Giovanni Arpino

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Giovanni Arpino (1927 – 1987), scrittore e giornalista italiano.

Citazioni di Giovanni Arpino[modifica]

  • Cara Signora, mi tolgo il cappello
    il suo nome è una stella nella curva del cielo
    il suo nome rimbomba della terra alla luna.
    Mi vesto a festa, lancio i coriandoli
    il suo nome è un nome
    che si legge anche Torino.
    Il suo nome è una montagna
    di tanti scudetti,
    agli altri la manfrina, una lacrima, un peto.
    Il suo nome è il migliore, il suo nome è il più forte.
    Tu dici: sono gob. E gli altri: sono morto.
    Il suo nome si allunga,
    si contorce in un lamento
    ma resta l'idea in tutte le genti.
    Si restringe, si allunga, fa eco rotondo
    che perda che vinca tra i primi del mondo.
    Juventus, gridano,
    o Goba o Madama,
    sei forte, sei cattiva, fai girare le scatole.
    Ma un'altra non c'è
    e nessuno è stanco
    di soffrire e cantare il tuo nero e il tuo bianco.

    (da Madama Juve, poema dedicato alla Juventus Football Club; citato in dialetto piemontese in Opere [1] e in lingua italiana in Stile e stiletto. La Juventus di Arpino [2])
  • Da Superga a Meroni a Ferrini, la storia del Toro obbedisce a un copione drammatico. Di rappresentazione in rappresentazione, società tifosi, giocatori si sono cuciti addosso una divisa mentale ormai indelebile come la maglia granata: è più importante soffrire che non vincere [3].
  • Già Blok aveva intravisto nel progresso della civiltà, nell'idolatria della macchina e del ferro la minaccia di una America russa, ove l'età «ferrosa» avrebbe soffocato la dolce Russia di legno, cara a Serghej.[4]
  • JUVE, JUVE La vecchia signora, la madama, la signora omicidi, Juve primo amore, la fidanzata d'Italia, l'ambasciatrice d'Italia, il miglior «sponsor» per Torino e l'entità piemontese: sono soltanto i più noti nomignoli e definizioni che hanno etichettato il Football Club Juventus, una realtà sportiva, sociale e umana di ormai quasi centenaria storia, una «identità» di stile e di opere che non trova riscontri nella Penisola [5].
  • La Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un "esperanto" anche calcistico, il Toro è gergo [3].
  • Mille società sportive, piccole e grandi, si cancellano a vicenda perché il loro modo di essere era dilettantesco fin dalle origini, viveva d' emotività, di risultati, di traguardi miracolosamente raggiunti, di sfide occasionali. La Juventus: mai. Gioca nel tempo. Il suo "valore" non è in un titolo in più o in meno, ma nella durata [6].
  • Non avessimo bisogno delle donne saremmo tutti signori. (da La suora giovane, Mondadori)
  • Russ cume 'l sang
    fort cume 'l Barbera
    veuj ricurdete adess, me grand Turin.
    En cui ani 'd sagrin
    unica e sula la tua blessa jera.
Rosso come il sangue
forte come il Barbera
voglio ricordarti adesso, mio grande Torino.
In quegli anni di patimenti
unica e sola la tua bellezza era. (da Me Grand Turin; citato in Franco Ossola, Grande Torino per sempre!, Editrice il Punto, Torino)
  • [...] Quando dici Juventus sei conosciuto da Helsinki a Melbourne, dal Canada al Pakistan. Ed è questa 'identità' che diventa biglietto da visita internazio­nale...[7]
  • Se non avrai nemici significherà che hai sbagliato tutto. (da Azzurro tenebra)
  • Si scrive Juventus si pronuncia scudetto. "Vincere sempre, e con classe" è l'imperativo categorico della Signora. Nata come "seleçao" della borghesia torinese, via via è assurta a modello: una riserva dov'è vietato illudersi, dove giocare fa rima con lavorare, dove la vocazione ha il sigillo della professione. È un carattere di ferro la "fidanzata d'Italia". Dentro lo stile, c'è lo stiletto [3].
  • Valtellina, Valcamonica, giù fino ai laghi, alla Brianza, a Milano, non sono soltato «luoghi» ma una culla storica in cui moltissimi di noi possono riconoscersi, anche se vengono da lontane regioni e da parlate diverse. Tra le mille Italie che conosciamo, questa è un'Italia di confine ma anche un «cuore» e un «fiato» che ci assomigliano. (dalla prefazione a Immagini & messaggi dalla Valtellina)

Il buio e il miele[modifica]

Incipit[modifica]

C'era un grosso moscone dorato che ronzava lungo la finestra del pianerottolo, i muri odoravano di tinta fresca, con una virata improvvisa il moscone mordendo felicemente l'aria individuò lo spiraglio tra i vetri socchiusi, sparì. Mi affacciai anch'io per buttare la cicca. Il cortile sotto era deserto, due magre spanne di cemento nel sole di fine agosto. Più lontano, il verde consunto delle colline oltre il fiume sfumava in un cielo opaco. Con le mani controllai la bustina ben ferma sulla fronte, il nodo e la giusta caduta della cravatta, prima di suonare.

Citazioni[modifica]

  • "Davvero lei pensa d'essere una pietra? Diceva così, prima" saggiai la confidenza.
    "Macché. Penso mai io. Tutto qui il segreto: pensare a niente e ridere. Sempre tutta una gran risata. Non diventarmi noioso, Ciccio." [Ciccio e Fausto]
  • "Che significa donna o non donna? Dicono che sono innamorata di lui. Lo dicono tutti, persino mia madre, povera creatura, e di nascosto mi prendono in giro. Solo di nascosto però. Ma non è lo stupido amore, lo svenimento sfessamento che pensano loro. Io ho solo deciso. Io ho scelto. Come un cane s'incammina dietro un tizio per strada, e solo a quello. E aspetta. Aspetta e non ha bisogno di spiegarsi."
    Non sopportai il suo sguardo, che aveva trovato coraggio nel crescere della confessione.
    Mi sentii stupidamente disarmato.
    "Non è amore" disse. "È fedeltà, è fede, è credere e aspettare. Più altre cose. Chiamalo, chiamatelo come volete." [Sara e Ciccio parlando di Fausto]

[Giovanni Arpino, Il buio e il miele, Rizzoli]

Incipit di alcune opere[modifica]

Azzurro tenebra[modifica]

C'era una luce viperina nelle chiome degli alberi ritagliati contro il tramonto. E Arp pensava: crepaste tutti, avessi la forza d'accopparvi, pietoso ma anche convinto, potessi cancellarvi dal primo all'ultimo, uomini donne neonati, infame marmaglia che impesti il Pianeta.
– Buono, Arp. Non fare l'energumeno. Non farti tornare la mania omicida, – sogghignò il Vecio. Perché il Vecio possedeva la bizzarra qualità d'indovinare gli umori storti altrui.
– Zitto tu. Non sono un tuo centravanti, – brontolò Arp.

[Giovanni Arpino, Azzurro tenebra, Einaudi]

Il fratello italiano[modifica]

Non tutti i giorni ci si può svegliare ridendo, come diceva quel tale in coma.
Così seppe darsi la giusta spinta, tossicchiando, Carlo Botero, vedovo, sessantaduenne maestro elementare in pensione, nel suo ridestarsi mattutino.
Una pendola sovraccarica di falsi marmi e dorature indicava le otto in punto. Come sempre.
Botero indagò tra luci e forme della stanza. Un insulto ostile gli si introdusse nei ginocchi, nelle tempie. Un segnale malevolo, apportatore di fastidi. Avanzò comunque un piede oltre il lenzuolo, subito avvertendo il caldo estivo appiccicarglisi addosso in unta pellicola. Cercò di non sgualcire troppo il giaciglio: secondo una delle sue norme di vita bisognava rifar il letto ogni quattro giorni. Cinque anni di vedovanza avevano costituito per lui indispensabile ammonimento.

[Giovanni Arpino, Il fratello italiano, Rizzoli]

La suora giovane[modifica]

10 dicembre 1950, domenica.
Non ho coraggio.
Se riesco a stare chiuso in casa è perché non so più dove sbattere la testa. Ho passeggiato, grazie a questo smorto sole di dicembre, sono stato al cinema, ho letto il giornale. Non è ancora sera ed eccomi di nuovo qui, incerto se telefonare o no a qualcuno, se sdraiarmi sul letto o aprire la radio. Appena smetto di fare, sprofondo.
Mi vergogno. E non so se riuscirò a venir fuori da questa vergogna. Per un uomo di quarant'anni, che ha sempre cercato di stare nell'ordine, è una brutta storia. I pensieri mi ballano nella testa e appena cerco un appiglio eccomi risbattuto ancor più violentemente contro questa vergogna, e contro la vergogna di vergognarmi.

[Giovanni Arpino, La suora giovane, Einaudi]

La trappola amorosa[modifica]

"Egregio Signore Iddio,
mi perdoni quest'ultima lettera. So di non doverLe scrivere più. Ho finalmente capito la lezione: la Sua risposta è il silenzio. Ma non essendo un pensatore sono arrivato con molto ritardo a questa grave scoperta, che rende ancor più difficili le nostre preghiere. Mi ritengo un uomo come tanti, un piccolo eroe negativo e se oso rivolgermi a Lei è per dirle che il mondo d'oggi...".
Giacomo Berzia scrutò l'orologio: erano esattamente le 11, 58. dopo cinquanta secondi terminò la lettura di quella pagina. Liberando dalla cuffia il cranio e gli orecchi, percepì il crepitio dei piccoli applausi, trattenute risatine, rumori sommessi che il nastro registrato mandava in onda a chiusura della trasmissione.

[Giovanni Arpino, La trappola amorosa, Rusconi]

Le mille e una Italia[modifica]

Riccio Tumarrano si svegliò, il sole era alto, intorno apparivano solo rocce. Rocce puntute come unghie, rocce come sculture in bilico su altre piattaforme rocciose, rocce lisce come arance. E tutte erano di un colore che andava dal nero al viola.
Era lava pietrificata, figlia dell'Etna, il vulcano che Riccio vedeva perdersi altissimo nel Sole. Dove è l'Etna, lì finisce la Sicilia, avevano detto a Riccio. E lui adesso guardava il vulcano, si sentiva contento, si sentiva in capo al mondo.
Aveva dormito sul duro, ma a dodici anni le ossa sono come elastici, corde d'elastico che non patiscono niente. Un pesce si sentiva Riccio, un pesce guizzante di salute sopra e dentro la pelle.

[Giovanni Arpino, Le mille e una Italia, Einaudi]

L'ombra delle colline[modifica]

Sapevo di sognare.
La salita era ripida, il sentiero appena tracciato tra le erbe andava su con brusche curve, ogni tanto rabbuiandosi tra le acacie che si sporgevano a grappoli, a ombrello. Tutto pareva felice intorno, in un ordine e silenzio assoluti.
Sul sentiero, isolate o a mucchi, secche nel fango, erano le forme biforcute e larghe dei buoi, e altre, appena accennate, minuscole, forse di cani, di volpi. E ogni tanto, tra i fili d'erba asciutta, apparivano i coni leggeri, granulosi, dei formicai. La luce era ancora alta, morbida come il pelo di un coniglio, ben tesa nella sua celeste uniformità di dopo il tramonto.

[Giovanni Arpino, L'ombra delle colline, Mondadori]

Sei stato felice, Giovanni[modifica]

Erano lì, nell'angolo. Olga me l'aveva detto. – Ci sono tutti e tre. Fa' attenzione. Sono senza giacca ma fa' attenzione –
Era importante che non avessero la giacca, nelle tasche dei calzoni si porta raramente il coltello, mai quando lo credi necessario.
Già due volte erano venuti a cercarmi, da quella sera. Olga era riuscita a tenermeli lontani, aveva pianto e pregato, la padrona dell'albergo non s'era accorta di nulla. Sdraiato sul letto li avevo sentiti scendere le scale bestemmiando sottovoce. Ogni tanto si facevano vedere sotto la finestra. La finestra aveva un muro e un fumaiolo di fronte; quando pioveva forte la grondaia dell'altra casa mi ributtava l'acqua sui vetri.

[Giovanni Arpino, Sei stato felice, Giovanni, Einaudi]

Un delitto d'onore[modifica]

Grida di donne li sorpresero dietro l'albero.
Che è stato? Domandò Sabina mettendosi in ginocchio.
Le grida continuavano, tremende. Sabina scrutava, una mano sulla bocca per la paura.
Finalmente videro: prima le figure nere di tre donne che correvano disperatamente lungo il ciglio della collina, poi due uomini che in fretta, piegando sulle gambe, trasportavano una cosa scura e lunga, una bara. Per un attimo apparvero, dondolando, contro il bianco del cielo, poi furono inghiottiti dal verde polveroso dei noccioli, dov'era il cimitero.
Un suicida, fece Gaetano Castiglia ritornato a sedere: e lo vanno a seppellire in terra sconsacrata.

[Giovanni Arpino, Un delitto d'onore, Mondadori]

Una nuvola d'ira[modifica]

Una suora avanzò rapida frusciando lungo la corsia. Si fermò ai piedi del letto di ferro. – Tra cinque minuti ripasso col campanello – disse: – L'ora di visita è finita –
Era alta, con un volto largo e bianchissimo come di gesso, gonfio dietro gli occhiali non cerchiati. Schiuse un sorriso sui denti perfetti. – Sgridatelo – aggiunse indicando Matteo a letto: – È un ribelle, sapete? Ditegli di stare buono. Lei è la moglie? Beh, ieri sera voleva mangiare la peperonata, pensi! Lo faccia star bravo... –
– Suora – brontolò Matteo: – Mi lasci perdere. L'avete data la peperonata a quello laggiù, con tutti i suoi quarantadue di febbre? E allora mi lasci perdere, è meglio –

[Giovanni Arpino, Una nuvola d'ira, Mondadori]

Un'anima persa[modifica]

(Lunedì, 2 luglio, 196...)
Ho sempre avuto paura ma oggi è ancora diverso, oggi appena sveglio sento già fra le costole un trasalimento angoscioso, che batte, fa male, che non riesco a soffocare con le sole forze della ragione. Devo aprire gli occhi, guardare, guardarmi, e finalmente rendermi conto che questa paura è assurda, che la stanza dove ho dormito, benché estranea, non nasconde pericoli, e così la casa, la strada fuori, la città.
Poco fa il debole scricchiolio di un passo nella camera sopra la mia mi si è rivoltato in cuore e in gola come una misteriosa minaccia. Ecco: sollevo a due mani il lenzuolo e mi guardo, con la cautela che ormai so mettere in questi gesti di aiuto premeditato.

[Giovanni Arpino, Un'anima persa, Mondadori]

Passo d'addio[modifica]

«La vita o è stile o è errore».
Tracciate da un'incerta grafia queste parole spiccavano sulla lavagna tra ghirigori matematici, formule e calcoli resi ormai indecifrabili da successive cancellature. Due linee sfrecciavano però, ancora nitide, da quell'«errore» per suggerire altre possibili conclusioni: «sciagura» e «idiozia».

[Giovanni Arpino, Passo d'addio, Einaudi]

Citazioni su Giovanni Arpino[modifica]

  • Un'ora con lui era un bagno d'osservazioni, ricordi, aneddoti, confessioni, sembrava che ti avesse spiattellato su un tavolo tutto se stesso. (Indro Montanelli)

Note[modifica]

  1. Giovanni Arpino, Giorgio Bàrberi Squarotti, Massimo Romano. Opere. Rusconi, 1992 (p. 630). ISBN 88-1806-084-8.
  2. Bruno Quaranta. Stile e stiletto. La Juventus di Arpino. Limina, 1997. ISBN 88-8671-330-4.
  3. a b c Il fuorigioco di Arpino: "La vita è stile..."www.lastampa.it; 9 dicembre 2007.
  4. Giovanni Arpino, Serghej A. Esenin, l'estremo cantore dell'antica Russia di fronte alla rivoluzione, Marsilio, 1997.
  5. Giovanni Arpino, Rolando Damiani. Opere scelte. Mondadori, [edizione del] 2005 (p. 1683). ISBN 88-0452-643-2.
  6. La Juventus di Umbertowww.gazetta.it; 12 maggio 2003.
  7. Giovanni Arpino, Giorgio Bàrberi Squarotti, Massimo Romano. Opere. Rusconi, 1992 (p. 1490). ISBN 88-1806-084-8.

Bibliografia[modifica]

  • Franco Ossola, Grande Torino per sempre!, Editrice il Punto, Torino.
  • Glauco Licata, Immagini & messaggi dalla Valtellina (1987), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio 1997.

Voci correlate[modifica]

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