Joseph de Maistre
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Il conte Joseph-Marie de Maistre (1753 – 1821) è stato un magistrato, diplomatico, filosofo, scrittore, politico e giurista italiano nato in Savoia.
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[modifica] Citazioni di Joseph de Maistre
- Bisogna predicare senza sosta ai popoli i benefici dell'autorità, e ai re i benefici della libertà. (da Memoires politiques et correspondance diplomatique)
- Il faut prêcher sans cesse aux peuples les bienfaits de l'autorité, et aux rois les bienfaits de la liberté.
- Non sono gli uomini che guidano la rivoluzione, è la rivoluzione che guida gli uomini. (da Considération sur la France)
- Qualsiasi autorità, ma soprattutto quella della Chiesa, deve opporsi alle novità senza lasciarsi spaventare dal pericolo di ritardare la scoperta di qualche verità, inconveniente passeggero e vantaggio del tutto inesistente, paragonato al danno di scuotere le istituzioni e le opinioni correnti. (da Exame de la philosophie de Bacon)
- Le false opinioni somigliano alle monete false: coniate da qualche malvivente e poi spese da persone oneste, che perpetuano il crimine senza saperlo. (da Correspondance inédite: Lettre à M. l'Amiral Tchitchagof; in Œuvres complètes)
- La donna non può essere superiore che come donna, ma dal momento in cui vuole emulare l'uomo, non è che una scimmia. (da una lettera alla figlia; citato in Julius Evola, Ricognizioni. Uomini e problemi, Edizioni Mediterranee, Roma, 1985 (1974), p. 188)
- Credi forse che sarei stato maggiormente grato a tua madre se, anziché farmi te e tuo fratello, avesse scritto un bellissimo romanzo? (da una lettera alla figlia; citato nella Prefazione di Alfredo Cattabiani a J. De Maistre, Le Serate di San Pietroburgo, Rusconi Editore)
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- Non ci sarebbe alcuna filosofia senza l'arte di ignorare le obiezioni.
- Non so cosa sia la vita di un mascalzone, non lo sono mai stato; ma quella di un uomo onesto è abominevole.
- Ogni nazione ha il governo che si merita.
- Una costituzione fatta per tutte le nazioni non è fatta per nessuna.
[modifica] Le serate di San Pietroburgo
- La vera religione ha più che diciotto secoli di vita; essa nacque il giorno in cui nacquero i giorni.
- In ogni grande divisione della specie umana, la morte ha scelto un certo numero d'animali a cui essa commise di divorare gli altri; così vi sono degl'insetti da preda, dei rettili da preda, dei pesci da preda, degli uccelli da preda, e dei quadrupedi da preda. Non vi ha un istante della di lui durata, in cui l'essere vivente non venga divorato da un altro. Superiormente alle numerose razze d'animali è collocato l'uomo, la cui mano struggitrice nulla risparmia di ciò che vive; esso uccide per nudrirsi, uccide per vestirsi, uccide per ornarsi, uccide per difendersi, uccide per solazzarsi, uccide per uccidere.
- La spada della giustizia non ha fodero.
- Le glaive de la justice n'a point de fourreau. (da Les soirées de Saint-Pétersbourg, Paris, 1821, p. 42).
- Se non esistesse alcun male morale sulla terra, non ci sarebbe, di conseguenza, alcun male fisico.
- Gli uomini quindi non soltanto hanno cominciato con la scienza, ma con una scienza diversa dalla nostra e ad essa superiore, perché partiva da un punto più alto, il che la rendeva anche molto pericolosa. E questo vi spiega come mai la scienza, al suo inizio, fu sempre misteriosa e restò chiusa nell'ambito dei templi, dove infine si spense quando questa fiamma non poté servire ad altro che a bruciare.
- Dove esiste un altare là esiste anche una religione.
- Tutti i dolori sono punizioni, e ogni punizione è inflitta in eguale misura per amore e per giustizia.
- L'ammirazione sfrenata con cui troppe persone circondano Voltaire è il segno infallibile d'un animo corrotto. Che non ci s'illuda: se qualcuno, percorrendo la propria biblioteca, si sente attratto verso le Œuvres de Ferney, Dio non lo ama affatto. Spesso ci si è presi gioco dell'autorità ecclesiastica che condanna i libri in odium auctoris; in verità niente è più giusto di ciò: rifiutate gli onori a colui che abusa del suo genio. Se questa legge fosse severamente osservata, si vedrebbero rapidamente sparire i libri avvelenati; ma poiché non dipende da noi promulgarla, guardiamoci almeno dal piombare nell'eccesso ben più reprensibile dell'esaltare senza misura scrittori colpevoli, e, tra questi, soprattutto Voltaire. Egli ha pronunciato contro se stesso, senza accorgersene, una sentenza terribile, affermando che uno spirito corrotto non fu mai sublime. Non c'è nulla di più vero, giacché Voltaire, con i suoi cento volumi, non fu mai più che spiritoso; faccio eccezione delle tragedie, dove la natura dell'opera lo costrinse ad esprimere dei nobili sentimenti estranei al suo carattere; ma anche sul palco, su cui trionfa, egli non riesce ad ingannare gli spettatori più sagaci. Nei suoi pezzi migliori, egli rassomiglia ai suoi due grandi rivali, come il più abile ipocrita rassomiglia ad un santo. Non intendendo certo contestare la sua bravura drammatica, mi mantengo perciò sulla prima osservazione: quando Voltaire parla per sé, non è che spiritoso; niente può infiammarlo, nemmeno la battaglia di Fontenoy. Egli è piacevole, si dice: lo dico anch'io, ma intendendo questo giudizio come una critica. Del resto, non riesco a sopportare lo sproposito di definirlo universale. Certamente, vedo delle belle eccezioni a questa universalità. Egli è negato per l'ode: e bisogna forse stupirsene? l'empietà che lo pervade ha ucciso in lui la fiamma divina dell'entusiasmo. Egli è ancora negato fino a toccare il ridicolo nel dramma lirico, le sue orecchie sono state assolutamente estranee alla bellezza armonica come i suoi occhi a quella dell'arte. Nei generi che parrebbero i più affini al suo talento naturale, egli tentenna: è mediocre, freddo, e spesso (chi lo crederebbe?) volgare e grossolano nella commedia; il malvagio infatti non è mai comico. Per la stessa ragione, egli non sa scrivere un epigramma; la più piccola goccia del suo fiele non può coprire meno di cento versi. Se prova [a scrivere] una satira, scivola nel pamphlet; è insopportabile nella storia, nonostante la sua arte, l'eleganza e la grazia del suo stile; nessuna qualità poteva rimpiazzare quelle di cui era privo: la comprensione della storia, la serietà, la buona fede e l'onestà. Quanto al suo poema epico, non posso parlarne: ché per giudicare un libro, bisogna averlo letto, e per leggerlo bisogna essere sveglio. Una monotonia soporifera spira sulla maggior parte dei suoi scritti, che non hanno che due soggetti, la Bibbia o i suoi nemici: egli o bestemmia o insulta. La sua piacevolezza così vantata è tuttavia lungi dall'essere irreprensibile: il riso ch'essa eccita non è per nulla normale; è una smorfia. Non avete mai pensato che l'anatema divino era scritto sul suo stesso viso? Dopo tanti anni occorre farne ancora esperienza. Andate a contemplare la sua statua all'Ermitage: mai io la guardo senza compiacermi ch'essa non è stata affatto trasmessa da qualche scalpello erede dei Greci, che vi avrebbe forse conferito un certo ideale di bellezza. Qui al contrario tutto è al naturale. C'è tanta verità in questo volto, come ve ne sarebbe in una maschera mortuaria. Osservate questo viso spregevole che il pudore non fece mai arrossire, quei due crateri spenti ove sembrano ancora ardere l'odio e la lascivia. Quella bocca. – Dirò forse male, ma non è per mia colpa. – Quel rictus (ghigno) orribile, che corre da un orecchio all'altro, e quelle labbra strette dalla crudele malizia come una molla tesa per lanciare bestemmie o sarcasmi. – Non parlatemi di quest'uomo, non posso sostenerne l'idea. Ah! quanto male ci ha fatto! Rassomigliante a quegl'insetti, flagello dei giardini, che indirizzano i propri morsi alla radice delle piante più preziose, Voltaire, con il suo pungiglione, non cessa d'infilzare le due radici della società, le donne e i giovani; egli li imbeve dei suoi veleni che trasmette così da una generazione all'altra. Invano, i suoi sciocchi ammiratori ci assordano di discorsi altisonanti su dove egli avrebbe parlato superiormente delle cose le più venerabili. Questi ciechi volontari non vedono che in tal modo portano a compimento la condanna di questo colpevole scrittore. Se Fénelon, con la stessa penna con la quale dipinse le gioie dell'Elisio, avesse scritto Il Principe, sarebbe mille volte più vile e colpevole di Machiavelli. Il grande crimine di Voltaire è l'abuso del talento e il meretricio intenzionale d'un genio creato per servire Dio e la virtù. Non potrà addurre, come per tanti altri, la giovinezza, la sconsideratezza, il traviamento delle passioni, e infine, la triste debolezza della nostra natura. Nulla lo assolve: la sua corruzione e d'un genere che non appartiene che a lui solo; essa si radica fino alle fibre più profonde del suo cuore e si fortifica di tutte le forze del suo intelletto. Sempre alleata al sacrilegio, essa sfida Dio nel pervertire gli uomini. Con un furore senza eguali, questo insolente bestemmiatore giunge a dichiararsi il nemico personale del Salvatore degli uomini; egli osa dal fondo del suo nulla donarGli un nome ridicolo, e quella legge così adorabile che l'Uomo-Dio porta sulla terra, la chiama l'infame. Abbandonato da Dio che punisce ritirandosi, egli non conobbe più freni. Altri cinici confidarono nella virtù, Voltaire confida nel vizio. Egli si tuffa nel fango, si rotola in esso e vi si abbevera; egli consegna la sua immaginazione alla furia dell'inferno, che gli presta tutte le forze per spingersi fino ai limiti estremi del male. Egli inventa dei prodigi, dei mostri che fanno impallidire. Parigi lo incorona, Sodoma l'avrebbe bandito. Profanatore sfrontato della lingua universale e dei suoi più grandi nomi. [...] Quando vedo quello ch'egli avrebbe potuto fare e quello che invece ha fatto, i suoi eccezionali talenti non m'inspirano più che una specie di ira divina che non ha nome. Sospeso tra l'ammirazione e l'orrore, qualche volta vorrei fargli innalzare una statua... dalle mani del boia. (Les Soirées de Saint-Pétersbourg, in Œuvres complètes, Lyon, 18913, tomo IV, pp. 206-210).
[modifica] Elogio del boia
- Chi è dunque questo essere inspiegabile che a tutti i mestieri piacevoli, redditizi, onesti e anche onorevoli che si presentano in gran numero alla forza e all'abilità umana ha preferito quello di tormentare e uccidere i propri simili? Questa testa, questo cuore sono fatti come i nostri? Non racchiudono in sé qualcosa di particolare e di estraneo alla nostra natura? Quanto a me, non ho dubbi: egli è fatto come noi esteriormente; nasce come noi; ma è un essere straordinario, e affinché egli esista nella famiglia umana è necessario un decreto specifico, un fiat della potenza creatrice. Egli è creato come un mondo. Provate a pensare all'opinione che gli uomini hanno di lui e immaginate, se vi riuscite, come egli possa ignorare questa opinione o affrontarla! Appena l'autorità gli ha fissato una dimora, appena egli ne ha preso possesso, le altre abitazioni arretrano fino al punto da cui non vedranno più la sua. In mezzo alla solitudine e al vuoto che gli si è creato intorno, egli vive solo, con la sua compagna e i suoi bambini che gli fanno conoscere la voce dell'uomo: senza di loro ne conoscerebbe soltanto i gemiti... Un lugubre segnale è dato; un abietto ministro della giustizia viene a bussare alla sua porta e ad avvertirlo che c'è bisogno di lui; egli parte, arriva in una piazza pubblica gremita di una folla pigiata e palpitante. Gli consegnano un avvelenatore, un parricida, un sacrilego: egli lo afferra, lo stende, lo lega su una croce orizzontale, alza il braccio: allora si fa un silenzio orribile, e non si sente più che il grido delle ossa che scoppiano sotto la sbarra, e le urla della vittima. Egli la slega; la porta su una ruota; le membra fracassate sono fissate ai raggi, la testa pende, i capelli si rizzano, e la bocca, spalancata come una fornace, emette di tanto in tanto solo poche parole sanguinolente che invocano la morte. Ha finito: il cuore gli batte, ma di gioia; è soddisfatto, dice a se stesso: "Nessuno arrota meglio di me". Scende; allunga la mano sporca di sangue, e la giustizia vi butta di lontano qualche moneta d'oro che egli si porta via passando fra una doppia siepe di uomini che si scostano per l'orrore. Si mette a tavola, e mangia; poi a letto, e dorme. E il giorno dopo, svegliandosi, non ricorda più quel che ha fatto la vigilia. E un uomo? Sì: Dio lo accoglie nei suoi templi e gli permette di pregare. Non è un criminale; tuttavia nessuna lingua accetta di affermare, per esempio, che sia un uomo virtuoso, un onesto, che sia degno di stima, ecc. Nessun elogio morale gli può essere tributato, perché ogni elogio morale presuppone un rapporto con gli uomini, mentre egli non ne ha alcuno. E tuttavia ogni grandezza, ogni potere, ogni subordinazione dipendono dal boia: egli è l'orrore e il legame dell'associazione umana. Togliete dal mondo questo agente incomprensibile, e nello stesso istante l'ordine lascia il posto al caos, i troni si inabissano e la società scompare. Dio, autore della sovranità, lo è pure del castigo; fra questi due poli ha gettato la nostra terra: "ché Jehova è il padrone dei cardini della terra, e su di essi fa girare il mondo".
[modifica] Saggio sul principio generatore delle costituzioni e delle altre istituzioni umane
- Uno dei grandi errori di un secolo che li professò tutti [il 1700], fu di credere che una costituzione politica potesse essere scritta e creata a priori, mentre ragione ed esperienza si uniscono per dimostrare che una costituzione è un'opera divina e che proprio ciò che vi è di più fondamentale e di più essenzialmente costituzionale nelle leggi di una nazione non potrebbe mai essere scritto.
- Si è spesso creduto di fare dello spirito di ottima lega domandando ai francesi in che libro fosse scritta la legge salica; ma Jéróme Bignon rispondeva molto a tono, e forse senza neanche immaginare fino a che punto avesse ragione, che essa era scritta nei cuori dei francesi.
- L'uomo, poiché agisce, crede di agire da solo; e poiché ha la coscienza della sua libertà, dimentica la sua dipendenza. Nell'ordine fisico intende ragione, e sebbene possa, per esempio, piantare una ghianda, innaffiarla, ecc., è capace tuttavia di convenire che non è lui a fare le querce, poiché vede l'albero crescere e perfezionarsi senza che il potere umano vi abbia parte, e poiché, d'altra parte, non è stato lui a fare la ghianda; ma nell'ordine sociale, in cui è presente e operante, si mette a credere di essere realmente l'autore diretto di tutto ciò che si fa per suo mezzo: in un certo senso, è la cazzuola che si crede architetto.
- Se c'è qualcosa di universalmente noto è il paragone di Cicerone a proposito del sistema di Epicuro, che voleva costruire un mondo con gli atomi che cadono a caso nel vuoto. Crederei più facilmente – diceva il grande oratore – che un pugno di lettere, gettate in aria, cadendo possano disporsi in modo da formare un poema. Migliaia di bocche hanno ripetuto e celebrato questo pensiero, ma non vedo tuttavia nessuno che abbia pensato a dargli il compimento che gli manca. Supponiamo che un pugno di caratteri tipografici, gettati a piene mani dall'alto di una torre, vengano a formare, caduti al suolo, l'Athalie di Racine. Che ne risulterà? Che un'intelligenza ha presieduto alla caduta e alla disposizione dei caratteri. Il buon senso non concluderà mai diversamente.
- Se l'educazione non è restituita ai sacerdoti e se la scienza non è collocata ovunque al secondo posto, i mali che ci attendono sono incalcolabili; saremo abbrutiti dalla scienza, ed è l'estremo grado dell'abbrutimento.
- Quando si pensa che una detestabile coalizione di ministri perversi, di magistrati in delirio e di ignobili settari ha potuto, ai nostri giorni distruggere questa meravigliosa istituzione [i Gesuiti] e farsene un vanto, sembra di vedere quel folle che metteva trionfalmente il piede su un orologio dicendogli: ti saprò ben impedire di far rumore. Ma che dico mai? Un folle non è colpevole!
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