Karl Rahner

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Ritratto di Karl Rahner di Letizia Mancino Cremer

Karl Rahner (1904 – 1984), presbitero e teologo tedesco.

Citazioni di Karl Rahner[modifica]

Dimensioni politiche del cristianesimo[modifica]

  • Non si può negare a nessuno sulla terra la libertà e la felicità, anzi, tutti dovrebbero cercarle. Proprio con tutto il suo impegno per la felicità terrena, la giustizia e il superamento dell'egoismo sociale, il cristiano attende la vita eterna con Dio, sapendo naturalmente che la può conseguire, e con essa la redenzione promessa dal Signore, soltanto attraverso l'atteggiamento di un amore incondizionato verso il prossimo. (da Intervista con Gerhard Ruis, 1982; p. 60)
  • Soltanto nel cristianesimo, solo in esso, l'uomo è diventato soggetto, e come tale si scoprì l'uomo "occidentale". Soltanto nel cristianesimo ognuno, anche il più povero e insignificante, è diventato un soggetto assoluto di valore inestimabile e imperituro. (da Il cristianesimo e «l'uomo nuovo», 1961; p. 65)
  • La teologia oggi deve assolutamente tener conto di tutte le scienze antropologiche moderne, che non esistevano in passato, così come deve conoscere e rispettare l'uomo nella prospettiva delle scienze naturali moderne. La teologia deve diventare oggi in un certo senso teologia politica. (da Dialogo con Gwendoline Jarczyk, 1983; p. 70)
  • Il cristiano deve, in ultima analisi, prendere la propria decisione davanti alla croce di Cristo. Qui sta la sua salvezza, qui appare con chiarezza ai suoi occhi il senso della sua esistenza. Ma sulla croce, come dice san Paolo, Dio vince mediante l'impotenza e la follia di Colui che vi muore sopra, benché Paolo fosse incrollabilmente convinto che con il Crocefisso è giunto il regno definitivo di Dio. Il cristiano deve prendere le sue decisioni secondo i criteri proclamati da Gesù nel discorso della montagna. Deve abbracciare la follia della croce, che è richiesta come vera sapienza del cristiano. San Paolo afferma (in maniera ancor più radicale) che la potenza di Dio si manifesta nella debolezza. (da Le armi atomiche e il cristiano, 1982; p. 124)
  • È un vero pacifista chi è capace di cambiare opinione, perché solo così si può sperare di poter riappacificare avversari che sostenevano pareri diversi. È pacifista solo chi è capace di rimetterci, dando ragione al suo cosiddetto avversario e terminando una discussione diverso da come è entrato. È pacifista chi riesce a lodare almeno una volta il sostenitore di opinioni e di decisioni contro le quali egli è convinto in coscienza del proprio dovere di resistenza e opposizione. È pacifista chi tratta con pazienza e cortesia anche chi gli dà sui nervi. Siamo pacifisti solo quando non disprezziamo gli atteggiamenti e gli sforzi degli altri con grossolani e declassanti giudizi facili da evitare; quando abbandoniamo il nostro modo di pensare fatto di luoghi comuni; quando cerchiamo di scoprire, dietro le parole, il concetto sul quale siamo forse dello stesso parere. Siamo pacifisti solo se confrontiamo noi stessi con gli ideali degli altri, secondo le possibilità reali; quando non difendiamo il nostro prestigio sociale e combattiamo in modo leale e corretto, anche se questa correttezza dovesse diminuire le possibilità della nostra vittoria.
    Serviamo la pace solo se abbiamo davvero capito che possiamo assumerci delle responsabilità anche esitando o tacendo, se stimiamo i politici solo quando si dimostrano veri uomini in tutte le situazioni e non banali rappresentanti del nostro egoismo e quando sospettiamo dei politici che ci danno troppo ragione, confermando la nostra opinione. Avremo la beatitudine promessa dal Vangelo agli operatori di pace, quando combatteremo per la libertà nostra e per quella degli altri, e impareremo, piano piano, a sentire nostra l'ingiustizia commessa non solo verso noi stessi, ma anche verso gli altri.<br /Ci sono anche piccole virtù quotidiane del pacifista. È cortese verso chi gli è subordinato e non è servile davanti a quelli più potenti di lui. Mette di fronte al suo errore chi ha mancato, ma sa tacere di fronte agli altri. Non si considera troppo importante ed insostituibile; sa che in tutti noi l'autodifesa tende a prendere il sopravvento sull'autocritica; sa anche di poter delegare la responsabilità e non crede sempre di fare tutto meglio degli altri. Sa che a volte è meglio che l'altro faccia bene qualcosa che lui stesso avrebbe fatto meglio, perché la libertà dell'altro, che è veramente la cosa più importante, può svilupparsi solo quando gli si permette di fare bene ciò che sa fare. Il pacifista non si fa costringere ad accettare alternative primitive; tenta di formulare gli argomenti del suo avversario nel modo migliore e più convincente di quanto lui stesso non sia riuscito a fare, perché il pacifista non cerca la misera vittoria su un avversario che ha già ridotto ad un fantoccio. Cerca, invece, di superare i propri pregiudizi là dove riconosce che si tratta di parzialità emotiva, perché sa che siamo ancora fin troppo ottusi dove crediamo di essere aperti. Il pacifista cerca di convincersi sempre che l'altro non è sciocco o cattivo solo per il fatto che sostiene un'altra opinione; si rende conto, infatti, che le possibilità di essere sciocchi o cattivi, e quindi egoisti, sono regolarmente presenti in tutti gli uomini. (Da La pace come impegno, 1968; pp. 138-139)

La fatica di credere[modifica]

  • Il processo a Küng fu assai complicato. Non ho elementi per giudicare se tutto si sia svolto secondo le norme o meno. Ma si sono verificati ripetutamente dei fatti che esulavano dalla mentalità e dalla prassi più o meno normale dei romani: fatti che non voglio assolutamente minimizzare, quando affermo che io personalmente non mi sono sentito così terribilmente perseguitato. Occorre quindi fare una distinzione tra il modo in cui un teologo vecchio stampo come me incassava la cosa, e la tutt'altra questione se e come debba essere la procedura obbiettiva della Congregazione per la dottrina della Fede. (p. 74)
  • Anche l'ultimo dogma obbligante, proclamato dal magistero della Chiesa, è fondamentalmente aperto in avanti. Un dogma deve continuamente essere reinterpretato, affinché possa rimaner vivo [...]. (p. 75)
  • «Cristianesimo anonimo» significa questo: chiunque segue la propria coscienza, sia che ritenga di dover essere cristiano oppure non-cristiano, sia che ritenga di dover essere ateo oppure credente, un tale individuo è accetto e accettato da Dio e può conseguire quella vita eterna che nella nostra fede cristiana noi confessiamo come fine di tutti gli uomini. In altre parole: la grazia e la giustificazione, l'unione e la comunione con Dio, la possibilità di raggiungere la vita eterna, tutto ciò incontra un ostacolo solo nella cattiva coscienza di un uomo. (pp. 86-87)
  • Soltanto il comunismo che si presenta come materialismo dialettico e che erige l'ateismo a religione di Stato è una cosa assolutamente inaccettabile per un cristiano. Tutt'altra è la questione se i cristiani non possano o non debbano parlare più intensamente, più recettivamente e senza pregiudizi con i marxisti a proposito della struttura di una società e di un'economia che siano degne dell'uomo e forse anche a proposito del cambiamento della società e dell'economia. (p. 88)
  • Ma certamente in molti casi possiamo trovarci d'accordo con i marxisti. Che i poveri debbano essere trattati in maniera più decente; che non sia lecito opprimere i deboli; che in America Latina vi siano tremende ingiustizie sociali: su questi e simili dati, cristiani e marxisti possono benissimo trovarsi d'accordo. Là dove la povera gente viene sfruttata, il marxista e il cristiano devono lottare insieme per l'eliminazione di un simile sfruttamento. (p. 89)
  • Se uno veramente non riesce più a sopportare la propria vita, cioè se a motivo delle condizioni fisiologiche e psicologiche in cui si trova non è più in grado di disporre in modo realmente libero di se stesso, e in tale situazione egli stesso pone termine alla propria vita, costui va a finire nelle mani del Dio misericordioso. In ogni generazione della mia parentela mi è capitato di assistere a qualche conclusione apparentemente arbitraria della vita. Una volta ho dato sepoltura ecclesiastica a un parente prossimo che era morto così, e trovo che ciò è senz'altro conforme allo spirito della religione e della Chiesa. (p. 117)
  • Io penso che ad ogni cristiano e a se stessi bisogna pur dire: «Non hai il diritto di toglierti la vita!». Bisogna dire a se stessi: «Devi conservare la tua vita fino al termine disposto da Dio, ti piaccia o meno. Devi saper venire a capo delle tue difficoltà psichiche». Ma se poi la cosa va a finire in modo diverso, la situazione da giudicare è totalmente diversa rispetto a quando io mi trovo attivamente e responsabilmente di fronte al problema di come possa disporre della mia vita. (pp. 117-118)

Maria: meditazioni[modifica]

  • Maria sta dalla nostra parte.
  • Questa persona umana che chiamiamo Maria, in tutta la storia della salvezza è come il punto sul quale cade direttamente dall'alto, in questa storia, la salvezza di Dio.
  • Se il cristianesimo nella sua forma più piena è il puro accoglimento della salvezza di Dio eterno e trino che appare in Gesù Cristo, Maria è il perfetto cristiano, l'essere umano in senso assoluto.

Tu sei il silenzio[modifica]

  • Dolore e nostalgia e fedele aspettativa s'addensano ancora nella invocazione: vieni [Signore]!
  • Ho imparato molto, perché dovevo o perché l'ho voluto io; e in un caso e nell'altro tutto è finito al medesimo modo: ho dimenticato.
  • Nella prima pagina della Sacra Scrittura è già promesso il tuo avvento, e, pure, nel suo ultimo foglio, a cui nessuno più se ne ha ad aggiungere, sta ancora la preghiera: vieni, Signore Gesù.
  • Noi t'invochiamo perché disperiamo di noi, e poi, più spesso, quando tranquilli e coscienti ci rassegniamo al nostro essere finito.
  • Non l'angoscia, né il nulla, né la morte mi liberano dalla dispersione sulle cose del mondo, come van dicendo oggi i filosofi; ma solo il tuo amore, l'amore per te, tu che sei di tutte le cose fine e attrattiva, tu beatitudine che sola basti a te stessa.
  • Non le occupazioni mondane rendono monotoni e vani i miei giorni; sono io che ho il potere di trasformare le azioni più sante in meccanica, grigia ripetizione: io svuoto i miei giorni, non i miei giorni me.
  • Se sono le opere che maturano il tempo, e non il tempo che sostiene e prolunga le cose, se solo una realtà nuova può evocare un tempo nuovo, allora un nuovo e ultimo tempo s'è aperto con la tua incarnazione.
  • Se una via c'è che a te mi possa condurre, essa passa attraverso le povertà della mia vita quotidiana; altra via per rifugiarmi in te non potrei trovare che lasciando indietro me stesso nella mia fuga.
  • Sei tu [Gesù] l'irraggiungibile lontananza a cui vanno pellegrini tutti i tempi e tutte le generazioni e la nostalgia di ogni cuore, per vie che non hanno fine.
  • Tocca il mio cuore con la tua grazia. Quando, nella gioia o nel dolore, tratto le cose di questo mondo, fa che, attraverso ad esse, giunga all'amore e al contatto con te, che di tutte le cose sei l'unico primordiale principio.
  • Tu [Gesù] stai sempre venendo; la tua comparsa in forma di servo è l'inizio del tuo avvento che ci redime dalla servitù che tu hai assunto.

Citazioni su Karl Rahner[modifica]

Heinrich Böll[modifica]

  • Difese la sua fede con consapevolezza impavida e priva di modestia davanti a rozzi arrangiatori di sinodi, la difese davanti a papi e cardinali, non mise in vendita la sua odiernità. Era l'esatto contrario di un ciclista: spingeva in salita, si conteneva in discesa.
  • In Karl Rahner era straordinaria la «credibilità» della sua fede al cospetto di una forza intellettiva ed anche intellettuale tanto grande, anche al cospetto di tanta sobria obiettività. Era un testimone che non prestava solo ma che dava anche testimonianza.
  • Karl Rahner era uno dei pochi che ringraziava per ogni libro che gli donavo [...]. Forse, o molto probabilmente, la sua produttività incredibile, quasi inconcepibile, era la ricerca costante di una nuova lingua della teologia la quale, essendosi sovraccaricata per più di un millennio, aveva perso la sua capacità di comunicare, non dava più «messaggi», minacciava di ridursi ad essere fine a se stessa, un qualcosa di vano che segue le mode. Quel che Rahner cercava, senza trovarlo sempre, era la modernità «durevole», l'«odiernità» del messaggio, e forse le trovava di più nella letteratura e nell'arte odierne che non nella sua «disciplina». Karl Rahner era l'unione singolare di apertura e compattezza, una combinazione audace, l'unica possibile.

Note[modifica]

  1. Citato in Rosino Gibellini, La teologia del XX secolo, Queriniana, Brescia, 1999, p. 244. ISBN 88-399-0369-0

Bibliografia[modifica]

  • Karl Rahner, Dimensioni politiche del cristianesimo: Testi scelti e commentati da Herbert Vorgrimler, traduzione di Martina Radig, Città Nuova, Roma, 1992. ISBN 88-311-7266-2 (Anteprima su Google Libri)
  • Karl Rahner, La fatica di credere: Meinold Krauss a colloquio con Karl Rahner, versione integrale dal tedesco di Antonio Carrozzini, a cura di Piergiorgio Beretta, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1986. ISBN 88-215-1057-3
  • Karl Rahner, Maria: meditazioni, traduzione di R. Sartori e G. Pirola, Morcelliana, 1968.
  • Karl Rahner, Tu sei il silenzio, traduzione di C. Negri, Queriniana, Brescia, 2002.

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