa fin dal primo giorno in cui l'aveva incontrato in treno; ed essa stessa si rendeva conto di come, appena lo scorgeva, la gioia le si accendesse negli occhi e affiorasse nel suo sorriso, senza tuttavia essere in grado di smorzare l'espressione di quella gioia.
Nei primi tempi dopo il ritorno, era sincera nel credere d'essere scontenta dell'insistenza di Vronski; ma una volta, non avendolo incontrato a un ricevimento dove contava vederlo, capì chiaramente, dalla tristezza che le invase l'anima, di aver ingannato se stessa; l'insistenza di quell'uomo non solo non le era fastidiosa, ma costituiva per lei tutto l'interesse della vita. - Tutte le famiglie felici si rassomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.
- Un desiderio di desideri: la malinconia.
- Le donne sono la principale pietra d'inciampo nell'attività dell'uomo. È difficile amare una donna ed allo stesso tempo concludere qualcosa. Per questo c'è un mezzo d'amare comodamente senza ostacoli: il matrimonio. Ed io ho sentito questo dopo essermi sposato: ad un tratto mi si sono liberate le mani. Ma a trascinarsi questo fardello senza il matrimonio, le mani sono cosi' ingombre che non si può fare nulla
- Come a ricompensa di tutto questo, lui ora si ritrovava solo, svergognato, deriso, a nessuno necessario e disprezzato da tutti. Sentiva che non poteva allontanare da se il disprezzo della gente perché quel disprezzo non derivava dal fatto che egli fosse cattivo, in questo caso avrebbe potuto sforzarsi di essere migliore, ma dal fatto che lui ere infelice in modo vergognoso e ripugnante. Sapeva che per questo, per il fatto stesso che il suo cuore era dilaniato, loro sarebbero stati spietati nei suoi confronti. Sentiva che la gente lo avrebbe annientato come i cani dilaniano un cane ferito che guaisce dal dolore. Sapeva che l'unica salvezza dalla gente stava nel nascondere le sue ferite
- [...] tutt'e due gli amori servono da pietra di paragone per gli uomini. Alcuni uomini ne comprendono soltanto uno, altri l'altro. E quelli che comprendono solo l'amore non-platonico è inutile che parlino di dramma. Vi ringrazio umilmente per il piacere, i miei rispetti; ed ecco tutto il dramma. E per l'amore platonico non ci può esser dramma, perché in un tale amore tutto è chiaro e pure, perché...
[Lev Nikolaevič Tolstoj, Anna Karenina, traduzione di Ossip Felyne, Biblioteca Moderna Mondadori, 1960.]
[modifica] Guerra e pace
[modifica] Incipit
- Ormai Genova e Lucca non sono più che appannaggio, che dominio della famiglia Buonaparte. Vi avverto che, se non mi dite che abbiamo la guerra, se vi permettete ancora di giustificare tutte le infamie, tutte le atrocità di questo Anticristo, (in fede mia, ci credo), non vi conosco più, non siete più il mio amico, non siete più il mio fedele schiavo, come dite! Ebbene! Buon giorno, buon giorno! Vedo che vi ho fatto paura; sedete e discorriamo.
Così diceva, nel luglio 1805, Anna Pavlona Schérer, damigella d'onore e persona molto vicina all'Imperatrice Maria Feodorovna, andando incontro a un personaggio molto grave, oppresso di titoli, il principe Vassili, giunto per primo al suo ricevimento.
[Lev Nikolaevič Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di A. Osimo Muggia, A. Barion Editore, Sesto S. Giovanni, 1930.]
[modifica] Citazioni
- Per il cameriere non esiste un grand'uomo perché il cameriere ha un'idea sua della grandezza.
- In una battaglia vince colui che ha fermamente deciso di vincere. Non è importante il posto che occupiamo, ma la direzione in cui stiamo andando.
- E gli storici hanno poi addotto prove astutamente combinate, adattandole ai fatti compiuti, per dimostrare la genialità e la capacità di previsione dei condottieri, che di tutti gli strumenti involontari degli eventi mondiali erano i fattori più servili ed involontari.
Gli antichi ci hanno lasciato dei modelli di poemi eroici, nei quali gli eroi rappresentano tutto l'interesse della storia, e noi non possiamo ancora abituarci all'idea che per questa nostra epoca una storia così fatta non ha senso. - Io non desidero altra vita e non potrei desiderarla, poiché non conosco che la mia. (1930, p. 123)
- [Dio] Non è con l'intelligenza che Lo si capisce, ma è la vita che Lo fa comprendere. (1930, p. 429)
- Non ci sono cose futili e non ci sono cose importanti, tutto è eguale: pur di salvarsi dalla vita come meglio si sa! - Pensava Pierre - Pur di non vederla, questa terribile lei. (Einaudi)
- Nei rapporti migliori, anche i più amichevoli, i più semplici, l'adulazione e la lode sono altrettanto necessari del grasso alle ruote perché girino. (I, I, VI; 1956)
- Al momento della partenza o di un cambiamento di vita, gli uomini che sono capaci di riflettere sui loro atti fanno ordinariamente un serio bilancio delle loro idee. In questa circostanza, ordinariamente si riesamina il passato, si fanno piani per l'avvenire. (I, I, XXV; 1956)
- Tuttavia, l'animazione, una volta destata, non si indebolisce, ma muta carattere. (I, II, XX; 1956)
- [...] quell'adulazione fine e sicura, che consiste nel riconoscere tacitamente che il vostro interlocutore è, con voi, il solo uomo capace di comprendere la bestialità di tutti gli altri e la saggezza e la profondità delle vostre idee. (II, III, VI; 1956)
- Ella nominava "i nostri tempi", come in generale piace fare alla gente ottusa, che suppone di aver trovato e di conoscere a fondo le particolarità della nostra epoca, e le qualità della gente che mutano col mutare dei tempi. (II, III, XXI; 1956)
- La bibbia ci insegna che il non avere nulla da fare, l'ozio, era la condizione di beatitudine del primo uomo avanti la sua caduta. L'amore dell'ozio resta lo stesso nell'uomo caduto, ma la maledizione pesa sempre sull'uomo, non in quanto dobbiamo guadagnare la vita col sudore della fronte, ma in quanto, per le nostre qualità morali, non possiamo essere felici oziando. Una voce misteriosa dice che siamo colpevoli perché siamo oziosi. Se l'uomo potesse trovare il modo, restando ozioso, di sentirsi utile e fare il suo dovere, ritroverebbe una parte della sua beatitudine. Una classe intera, la classe militare, gode di questo stato di oziosità obbligatoria e incensurabile, e in questo risiede l'attrattiva speciale del servizio militare. (II, IV, I; 1956)
- Il fatalismo è indispensabile nella scienza storica per spiegare gli avvenimenti privi di senso (vale a dire dei quali non comprendiamo il perché). (III, I, I; 1956)
- Quando la mela è matura cade; perché? Perché è attirata dalla terra, o perché il picciolo è disseccato, perché è disseccata dal sole, perché il vento la scuote, perché si è appesantita, o perché il monello che è in basso vuol mangiarla? Niente è causa, tutto non è che la concordanza di quelle condizioni nelle quali si produce ogni avvenimento vitale, organico, elementare; e il botanico che trova che la mela cade perché il tessuto si è decomposto, ecc., avrà altrettanta ragione del bambino che sarà in basso e si dirà che la mela è caduta perché voleva mangiarla e aveva pregato per questo. (III, I, I; 1956)
- Pfull era uno di quei teorici che amano tanto le loro teorie da dimenticarne lo scopo, l'applicazione pratica. Per amore della teoria, essi odiano tutte le cose pratiche e non vogliono abbassarsi ad esse. Egli si rallegrava anche dell'insuccesso, perché l'insuccesso, dovuto a deviazioni, in pratica, dalla sua teoria, non faceva che fortificarla. (III, I, X; 1956)
- Un buon giocatore che abbia perduto agli scacchi, è francamente convinto che la sua perdita sia causata dal proprio errore, e lo cerca nel principio del gioco, ma dimentica che in ogni mossa, durante tutto il gioco, vi sono stati simili errori, che non una sola mossa era perfetta. L'errore sul quale concentra l'attenzione, lo nota solamente perché l'avversario ne ha approfittato. Quanto è più complicato il gioco della guerra, che avviene in certe condizioni di tempo, in cui non è una sola volontà che guida macchine inanimate, e ove tutto deriva dagli innumerevoli cozzi di cause diverse! (III, II, VI; 1956)
- All'avvicinarsi del pericolo, due voci parlano sempre ugualmente alto nell'anima dell'uomo; l'una dice molto ragionevolmente di riflettere alla qualità stessa del pericolo e al mezzo di evitarlo. L'altra dice, ancora più ragionevolmente, che è troppo penoso, troppo tormentoso pensare ai pericoli, quando prevederli tutti e scansarli non è in potere dell'uomo, di modo che val meglio, distogliersi dalle cose penose sino a che non giungano, e pensare alle cose piacevoli. (III, II, XVII; 1956)
- Le disposizioni e gli ordini più forti, più sagaci, sembrano molto cattivi e ogni sapiente militare li critica con importanza, quand'essi non guadagnano la battaglia; mentre le disposizioni e gli ordini più mediocri sembrano molto buoni, e gli uomini seri consacrano volumi e volumi per trovare l'eccellenza di ordini cattivi, quando, grazie ad essi, la battaglia è stata vinta. (III, II, XXIX; 1956)
- L'intelligenza umana non può comprendere la continuità assoluta del movimento. Le leggi di qualunque movimento non diventano comprensibili per l'uomo che al patto di esaminarne separatamente le unità di cui è composto. Ma al tempo stesso, dal fatto che si isolano arbitrariamente e si esaminano a parte le unità inseparabili del movimento continuo, derivano la maggior parte degli errori umani. Una branca moderna della matematica, avendo raggiunto l'arte di trattare con l'infinitamente piccolo, può ora fornire soluzioni in altri problemi di moto più complessi, che sembravano essere insolubili. Questa branca moderna della matematica, ignota agli antichi, trattando i problemi di moto ammette il concetto dell'infinitamente piccolo, e si conforma così alla condizione principale del moto (continuità assoluta) e in questo modo corregge l'inevitabile errore che la mente umana non può evitare quando tratta con elementi separati del moto invece che esaminare il moto continuo. Nell'esame delle leggi del movimento storico avviene assolutamente la stessa cosa. Il movimento dell'umanità, prodotto da una quantità innumerevole di volontà umane, si compie senza interruzione. La comprensione di queste leggi è lo scopo della storia. Ma per capire le leggi del movimento continuo, la ragione umana ammette unità arbitrarie separate. Il primo procedimento storico consiste nel prendere arbitrariamente una serie degli avvenimento ininterrotti ed esaminarla separatamente dagli altri, quando non c'è e non può esserci inizio di alcun avvenimento. Il secondo procedimento consiste nell'esaminare gli atti di un uomo, imperatore o condottiero, come la risultante delle volizioni degli uomini, mentre questa risultante non si esprime mai nell'attività di un personaggio storico preso isolatamente. La scienza storica, evolvendosi, accetta sempre unità via via più piccole per le sue ricerche e, con questo, cerca di avvicinarsi alla verità. Ma per quanto piccole siano le unità di cui la storia si serve, il fatto di separare l'unità, di ammettere il cominciamento di un fenomeno qualunque, di vedere espresse dell'attività di un solo personaggio le volizioni di tutti gli uomini, questo fatto stesso, dico, lo contamina d'errore. Sotto il minimo sforzo della critica, ogni conclusione della storia cade in polvere e non lascia niente dietro di Sé, e ciò per il solo fatto che la critica sceglie per misura di osservazione un'unità più grande o più piccola – ciò che è suo diritto, poiché l'unità storica è sempre arbitraria. Soltanto prendendo per nostra osservazione l'unità infinitamente piccola – le differenziali della storia, vale a dire le aspirazioni uniformi degli uomini – e acquistando l'arte di integrare (unire le somme di questi infinitamente piccoli) possiamo sperare di comprendere le leggi della storia. (III, III, I; 1956)
- Difatti ogni volta che vi furono conquistatori vi furono guerre, risponde la ragione umana, ma questo non prova che i conquistatori siano la causa delle guerre, e che si possano trovare le leggi della guerra nell'attività speciale di un individuo. Ogni volta che guardo il mio orologio, quando la lancetta si approssima alla cifra X, odo dalla chiesa vicina cominciare a suonare le campane, ma dal fatto che lo scampanio comincia ogni volta che la lancetta segna X non ho il diritto di concludere che la posizione della lancetta è causa del movimento delle campane. (III, III, I; 1956)
- [...] aveva improvvisamente sentito che ricchezze, potere, vita, tutto ciò che la gente dispone e custodisce con tanta cura, non vale che per il piacere col quale si può abbandonarlo. (III, III, XXVII; 1956)
- Negli avvenimenti storici si disegna con la più grande chiarezza la proibizione di gustare i frutti del buon albero. Solo l'attività incosciente è fruttuosa, e l'uomo che sostiene una parte negli avvenimenti storici non ne capisce mai l'importanza. (IV, I, IV; 1956)
- [...] lo stesso imbarazzo che segue, ordinariamente, una conversazione seria e intima; è impossibile riprendere la conversazione di prima, è vergognoso dire futilità ed è noioso tacere, perché si vuole parlare e perché sembra di fingere. (IV, IV, XXVIII; 1956)
- I domestici sono i migliori giudici dei padroni, perché non giudicano dalle conversazioni dall'espressione dei sentimenti, ma dagli atti e dal tenore di vita. (Epilogo, I, XII; 1956)
[modifica] Incipit di alcune opere
[modifica] I Cosacchi
Tutto, ormai, è silenzio in Mosca. Di rado, tratto tratto, risuona quello stridio di ruote proprio delle strade invernali. alle finestre non ci sono più luci, e i lampioni sono spenti. Dalle chiese si spandono i rintocchi delle campane e, dondolando sulla città dormiente, preannunciano il mattino. Le strade sono deserte. Di rado, qua e là, va solcando con pattini sottili la strada intrisa di neve un fiaccheraio notturno e, trascinatosi fino a un nuovo posteggio, s'addormenta, in attesa di un avventore. Passa una vecchierella diretta alla chiesa, dove già, tremolando sull'oro delle icone, ardono rossicce e rade, in asimmetrica disposizione, le candele di cera vergine. il popolo lavoratore sta levandosi ormai, dopo la lunga notte d'inverno, e si reca al lavoro. Ma per i signori è ancora sera.
[Lev Nikolaevič Tolstoj, I Cosacchi (1852 – 1862), traduzione di Eraldo Affinati, Newton, Milano.]
[modifica] Memorie di un cristiano
So che per questo titolo mi condanneranno. Alcuni – i più – diranno: sarebbe ora che la smettesse con queste sciocchezze. Al giorno d'oggi lo capiscono tutti che la fede cristiana è una delle tante religioni. E tutte le religioni sono superstizioni, sono cioè quel materiale che più di ogni altra cosa intralcia l'evoluzione dell'umanità. Altri diranno: come, di un cristiano? Chi può dire di sé: io sono un cristiano? Il vero cristiano è innanzitutto umile e non osa definir sé stesso cristiano né tantomeno dichiararsi tale sulla carta stampata. Mi condannino pure, ma io metterò questo titolo. Non mi fa paura che mi si accusi di essere retrogrado perché non soltanto non ritengo che la religione sia una superstizione, ma, al contrario, ritengo che la verità religiosa sia l'unica verità accessibile all'uomo, e la dottrina cristiana io la ritengo una verità che – lo vogliano riconoscere gli uomini o no – si trova a fondamento di tutto il sapere umano, e non mi fa paura nemmeno mi si condanni perché ho l'orgoglio di chiamarmi cristiano, dato che le parole: io sono un cristiano, le intendo diversamente da come le si intende di solito.
[Lev Nikolaevič Tolstoj, Le memorie di un cristiano (1884), traduzione di Igor Sibaldi, Mondadori, Milano.]
[modifica] I quattro libri di lettura
- Il lupo nella polvere (favola)
Un lupo che voleva rapire un montone, si pose sotto vento.
Il cane del pastore lo vide e gli disse: Lupo, hai torto a marciare nella polvere perché ti verrà male agli occhi.
Il lupo rispose: Disgraziatamente, mio piccolo cane, da lungo tempo ho gli occhi ammalati e so che la polvere di montoni è un rimedio eccellente. - Il vecchio e la morte (favola)
Un vecchio dopo aver raccolto la legna nel bosco, se la caricò sulle spalle. Doveva andare lontano con quel carico. Poco dopo, affranto, depose la legna al suolo e disse: Ah! Meglio la morte che questa vita!
La morte accorse.
Eccomi, disse, che vuoi da me?
Preso dalla paura, il vecchio le rispose:Voglio che tu mi aiuti a rimettermi sulle spalle la mia legna.
[Lev Nikolaevič Tolstoj, I quattro libri di lettura, traduzione di Nicola Odarov, Longanesi, 1976.]
[modifica] Perché la gente si droga?
- Il vegetarismo non è soltanto una lotta contro la barbarie, ma il primo gradino di un progresso spirituale. (da Il primo gradino, 1902)
- Era il giovedì santo. Io viaggiavo stando seduto sulla telega davanti, accanto al carrettiere, un muzik forte, rosso, grossolano, che ad ogni evidenza era anche un gran bevitore. Passando per un villaggio, vedemmo che dall'ultima casa stavano trascinando fuori un maiale, ben ingrassato, nudo, roseo, per ucciderlo. Urlava con una voce disperata, simile a un grido umano. E proprio mentre stavamo passando noi, si misero a sgozzarlo. Uno degli uomini gli fece un lungo taglio sulla gola, con un coltello. Il maiale mandò un urlo ancora più forte e penetrante, si divincolò e corse via, inondandosi di sangue. Io sono miope e non vidi tutto nei dettagli, vidi soltanto il corpo del maiale, un corpo roseo come un corpo umano, e udii quello strillo disperato; ma il carrettiere – che per il giovedì santo si era astenuto dal bere – vide tutti i dettagli, e continuava a guardare senza mai distogliere gli occhi. Acchiapparono il maiale, lo rovesciarono a terra e si misero a finirlo. Quando il suo strillo tacque, il carrettiere fece un sospiro profondo: "Possibile che un giorno non dovranno rispondere di questo?" borbottò. (da Il primo gradino, 1902)
- Guardate la delicata e sensibile signora che mangia i cadaveri degli animali nella piena sicurezza del suo diritto, affermando nello stesso tempo due proposizioni contraddittorie: prima, ch'ella è così delicata, secondo la conferma del suo medico, da non potere sostentarsi con l'esclusivo elemento vegetale e d'aver bisogno della carne per il suo debole organismo; secondo, che è così sensibile da essere incapace non solo di infliggere sofferenze agli animali, ma anche di sopportarne la vista. La realtà è che la povera signora è debole proprio perché è stata abituata a vivere di un nutrimento innaturale all'uomo; ed essa non può non causare sofferenza agli animali perché essa li mangia. (da Il primo gradino, 1902)
[modifica] Il bastoncino verde
- Come comportarsi davanti a una madre che batte a morte il suo bambino?
Che cosa mi ripugna, nel fatto che la madre batte il bambino? Forse che il bambino soffre o piuttosto il fatto che la madre prova le torture della malvagità, invece delle gioie dell'amore]? Io penso entrambe le cose.
Una persona, da sola, non può fare alcun male. Il male nasce dalla disunione fra le persone. Se voglio agire, devo cercare di eliminare la disunione e ristabilire la comunicazione fra madre e figlio. Usare la forza contro la madre non servirebbe a questo scopo. Che fare allora?
Prendere il posto del fanciullo non sarebbe irragionevole. Quello che scrive Dostoevskij e che ripetono i monaci metropoliti mi ripugna. Essi pretendono che fare la guerra sia un dovere di legittima difesa. Ho sempre risposto: difendere gli altri con il proprio petto, sì; ma sparare col fucile sui nostri simili non è difesa, ma assassinio. (da Lettera a M.A. Enghelgardt, 1883)
- Ci si può domandare se è ragionevole e morale – questi due termini sono inseparabili – uccidersi.
No! Uccidersi è irragionevole, così come tagliare i polloni di una pianta che si vorrebbe estirpare. Essa non morrà, crescerà irregolarmente, ecco tutto. La vita è indistruttibile, al di là del tempo e dello spazio. La morte non può che cambiarne la forma, mettendo fine alla sua manifestazione in questo mondo. Ma rinunciando alla vita in questo mondo, io non so se la forma che essa prenderà altrove, mi sarà più gradita e in secondo luogo io mi privo della possibilità di imparare e di acquisire a profitto del mio io, tutto ciò che avrei potuto apprendere in questo mondo. D'altra parte e soprattutto, il suicidio è irrazionale perché, rinunciando alla vita a causa del disgusto che essa mi provoca, io mostro di avere un concetto errato dello scopo della mia vita, supponendo che serva al mio piacere, mentre essa ha per scopo, da un lato, il mio perfezionamento personale e dall'altro la cooperazione all'opera generale che si compie nel mondo.
Ed è per questo che il suicidio è immorale. All'uomo che si uccide, la vita era stata data con la possibilità di vivere fino alla sua morte naturale, a condizione di essere utile all'opera generale della vita e lui, dopo aver goduto della vita, finché gli è parsa gradevole, ha rinunciato a metterla al servizio dell'utilità generale, appena gli è divenuta spiacevole; mentre verosimilmente egli cominciava a divenire utile nel preciso istante in cui la sua vita si incupiva, perché ogni lavoro comincia con travaglio.
Nella solitudine di Optynia [monastero russo] durante più di trent'anni, giacque un monaco paralitico, che aveva conservato solo l'uso della mano sinistra. I medici dicevano che doveva soffrire terribilmente. Lui non solo non si lamentava mai del suo stato, ma gli occhi fissi sulle icone, con segni di croce ed un perpetuo sorriso non cessava di esprimere a Dio la sua riconoscenza e la sua gioia per quel barlume di vita che conservava in sé. Migliaia di pellegrini venivano a visitarlo ed è incredibile quale benefico irraggiamento proiettava sul mondo quest'uomo incapace di ogni attività fisica. Quel paralitico faceva sicuramente più del bene che migliaia e migliaia di persone in perfetta salute che credono di compiere in diversi campi un lavoro impegnativo ed utile all'umanità.
Finché l'essere umano conserva un soffio di vita, può perfezionarsi ed essere utile agli altri uomini. Ma egli può esser utile agli altri uomini, solo perfezionandosi e può perfezionarsi, solo rendendosi loro utile. (da Sul suicidio, 1890) - Ogni uomo viene al mondo con la consapevolezza di dipendere da un Principio misterioso, onnipotente, che gli ha dato la vita,
e con anche la consapevolezza d'essere uguale a tutti gli uomini e del fatto che tutti gli uomini sono eguali tra loro,
e con un desiderio di ricevere amore e di dare amore agli altri,
e con l'esigenza di perfezionare se stesso. (da Il bastoncino verde, 1905)
[modifica] Explicit di La morte di Ivan Il'ič
E il dolore? – si domandò. – Dov'è andato? dove sei dunque, dolore?-. Prestò ascolto. Sì, eccolo. Venga pure il dolore!-. –Ma la morte dov'è essa?-. Egli cercava il suo vecchio abituale terrore della morte, e non lo trovava. Dov'è? Quale morte? non aveva più alcuna paura, perché nemmeno la morte c'era più. Invece della morte c'era la luce. [...] – È finita! –disse qualcuno su lui. Egli sentì queste parole e le ripeté nella sua anima: – Finita la morte! – si disse – Non c'è più –. Aspirò l'aria, si fermò a metà del respiro, si stese e morì.
[modifica] Bibliografia
- Lev Nikolaevič Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di Enrichetta Carafa d'Andria, Einaudi.
- Lev Nikolaevič Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di A. Osimo Muggia, A. Barion Editore, Sesto S. Giovanni, 1930.
- Lev Nikolaevič Tolstoj, Guerra e pace, traduzione di A. S. Gladkov e A. M. Osimo, U. Mursia & C., Milano 1956.
- Lev Nikolaevič Tolstoj, La sonata a Kreutzer (Krejcerova Sonata), a cura della duchessa d'Andria, Arnoldo Mondadori Editore, 1968.
- Lev Nikolaevič Tolstoj, Anna Karenina, traduzione di Ossip Felyne, Biblioteca Moderna Mondadori, 1960.
- Lev Nikolaevič Tolstoj, I quattro libri di lettura, traduzione di Nicola Odarov, Longanesi, 1976.
- Lev Nikolaevič Tolstoj, I racconti di Sebastopoli, traduzione di Vittorio Tomelleri, i grandi libri Garzanti, 1995.
- Lev Nikolaevič Tolstoj, "Perché la gente si droga?" e altri saggi su società, politica e religione a cura di Igor Sibaldi, Mondadori, 1988.
- Lev Nikolaevič Tolstoj, Il bastoncino verde: scritti sul cristianesimo, traduzione di V. Lebedev e G. Gazzeri, Sotto il Monte Servitium, 1998.
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[modifica] Opere
-
Guerra e pace (1865 – 1869) -
Anna Karenina (1877) -
La morte di Ivan Il'ič (1886) -
Sonata a Kreutzer (1891)

