Jonathan Safran Foer

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Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer (1977 – vivente), scrittore statunitense.

Indice

[modifica] Citazioni di Jonathan Safran Foer

  • L'allevamento industriale di animali è il primo responsabile del riscaldamento terrestre (significativamente più distruttivo dei trasporti), e una delle due o tre principali cause di tutti i problemi ambientali più seri: inquinamento dell'aria e dell'acqua, deforestazione, perdita di biodiversità... Mangiare animali allevati industrialmente – cioè tutto ciò che compriamo al supermercato o ordiniamo al ristorante – è quasi certamente la peggior cosa che possiamo fare all'ambiente. (citato in Livia Manera, Safran Foer: io difendo gli animali, Corriere della sera, 24 dicembre 2009, p. 45)
  • Sarei ingenuo a pensare di convincere la gente a diventare vegetariani. La mia domanda è "ti interessa o no sapere cosa significa mangiare gli animali"? E c'è un'enorme ipocrisia e ignoranza a riguardo. Come rispetto all'ambiente: preferiamo non pensare. A cominciare dal sottoscritto, gli uomini sono per natura fallibili e fragili. (dall'intervista di Antonio Monda, Perché sono vegetariano, la Repubblica, 26 novembre 2009)
Foer: erede di Mark Twain ha cantato l'America ribelle, Corriere della sera, 29 gennaio 2010
  • [Il giovane Holden di J.D. Salinger] È l'unico classico che tutti gli americani leggono alle scuole superiori. Ma i suoi messaggi non sono esclusivamente americani e sono comprensibili da parte di qualsiasi cultura.
  • La maggior parte dell'arte americana è stata prodotta da omosessuali, neri, ebrei e donne. Salinger è il loro pioniere.
  • Nei personaggi dei suoi libri, ma anche come persona, Salinger incarna l'ideale dell'America individualista e trasgressiva, che si ribella alla cultura di massa e alle convenzioni sociali. In questo senso, è un erede di Mark Twain. Purtroppo, almeno da vent'anni a questa parte, tale audacia è venuta a mancare nelle nostre lettere, sempre più uniformi e conformiste.
  • Ogni autore ha un rapporto diverso con i lettori. Per alcuni, come me, è molto importante e gratificante confrontarsi con loro e sapere cosa pensano delle mie opere. Io pubblico libri perché voglio condividere qualcosa.
  • Salinger è diventato un'icona, quasi una figura mitologica, sia perché è lo scrittore dell'adolescenza, l'età in cui si creano i miti, sia perché a un certo punto ha deciso di scomparire. Updike, dal canto suo, è lo scrittore degli adulti ed è sempre stato onnipresente nella vita culturale del Paese. Per questo non è diventato una leggenda, ma piuttosto incarnava la realtà. Sarà interessante vedere che cosa succederà in futuro.

[modifica] Ogni cosa è illuminata

  • Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca, mi ha dimostrato come ogni cosa sia illuminata dalla luce del passato… dall'interno guarda l'esterno, come dici tu alla rovescia… in questo modo io sarò sempre lungo il fianco della tua vita e tu sarai sempre lungo il fianco della mia vita.
  • Quella sera l'usuraio infamato Yankel D portò a casa la bambina. Eccoci qui, le disse, saliamo il gradino. Siamo arrivati. Questa è la tua porta. Ed ecco, questo che sto girando è il pomolo della tua porta. Ed ecco, qui è dove mettiamo le scarpe quando entriamo. E qui è dove appendiamo le giacche. Parlava come se lei potesse capirlo, mai in toni striduli o a monosillabi infantili, e assolutamente mai con parole senza senso. Questo è il latte che ti do da mangiare. Arriva dal lattaio Mordechai, di cui un giorno farai la conoscenza. Lui tira il latte da una mucca, cosa che se ci pensi è molto strana e inquietante, quindi non ci pensare... Questa è la mia mano che ti accarezza la faccia. Certe persone sono mancine, e altre sono destrorse. Noi non sappiamo ancora cosa sei tu, perché te ne stai semplicemente lì seduta e lasci che sia io a usare la mano... Questo è un bacio. È quello che succede quando si arricciano le labbra e si premono contro qualcosa, a volte altre labbra, a volte una guancia, a volte ancora qualcos'altro. Dipende... Questo è il mio cuore. Lo stai toccando con la mano sinistra non perché sei mancina, anche se potresti esserlo, ma perché sono io che la tengo contro il mio cuore. Quello che senti è il battito del mio cuore. È quello che mi tiene vivo.
    Fece un lettino con giornali accartocciati in una pentola fonda per cuocere il pane e lo infilò delicatamente nel forno in modo che la bambina non fosse disturbata dal rumore delle cascatelle. Lasciò aperto lo sportello del forno e restò seduto a guardarla per ore come si potrebbe guardare una pagnotta che lievita. (p. 55)
  • Non sono triste, io, si ripeteva tante volte. Non sono triste, come se un giorno potesse riuscire a convincersi. O a gabbare se stesso. O a convincere gli altri - peggio di essere triste è solo quando gli altri sanno che sei triste. (p. 60)
  • Sei triste, Yankel? gli chiese una mattina a colazione.
    Certo, rispose lui imboccandola a fette di melone, con un tremulo cucchiaio.
    Perché?
    Perché parli, invece di mangiare.
    E prima ancora, eri triste?
    Certo.
    Perché?
    Perché allora stavi mangiando invece di parlare, e quando non sento la tua voce mi intristisco.
    Quando guardi la gente ballare, questo ti intristisce?
    Certo.
    [...] Tu pensi che Bitzl Bitzl sia un uomo particolarmente triste?
    Non so.
    E Shanda la dolente?
    Oh, sì... lei è particolarmente triste.
    È evidente, no? E Shloim, è triste?
    Chi lo sa?
    E le gemelle?
    Forse. Non è affar nostro.
    Dio è triste?
    Per essere triste dovrebbe esistere, no?
    [...] È per quello che lo chiedevo, per sapere finalmente se ci credi!
    Allora ti dirò solo questo: se Dio esiste, ha molte ragioni per essere triste. E se non esiste, secondo me anche questo Lo rattrista non poco. Insomma, per rispondere alla tua domanda, Dio deve essere triste.
    (p. 97)
  • Brod scoprì seicentotredici tristezze, ciascuna assolutamente unica, ciascuna una singola emozione, non più simile a qualunque altra tristezza di quanto fosse simile all'ira, all'estasi, ai sensi di colpa e alla frustrazione. Tristezza dello Specchio. Tristezza degli Uccelli Addomesticati. Tristezza di Esser Triste di fronte a un Genitore. Tristezza dell'Umorismo. Tristezza dell'Amore senza Scioglimento. (p. 97)
  • A Lutsk ti ho comperato dei libri, le disse Yankel [...]
    Non possiamo permetterceli, ribatté lei [...]
    Non possiamo permetterci neanche di non averli. Qual è la cosa che possiamo permetterci di meno: averli o non averli? A mio parere, perdiamo in ogni caso. Meglio perdere con i libri. (p. 100)
  • Tutto è quello che è perché tutto è stato quello che è stato. (p. 174)
  • Io non so cosa fare, Jonathan, e desidero che mi dica cosa tu pensi che sia la cosa giusta. So che non è necessario che ci sia una cosa sola giusta. Potrebbero esserci due cose giuste. Potrebbero non esistere cose giuste. (p. 259)
  • Mi trovi meravigliosa? gli chiese lei un giorno [...]
    No, lui rispose.
    Perché?
    Perché ci sono tante ragazze meravigliose. Immagino che oggi centinaia di uomini abbiano chiamato meravigliose le loro innamorate, ed è solo mezzogiorno. Non puoi essere come centinaia di altre.
    (p. 273)
  • Più ami qualcuno, pensava, e più dirglielo è difficile. Lo stupiva che persone sconosciute non si fermassero a vicenda in strada per dire Ti amo. (p. 279)

[Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda, 2004.]

[modifica] Molto forte, incredibilmente vicino

[modifica] Incipit

E un bollitore per il tè? Con il beccuccio che, all’uscita del vapore, si apre e si chiude come una bocca e sibila belle melodie, o recita Shakespeare, o semplicemente si scompiscia dal ridere con me? Potrei inventare un bollitore che legge con la voce di papà, così riuscirei ad addormentarmi, o magari un intero servizio di bollitori che cantano il ritornello di Yellow Submarine, una canzone dei Beatles, che mi piacciono perché l’entomologia è una delle mie raisons d’être, un’espressione francese che conosco. Sarebbe bello anche allenare il mio ano a parlare mentre tiro le scoregge. A voler essere proprio spiritoso al massimo, potrei insegnargli a dire: «Non sono stato io!» ogni volta che ne sgancio una di quelle incredibilmente toste. E se mai ne sganciassi una di quelle incredibilmente toste nella Sala degli specchi di Versailles, che è vicino a Parigi, che è in Francia, naturalmente il mio ano direbbe: «Ce n'étais pas moi!»

[modifica] Citazioni

  • E il cuore mi va in pezzi, certo, in ogni momento di ogni giorno, in più pezzi di quanti compongano il mio cuore, non mi ero mai considerato di poche parole, tanto meno taciturno, anzi non avevo proprio mai pensato a tante cose, ed è cambiato tutto, la distanza che si è incuneata fra me e la mia felicità non era il mondo, non erano le bombe e le case in fiamme, ero io, il mio pensiero, il cancro di non lasciare mai la presa, l'ignoranza è forse una benedizione, non lo so, ma a pensare si soffre tanto, e ditemi, a cosa mi è servito pensare, in che grandioso luogo mi ha condotto il pensiero? Io penso, penso, penso, pensando sono uscito dalla felicità un milione di volte, e mai una volta che vi sia entrato. (p. 30)
  • Pensai alla vita, alla mia vita, ai disagi, alle piccole coincidenze, all’ombra delle sveglie sui comodini. (p. 46)
  • [...] qualche volta sono schiacciato sotto il peso di tutte le vite che non sto vivendo. (p.130)
  • [...] io le ho spiegato come mi sentivo, gliel'ho spiegato in questo modo: le ho sollevato le mani di lato, le ho puntato gli indici l'uno verso l'altro e lentamente, molto lentamente, li ho avvicinati, e più si avvicinavano e più lentamente li spingevo finché, quando erano lì lì per toccarsi, quando erano solo a una pagina di dizionario dal toccarsi, premendo i lati opposti della parola «amore», li ho fermati, li ho fermati e tenuti lì. (p. 153)
  • Quella sera [...] mi sono sentito incredibilmente vicino a ogni cosa nell’universo, ma anche straordinariamente solo. Per la prima volta in vita mia mi sono chiesto se la vita valeva tutta la fatica che serve per vivere. Perché, esattamente, valeva la pena di vivere? Che c’è di così orrendo nell’essere morti per sempre e non provare niente, non sognare nemmeno? Che c’è di così fantastico nel provare sensazioni e fare sogni? (p. 163)
  • «Il mondo non è orribile [...] ma è pieno di gente orribile!» (p. 175)
  • Gli dicevo che avevo gli occhi guasti perché volevo che si curasse di me. (p. 195)
  • All'improvviso mi sentii intimidita. Di solito non provavo timidezza. Provavo vergogna. La timidezza è quando distogli lo sguardo da una cosa che vuoi. La vergogna è quando distogli lo sguardo da una cosa che non vuoi. (p. 198)
  • Da bambina la mia vità era una musica che suonava sempre più forte. Tutto mi emozionava. Un cane che seguiva uno sconosciuto. Era una sensazione così intensa. Un calendario aperto sul mese sbagliato. Avrei potuto piangerci sopra. E piangevo. Quando finiva il fumo di un camino. Il modo in cui una bottiglia rovesciata si appoggiava sull’orlo della tavola.
    Ho passato la mia vita imparando a sentire di meno.
    Sento di meno ogni giorno.
    [...] Non ci si può difendere dalla tristezza senza difendersi dalla felicità. (p. 199)
  • Chiunque creda che un secondo passi più in fretta di dieci anni non ha vissuto la mia vita. (p. 200)
  • C'erano cose che volevo dirgli. Ma sapevo che gli avrebbero fatto male. Così le seppellii e lasciai che facessero male a me. (p. 200)
  • «Perché credi di essere qui, Oskar?» «Sono qui, dottor Fein, perché mia madre è turbata dal fatto che trovo la mia vita impossibile.» «E la cosa non dovrebbe turbarla?» «Niente affatto. La vita è impossibile.» (p. 219)
  • Il tempo passava come una mano che saluta da un treno sul quale avrei voluto essere. (p. 243)
  • Quando ti guardavo, la mia vita aveva senso. Anche le cose brutte avevano senso, perché erano necessarie a renderti possibile. (p. 251)
  • Avrei dovuto saperlo quel pomeriggio, quando ci eravamo stretti la mano, che non avrei più rivisto Mr Black. Così non l'avrei lasciato andare. Oppure l'avrei costretto a continuare la ricerca con me. O gli avrei raccontato che papà aveva telefonato mentre ero in casa. Invece non lo sapevo, proprio come non sapevo che sarebbe stata l'ultima volta che papà mi rimboccava le coperte, perché non sappiamo mai niente. (p. 309)
  • «L’ho trovata, e adesso non la posso più cercare.» (p. 326)
  • Tutti andavano o venivano.
    La gente in tutto il mondo si spostava da un luogo all'altro.
    Nessuno restava.
    Ho detto: E se restassimo? [...]
    Non andare e venire.
    Non qualcosa o niente.
    Non sì o no. (p. 336)
  • Avrei voluto parlarle di tutte le bugie che le avevo raccontato. E che lei mi dicesse che non c'era niente di male, perché a volte bisogna fare qualcosa di cattivo per fare qualcosa di buono.
  • Quando avevo creduto di morire, ai piedi del ponte di Loschwitz, nella mia mente c'era un solo pensiero: "Continua a pensare". Pensare mi avrebbe tenuto vivo. Ma adesso sono vivo, e pensare mi uccide. Io penso, penso, penso. Non smetto di pensare a quella notte, ai candelotti rossi, al cielo che era come un'acqua nera, e che solo poche ore prima di perdere tutto avevo tutto.
  • Ho pensato a tutte le cose che tutti ci diciamo l'un l'altro, e che tutti dobbiamo morire, o fra un millisecondo, o fra giorni, o fra mesi, o fra 76 anni e mezzo se uno è appena nato. Tutto quello che è nato deve morire, e questo significa che le nostre vite sono come i grattacieli. Il fumo sale a velocità diverse, ma le vite sono tutte in fiamme, e tutti siamo in trappola.
  • A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre incontro, mi piacciono i baci e i pianti, amo l'impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno [...]
  • Ridemmo insieme e da soli, a squarciagola e in silenzio, eravamo decisi a ignorare qualunque cosa andasse ignorata, decisi a costruire un nuovo mondo dal nulla, se nulla si poteva salvare del nostro mondo, fu uno dei giorni più belli della mia vita, un giorno in cui vissi la mia vita e non pensai affatto alla mia vita.
  • «Anche» fu la seconda parola che persi, probabilmente perché era così simile al suo nome, che parola semplice da dire, e che parola profonda da perdere, dovevo dire «eziandio», che suonava ridicolo, ma era proprio così, «vorrei un caffè ed eziandio un dolce», a nessuno sarebbe piaciuto sentirsi in questo modo. «Volere» è il verbo che persi poco dopo, non perché avevo smesso di volere le cose – le volevo più di prima – solo che non riuscivo più a esprimere il volere, quindi al suo posto dicevo «desidero»: «Desidero due panini» dicevo al panettiere, ma non era esattamente così, il senso dei miei pensieri cominciava a fluttuare via da me, come foglie che cadono da un albero nel fiume, e io ero l'albero e il mondo il fiume. «Venire» lo persi un pomeriggio al parco con i cani, persi «bene» mentre il barbiere mi girava verso lo specchio, persi «peccato», il nome e l'esclamazione nello stesso momento, e fu un peccato. Persi «portare» e persi pure le cose che portavo- «diario», «matita», «moneta», «portafoglio» – e persi anche «perdere». Dopo un po' mi restava soltanto un pugno di parole.

[Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda, 2007.]

[modifica] Se niente importa

[modifica] Incipit

Da piccolo passavo spesso il fine settimana a casa di mia nonna. Quando arrivavo, il venerdì sera, lei mi sollevava stringendomi in uno dei suoi abbracci soffocanti. E quando me ne andavo, la domenica pomeriggio, mi alzava di nuovo per aria. Solo molti anni dopo ho capito che mi stava pesando.

[modifica] Citazioni

  • Quasi sempre, quando spiegavo che stavo scrivendo un libro sul «perché mangiamo gli animali», i miei interlocutori davano per scontato, pur senza sapere nulla del mio punto di vista, che fosse a favore del vegetarianismo. È un presupposto rivelatore, e implica non solo che un'indagine approfondita sull'allevamento animale spinga ad abbandonare il consumo di carne, ma che la maggior parte delle persone sappia che le cose stanno così.
  • «Se niente importa, non c'è niente da salvare».

[Jonathan Safran Foer, Se niente importa, Guanda, 2010.]

[modifica] Citazioni su Se niente importa

  • Questo libro ha trasformato una vegetariana da vent'anni come me in una vegana convinta. (Natalie Portman)

[modifica] Bibliografia

  • Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata (Everything Is Illuminated, 2002), traduzione di Massimo Bocchiola, Guanda, 2004. ISBN 9788882466664
  • Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino (Extremely Loud and Incredibly Close, 2005), traduzione di Massimo Bocchiola, Guanda, 2007. ISBN 9788882469412
  • Jonathan Safran Foer, Se niente importa (Eating Animals, 2009), traduzione di Irene Abigail Piccinini, Guanda, 2010. ISBN 9788860881137

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