Ignazio Silone

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Ignazio Silone
Ignazio Silone

Ignazio Silone, pseudonimo, e in seguito anche nome legale, di Secondo Tranquilli (1900 – 1978), scrittore e uomo politico italiano.

Indice

[modifica] Citazioni di Ignazio Silone

  • A mano a mano che salivamo, se ci guardavamo indietro, la nostra vista si allargava sull'intiero altipiano e scopriva, in tutto il suo splendore, la mole grandiosa del Gran Sasso. (da La terra e la gente in Abruzzo)
  • L'uomo non esiste veramente che nella lotta contro i propri limiti. (da Ed egli si nascose, Città nuova)
  • L'operaio di una città moderna usufruisce, oggi, di un benessere materiale superiore a quello di un nobile dei secoli scorsi. (da Uscita di sicurezza, Vallecchi)
  • Qualcosa di esso [il partito comunista] rimane e lascia la sua impronta sul carattere, che uno si porta dietro per tutta la vita. È interessante notare come gli ex comunisti siano facilmente riconoscibili. Formano una categoria a sé, come un tempo i preti e gli ufficiali dopo aver lasciato i loro ruoli.[1]
  • Un pezzo di carta in famiglia può sempre servire. (da Fontamara, Mondadori)

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  • Mi da fastidio stare con gente che dice di attendere la vita nuova con la stessa noia con cui si attende il tram.
  • Il conflitto finale sarà tra comunisti ed ex comunisti.

[modifica] L'avventura di un povero cristiano

  • A ogni uomo che ama la pulizia, un foglio di carta può sempre servire.
  • A udire questi due nomi, San Benedetto, San Francesco, uno sente piegarsi le ginocchia. I fondatori sono di solito delle aquile, i seguaci delle galline.
  • Gli uomini i quali una volta dicevano no alla società e andavano nei conventi, adesso il più sovente finiscono tra i fautori della rivoluzione sociale [...] Non esito ad attribuire ai ribelli il merito di una più vicina fedeltà a Cristo.
  • La tentazione del potere è la più diabolica che possa essere tesa all'uomo, se Satana osò proporla perfino a Cristo. Con Lui non ci riuscì, ma riesce con i suoi vicari.

[modifica] Vino e pane

[modifica] Incipit

Il vecchio don Benedetto leggeva il breviario seduto sul muricciolo dell'orto, all'ombra del cipresso. Sul basso muricciolo che gli serviva da panca, il nero del suo abito talare assorbiva e prolungava l'ombra dell'albero. Dietro di lui la sorella tesseva al telaio, impiantato tra una siepe di bosso e un'aiuola di rosmarino, e la navetta saltava tra l'ordito di lana rossa e nera, da sinistra a destra e da destra a sinistra, accompagnata dal ritmo del pedale che sollevava i licci e del pettine che batteva la trama.
A un certo momento la sorella del prete interruppe il lavoro per osservare con malcelata ansietà un veicolo fermo ai piedi della collina. Delusa, ella riprese a tessere. Era un carro di campagna, tirato dai buoi.
«Vedrai, non tarderanno» disse al fratello.
Egli alzò le spalle fingendo noncuranza.
A destra si trovavano la strada ferrata e la via Valeria che, tra campi di fieno, di grano, di patate, di bietole, di fagioli, di granturco, portava ad Avezzano, si arrampicava fino ai Colli di Monte Bove, scendeva a Tivoli e infine, come ogni fiume che sfocia in mare, conduceva a Roma; a sinistra, tra i vigneti, i piselli, le cipolle, c'era la via provinciale che si inerpicava subito tra le montagne e s'addentrava nel cuore dell'Abruzzo, nella regione dei faggi, dei lecci e dei superstiti ors, conducendo a Pescasseroli, a Opi, a Castel di Sangro.

[modifica] Citazioni

  • Si vive una sola volta e quest'unica volta si vive nel provvisorio, nella vana attesa del giorno in cui dovrebbe cominciare la vera vita. Così passa l'esistenza. (p. 66)
  • L'uomo che lotta per ciò che egli ritiene giusto, è libero. (p. 67)
  • Carne avvezza a soffrire, dolore non sente. (p. 161)
  • La forza della dittatura è nei muscoli, non nel cuore. (p. 253)
  • Il destino è un'invenzione della gente fiacca e rassegnata. (p. 254)
  • Non c'è mortorio senza scherzi, né matrimonio senza pianti. (p. 304)
  • L'uomo di Dio deve essere sempre stanco […]. Nell'ozio vengono i pensieri inutili, e dietro ad essi, il Maligno sempre in agguato. (p. 311)
  • La fede è una grazia (p. 345)
  • In ogni tempo e in qualunque società l'atto supremo dell'anima è di darsi, di perdersi per trovarsi. Si ha solo quello che si dona. (p. 372)
  • Cristina egli scrisse è vero che si ha quello che si dà; ma a chi dare e come dare?
    Il nostro amore, la nostra disposizione al sacrificio e all'abnegazione di noi stessi fruttificano solo se portati nei rapporti con i nostri simili. La moralità non può vivere e fiorire che nella vita pratica. Noi siamo responsabili anche per gli altri.
    Se applichiamo il nostro sentimento al male che regna intorno a noi, non potremo rimanere inattivi e consolarci con l'attesa di un mondo ultraterreno. Il male da combattere non è quella triste astrazione che si chiama il Diavolo; il male è tutto ciò che impedisce a milioni di uomini di umanizzarsi. Anche noi ne siamo direttamente responsabili…
    Non credo che ci sia, oggi, un'altra maniera di salvarsi l'anima. Si salva l'uomo che supera il proprio egoismo d'individuo, di famiglia, di casta, e che libera la propria anima dall'idea di rassegnazione alla malvagità esistente.
    Cara Cristina, non bisogna essere ossessionati dall'idea di sicurezza, neppure della sicurezza delle proprie virtù: Vita spirituale e vita sicura, non stanno assieme. Per salvarsi bisogna rischiare. (p. 373)
  • Ogni idea nuova, per propagarsi, si cristallizza in formule; per conservarsi si affida a un corpo di interpreti, prudentemente reclutato, talvolta anche appositamente stipendiato, e, a ogni buon conto, sottoposto a un'autorità superiore, incaricata di sciogliere i dubbi e di reprimere le deviazioni. Così ogni nuova idea finisce sempre col diventare una idea fissa, immobile, sorpassata. Quando questa idea diventa dottrina ufficiale dello Stato, allora non c'è più scampo.
  • Per fare bene il socialista bisogna essere milionario.
  • Poeta si diventa, ma vedova di guerra si nasce.
  • Se ne vede tanta di carta e di carta gratuita e piena di bugie, che fa perfino ribrezzo di doversene servire per la propria pulizia.

[modifica] Una manciata di more

[modifica] Incipit

«In altre parole tu mi credi un mascalzone» disse l'uomo con la paglietta in testa e la coccarda rossa all'occhiello. «Non hai fiducia in me.»
L'ingegnere chiuse gli occhi infastidito.
«Lo so, diffidi di me a causa del mio passato» insisté l'altro. «Sai che ti rispondo? Forse hai ragione. Sono sincero? Ed hai mai incontrato un mascalzone sincero, un mascalzone che si confessi? Dunque non sono tanto mascalzone quanto tu credi. Adesso, Cristo, dimmi sinceramente che pensi.»
«Niente» mormorò l'ingegnere. «Ho troppo mal di testa.»

[modifica] Citazioni

  • Per capir bene le parole sacre bisogna trovarsi in stato d'innocenza; anche allora però esse possono rimanere misteriose. (p. 30)
  • La storie invecchiano solo per quelli che non ci pensano. (p. 47)
  • Il mondo è rotondo. Chi parte, perde tempo. (p. 63)
  • I mutamenti accaduti con la guerra portarono anche in quella remota valle sorprese e illusioni; ma, per finire, piovve e nevicò come gli altri anni, e i poveri rimasero poveri. (p. 95)
  • Nei giorni di miseria, anche il brodo d'un osso può nutrire. (p. 235)

[modifica] Il pane di casa

[modifica] Incipit

Osservata dal terrapieno della vecchiachiesa di San Berardo, sopra Pescina, la conca del Fucini ci è apparsa stamane interamente ricoperta di una fitta nebbia giallastra, in modo da riprodurre sotto i nostri occhi l'immagine dell'antico lago prosciugato circa cento anni or sono. Era «un piccolo mare in mezzo alle montagne», scrisse Strabone esagerando un po'. In realtà con una superficie di circa 150 chilometri quadrati, il Fucino veniva dopo il Garda e il Verbano, ma la sua massima profondità era appena d'una ventina di metri e disgraziatamente era privo di emissario. Questa particolarità fu la croce della sua esistenza, che ricorderemo per sommi capi.

[modifica] Citazioni

  • Un asino di solito lavora fino a ventiquattro anni, un cavallo fino a quindici. Ma l'uomo disgraziato lavora fino a settanta e più. Perché Dio ha avuto pietà degli animali e non dell'uomo? D'altronde, Lui ha il diritto di fare quello che gli pare. (p. 46)

[modifica] Incipit de Il segreto di Luca

Con passo lento ma regolare, il vecchio salì l'ultimo tratto della ripida e rocciosa scorciatoia. Dove questa si ricongiungeva con la strada rotabile, sopra un piedestallo di pietra si ergeva una grande croce di ferro. L'uomo vi si fermò accanto per riprendere fiato e asciugarsi il sudore. Dietro alla croce una donna stava accoccolata per terra. Era una giovane contadina vestita di nero con una tovagliola bianca sulla testa. Non era chiaro se riposasse o pregasse. Accanto teneva una grande cesta di peperoni rossi. Sul piedestallo della croce vi erano scolpite queste parole: Ricordo della Missione dei PP. Passionisti – Quaresima 1900.

[modifica] Note

  1. Citato in Ralf Dahrendorf, Erasmiani, traduzione di M. Sampaolo, Laterza, p. 31.

[modifica] Bibliografia

  • Ignazio Silone, Il segreto di Luca, Oscar Mondadori, Milano, 1969.
  • Ignazio Silone, L'avventura di un povero cristiano, Oscar Mondadori, Milano, 1968.
  • Ignazio Silone, La terra e la gente in Abruzzo, Electa, Milano, 1963.
  • Ignazio Silone, Una manciata di more, Oscar Mondadori, Milano, 1975.
  • Ignazio Silone, Vino e pane, Oscar Mondadori, Milano, 1975
  • Ignazio Silone, Il pane di casa, Minerva Italica, 1973.

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