Gabriele D'Annunzio

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Gabriele D'Annunzio

Gabriele D'Annunzio (1863 – 1938), poeta, scrittore, drammaturgo italiano.

Citazioni di Gabriele D'Annunzio[modifica]

  • Ardisco non ordisco. (citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 621)
  • Arma la prora e salpa verso il Mondo. (da La Nave, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 504)
  • Ave dico. Per quante volte il mite | lume de li occhi suoi misericordi | ne' miei torbidi spiriti discordi | ridusse in pace ogni più trista lite. (da Ave sorella)
  • Credo nell'esperienza di un fato che ci genera e ci costringe a sporcare la faccia del mondo per vedere come ce la caveremo. Per difendermi ho imparato a maneggiare il fango. In fondo solo con il fango una mano sapiente può costruire qualche cosa che resista al fuoco. Anche se i più lo maneggiano non per costruire, ma per insozzare e per distruggere.[1]
  • Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane.
    Se considerato è come crimine l'incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo.
    Se invece di allarmi io potessi armi gettare ai risoluti, non esiterei; né mi parrebbe di averne rimordimento.
    Ogni eccesso della forza è lecito, se vale a impedire che la Patria si perda. Voi dovete impedire che un pugno di ruffiani e di frodatori riesca a imbrattare e a perdere l'Italia.
    Tutte le azioni necessarie assolve la legge di Roma.
    (dall'Arringa al popolo di Roma in tumulto, la sera del XIII maggio MCMXV, in Per la più grande Italia, pp. 73-74)
  • E l'avvenire mi apparve spaventoso, senza speranza. L'immagine indeterminata del nascituro crebbe, si dilatò, come quelle orribili cose informi che vediamo talvolta negli incubi ed occupò tutto il campo. Non si trattava d'un rimpianto, d'un rimorso, d'un ricordo indistruttibile, ma di un essere vivente. Il mio avvenire era legato a un essere vivente d'una vita tenace e malefica; era legato a un estraneo, a un intruso, a una creatura abominevole contro cui non soltanto la mia anima ma la mia carne, tutto il mio sangue e le mie fibre provavano un'avversione bruta, feroce, implacabile fino alla morte, oltre la morte. Pensavo: "chi avrebbe mai potuto immaginare un supplizio peggiore per torturarmi insieme l'anima e la carne? Il più ingegnosamente efferato dei tiranni non saprebbe concepire certe crudeltà ironiche... Non erano ancora manifesti nella persona di Giuliana i segni esterni: l'allargamento dei fianchi, l'aumento del volume del ventre. Ella si trovava dunque ancora ai primi mesi: forse al terzo, forse al principio del quarto. Le aderenze che univano il feto alla matrice dovevano esser deboli. L'aborto doveva essere facilissimo. Come mai le violente commozioni della giornata di Villalilla e di quella notte, gli sforzi, gli spasmi, le contratture, non l'avevano provocato? Tutto m'era avverso, tutti i casi congiuravano contro di me. E la mia ostilità diveniva più acre. Impedire che il figlio nascesse divenne il mio segreto proposito. Tutto l'orrore della nostra condizione veniva dall'antiveggenza di quella natività, dalla minaccia dell'intruso. Come mai Giuliana, al primo sospetto, non aveva tentato ogni mezzo per distruggere il concepimento infame? Era stata ella trattenuta dal pregiudizio, dalla paura, dalla ripugnanza istintiva di madre? Aveva ella un senso materno anche per il feto adulterino? (da L'innocente, 1891)
  • Heu! Heu! Heu! Alalà! (grido di guerra del 7 agosto 1917, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 616)
  • Ho vinto. La convalescenza comincia. Vive, vivrà. In quella sera d'afa e di lampi muti, il commiato era in fondo agli occhi dei medici. Essi esitavano di guardarmi. Uno, il più illustre, uscendo dalla stanza dove l'odore della dissoluzione si faceva intollerabile, mormorò: "soltanto il miracolo potrebbe...".
    Credo nel miracolo. (da Solus ad Solam[2])
  • Il mondo è la rappresentazione della sensibilità e del pensiero di pochi uomini superiori. (da Le vergini delle rocce, Mondadori)
  • Il piacere è il più certo mezzo di conoscimento offertoci dalla Natura e [...] colui il quale molto ha sofferto è men sapiente di colui il quale ha molto gioito. (da Il fuoco, Mondadori)
  • Io credevo che per me potesse tradursi in realtà il sogno di tutti gli uomini intellettuali: – essere costantemente infedele a una donna costantemente fedele. (da L'innocente)
  • Io ho quel che ho donato[3] perché nella vita ho sempre amato. (25 agosto 1922, da Siamo spiriti azzurri e stelle: diario inedito (17-27 agosto 1922), Giunti, 1995)
  • Io sono un animale di lusso; e il superfluo m'è necessario come il respiro. (da una lettera a Emilio Treves, 1896; citato in Guglielmo Gatti, Vita di Gabriele d'Annunzio, Sansoni)
  • Isabella forse in quell'ora viaggiava per Volterra, a traverso le crete della Valdera, a traverso le biancane sterili; vedeva di là dalla collina gessosa riapparire all'improvviso su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco il lungo lineamento murato e turrito, la città di vento e di macigno. (da Forse che sì forse che no)
  • L'Associazione del Fante Italiano aveva chiesto al Comandante un motto per la sua bandiera. Il Comandante rispose con questo scritto breve e vigoroso: Non vogliamo encomi! Il fante simbolico avrà il suo trofeo su la groppa brulla dell'Ermada o sul calvario maledetto del San Michele, mentre il fante contadino seguiterà a curvarsi sulla terra non sua e a rosicchiare il non suo tozzo, dopo aver tenuto nel fango marcio della trincea per tre anni le gambe gonfie e dopo aver per tre anni ingoiato il rancio freddo tra un servizio e un assalto. — Già nel tavolato di una baracca un veterano con le tasche piene di petardi e di sipe, dopo la discorsa di un generale sedentario scrisse col gesso la sentenza in suo latino: "Non voglamo ingomii". È il più fiero motto del fante italiano. Ecco orgogliosamente tradotto nel latino di Roma: Per se fulget. (La Testa di Ferro, giornale del Fiumanesimo, n. 25, Milano, 29 agosto 1920, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 648)
  • L'automobile è femmina.[4]
  • L'uomo a cui è dato soffrire più degli altri, è degno di soffrire più degli altri. (da L'innocente, Mondadori)
  • L'uomo è, sopra tutto, un animale accomodativo. Non c'è turpitudine o dolore a cui non s'adatti.[5]
  • La fiaccola sotto il moggio. (citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 735)
  • La mia ruota in ogni raggio, è temprata dal coraggio, e sul cerchio in piedi splende, la fortuna senza bende. (da Retro Porta Pia)
  • [Volterra] Le moli di San Giusto e della Badia, l'una ferrigna l'altra ferrugigna, pareva fossero per precipitare nella fauce; e con esse le restanti mura, e il Borgo, e la città sospesa, e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i nidi delle rondini in sommo dell'immenso e inesorabile orrore. (da Forse che sì forse che no, Ed. L'Oleandro)
  • Me ne frego è scritto nel centro del gagliardetto azzurro che l'altra notte consegnai ai serventi delle mie mitragliatrici blindate, tra i pinastri selvaggi della collina, al lume delle torce e delle stelle, mentre la piccola schiera dei volontari dalmati cantava il vecchio canto del Quarantotto, grande come il tuono dell'organo nelle navate di Sebenico o di Spalato. Il motto è crudo. Ma a Fiume la mia gente non ha paura di nulla, neppure delle parole. (citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 623)
  • Non ritroverete mai la vostra donna -amata, amante- così com'era quando da lei vi separaste..[6]
  • Non temere! Accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto; procedi sicuro e libero. Non avere omai sollecitudine se non di vivere. Il tuo fato non potrà compiersi se non nella profusione della vita. (da Le vergini delle rocce)
  • O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere (dal Per la grande Italia, orazioni e messaggi, Milano, 1915, p. 32)
  • Osare l'inosabile. (motto scritto nelle bottiglie lanciate nelle acque di Buccari il 10 febbraio 1918)[7]
  • Perché siete fuggita? Nike, non volete essere il mio grande amore? Il solo coraggio vi manca perché non avete mai sentito tutto il mondo dentro di voi, non avete mai appartenuto a voi stessa.
    Così la vostra fanciullezza se ne è andata come una inutile folata di petali in un soffio di malinconia: e la giovinezza vi ha trovata col forziere intatto. Esiste nella vostra anima tutta un'immensa zona di sensibilità inesplorata ed ignota a voi stessa. Chi vi sente la intuisce e talvolta riesce persino a percepirla come un ritmo istintivamente musicale emergente da una cacofonia. Io ho l'orecchio fine, Nike, miracolo biondo: ed ho tanta sete di lasciar cullare la mia anima da quel ritmo. Vi amo. Vi amo. E di questo amore e in questo amore sono folle e smarrito.
    Gabriele.[1][2]
  • Ricordati di osare sempre. (1918, dai Taccuini, Mondadori)[8]
Memento audere semper.[9]
  • Roma nostra vedrai. La vedrai da' suoi colli: | dal Quirinale fulgido al Gianicolo, | da l'Aventino al Pincio più fulgida ancor ne l'estremo | vespero, miracol sommo, irraggiare i cieli... | Nulla è più grande e sacro. Ha in sé la luce d'un astro. | Non i suoi cieli irragia solo, ma il mondo, Roma. (da Elegie Romane, Congedo, L'Oleandro)
  • Si vive per anni accanto a un essere umano, senza vederlo. Un giorno, ecco che uno alza gli occhi e lo vede. In un attimo, non si sa perché, non si sa come, qualcosa si rompe: una diga fra due acque. E due sorti si mescolano, si confondono e precipitano. (da Il ferro, Treves)
  • Siamo trenta d'una sorte, | E trentuno con la morte. | Eia, l'ultima! Alalà! (da Canzone del Quarnaro, in "La Beffa di Buccari con aggiunti la Canzone del Quarnaro, il Catalogo dei Trenta di Buccari", Milano, 1918)
  • Ti sento nei miei sensi e sento che i miei sensi non sanno che obbedire alla tua chiamata.
    Ora, vedi, ho l'estasi del tuo possesso vero e solitario come volevo e insieme ho l'angoscia di aver perduto una parte di me. E sono tanto felice: mi sento giovane e potente come non mai; il mio cuore pulsa nelle mie vene il sangue di Prometeo, e ho tanta voglia di piangere sulla tua bocca per farti sentire l'acredine delle mie lagrime.[1]  Fonte ulteriore? Fonte ulteriore?
  • Tutto, infatti, è qui da me creato o trasfigurato. Tutto qui mostra le impronte del mio stile, nel senso che io voglio dare allo stile. (dall'atto di donazione del Vittoriale degli Italiani)
  • [Filippo Tommaso Marinetti] Un cretino fosforescente.[10]
  • Vittoria nostra non sarai mutilata. Nessuno può frangerti i ginocchi né tarparti le penne. Dove corri? dove sali?. (da Vittoria nostra, non sarai mutilata, v. 63)
  • [lettera a Benito Mussolini su Francesco Saverio Nitti] Voi vi lasciate mettere sul collo il piede porcino del più abietto truffatore che abbia mai illustrato la storia del canagliume universale. Qualunque altro paese, anche la Lapponia, avrebbe rovesciato quell'uomo. (citato in Renzo De Felice, Mussolini: Il rivoluzionario, Einaudi, Torino, 1965, p. 560)

Attribuite[modifica]

  • Il paradiso è all'ombra delle spade.
    • È in realtà una citazione di Maometto.[11] D'Annunzio la utilizzò in La canzone d'oltremare, Merope, v. 36 (1915); la citò nuovamente il 4 maggio 1919 in Gli ultimi saranno i primi. Discorso al popolo di Roma nell'Augusteo;[12] nel 1921, infine, la utilizzò (nella forma Il Paradiso all'ombra delle Spade o Il paradiso nell'ombre delle spade) anche come titolo di un film di cui scrisse la sceneggiatura.[13]
  • Il più bel chilometro d'Italia.[14] [riferendosi al Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria]
[Citazione errata] Il 27 marzo 1955, in occasione del Giro ciclistico della Provincia, durante la radiocronaca, Nando Martellini pronunciò la frase, attribuendola a Gabriele D'Annunzio. Secondo lo storico Agazio Trombetta tuttavia la citazione non appartiene a D'Annunzio, che non era mai stato a Reggio Calabria e non aveva mai scritto nulla a tal proposito, come confermato anche dalla Biblioteca Dannunziana.[15]

Canto novo[modifica]

  • Ignudo le membra agilissime a'l sole ed a l'acqua.
  • A 'l mare, a 'l mare, Lalla, a 'l mio libero tristo fragrante verde Adriatico.
  • Chiedon l'esametro lungo salente i fantasmi che su dal core baldi mi fioriscono, e l'onda armonica al breve pentametro spira in un pispiglio languido di dattili.
  • Ma ancora ancor mi tentan le spire volubili tue, o alata strofe, coppia di serpentelli alati.

Contemplazione della morte[modifica]

Incipit[modifica]

A Mario da Pisa
Mio giovine amico, per quella foglia di lauro che mi coglieste su la fresca tomba di Barga pensando al mio lontano dolore, io vi mando questo libello dalla Landa oceanica dove tante volte a sera il mio ricordo e il mio desiderio cercarono una somiglianza del paese di sabbia e di ragia disteso lungo il mar pisano.

Citazioni[modifica]

  • Quando un grande poeta volge la fronte verso l'Eternità, la mano pia che gli chiude gli occhi sembra suggellare sotto le esangui palpebre la più luminosa parte della bellezza terrena. (p. 21)
  • Chi potrà dire quando e dove sien nate le figure che a un tratto sorgono dalla parte spessa e opaca di noi e ci apariscono turbandoci? Gli eventi più ricchi accaddono in noi assai prima che l'anima se n'accorga. E, quando noi cominciamo ad aprire gli occhi sul visibile, già eravamo da tempo aderenti all'invisibile. (p. 29)
  • Qualora le Città nobili usassero far doni ai poeti, che mai avrebbe potuto donare Bologna all'estremo Omeride se non la testa dell'Athena Lemnia? (p. 29)
  • L'anima della terra è notturna, ma la luce del sole la nasconde più che non la nasconda la tenebra. (p. 79)
  • Da Giovanni Pascoli: Giova ciò solo che non muore, e solo
    per noi non muore, ciò che muor con noi
    . (p. 99) [Sono i versi conclusivi del poemetto L'immortalità, pubblicato dal Pascoli prima col titolo Il poeta e l'astrologo nel suo scritto Pensieri scolastici (su La Rassegna scolastica, 16 dicembre 1896), quindi riscritto e incluso, in altra forma, nei Poemetti e, successivamente, nei Primi poemetti]

Il piacere[modifica]

Incipit[modifica]

L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la Piazza Barberini, su la Piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de' Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.

Citazioni[modifica]

  • Andrea vide nell'aspetto delle cose in torno riflessa l'ansietà sua; e come il suo desiderio si sperdeva inutilmente nell'attesa e i suoi nervi s'indebolivano, così parve a lui che l'essenza direi quasi erotica delle cose anche vaporasse e si dissipasse inutilmente. Tutti quelli oggetti, in mezzo a' quali egli aveva tante volte amato e goduto e sofferto, avevano per lui acquistato qualche cosa della sua sensibilità. Non soltanto erano testimoni de' suoi amori, de' suoi piaceri, delle sue tristezze, ma eran partecipi. (cap. I, p. 16)
  • Quale amante non ha provato questo inesprimibile gaudio, in cui par quasi che la potenza sensitiva del tatto si affini così da avere la sensazione senza la immediata materialità del contatto? (cap. I, p. 24)
  • Ella, ella era l'idolo che seduceva in lui tutte le volontà del cuore, rompeva in lui tutte le forze dell'intelletto, teneva in lui tutte le più segrete vie dell'anima chiuse ad ogni altro amore, ad ogni altro dolore, ad ogni altro sogno, per sempre, per sempre.... (Andrea: cap. I, p. 29)
  • Bisogna fare la propria vita, come si fa un'opera d'arte. Bisogna che la vita d'un uomo d'intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui. (padre di Andrea: cap. II, p. 41)
  • Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell'ebrezza. La regola dell'uomo d'intelletto, eccola: ― Habere, non haberi.[16] (padre di Andrea: cap. II, p. 41)
  • Il rimpianto è il vano pascolo d'uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni. (padre di Andrea: cap. II, pp. 41-42)
  • Il sofisma [...] è in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano. Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e moltiplicare il proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta nell'oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l'uomo d'intelletto son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono in fatti i più squisiti goditori dell'antichità. I sofismi fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al secolo gaudioso. (padre di Andrea: cap. II, p. 42)
  • Aveva la voce così insinuante che quasi dava la sensazione d'una carezza carnale; e aveva quello sguardo involontariamente amoroso e voluttuoso che turba tutti li uomini e ne accende d'improvviso la brama. (cap. II, p. 49)
  • Ci sono certi sguardi di donna che l'uomo amante non iscambierebbe con l'intero possesso del corpo di lei. Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza non sa la più alta delle felicità umane. Dopo, nessun altro attimo di gioia eguaglierà quell'attimo. (cap. II, pp. 57-58)
  • Da certi suoni della voce e del riso, da certi gesti, da certe attitudini, da certi sguardi ella esalava, forse involontariamente, un fascino troppo afrodisiaco. (cap. II, pp. 61-62)
  • Certo, quanto più la cosa da un uom posseduta suscita nelli altri l'invidia e la brama, tanto più l'uomo ne gode e n'è superbo. (cap. II, p. 63)
  • Quell'aria aspettava il suo respiro; quei tappeti chiedevano d'esser premuti dal suo piede; quei cuscini volevano l'impronta del suo corpo. (cap. III, pp. 85-86)
  • Il verso è tutto. (cap. VI, p. 179)
  • Da che vi ho conosciuta, ho molto sognato per voi, di giorno e di notte, ma senza una speranza e senza un fine. Io so che voi non mi amate e che non potete amarmi. E pure, credetemi, io rinunzierei a tutte le promesse della vita per vivere in una piccola parte del vostro cuore... (Andrea: cap. VIII, p. 226)
  • Com'è debole e misera l'anima nostra, senza difesa contro i risvegli e gli assalti di quanto men nobile e men puro dorme nella oscurità della nostra vita inconsciente, nell'abisso inesplorato ove i ciechi sogni nascono dalle cieche sensazioni! Un sogno può avvelenare un'anima; un sol pensiero involontario può corrompere una volontà. (cap. IX, p. 264)
  • Riaccendere un amore è come riaccendere una sigaretta. Il tabacco s'invelenisce; l'amore, anche. (Giulio Muséllaro: cap. XI, p. 320)
  • Erano i primissimi tempi della felicità: egli usciva caldo di baci, pieno della recente gioja; le campane della Trinità de' Monti, di Sant'Isidoro, de' Cappuccini sonavano l'Angelus nel crepuscolo, confusamente, come se fossero assai più lontane; all'angolo della via rosseggiavano i fuochi intorno le caldaje dell'asfalto; un gruppo di capre stava lungo il muro biancastro, sotto una casa addormentata; i gridi fiochi degli acquavitari si perdevano nella nebbia.... (cap. XI, p. 333)
  • A una porta, il cappellino di Elena urtò una portiera mal messa e si piegò tutto da un lato. Ella, ridendo, chiamò Mumps perché le sciogliesse il nodo del velo. E Andrea vide quelle mani odiose sciogliere il nodo su la nuca della desiderata, sfiorare i piccoli riccioli neri, quei riccioli vivi che un tempo sotto i baci rendevano un profumo misterioso, non paragonabile ad alcuno de' profumi conosciuti, ma più di tutti soave, più di tutti inebriante. (cap. XI, p. 335)
  • Io vi amo come nessuna parola umana potrà mai esprimere. Ho bisogno di voi. Voi soltanto siete vera; voi siete la Verità che il mio spirito cerca. Il resto è vano; il resto è nulla. (Andrea: cap. XII, p. 349)
  • Io sono camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l'unità riuscirà sempre vano. Bisogna omai ch'io mi rassegni. La mia legge è in una parola: NUNC. Sia fatta la volontà della legge. (Andrea: cap. XII, p. 364)
  • [...] e credere in te soltanto, giurare in te soltanto, riporre in te soltanto la mia fede, la mia forza, il mio orgoglio, tutto il mio mondo, tutto quel che sogno, e tutto quel che spero.... (Andrea: cap. XIV, p. 416)

[Gabriele D'Annunzio, Il piacere, Treves, Milano, 1894.]

Il trionfo della morte[modifica]

Incipit[modifica]

Ippolita, quando vide contro il parapetto un gruppo di uomini chini a guardare nella strada sottoposta, esclamò soffermandosi:
«Che sarà accaduto?»
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni[modifica]

  • Ecco, io sono vivo, io respiro. Qual è la sostanza della mia vita? Ed in balia di quali forze? Sotto l'impero di quali leggi? Io non mi posseggo, io sfuggo a me stesso, il senso che io ho del mio essere è simile a quello che può avere un uomo il quale, condannato a restare su un piano di continuo ondeggiante e pericolante, senta di continuo a mancargli l'appoggio, dovunque egli posi il piede. Io sono perpetuamente ansioso e neanche la mia ansietà è ben definita. Io non so se sia l'ansietà del fuggiasco inseguito alla calcagna o di chi insegue senza mai raggiungere. Forse l'una e l'altra insieme.
  • La volontà di vivere si ritirava da lui a poco a poco, come il calore abbandona un cadavere. L'esistenza di lei non era per sempre avvelenata?
  • Ha voluto morire per non aver potuto rendere la sua vita conforme al suo sogno.
  • Per me, esiste. Egli ora esiste per me solo.
  • Un amore sano e forte mi potrebbe guarire.
  • C'è sulla Terra una sola ebrezza durevole: la sicurità nel possesso di un'altra creatura, la sicurezza assoluta, incrollabile. Io cerco questa ebrezza. Io vorrei poter dire:- la mia amante, vicina o lontana, non vive se non del pensiero di me; ella è sottomessa con gioia ad ogni mio desiderio, ha la mia volontà per unica legge; s'io cessassi d'amarla, ella morirebbe; spirando ella non rimpiangerà se non il mio amore.
  • Le mille fatalità ereditarie gli impedivano di avvicinarsi all'ideale agognato dal suo intelletto.
  • Io penso che da morta ella raggiungerà la suprema espressione della sua bellezza. Morta!
  • E s'ella morisse? Ella diventerebbe materia di pensiero, una pura idealità. Io l'amerei oltre la vita, senza gelosia, con un dolore pacato ed eguale.
  • Ella è una preziosa amante; è la mia creatura.
  • "L'uno, sempre, è l'ombra dell'altra" egli pensò " Dov'è la Vita è il Sogno; dov'è il Sogno è la Vita".
  • Tutte quelle facoltà mimiche appunto concorrevano a rendere più visibile in lei, per gli occhi di Giorgio, il predominio della vita corporea inferiore.
  • "Il desiderio!" pensò, Giorgio, richiamato così alla sua donna, alla corporale tristezza del suo amore. "Chi ucciderà il desiderio?"
  • " Ella è dunque la Nemica" pensò Giorgio, "Finché vivrà, finché potrà esercitare sopra di me il suo impero, ella m'impedirà di porre il piede su la soglia che scorgo. E come ricupererò io la mia sostanza, se una gran parte è nelle mani di costei? Vano è aspirare a un nuovo mondo, a una vita nuova. Finché dura l'amore, l'asse del mondo è stabilito in un solo essere e la vita è chiusa in un cerchio angusto. Per rivivere e per conquistare, bisognerebbe che io m'affrancassi dall'amore, che io mi disfacessi della Nemica..."
  • Credi nella linea visibile e nella parola proferita. Non cercare oltre il mondo delle apparenze creato dai tuoi sensi meravigliosi. Adora l'illusione.
  • Ella appariva così, la donna di delizia, il forte e delicato strumento di piacere, l'animale voluttario e magnifico destinato ad illustrare una mensa, a rallegrare una mensa, a rallegrare un letto, a suscitare le fantasie ambigue d'una lussuria estetica. Ella così appariva nello splendore massimo della sua animalità: lieta, irrequieta, pieghevole, morbida, crudele.
  • La sua forma è disegnata dal mio desiderio; le sue ombre sono prodotte dal mio pensiero. Ella, quale mi appare in tutti gli istanti, non è se non l'effetto di una mia continua creazione interiore. Ella non esiste se non in me medesimo.
  • Gravis dum suavis!
  • Perché dunque la terribile "volontà" della Specie si ostinava in lui con tanto accanimento a richiedere, a strappare il tributo vitale da quella matrice devastata già dal morbo, incapace di concepire? Mancava alla donna amata il più alto mistero del Sesso.
  • Io mi vestirò delle menzogne che senza fine produrrà il tuo desiderio. Sono più forte del tuo pensiero. L'odore della mia pelle può dissolvere in te un mondo.
  • Egli non riconosceva se non il Trionfo della Vita.
  • "Non aspirava se non ad essere egli medesimo l'eterna voluttà del Divenire..."
  • "Certo" egli pensava "la Musica lo iniziò al mistero della Morte; gli mostrò di là dalla vita un notturno impero di meraviglie." Perché dunque non avrei io la stessa iniziatrice allo stesso mistero. Non era stata, per lui e per Demetrio, la Musica una Religione? Non aveva ad entrambi ella rivelato il mistero della vita suprema?
  • Ricostruì quel meraviglioso Tempio della Morte. "Datemi una maniera nobile di trapassare! Che la Bellezza distenda uno de' suoi veli sotto il mio ultimo passo! Questo soltanto imploro al mio Destino."

La città morta[modifica]

Dall'Atto Primo
Scena Terza.
Bianca Maria: Mangereste, Anna, un'arancia profumata? Vorreste trovarvi ora in un giardino siciliano?
Anna fa un gesto nell'aria come per trarre a sé la fanciulla.
Anna: Che strana voce v'è venuta alle labbra, ora, Bianca Maria! Sembra una voce nuova: come una che dormiva e che si sveglia all'improvviso....
Bianca Maria: Vi stupisce il mio desiderio? Non vi piacerebbe d'avere su le ginocchia un canestro di frutti? Ah, con che avidità io ne mangerei! A Siracusa camminavamo nei boschi d'aranci, vedendo fra i tronchi splendere il mare: gli alberi avevano su i rami gli antichi frutti e i nuovi fiori; i petali ci cadevano sul capo come una neve odorante; e noi mordevamo la polpa succulenta come si morde il pane.
Anna tende di nuovo le mani per attrarre mentre l'altra resta ancora un po' discosta.
Bianca Maria: Là voi vorreste vivere. Là, là è la gioia! Tutto il vostro essere chiede la gioia, ha bisogno di gioia. Ah come deve brillare oggi la vostra giovinezza! Il desiderio di vivere s'irradia dalla vostra persona come il calore da un focolare. Lasciate che io riscaldi le mie povere mani!
Bianca Maria le si appressa, e si siede ai piedi di lei su uno sgabello basso. Come Anna le tocca le gote, ella ha un brivido palese.
Bianca Maria: Perché sono fredde le vostre mani, Anna?
Anna: Tutto il vostro viso batte come un polso violento.
Bianca Maria: Il sole m'ha accesa. Di là, alla mia finestra, son rimasta a guardare sotto il sole. La pietra del davanzale era quasi rovente. Qui, anche, tutta la stanza omai è invasa dal sole. La striscia arriva là, sino ai piedi dell'Ermete. Siamo sedute sul margine d'un rivo d'oro. Inchinatevi un poco.
Anna, toccandola vagamente sul viso, su i capelli.
Anna: Come tu ami il sole! Come tu ami la vita! Ho udito un giorno Alessandro dirti che somigliavi alla Vittoria che si dislaccia i sandali. Mi ricordo.... ad Atene.... in un marmo dolce come un avorio, una figura delicata e impetuosa che dava il desiderio del volo, d'una corsa aerea senza termine.... Mi ricordo: la sua piccola testa si disegnava nella curva dell'ala che pendeva in riposo dall'Omero. Alessandro diceva che l'impazienza del volo era diffusa in tutte le pieghe della tunica e che nessun'altra imagine rappresentava più vivamente il dono della celerità divina.... Noi vivemmo per qualche tempo nell'incanto della sua grazia giovenile. Ogni giorno salivamo all'Acropoli per rivederla.... È vero che voi le somigliate, Bianca Maria?
Bianca Maria, turbata dalla maniera singolare della cieca che continua a toccarla.
Bianca Maria: Io sono senza ali. Voi me le cercate inutilmente.
[Gabriele D'Annunzio, La città morta, 1896; pubbl. 1898.]

Laudi[modifica]

Alcyone[modifica]

  • Settembre, andiamo. È tempo di migrare. | Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori | lascian gli stazzi e vanno verso il mare. (I pastori, vv. 1-3)
  • Taci. Su le soglie | del bosco non odo | parole che dici | umane; ma odo | parole più nuove | che parlano gocciole e foglie | lontane. (La pioggia nel pineto, 1-7)

La sera fiesolana[modifica]

  • Fresche le mie parole ne la sera | ti sien come il fruscìo che fan le foglie | del gelso ne la man di chi le coglie. (vv. 1-3)
  • Laudata sii pel tuo viso di perla, | o Sera, e pe' tuoi grandi umidi occhi ove si tace | l'acqua del cielo || Dolci le mie parole ne la sera | ti sien come la pioggia che bruiva | tepida e fuggitiva. (vv. 15-20)
  • Laudata sii per le tue vesti aulenti, | o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce | il fien che odora! (vv. 32-34)
  • Laudata sii per la tua pura morte, | o Sera, e per l'attesa che in te fa palpitare | le prime stelle! (vv. 49-51)

L'oleandro[modifica]

  • Erigone, Aretusa, Berenice, | quale di voi accompagnò la notte | d'estate con più dolce melodìa | tra gli oleandri lungo il bianco mare? (vv. 1-4)
  • "Il Giorno" disse pianamente Erigone | verso la luce "non potrà morire. | Mai la sua faccia parve tanto pura, | non ebbe mai tanta soavità". | Era la sua parola come il vento | d'estate quando ci disseta a sorsi | e nella pausa noi pensiamo i fonti | dei remoti giardini ov'egli errò. (vv. 17-24)
  • Pur, profondando nella sabbia i nudi | piedi, io sentia partirsi lentamente | il buon calor del tramontato sole. (vv. 30-32)
  • Tutto allora fu grande, anche il mio cuore. | Oh poesia, divina libertà! (vv. 49-50)
  • Così ci parve riudire il canto | delle Sirene, dalla nave concava | di prora azzurra, fornita di ponti, | veloce, in un doloroso ritorno | spinta dal vento al frangente del mare, | né ci difese Odisseo dal periglio | con la sua cera; ma il cuore, non più | libero, novellamente anelava. (vv. 65-72)
  • O Aretusa, perché non ho il tuo nome? | Nascesti tu nell'isola di Ortigia | come l'amor del violento fiume? (vv. 102-104)
  • O Glauco, ti sovvien della Sicilia | bella?" Ed io più non vidi la grande Alpe, | il bianco mare. Io dissi: "Andiamo, andiamo!" (vv. 111-113)
  • Ti sovvien della bella Doriese | nomata Siracusa nell'effigie | d'oro cò suoi delfini e i suoi cavalli, | serto del mare? (vv. 114-117)
  • Scendemmo al porto. Ti sovvien dell'ora? | Un rogo era l'Acropoli in Ortigia; | ardevano le nubi su 'l Plemmirio | belle come le statue su 'l fronte | dei templi; parea teso dalla forza | di Siracusa il grande arco marino. (vv. 128-133)
  • E noi gridammo, e un súbito clamore | corse lungo le stoe quando la nave | piena d'eternità giunse all'approdo. | Portatrice di gloria, ella vivea | magnanima, sublime. (vv. 134-138)
  • ma sì vivea divinamente d'una | cosa ch'ella recava d'oltremare, | al re Ierone vincitor col carro; | ma la facea magnanima e sublime | una cosa recata d'oltremare, | più lieve che corona d'oleastro: | l'Ode, foggiata di parole eterne". (vv. 149-155)
  • "E' vero, è vero!" io dissi. "Mi sovviene". | Ed il cuore profondo mi tremò, | tremò della divina poesia. | "Mi sovviene. Era l'Ode trionfale: | Canta Demetra che regna i feraci | campi siciliani, e la sua figlia | cinta di violette! Canto, o Clio, | dispensatrice della dolce fama, | la corsa dei cavalli di Ierone! (vv. 156-164)
  • varcammo l'Istmo pel diolco. Quivi | eroi vedemmo e Pindaro con loro. | Ed obliammo l'usignuol di Ceo | per l'aquila tebana. Era la tua | mitica luce sul Tirreno, o madre Ellade, (vv. 176-181)
  • Ma non sostenne il nostro cuor mortale | quel silenzio sublime. Si piegò | verso il sorriso delle donne nostre. | E Derbe disse ad Aretusa: "Quando | fiorì di rose il lauro trionfale?". | Era la donna giovinetta alzata, | mutevole onda con un viso d'oro, | tra gli oleandri; (vv. 207-214)
  • Disse Aretusa: "Bene io te 'l dirò" | mutevole onda con un viso d'oro. | Disse: "Inseguiva il re Apollo Dafne | lungh'esso il fiume, come si racconta. (vv. 219-222)
  • Rapido il re Apollo più l'incalza, | infiammato desio, per lei predare. | All'alito del dio doventa fiamma | la chioma della ninfa fluvïale. (vv. 230-233)
  • M'odi tu? M'odi tu? Dafne, sei muta? | Rispondi! " Abbrividiscono le frondi | sino alla vetta. Nel silenzio un breve | murmure spira. "M'odi tu? Rispondi!" | Move la vetta un fremito più lieve. | Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi | cieli le rive alto silenzio tiene. | Il bellissimo lauro è senza pianto; | il dolore del dio s'inalza in canto. | Odono i monti e le valli serene. (vv. 364-373)
  • E' l'alba, è l'alba. Il dio si desta: un grido | di meraviglia irraggia tutti il lido. | Brilla di rose il lauro trionfale!" (vv. 398-400)
  • "Sol d'oleandro voglio laurearmi" | io dissi. Ed Aretusa era contenta; | e recise per me altri due rami | e fè l'atto di cingermi le tempie | dicendomi: "Pè tuoi novelli carmi! (vv. 410-412)
  • E il giorno estivo non potea morire, | ma sorrideva sopra il bianco mare | silenziosamente senza fine; | e la notte, che avea parte ineguale, | spiava il bel nemico dalle chiostre | dei monti azzurra come te, Cyane. (vv. 416-421)
  • "Il Giorno" disse "non potrà morire. (vv. 432)
  • Pur tanto è dolce che la Notte oscura | non già lo spegne ma di lui s'accende, (vv. 439-440)
  • Orione si slaccia l'armatura, | e Boote si volge, e Cinosura | vacilla; e l'Orsa anche impallidirà. | Oblia la Notte tutte le sue stelle | e il duolo antico degli amanti umani. | Che con lei piangeremo ella non sa. (vv. 472-477)
  • O Notte, piangi tutte le tue stelle! (vv. 478)
  • il grido dell'allodola domani | dall'amor nostro ci disgiungerà". | Un'altra era con noi, ma restò muta, | tra gli oleandri lungo il bianco mare. (vv. 479-482)

Elettra[modifica]

  • O deserta bellezza di Ferrara, | ti loderò come si loda il vólto | di colei che sul nostro cuor s'inclina | per aver pace di sue felicità lontane. (Le città del silenzio, cap. I, vv. 1-4)
  • O Pisa, o Pisa, per la fluviale | melodìa che fa sì dolce il tuo riposo | ti loderò come colui che vide | immemore del suo male | fluirti in cuore | il sangue dell'aurore | e la fiamma dei vespri | e il pianto delle stelle adamantino | e il filtro della luna oblivioso. (Le città del silenzio, cap. I, vv. 28-36)
  • Ravenna, glauca notte rutilante d'oro, | sepolcro di violenti custodito | da terribili sguardi, | cupa carena grave d'un incarco | imperiale, ferrea, construtta | di quel ferro onde il Fato | è invincibile, spinta dal naufragio | ai confini del mondo, | sopra la riva estrema! (Le città del silenzio, cap. I, vv. 55-63)
  • Non alla solitudine scrovegna, | o Padova, in quel bianco april felice | venni cercando l'arte beatrice | di Giotto che gli spiriti disegna; || né la maschia virtù d'Andrea Mantegna, | che la Lupa di bronzo ebbe a nutrice, | mi scosse; né la forza imperatrice | del Condottier che il santo luogo regna. || Ma nel tuo prato molle, ombrato d'olmi | e di marmi, che cinge la riviera | e le rondini rigano di strida, || tutti i pensieri miei furono colmi | d'amore e i sensi miei di primavera, | come in un lembo del giardin d'Armida. (da Padova, in Le città del silenzio, cap. II)
  • Così edificò Egli | nella luce e nell'ombra | l'opera d'eterne parole | che ingombra l'orizzonte | umano con la sua mole | immensa. (Nel primo centenario della nascita di Vittore Hugo)
  • Ma il tutto è in lui. Nel suo petto | concluso è il mondo. (Nel primo centenario della nascita di Vittore Hugo)

Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini[modifica]

  • Nell'isola divina che l'etnèo | Giove alla figlia di Demetra antica | donò ricca di messi e di cavalli, | di lunghe navi e di città potenti, | d'aste corusche e di cerate canne, | di magnanimi eroi e di pastori | melodiosi, (vv. 1-7)
  • dal santo lido ove apparì l'Alfeo | terribile che tenne la sua brama | immune dentro all'infecondo sale, | da Ortigia ramoscel di Siracusa, | che fu sorella a Delo e abbeverava | nell'orrore notturno la sirena | ai fonti ascosi, (vv. 8-14)
  • Dove il veglio Stesicoro per Ilio | ereditò la cecità di Omero, | dove Pindaro assunse ai cieli il carro | del re Ierone fondatore d'Etna | e Teocrito addusse tra i bifolchi | eloquenti le Càriti dal fresco | fiato silvano, (vv. 49-55)
  • Inno di gloria, irràggiati dei raggi | più fulgidi recando all'ansiosa | moltitudine, accolta nel Teatro | riconsacrato dalla reverenza, | l'imagine del giovine Cantore. | auspice e i testimonii del fatale | suolo ove nacque. (vv. 128-134)
  • Saluta, mentr'ei viene, Inno, l'ignita | vetta e il lido aretùside, sospiro | d'Atene, e le vocali selve, e i fiumi | che il chiaro Ionio beve, e Siracusa | e Taormina e la natal Catana | con l'orme che v'impressero congiunte | Ellade e Roma. (vv. 145-151)
  • Italia, Italia, quale messaggero | di popoli trarrà da quel silenzio | venerando il messaggio che s'attende? | Quivi taluno interroga i vestigi? | pacato curvasi ad apprender come | si tagli il marmo per edificare | immortalmente? (vv. 169-175)
  • Saluta, nella gloria del Cantore | fiorito a piè dell'Etna, | l'Aventino sul Tevere d'Italia, | il monte che salivano i Carmenti | aedi del Futuro; | però che tutto alla Gran Madre torni | e d'ogni raggio s'orni | il suo capo che sta sopra la Terra. | Sveglia i dormenti e annunzia ai desti: "I giorni | sono prossimi. Usciamo all'alta guerra!" (vv. 207-216)

Maia[modifica]

  • [...] la mia anima visse come diecimila! (cap. I, vv. 80-81)
  • Nessuna cosa mi fu aliena, nessuna mi sarà! [...] Laudata sii Diversità delle creature, sirena del mondo! (cap. I)
  • Tutto fu ambito e tutto fu tentato. Ah perché non è infinito come il desiderio il potere umano? [...] Tutto fu ambito e tutto fu tentato. Quel che non fu fatto io lo sognai; e tanto era l'ardore che il sogno eguagliò l'atto. (cap. I)
  • [Ulisse] Sol con quell'arco e con la nera | sua nave, lungi dalla casa | d'alto colmigno sonora | d'industri telai, proseguiva | il suo necessario travaglio | contra l'implacabile Mare. (cap. IV, vv. 58-63)

Merope[modifica]

  • Quei di Salerno il lor lunato golfo, | gli archi normanni, tutta bronzo e argento | la porta di Guïsa e di Landolfo | aveansi in cuore, e l'arte e l'ardimento | onde tolse lo scettro ad Alberada | Sigilgaita dal quadrato mento. (da La canzone del Sacramento, vv. 127-132)

[Gabriele D'Annunzio, Maia, Elettra, Alcyone, Merope, in Laudi, in Versi d'amore e di gloria, Mondadori Meridiani, Milano, 2004, vol. II.]

Per la morte di Giuseppe Verdi[modifica]

Incipit[modifica]

Si chinaron su di lui tre vaste fronti | terribili, col pondo | degli eterni pensieri e del dolore: | Dante Alighieri che sorresse il mondo | in suo pugno ed i fonti | dell'universa vita ebbe in suo cuore; | Leonardo, signore | di verità, re dei dominii oscuri, | fissa pupilla a' rai de' Soli ignoti; | il ferreo Buonarroti | che animò del suo gran disdegno in duri | massi gli imperituri figli, i ribelli eroi | silenziosi onde il Destino è vinto. | Vegliato fu da' suoi | fratelli antichi il creatore estinto.

Citazioni[modifica]

  • La melodia suprema della Patria | in un immenso coro | di popoli salì verso il defunto. | Infinita, dal Brènnero al Peloro | e dal Cimino al Catria, | accompagnò nei cieli il figlio assunto.
  • La bellezza e la forza di sua vita, | che parve solitaria, | furon come su noi cieli canori. | Egli trasse i suoi cori | dall'imo gorgo dell'ansante folla.
  • Diede una voce alle speranze e ai lutti. | Pianse ed amò per tutti. | Fu come l'aura, fu come la polla.
  • Nella notte così gli eterni spirti | riconobbero il Grande | cui sceso era pe' tempi il lor retaggio. | Il titano giacea senza ghirlande, | senza lauri né mirti, | sul coronato del suo crin selvaggio.

[Gabriele D'Annunzio, Per la morte di Giuseppe Verdi; citato in Stefano Verdino, Giuseppe Verdi. Un coro e terminiam la scena, Poesia, anno XIV, maggio 2001, n. 150, Crocetti Editore]

Incipit di alcune opere[modifica]

Forse che sì, forse che no[modifica]

«Forse,» rispondeva la donna quasi protendendo il sorriso contro il vento eroico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio ora argentino come i salici della pianura fuggente. [...]
«Vi prendete gioco di me?»
«Tutto è gioco.»
Il furore penetrò nel petto dell'uomo chino sul volante della rossa macchina precipitosa...
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Il fuoco[modifica]

I
L'Epifania del Foco
– Stelio, non vi trema il cuore, per la prima volta? – chiese la Foscarina con un sorriso tenue, toccando la mano dell'amico taciturno che le sedeva al fianco.
– Vi veggo un poco pallido e pensieroso. Ecco una bella sera di trionfo per un grande poeta!
Uno sguardo le adunò negli occhi esperti tutta la bellezza diffusa per l'ultimo crepuscolo di settembre divinamente, così che in quell'animato cielo bruno le ghirlande di luce che creava il remo nell'acqua da presso cinsero gli angeli ardui che splendevano da lungi su i campanili di San Marco e di San Giorgio Maggiore.

[Gabriele D'Annunzio, Il fuoco, BMM, 1959.]

L'innocente[modifica]

Andare davanti al giudice e dirgli: «Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l'avessi uccisa. Io, Tullio Hermil, io stesso l'ho uccisa».
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

La fiaccola sotto il moggio[modifica]

Donna Aldegrina — Annabella, Annabella, non senti come tremano le mura? Che è mai questa romba? La casa crolla?
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

La figlia di Iorio[modifica]

Nella terra d'Abruzzi, or è molt'anni.
Atto Primo
Scena Prima
Splendore, Favetta e Ornella, le tre sorelle, saranno in ginocchio davanti alle tre arche del corredo nunziale, chine a scegliere le vestimenta per la sposa. La loro fresca parlatura sarà quasi gara di canzoni
a mattutino
.
SPLENDORE: Che vuoi tu, Vienda nostra?
FAVETTA: Che vuoi tu, cognata cara?
SPLENDORE: Vuoi la veste tua di lana?
o vuoi tu quella di seta
a fioretti rossi e gialli?
ORNELLA: cantando
Tutta di verde mi voglio vestire, tutta di verde per Santo Giovanni,
ché in mezzo al verde mi venne a fedire...
Oilì, oilì, oilà!
SPLENDORE: Ecco il busto dei belli ricami
con la sua pettorina d'argento,
la gonnella di dodici téli,
la collana di cento coralli
che ti diede la madre tua nova.
ORNELLA: cantando
Tutta di verde la camera e i panni.
Oilì, oilì, oilà!
[Gabriele D'Annunzio, La figlia di Iorio, BMM, 1957.]

Le novelle della Pescara[modifica]

Il Viatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le strade era la primizia della neve, su tutte le case la neve. Ma in alto grandi isole azzurre apparivano tra le nuvole nevose, si dilatavano sul palazzo di Brina lentamente, s'illuminavano verso la Bandiera. E nell'aria bianca, sul paese bianco appariva ora subitamente il miracolo del sole.
Il viatico s'incamminava alla casa di Orsola dell'Arca. La gente si fermava a veder passare il prete incedente a capo nudo, con la stola violacea, sotto l'ampio ombrello scarlatto, tra le lanterne portate dai clerici accese. La campanella squillava limpidamente accompagnando i Salmi sussurrati dal prete. I cani vagabondi si scansavano nei vicoli al passaggio. Mazzanti cessò di ammucchiare la neve all'angolo della piazza e si scoprì la zucca inchinandosi. Si spandeva in quel punto dal forno di Flaiano nell'aria l'odore caldo e sano del pane recente.
[Gabriele D'Annunzio, Le novelle della Pescara, BMM 1959.]

Le vergini delle rocce[modifica]

Io vidi in questi occhi mortali in breve tempo schiudersi e splendere e poi sfiorire e l'una dopo l'altra perire tre anime senza pari: le più belle e le più ardenti e le più misere che sieno mai apparse nell'estrema discendenza d'una razza imperiosa.
Su i luoghi dove la loro desolazione, la loro grazia e il loro orgoglio passavano ogni giorno, io colsi pensieri lucidi e terribili che le antichissime rovine delle città illustri non mi avevano mai dato.
[Gabriele D'Annunzio, Le vergini delle rocce, BMM 1957.]

Citazioni su Gabriele D'Annunzio[modifica]

  • A D'Annunzio non interessa trasmettere alcunché, vuole solo costruire delle strutture e per costruire saccheggia la totalità del vocabolario italiano. (Giorgio Manganelli)
  • Avrei una sola domanda da farvi in risposta alla vostra lettera: perché mi parlate così? Voi "maestro di vita"… siete così inesperto nell'interpretare gli atteggiamenti e i gusti delle donne che incontrate? E allora vi parlerò chiaramente: desidero di essere lasciata alla mia solitudine che mi è cara, che mi è rifugio.
    No, Maestro, non voglio essere il vostro grande amore e non voglio cullare la vostra anima al ritmo musicale del mio canto. Non amo cantare. Amo i cavalli, i cani, la caccia, e tutte le cose che mi mettono in condizione di provare agli uomini che non tutte le donne sono animali da preda. Nella nostra ultima passeggiata mi avete chiamata "Nike", e nella vostra lettera mi chiamate ancora così. Perché? Quale vittoria rappresento io? La Vostra o la mia? Ditemi in che modo avete riportato una vittoria su me; ditemi su chi o su che cosa ho io riportato una vittoria. Ho piuttosto la sensazione di aver subito una sconfitta... (Alessandra Carlotti di Rudinì)
  • D'Annunzio è come un dente guasto: o lo si estirpa o lo si ricopre d'oro. (Benito Mussolini)
  • D'Annunzio è stato una creazione masmediatica del sistema di allora, non sarebbe mai esistito al di fuori dell'apparato del potere del momento, e infatti, caduto il sistema, caduta la fortuna di D'Annunzio, che nessuno legge più, malgrado le volte che si è tentato di farlo resuscitare. (Aldo Busi)
  • D'Annunzio non lascia mai deteriorare un amore, lo interrompe sempre prima, quando si accorge che non alimenta più la sua creatività. È questa la differenza con Don Giovanni. Don Giovanni colleziona successi in competizioni amorose, mentre D'Annunzio usa l'amore come fonte di creatività artistica. Egli continua la relazione in base a questo solo criterio. Nel momento in cui si accorge che quell'amore non alimenta più il suo genio, rompe e cerca subito un altro amore. Così si conserva del primo il sapore, il desiderio, che trasferisce immediatamente alla nuova persona che gli appare più evocativa, più stimolante. E si butta nella avventura totalmente, anima e corpo, senza risparmiarsi, ma avendo sempre in mente con estrema chiarezza che il fine dell'amore, il suo senso, non è la creazione di una coppia, o di una famiglia, o di qualsivoglia altra cosa, ma solo la creazione artistica. Quando scoppierà la Prima guerra mondiale vi si butterà fino in fondo, come se fosse un altro amore, l'ultimo. (Francesco Alberoni, in Sesso e Amore)
  • Della noia e dell'ammirazione stupefatta per quel Cagliostro militarizzato della letteratura che fu d'Annunzio (Italia novecentesca al cubo) oggi non mi resta che la noia. Fiume meritava più navi e commerci che puttanieri in stivali e "alalà"». (Enzo Bettiza)
  • L'unico rivoluzionario in Italia. (Lenin)
  • [Sull'impresa di Fiume]
    Si deve dire che ci fu un uomo il quale prese ad un tratto in pugno tutto il destino dell'impresa. Fu il gigante che inarcò le spalle a sorreggere il peso immane di uno sforzo pauroso: quello necessario ad impugnare un revolver ed a spianarlo contro la fronte di un altro uomo, per la fulminea eliminazione dell'ostacolo insormontabile.
    — Occorrono i camions? — interrogò egli.
    — Per l'appunto.
    — E vi disperate perché non ci sono?
    — Precisamente.
    — Allora, fermi tutti. Ci penso io!
    Non disse altro. Non chiese nulla. Non esitò un istante. Balzò in automobile e si precipitò a rotta di collo verso Palmanova. [...]
    Furono a un tratto faccia a faccia: quegli che voleva i camions e quegli che doveva darli. Due capitani. Due italiani. [...]
    Alla breve luce di una lampada, entro l'angusto spazio di una cameretta uso baracca, la polemica fu subito troncata da un gesto di minaccia. L'ufficiale di d'Annunzio sollevò il pugno armato di rivoltella all'altezza di quella fronte curva nel diniego inesorabile. E le parole della intimazione furono scandite nel silenzio con la voce tronca che mozza il respiro.
    — O tu cedi o io sparo!
    L'altro impallidì. Poi disse:
    — Cedo alla violenza.
    Non si sentiva di morire per 40 camions. E poi, quegli che lo fronteggiava non era un austriaco. Gli brillavano sul petto tre medaglie d'argento. E coteste tre medaglie ne aspettavano un'altra: d'oro. Era dunque un eroe autentico. Ed era precisamente il capitano degli arditi Ercole Miani, triestino, conquistatore del Vodice. (Piero Belli)

Filippo Tommaso Marinetti[modifica]

  • Un Montecarlo di tutte le letterature.
  • Nei suoi versi c'è una triplice fonte di suoni, di profumi e colori che immergono il lettore in una riserie meravigliosa di cui si potrebbe trovare l'equivalentesoltanto riunendo le qualità speciali di un Beaudelaire, di un Verlaine, di uno Shelley, di uno Swinburne.
  • […] Una violenta simpatia mi obbliga sempre ad ammirare in lui il prestigioso seduttore, l'ineffabile discendente di Casanova e Cagliostro e di tanti avventurieri italiani, di cui restano leggendari l'astuzia, il coraggio vittorioso e l'infaticabile strategia diplomatica.
  • Bisogna ad ogni costo combattere Gabriele d'Annunzio, perché egli ha raffinato con tutto il suo ingegno, i quattro veleni intellettuali che noi vogliamo assolutamente abolire:
1º la poesia morbosa e nostalgica della distanza e del ricordo; 2º il sentimentalismo romantico grondant di chiaro di luna, che si eleva verso la Donna-Bellezza ideale e fatale; 3º l'ossessione della lussuria, col triangolo dell'adulterio, il pepe dell'incesto e il condimento del peccato cristiano; 4º la passione professorale del passato e la mania delle antichità e delle collezioni.

Note[modifica]

  1. a b c Da una lettera ad Alessandra Carlotti di Rudinì; citato in Gigi Moncalvo, Alessandra Di Rudinì. Dall'amore per D'Annunzio al Carmelo, Edizioni Paoline, 1994.
  2. a b Citato in Lucy Napoli Prario, Tre abiti bianchi per Alesandra, Arnoldo Mondadori Editore, 1966.
  3. Motto inciso sull'ingresso del Vittoriale; citato anche in Vitaliano Brancati, Paolo il caldo.
  4. Citato in Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, Palla lunga e pedalare, Dalai Editore, 1992, p. 47. ISBN 88-8598-826-2.
  5. Citato in Dizionario mondiale di Storia, Rizzoli Larousse, Milano, 2003, p. 294. ISBN 88-525-0077-4
  6. Citato in Dino Basili, L'amore è tutto, Tascabili economici newton, febbraio 1996, p. 15.
  7. Paola Sorge, Motti dannunziani, Newton Compton editori, Roma, 19941.
  8. Citato in Roberto Gervaso, La volpe e l'uva.
  9. Scritta durante il tragitto in mare da Venezia a Buccari. Desumendola direttamente dall'acronimo MAS, il poeta intendeva rendere omaggio con tale frase allo strumento bellico denominato Motoscafo Anti Sommergibile – derivato dalla Motobarca Armata SVAN – in uso nella prima guerra mondiale. Questo tipo di imbarcazione sarà poi impiegato in maniera massiccia durante la seconda guerra mondiale. La scritta Memento Audere Semper è posta sull'edificio del Vittoriale degli italiani (a Gardone Riviera) che ospita il MAS 96, usato da Gabriele d'Annunzio durante la Beffa di Buccari. Ne La beffa di Buccari (1918) d'Annunzio scrive: «Non torneremo indietro. Memento Audere Semper leggo su la tavoletta che sta dietro la ruota del timone: il motto composto poco fa, le tre parole dalle tre iniziali che distinguono il nostro Corpo [MAS]. Il timoniere ha trovato subito il modo di scriverle in belle maiuscole, tenendo con una mano la ruota e con l'altra la matita. Ricordati di osar sempre».
  10. Citato in Giordano Bruno Guerri, Filippo Tommaso Marinetti, p. 54.
  11. Da Il libro del governo, 4681; citato in Tom Holland, Millennium. La fine del mondo e la nascita della cristianità, traduzione di M. E. Morin, Il Saggiatore, 2010, p. 106. ISBN 8842815535
  12. Cfr. Gabriele D'Annunzio, Contro uno e contro tutti, Presso la Fionda, Roma, 1919, p. 69.
  13. Cfr. Il Carroccio, Vol. XIII, n.º 6, giugno 1921, p. 665.
  14. Citato in Gaetano Cingari, Reggio Calabria, Laterza, 1988 e Michele D'Innella, Calabria – Guida del Touring Club Italiano, Touring Editore, 1998. ISBN 88-365-1256-9, ISBN 978-88-365-1256-0
  15. Cfr. Agazio Trombetta, La via marina di Reggio: il volto e l'anima tra passato e presente, Culture, Reggio Calabria, 2001 e E Nando Martellini lanciò il più bel chilometro d'Italia. D'annunzio? Mai messo piede a Reggio, ZOOMsud.it, 12 aprile 2011.
  16. Possedere, non essere posseduto.

Bibliografia[modifica]

  • Gabriele D'Annunzio, Le novelle della Pescara, BMM 1959.
  • Gabriele D'Annunzio, Le vergini delle rocce, BMM 1957.
  • Gabriele D'Annunzio, La figlia di Iorio, BMM 1957.
  • Gabriele D'Annunzio, Il fuoco, BMM 1959.
  • Gabriele D'Annunzio, Contemplazione della morte, Opere Scelte, Arnoldo Mondadori Editore, 1966.
  • Gabriele D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, Mondadori, 1982.
  • Gabriele D'Annunzio, Per la più grande Italia: orazioni e messaggi, Fratelli Treves, Milano, 1915.
  • Lucy Napoli Prario, Tre abiti bianchi per Alessandra, Arnoldo Mondadori Editore, 1966.
  • Giordano Bruno Guerri, Filippo Tommaso Marinetti, Arnoldo Mondatori editore, Milano, 2010. ISBN 978-88-04-59568-7

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