H. G. Wells

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Herbert George Wells

Herbert George Wells (1886 – 1946), scrittore britannico.

  • Gli uomini, infinitamente soddisfatti di se stessi, percorrevano il globo in lungo e in largo dietro alle loro piccole faccende, tranquilli nella loro sicurezza d'esser padroni della materia. Non è escluso che i microbi sotto il microscopio facciano lo stesso.[1]
  • Mediante il tributo di milioni di morti, l'uomo ha conquistato il suo diritto di vita sulla terra, ed essa è sua contro chiunque venga per conquistarla.[1]
  • Quando, nel corso della giornata, ti accorgi di avere scritto al mattino le tue cartelle, sbrigato la corrispondenza nel pomeriggio, e non hai altro da fare, viene il momento in cui ti annoi: ecco l'ora del sesso.[2]
  • Questo è sempre stato il destino dell'energia nei tempi di pace: avvicinarsi all'arte e all'erotismo per poi languire e spegnersi.[3]
  • Se non poniamo fine alla guerra, la guerra porrà fine a noi.[4]
  • Suppongo che il suicida mentre appoggia alla tempia la canna della pistola provi per ciò che succederà l'attimo seguente quello che in quel momento provai io: un sentimento di curiosità.[3]
  • Un animale può essere feroce e anche astuto, ma per mentire bene non c'è che l'uomo.[5]

Incipit di alcune opere[modifica]

Autobiografia sperimentale[modifica]

Questo mio cervello cominciò a esistere e ad acquistare riflessi, a registrare impressioni, in una povera casa di Bromley, cittadina del Kent divenuta ormai un sobborgo di Londra.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

L'isola del dottor Moreau[modifica]

Il primo febbraio 1887 la Lady Vain naufragò a seguito di una collisione con un relitto a circa 1' di latitidine sud e 107' di longitudine ovest. Il 5 gennaio 1888, ossia undici mesi e quattro giorni dopo, a 5' e 3'' di latitudine sud e 101' di longitudine ovest, fu trovato mio zio, Edward Prendick, certamente imbarcatosi sul Lady Vain a Callao e ritenuto morto per annegamento. Era in una piccola imbarcazione aperta, dal nome illeggibile, ma probabilmente appartenuta alla goletta dispersa Ipecacuanha. Fornì un resoconto così strano di come fosse finito lì che si concluse fosse forse impazzito. In seguito disse di aver avuto un vuoto di memoria dal momento in cui era fuggito dalla Lady Vain.
[Herbert George Wells, L'isola del dottor Moreau, traduzione di Mario Monti, Mondadori]

L'uomo invisibile[modifica]

Lo sconosciuto giunse ai primi di febbraio, in un giorno invernale, venendo dalla brughiera attraverso il vento pungente e la fitta neve, l'ultima nevicata dell'anno. Proveniva, a quanto sembrava, dalla stazione ferroviaria di Bramblehurst, reggendo nella mano infilata in un grosso guanto una piccola valigia nera. Era imbacuccato dalla testa ai piedi, e la tesa del morbido cappello di feltro gli nascondeva ogni pollice del volto eccetto la punta lucida del naso; la neve accumulatasi sulle spalle e sul petto profilava di bianco il fardello che portava. Entrato che fu barcollante nella locanda Carrozze e Cavalli, più morto che vivo all'apparenza, lasciò cadere a terra la valigia. "Un fuoco" gridò "per carità cristiana! Una stanza e un fuoco!"
[Herbert George Wells, L'uomo invisibile, traduzione di Mario Monti, Mondadori]

L'uomo invisibile[modifica]

Lo straniero arrivò ai primi di febbraio, in una giornata gelida, sferzata da un vento tagliente e battuta da una fitta nevicata, l'ultima della stagione. Veniva a piedi dalla stazione di Brumblehurstm, e teneva in mano, una mano pesantemente guantata, una valigetta nera. Era imbacuccato dalla testa ai piedi, e la tesa del suo morbido cappello di feltro gli scendeva sul viso, nascondendolo quasi interamente alla vista, L'unica cosa visibile era la punta lucida del suo naso. La neve gli si era ammucchiata contro il petto e sulle spalle e aveva ricamato una cresta bianca sul bagaglio. Più morto che vivo, entrò nell'albergo «Carrozza e cavalli» e lasciò cadere in terra la valigia.
[Herbert George Wells, L'uomo invisibile (The Invisible Man), traduzione di Stefano Sudrié, TEN 1993.]

La guerra dei mondi[modifica]

Alla fine del diciannovesimo secolo nessuno avrebbe creduto che le cose della terra fossero acutamente e attentamente osservate da intelligenze superiori a quelle degli uomini e tuttavia, come queste, mortali; che l'umanità intenta alle proprie faccende venisse scrutata e studiata, quasi forse con la stessa minuzia con cui un uomo potrebbe scrutare al microscopio le creature effimere che brulicano e si moltiplicano in una goccia d'acqua. Gli uomini, infinitamente soddisfatti di se stessi, percorrevano il globo in lungo e in largo dietro alle loro piccole faccende, tranquilli nella loro sicurezza d'esser padroni della materia. Non è escluso che i microbi sotto il microscopio facciano lo stesso. Nessuno pensava minimamente che i più antichi mondi dello spazio potessero rappresentare un pericolo per gli uomini, o pensava ad essi soltanto per escludere la possibilità o anche solo la probabilità che esistesse sulla loro superficie una qualunque forma di vita. È curioso ricordare alcune idee di quei giorni lontani. Gli abitanti del nostro pianeta si figuravano al massimo che su Marte potessero esserci altri uomini, forse inferiori a loro e pronti ad accogliere a braccia aperte una missione di civilizzazione. Tuttavia, di là dagli abissi dello spazio, menti che stanno alle nostre come le nostre stanno a quelle degli animali bruti, intelletti vasti, freddi e spietati guardavano la terra con invidia e preparavano, lentamente ma con fermezza, i loro piani contro di noi. E agli inizi del ventesimo secolo si ebbe il grande disinganno.
[Herbert George Wells, La guerra dei mondi, traduzione di Adriana Motti, Mursia, 1979]

La macchina del tempo[modifica]

Il Viaggiatore nel Tempo (sarà opportuno chiamarlo così) era intento a illustrarci un argomento molto oscuro. Gli occhi grigi brillavano vivaci; il volto, generalmente pallido, era acceso e animato. Il fuoco brillava allegro; il tranquillo riverbero delle luci incandescenti nei gigli d'argento colpiva le bollicine che apparivano e scomparivano nei nostri bicchieri. Le poltrone, brevettate da lui, ci abbracciavano e accarezzavano, senza cedere al peso del corpo; dominava quella piacevole atmosfera postprandiale, quando il pensiero vaga amabilmente libero dalle pastoie della precisione. E mentre ce ne stavamo lì seduti, in pigra ammirazione davanti all'ardore con cui illustrava il nuovo paradosso (tale lo consideravamo) e davanti alla sua eloquenza, così lui parlò sottolineando i punti principali con l'indice magro.
[Herbert George Wells, La macchina del tempo, traduzione di Mario Monti, Mondadori]

La porta nel muro[modifica]

Lionel Wallace mi raccontò la storia della porta nel muro durante una serata a quattr'occhi, nemmeno tre mesi fa. Sul momento pensai che per quanto lo riguardava fosse una storia vera. Ne aveva parlato con tale schietta convinzione che non avevo potuto fare a meno di credergli. La mattina dopo però, a casa mia, considerai la cosa con altri occhi; e mentre, a letto, rammentavo le cose che mi aveva detto senza più la seduzione della sua voce pacata e sincera, lontano dal cerchio di luce della lampada da tavolo schermata e da tutta l'atmosfera soffusa d'ombre che lo avvolgeva in una con gli arredi brillanti, i cristalli, la tovaglia e le posate della cena che avevamo consumato insieme, e che avevano composto un piccolo mondo effimero e splendente del tutto remoto dalla realtà di ogni giorno, le giudicai francamente incredibili.
[Herbert George Wells, La porta nel muro e altri racconti, traduzione di Daniele Morante, Bollati Boringhieri]

Citazioni su H. G. Wells[modifica]

  • Oggi Sammler se lo ricordava come un piccolo Limey di basso ceto, e come un uomo che stava invecchiando e la cui abilità e forza di attrazione erano in declino. E nell'agonia di separarsi per sempre dai seni, dalle bocche e dai preziosi fluidi sessuali delle donne, il povero Wells, il maestro naturale, l'emancipatore del sesso, l'individuo spiegante, il benedicente compassionevole dell'umanità, alla fine non poteva che inveire e mandare tutti al diavolo. S'intende, quelle cose le scrisse durante la malattia dei suoi ultimi giorni, orribilmente depresso dalla Seconda Guerra Mondiale. (Saul Bellow)
  • La compagnia di quell'uomo era molto gradevole. Inoltre sembrava che conversare con me gli piacesse. Quanto alle sue opinioni, era semplicemente una massa di opinioni intelligenti. Ne esprimeva il maggior numero possibile, e in qualsiasi momento, sempre. Tutto quel che diceva, prima o poi, lo trovavo in forma scritta. Era come Voltaire, un grafomane. Il suo cervello era eccezionalmente attivo, pensava delle cose molto bene. Come "La scienza è il cervello della razza". (Saul Bellow)
  • La Grande Avventura è stata tentata in modo strepitoso – sulla carta, ahimè! – dal celebre H. G. Wells. Avrete certamente udito parlare di quel singolare romanzo: La macchina per esplorare il tempo, che fece un certo scalpore. (Pierre Devaux)
  • Wells non è un semplice «romanziere divertente»; è un «autore per adulti» che agita una massa di problemi concernenti la vita e la morte, la fatalità, i destini dell'uomo. I suoi romanzi sono «neri»: l'uomo vi perisce miseramente, schiacciato da forze enormi ed orribili... mentre Giulio Verne, vivificante, ottimista – spesso ingenuo – ispira il desiderio di conquistare il mondo. (Pierre Devaux)
  • Wells si burla di noi... con la nostra complicità, il che è caratteristico dello humour britannico. L'interesse è altrove: è nelle «ragioni», se si può dire, che l'«Esploratore del tempo» ci fornisce di credere nel suo viaggio. (Pierre Devaux)

Note[modifica]

  1. a b Da La guerra dei mondi.
  2. Citato in Charlie Chaplin, La mia autobiografia, traduzione di Vincenzo Mantovani, Mondadori, 1964, p. 429.
  3. a b Da La macchina del tempo.
  4. Citato in Call of Duty 2 e all'inizio del videoclip This Is War dei 30 Seconds To Mars.
  5. Da L'isola del Dr. Moreau.

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Opere[modifica]