John Ruskin

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John Ruskin

John Ruskin (1819 – 1900), scrittore, pittore, poeta e critico d'arte inglese.

Citazioni di John Ruskin[modifica]

  • Il manierismo di Canaletto è il più degradato che io conosca in tutto il mondo dell'arte. Esercitando la più servile e sciocca imitazione, esso non imita nulla se non la vacuità delle ombre, né offre singoli ornamenti architettonici, per quanto esatti e prossimi. [...] Né io né chiunque altro avrebbe osato dire una parola contro di lui: ma si tratta d'un piccolo, cattivo pittore, e così continua dovunque a moltiplicare e aumentare gli errori.[1]
  • Il miglior riconoscimento per la fatica fatta non è ciò che se ne ricava, ma ciò che si diventa grazie a essa.[2]
  • Il mondo non può diventare tutto un'officina... come si andrà imparando l'arte della vita, si troverà alla fine che tutte le cose belle sono anche necessarie.[3]
  • La cosa più nobile che lo spirito umano possa fare a questo mondo è vedere qualcosa, e dire in modo diretto quello che ha visto. Ci sono centinaia di persone che sanno parlare per una sola che sa pensare; ma migliaia sanno pensare per una che sa vedere. Vedere chiaramente è al contempo poesia, profezia e religione.[4]
  • Quando dico che la guerra è la fonte di tutte le arti, intendo dire anche che è la fonte di tutte le grandi virtù e facoltà degli uomini.[5]
  • Questa è la vera natura della casa: il luogo della pace; il rifugio, non soltanto da ogni torto, ma anche da ogni paura, dubbio e discordia.[6]

Sulla ricchezza[modifica]

  • La vera ricchezza
    Non c'è altra ricchezza che la vita. La vita che include tutte le forze dell'amore, della gioia e dell'ammirazione. Il paese più ricco è quello che nutre il più gran numero di esseri umani nobili e felici; l'uomo più ricco è quello che, avendo perfezionato le funzioni della propria vita al più alto grado possibile, ha anche la più vasta influenza, sia con la sua persona che con i suoi mezzi, nel soccorrere la vita altrui. (Unto this last, IV, § 77)
  • Economia "pratica"
    I capitalisti, quando non sanno cosa fare col loro denaro, convincono i contadini di diversi paesi che ciò che occorre loro sono fucili per spararsi gli uni con gli altri. I contadini perciò comprano i fucili, prodotti dalle fabbriche dalle quali i capitalisti traggono i loro dividendi e gli uomini di scienza il loro divertimento e la loro reputazione.
    I contadini cominciano a spararsi a vicenda, in buon numero, finché non sono stanchi, e si bruciano gli uni gli altri le case. Dopodiché mettono giù i fucili e li conservano in torri, arsenali ecc., composti in trofei ornamentali (i vincitori portano anche qualche bandiera sbrindellata nelle chiese). Allora i capitalisti li tassano entrambi, vincitori e vinti, perché paghino annualmente gli interessi sul denaro anticipato per i fucili e la polvere da sparo.
    Questo è ciò che i capitalisti chiamano "sapere cosa fare col proprio denaro", e ciò che tutti gli uomini del commercio chiamano l'economia politica "pratica", che è cosa ben diversa da quella "sentimentale". (Munera pulveris, prefazione, § 19)
  • Il capitale
    Il migliore e più semplice simbolo del capitale è un vomere ben fatto.
    Ora, se tale vomere non facesse altro che generare altri vomeri, come una proliferazione di polipi, per quanto il grande grappolo di vomeri-polipi scintilli al sole, avrebbe perso la propria funzione di capitale.
    Esso infatti diviene vero capitale solo attraverso un altro genere di splendore, quando è visto splendescere sulco, divenire splendente nel solco; piuttosto che con l'accrescimento della sua sostanza con la sua diminuzione, per il nobile sforzo dell'attrito. Perciò la vera domanda che dovrebbe essere familiare ad ogni capitalista, come ad ogni nazione, non è "quanti aratri hai?", ma "dove sono i tuoi solchi?", non "quanto rapidamente quel capitale si riproduce?", ma "cosa fa durante la sua riproduzione?" Che sostanza fornisce, che sia buona per la vita? Che opera costruisce, per proteggere la vita? Se non fa nulla di ciò il suo riprodursi è inutile – e se fa peggio che nulla (perché il capitale, così come può sostenerla, può anche distruggere la vita), la sua riproduzione è peggio che inutile; è un prestito con ipoteca di Tisifone, e non è in alcun modo un vantaggio. (Unto this last, IV, § 73)

Vera e falsa arte[modifica]

  • Il fine dell'arte è serio come quello di tutte le cose belle: dei cieli azzurri e dell'erba verde, delle nuvole e della rugiada. O sono inutili, oppure hanno una funzione molto più profonda di quella di dare divertimento. Qualunque maggiore o minore diletto noi troviamo in esse, è diverso da quello che traiamo da un gioco o riceviamo da una momentanea sorpresa. Sarebbe materia di una certa difficoltà metafisica il definire la differenza fra i due generi di piacere, ma è semplicissimo per ciascuno di noi avvertire che c'è una differenza di genere fra il piacere di assistere ad una commedia e quello di guardare il sorgere del sole.
    Non che manchi una sorta di Divina Commedia – una drammatica mutazione e potenza – nelle cose belle; la gioia della sorpresa e dell'accidente si mescola, in un modo nobile e durevole, nella musica, nella pittura, nell'architettura e nella stessa bellezza naturale con la perfezione di forma e colore eterni.
    Ma quando il desiderio del cangiamento diviene la cosa principale, quando non curiamo altro che nuovi suoni, nuove immagini e nuove scene, allora è perduta per noi ogni capacità di godere della Natura e dell'Arte ed ha preso il suo posto un fanciullesco amore per i giocattoli. (The Cestus of Aglaia, VIII, § 99)
  • Questa furia per la visione di nuove cose dalla quale siamo oggi infetti ed afflitti, sebbene risulti in parte dal fatto che tutto è divenuto oggetto di commercio, è ancora di più la conseguenza della nostra sete per l'opera drammatica anziché per quella classica. Perché quando noi siamo interessati alla bellezza di qualcosa, quanto più spesso la vediamo tanto meglio.
    Ma quando siamo interessati solo alla vicenda di una cosa, ci stanchiamo di sentire la stessa vecchia storia raccontata tante volte, che si ferma sempre allo stesso punto – e vogliamo subito una nuova storia, nuova e migliore – e il quadro del momento, il romanzo del momento, divengono altrettanto effimeri dell'acconciatura e del copricapo del momento. Questo atteggiamento è totalmente avverso all'esistenza di ogni arte degna di essere amata. Se pensi di gettarla via domani, non puoi neppure averla oggi. (Modern Art, § 16)

Incipit di alcune opere[modifica]

Le pietre di Venezia[modifica]

Dal giorno in cui gli uomini hanno affermato il loro dominio sul mare, tre Stati, degni d'essere ricordati, sono sorti sopra le sue sabbie: Tiro, Venezia e Inghilterra. Della prima di queste grandi potenze non rimane che la memoria, della seconda le rovine; in quanto alla terza che è oggi l'erede delle due prime, se dimentica il loro esempio può essere condotta, quantunque di più orgogliosa grandezza, ad una fine meno rimpianta.

Mattinate fiorentine[modifica]

Prima mattinata

Santa Croce
1. – Giotto è sicuramente, fra tutti gli artisti, quello cui più si conviene d'essere studiato in Firenze, se pur l'arte antica ha per voi qualche attrattiva.
Vi sono, è vero, lavori suoi in Assisi, ma forse non avrete agio di rimanere colà quanto basti; e i molti esistenti a Padova rispecchiano un solo periodo dell'arte sua. Mentre a Firenze, sua città nativa, ne troviamo di ogni data e di ogni genere. Preferibile però sarà di vedere, innanzi tutto, ciò che appartiene al suo miglior tempo e alla sua migliore maniera. Avendo egli lavorato dai dodici ai sessanta anni, ci ha lasciato pitture di piccole e grandi dimensioni, ha trattato soggetti che poco lo commovevano con una certa trascuratezza, ha messo in altri tutto il suo cuore. Terza mattinata

Dinanzi al Soldano
Vi prego di credermi sulla parola se vi dico che Giotto era un autentico etrusco-greco del XIII secolo benché convertito alla religione di San Francesco piuttosto che a quella di Ercole, ma, quanto a dipingere, era proprio il vecchio etrusco di sempre.

Citazioni su John Ruskin[modifica]

  • John Ruskin è stato un gran scrittore [...]. Suppongo che la maggior parte dei membri dell'ashram sappiano che uno dei suoi libri [Unto This Last] ebbe grande influenza su di me e fu questo libro che mi spinse a cambiare in modo significativo la mia vita, praticamente all'istante.
    [...] ciò che Ruskin ha spiegato con la sua prosa erudita e raffinata ai lettori inglesi, racchiude praticamente le stesse idee che noi discutiamo col nostro linguaggio grossolano e che stiamo cercando di mettere in pratica. Io qui non sto paragonando due linguaggi, ma due scrittori. Non posso nemmeno sperare di eguagliare la padronanza di linguaggio di Ruskin, ma arriverà un giorno in cui l'amore per la nostra lingua diventerà universale e avremo scrittori come Ruskin che dedicheranno se stessi, cuore e anima, a questo scopo e che scriveranno in vigoroso gujarati come l'inglese di Ruskin. (Mahatma Gandhi)
  • Quel quid divino che Ruskin sentiva in fondo al sentimento ispiratogli dalle opere d'arte era precisamente quel che tale sentimento aveva di profondo, di originale e che si imponeva al suo gusto senza essere suscettibile di modificazione. (Marcel Proust)
  • Ruskin è un profeta, anche se è stato un grande peccatore, e un profeta inascoltato per quel che vi è di più essenziale nella sua parola. (Lionello Venturi)
  • Temperamento d'artista, impressionabile, eccitabile, volubile, ricco di sentimento dava tono drammatico e forma apparente di teoria, in pagine leggiadre ed entusiastiche ai suoi sogni e capricci. (Benedetto Croce)

Note[modifica]

  1. Da Modern Painters, 1843 – 1860; citato in Canaletto, I Classici dell'arte, a cura di Cinzia Manco, pp. 181-188, Rizzoli – Skira, Milano, 2003.
  2. Citato in Selezione dal Reader's Digest, settembre 1997.
  3. Da I luoghi dell'arte, vol. 5.
  4. Citato in Umberto Veronesi, Dell'amore e del dolore delle donne, Einaudi, Torino, 2010, p. 156. ISBN 978-88-06-20133-3
  5. Da La corona di olivo selvatico.
  6. Da Sesamo e gigli.

Bibliografia[modifica]

  • John Ruskin, Le pietre di Venezia (The Stones of Venice), traduzione di A. Tomei, Vallecchi, 1974.
  • John Ruskin, Mattinate fiorentine (Mornings in Florence), traduzione di O.H. Giglioli, Vallecchi, 1974.

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