Leon Battista Alberti

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Al 2014 le opere di un autore italiano morto prima del 1944 sono di pubblico dominio in Italia PD
Leon Battista Alberti

Leon Battista Alberti (1404 – 1472), architetto, scrittore, matematico, umanista, crittografo, linguista, filosofo, musicista e archeologo italiano.

Citazioni di Leon Battista Alberti[modifica]

  • Architettore chiamerò io colui, il quale saprà con certa, e maravigliosa ragione, e regola, sì con la mente, e con lo animo divisare; sì con la opera recare a fine tutte quelle cose, le quali mediante movimenti dei pesi, congiungimenti, e ammassamenti di corpi, si possono con gran dignità accomodare benissimo all'uso de gli homini. (da De Re Aedificatoria)
  • Il libro su cui fu vergata l'intera scienza libraria invocava soccorso per non essere roso dal topo. Il topo se la rise. (da Apologhi)
  • Solo è sanza virtù chi nolla vuole. (da Della famiglia, prologo)
  • [Sulla Cupola del Brunelleschi] Structura si grande, erta sopra e' cieli, ampla da coprire chon sua ombra tutti e popoli toscani. (dal De Pictura)
  • Voi, nella vostra stolta malvagità, detestate la solerzia delle mosche, perché con il loro proposito di ricerca filosofica non vi permettono in nessun momento di restare oziosi? O pigri e lenti, che a stento anche con il pungolo la mosca riesce a spingere all'azione, imparate i buoni costumi dalla solerte mosca, maestra di virtù! (da La mosca, in Apologhi ed elogi, a cura di Rosario Contarino, Costa & Nolan, 1984)

Sentenze pitagoriche[modifica]

Incipit[modifica]

In prima onora Dio immortale. Come dispone la legge tua, e in questo e in ogni vita segui e reverisci gl'instituti della patria tua con parole e con fatti.

Gratifica a' vicini; ama e' congiunti; onora e' maggiori. Degli altri fa che molti pregino la tua virtù, e fàtti amico chi sia più che gli altri virtuoso. Degli amici, chi meno gli cura, più ne ha bisogno. Dà di te modestia in gesti, mansuetudine in parole, utilitate in fatti, e acquisterai amici. Un piccolo errore de altrui non meriti che tu privi te stesso di cosa tanto rara, quanto è lo amico. Soffrisci adonque, e modera te stesso, persino che dove manca el potere, sia la necessità. Per fare una discordia, vi bisogna due. A perseverare in concordia, basta che uno de' due sia savio.

Citazioni[modifica]

  • Ieri passò, domani non ha certezza. Vivi tu adonque oggi.
  • La morte, inevitabile termine a chi venne in vita, mai fu inutile a chi mal vive, e mai dannosa a chi visse bene.
  • Gratissimo sacrificio a Dio, dolersi del mal fatto e rallegrarsi delle opere buone.
  • Ultimo, stima certo dell'animo tuo ch'ello è cosa divina e immortale.

Incipit di alcune opere[modifica]

Apologhi ed elogi[modifica]

Apologi centum (Cento apologhi)[modifica]

I Mal sopportava la palla di essere battuta e rotolata nel fango e di non potersi fermare in nessun luogo; all'incudine invece dispiaceva di stare sempre ferma sotto i colpi. Perciò trattarono con l'uomo, affinché egli, che in simili faccende è come un dio capace di donare molteplici forme, mutasse l'incudine in palla e la palla in incudine. "Questo cambio non si adatta a voi" – disse l'uomo – "ma se siete d'accordo, farò dall'incudine marre, rastrelli e zappe". Preferisco – disse quella – "conservare la dimensione e il peso che ho; e a te, o palla, do questo consiglio: accontentati di tenere gli uomini avvinti nel gioco e nell'ammirazione di te, saltando e volando"

I Aegre ferebat pila caedi alapis pervolvique luto et nullo posse loco consistere; incundi contra subsidere continue ictibus acerbum erat. Cum homine iccirco egere ut, posteaquam esset eiusmodi rebus veluti deus qui varias posset elargiri formas, incudem in pilam pilamque in incudem verteret. "Hae res – inquit homo – vobis non conveniunt. Sed, si iuvat, ex incude ligones, rastros, atque bidentes efficiam". "Malo – inquit illa – pristinam amplitudinem et gravitatem servare ac tibi quidem pilae consulo, malis pervolando atque persiliendo homines in ludo et admiratione tui detinere".

Liber Intercenalium Decimus (Intercenali. Libro decimo)[modifica]

Micrologo, uomo di umile condizione, non avendo trovato nessuna compagnia, viaggiava da solo dall'Arcadia agli egizi gimnosofisti con l'intenzione di apprendere la virtù. Per caso entrò in una selva oscura e impraticabile e mentre nel suo cammino si soffermava a raccogliere chiocciole forse per nutrirsi, si imbatté in Ercole (quello che poi per la sua virtù fu considerato un dio), il quale nella stessa selva inseguiva un leone.

Micrologus egenus quidam ex Arcadia ad Egyptios gymnosophistas adipiscende virtutis gratia, solus, quod comites nullos invenisset, proficiscebatur. Evenit ut in sylvam incideret opacam et inviam, dumque inter eundum, quibusdam in colligendis cocleis cibi fortassis gratia, commoraretur, Herculem illum, qui deus postea ob virtutem habitus sit, sylva eadem leonem queritantem offenderet.

Canis (Il cane)[modifica]

I nostri antenati avevano l'abitudine di tessere le lodi degli uomini che spiccavano per la conoscenza delle buone arti e soprattutto per intransigenza morale e fervore religioso, considerandoli cittadini benemeriti; e raccomandavano con attenzione e cura particolari i nomi degli uomini illustri alle opere letterarie e, per quanto possibile, all'immortalità. In questo modo possiamo interpretare la loro usanza: da una parte per rispettare nell'attribuzione dei premi il criterio dell'equità e della giustizia, virtù alle quali erano particolarmente dediti; dall'altra per attrarre e consolidare nell'esercizio della virtù i giovani valenti, in modo che essi diventassero utili alla patria e celebri presso i posteri; dall'altra ancora, per occupare il tempo libero, di cui forse avevano grande disponibilità in questa pratica dell'elogio, gradita e accetta a tutti.

Erat in more apud maiores nostros, viros omni bonarum artium cognitione et imprimis disciplina morum sanctissimorum et religione prestantissimos, ut bene meritos cives laudibus prosequerentur clarorumque virorum nomina litteris et, quod in se esset, immortalitati summo studio omnique industria commendarent. Id illos ita consuevisse possumus interpretari: partim ut referendis premiis equitate et iustitia uterentur, cui virtuti penitus erant dediti; partim ut iuvenes studiosos ad virtutis cultum, quod patrie utiles et celebres eo pacto apud posteros redderentur, vehementius illicerent et confirmarent; partim etiam otium, quo fortassis abundabant, in eo collaudandi munere omnibus grato atque accepto consumerent.

Musca (La mosca)[modifica]

Si dice che non so quale filosofo di celebrata fama era solito stupirsi della sciocchezza degli uomini, perché trascurano la maggior parte delle cose che si mostrano con assoluta evidenza e che facilmente si possono conoscere; mentre si sforzano di scrutare con tutto il loro zelo e la loro sagacia quelle che la natura ha occultato e confinato in luoghi oscuri.

Philosophum nescio quem celebrem ferunt solitum admirari ineptias hominum, quod res plerasque in medium expositas et cognitu perfaciles negligant, res vero a conspectu abditas natura et in obscurum retrusas omni studio et omni opere perscrutentur.

Cena familiaris[modifica]

Matteo Se mai a me parse vero, quanto si dice che el buono appetito rende la cena ottima, certo qui ora questo mi pare verissimo, e così stimo affermeranno questi giovani, quali eccitorono ancora in me maggior voglia di fare come loro con più alacrità e voluttà
Francesco Contrario anzi, la affabilità e lo eccitare l'uno l'altro a festività ragionando sempre fu summo e ottimo condimento del convito. Che ne dici tu, Battista?
Battista Pur come voi. Alle cene quello che presta molta voluttà nel cibo si è la fame. A' nostri animi in tutta la vita, come dissero alcuni dotti, niuno instrumento, niuna arte musica si trova suave quanto il ragionare fatto insieme de' cari amici. E vuolsi per satisfare al convito, prendere di ciò che vi s'appone con voluttà, e recrearsi insieme con iocundità e pronta festività. E così loderò in ogni cosa secondo e' tempi, luogo e faccenda, che vi s'adoperi quanto li conseguitin le forze.

De amore[modifica]

A Paolo Codagnello

Benché da te me senta incitato a non tacere in queste quello che io in altre mie, quali da Firenze a te scrissi, lettere, solo per non dare occasione a chi forse così volessi me esser qui riputato mordace e maldicente, però volentieri tacea, pure a me, a cui tuoi detti e fatti sempre piacquono, le tue ultime brevissime lettere furono non ingioconde.

De equo animante (Il cavallo vivo)[modifica]

Essendo giunto qui a Ferrara per vederti e salutarti, o principe illustrissimo, non si può dire facilmente quanta gioia io abbia provato vedendo la tua città così bella, i tuoi sudditi così miti e te, loro principe, così raffinato e colto. Ho compreso allora quanto sia importante vivere in uno stato nel quale, godendo della serenità e tranquillità dell'animo, si obbedisca ad un principe ottimo e rispettosissimo delle leggi e dei buoni costumi. Ma di ciò altrove.

Cum istuc Ferrariam appulissem, visendi salutandique tui gratia, Princeps illustrissime, non facile dici potest quanta fuerim detentus voluptate, urbem tuam pulcherrimam, civesque tuos modestissimos, teque ornatissimum humanissimumque Principem intuens. Intellexi quidem quanti intersit in ea republica vitam degere, in qua per ocium et animi tranquillitatem, optimo et legum morumque observantissimo Patriae Patri obtemperetur. Sed de his alias.

De iciarchia[modifica]

Io tornava dal tempio su alto di San Miniato dove parte per satisfare alla religione, parte per affermarmi a sanità, era mio uso non raro conscendere a essercitarmi. In via sul ponte presso all'Oratorio postovi da' nostri Alberti trovai Niccolò Cerretani e Paulo Niccolini, omini certo prudenti e moderati e a me benivolentissimi. Salutammoci insieme, e disse Niccolò: – A' prossimi dì passati le molte piove e la molestia de' venti ci tenne in casa e non potemmo visitarti. Oggi questo lieto sole ci piacque. Venavamo a te. Dissonci que' tuoi dove tu eri, ma ci parse tardi uscire lassù a ritrovarti. Però ci fermammo qui per aspettarti mirando questo fiume già molto escresciuto e 'nviato a crescere ancora più.

De lunularum quadratura[modifica]

Contro l'oppenioni de molti che dicono che le figure contente da linee curve e circulare perfettamente non si dà la loro quadratura, maximamente di quelle che sono portion de circuli, questo dicono al mio giuditio per la auctorità d'Aristotele che dice che quadratura circuli est scibilis, sed non scita quia est impotentia naturæ; et non potendosi dare perffettamente la quadratura del circolo, de qui argumentano essere impossibile il quadrar perfettamente le figure contente da linee curve seu circulare ut supra; pertanto io che perffettamente trovo la quadratura della figura qui depincta, zoè di quella biangula in forma di luna signata AB, dico, che se havessimo accurati indaghatori, che sì come la quadratura del circolo è impotentia de la nattura, che similmente serìa in quella de gli homeni.

Deifira[modifica]

Leggetemi, amanti, e riconoscendo qui meco i vostri errori, diventerete o più dotti ad amare o molto più prudenti a fuggire amore. E se leggendo forse qualche sospiro o lacrima vi tiene, siavi conforto poi che altrui ancora pruova quel che voi leggete. Né sia chi stimi conoscere amore, se può tutto leggermi senza qualche poco sospirare; ancora sarà chi me leggerà lacrimando. Ma provate, amanti, e meco scorgete quanto in voi possa amore. E credo imparerete qualche utilità a vivere amati e pregiati da' vostri cittadini.

Della famiglia[modifica]

Repetendo a memoria quanto per le antique istorie e per ricordanza de' nostri vecchi insieme, e quanto potemmo a' nostri giorni come altrove cosí in Italia vedere non poche famiglie solere felicissime essere e gloriosissime, le quali ora sono mancate e spente, solea spesso fra me maravigliarmi e dolermi se tanto valesse contro agli uomini la fortuna essere iniqua e maligna, e se così a lei fosse con volubilità e temerità sua licito famiglie ben copiose d'uomini virtuosissimi, abundante delle preziose e care cose e desiderate da' mortali, ornate di molta dignità, fama, laude, autoritate e grazia, dismetterle d'ogni felicità, porle in povertà, solitudine e miseria, e da molto numero de' padri ridurle a pochissimi nepoti, e da ismisurate ricchezze in summa necessità, e da chiarissimo splendore di gloria somergerle in tanta calamità, averle abiette, gittate in tenebre e tempestose avversità.

Della pittura[modifica]

Scrivendo de pictura in questi brevissimi comentari, acciò che 'l nostro dire sia ben chiaro, piglieremo dai matematici quelle cose in prima quale alla nostra matera apartengano; e conosciutole, quanto l'ingegno ci porgerà, esporremo la pittura dai primi principi della natura. Ma in ogni nostro favellare molto priego si consideri me non come matematico ma come pittore scrivere di queste cose. Quelli col solo ingegno, separata ogni matera, mesurano le forme delle cose. Noi, perché vogliamo le cose essere poste da vedere, per questo useremo quanto dicono più grassa Minerva, e bene stimeremo assai se in qualunque modo in questa certo difficile e da niuno altro che io sappi descritta matera, chi noi leggerà intenderà. Adunque priego i nostri detti sieno come da solo pittore interpretati.[1]

De pictura his brevissimis commentariis conscripturi, quo clarior sit nostra oratio, a mathematicis ea primum, quae ad rem pertinere videbuntur, accipiemus. Quibus quidem cognitis, quoad ingenium suppeditabit, picturam ab ipsis naturae principiis exponemus. Sed in omni nostra oratione spectari illud vehementer peto non me ut mathematicum sed veluti pictorem hisce de rebus loqui. Illi enim solo ingenio, omni seiuncta materia, species et formas rerum metiuntur. Nos vero, quod sub aspectu rem positam esse volumus, pinguiore idcirco, ut aiunt, Minerva scribendo utemur. Ac recte quidem esse nobiscum actum arbitrabimur si quoquo pacto in hac plane difficile et a nemine quod viderim alio tradita litteris materia, nos legentes intellexerint. Peto igitur nostra non ut puro a mathematico sed veluti a pictore tantum scripta interpretentur.

Ecatonfilea[modifica]

A questi dì in villa per raffermarmi fiacco da quelle febbri, in quali alquanti dì prima era giaciuto, me essercitava saettando, ove tu, Nerozzo mio dolcissimo, fra gli altri quali io amo, mi venisti a mente, e ricorda'mi quanto cavalcando e in ogni virile destrezza teco me solea giovenetto molto essercitare. Desiderava per qualche pochi dì poterti storre da questi tuoi amori quali te, credo, tengono pur certo occupato. So io che ogni animo gentile amando tanto ama quanto e' può. Ma poi ch'io mi ravidi ogni cosa potere l'amante salvo che durare sanza spesso rivedere chi egli ama, diliberai per satisfare a' piaceri miei non volerti essere grave.

Elementi di pittura[modifica]

A. Per essere breve scrivendo e chiaro mi pare qui preporre queste diffinizione.

1. El punto dicono essere quello che nulla si possa dividere in parte alcuna.
2. Linea dicono esser quasi uno punto disteso in lungo. Potrassi adunque dividere alla linea la sua longitudine, non latitudine.
3. Superficie dicono esser addutta quasi come estendendo la linea per la larghezza, e a questa adonque potrai dividere la sua longhezza [e larghezza], e non profondità.
4. Corpo dicono esser qualunque cosa si possa e per la longhezza e per la larghezza dividere, e anche per sua profondità.
A. Quo scribendo sim brevis atque dilucidus, has praeposuisse diffinitiones iuvet sumptas ex mathematicis.
1. Punctum dicunt esse quod nullas queat in partes dividi.
2. Lineam fieri dicunt puncto in oblongum deducto. Erit igitur lineae prolixitas divisibilis, latitudo autem omnino erit indivisibilis.
3. Superficiem esse dicunt veluti si lineae latitudinem extendas, ex quo fiet ut eius longitudo atque item latitudo possit dividi, sed profunditas non aderit.
4. Corpus autem id esse statuunt, cuius et longitudo et latitudo et profunditas est divisibilis.

Epistola consolatoria[modifica]

In queste lettere mie deliberai, quanto io stimai essere mio officio, scrivere a te come ad omo quale io conoscea dotto ed erudito e in prima prudente e ben consigliato, non tanto per adurti nuovi e da te non prima conosciuti argomenti accomodati a levarti dall'animo, se in te forse fosse, alcuno dolore, quanto per ricordarteli, e insieme a me stessi repetendoli minuire el dispiacere quale io in me presi udendo la calamità tua; ché conoscea te, quanto se' omo, tanto non potevi non sentire la gravissima tua ricevuta avversità, quale infrangerebbe qualunque altro in sé la sofferisse.

I libri della famiglia[modifica]

Mentre che Lorenzo Alberto nostro padre giaceva in Padua grave di quella ultima infermità che ce lo tolse di vita, piú dí aveva grandemente desiderato vedere Ricciardo Alberto suo fratello, del quale sentendo che subito sarebbe a visitarlo, ne prese grandissimo conforto e oltre all'usato si levò cosí in sul letto a sedere monstrando in molti modi esserne assai lieto.

Intercenali[modifica]

Ho iniziato a raccogliere le mie Intercenali in piccoli libri, così che possano essere lette più facilmente mentre si mangia e si beve. Tu, carissimo Paolo, curi corpi malati come fanno tutti gli altri medici, con medicine amare che provocano anche disgusto, ma io, con i miei scritti, fornisco un modo per alleviare le malattie della mente, che produce riso e allegria. In tutte le mie Intercenali voglio che i miei lettori vedano come io abbia soprattutto voluto renderli partecipi della mia arguzia e abbia cercato argomenti adatti ad alleviare le loro più serie preoccupazioni.

Istorietta amorosa fra Leonora de' Bardi e Ippolito Bondelmonti[modifica]

Nella magnifica e bellissima città di Firenze sono due casati d'antiqua nobiltà e gentilezza, l'uno chiamato de' Bardi, l'altro de' Bondelmonti, li quali essendo insieme inimici per la loro grande potenza e ricchezza attraevano a sé quasi tutta la terra in divisione. E dell'una parte il principale si chiamava messer Amerigo de' Bardi, cavaliere di grandissima riputazione e prudente di consiglio, il quale nel suo tempo ebbe una sola figliuola chiamata Leonora. Dell'altra parte il primo era messer Bondelmonte de' Bondelmonti, cavaliere animoso e di grande affare, e così come fu piacere della fortuna, ebbe uno solo figliuolo chiamato Ippolito Bondelmonti.

Ludi matematici[modifica]

Se volete solo col vedere, sendo in capo d'una piazza, misurare quanto sia alta quella torre quale sia a piè della piazza, fate in questo modo. Ficcate uno dardo in terra, e fermatelo ch'egli stia a piombo fermo, e poi scostatevi da questo dardo quanto pare a voi, o sei o otto piedi, e indi mirare alla cima della torre dirizzando il vostro vedere a mira per el diritto del dardo, e lì dove il vedere vostro batte nel dardo, fatevi porre un poco di cera per segno, e chiamisi questa cera A.

Momo o del principe[modifica]

Mi meravigliavo ogni volta che mi capitava di notare, nel trascorrer la vita in mezzo a noi umili mortali, una qualche discordanza d'opinioni o incostanza nei giudizi: ma da quando ho preso ad osservare più accuratamente gli stessi dèi massimi, a cui è attribuita ogni lode di saggezza, ho smesso di stupire per le inezie umane.

Mirabar si quando apud nos humiles mortales in vita degenda pugnantem aliquam et inconstantem rationum iudiciorumque vigere opinionem intelligebam: sed cum superos ipsos maximos, quibus omnis sapientiae laus attributa est, caepi animo accuratius repetere, destiti hominum ineptias admirari.

Naufragus[modifica]

Bench'io non possa sanza lacrime e dolore ricordarmi della gravissima iniuria quale io ricevetti dalla fortuna, o amici miei, pur deliberai ubbidirvi. Racconterovvi el naufragio nostro, come mi dite ch'io faccia, e udirete da me cosa degna di memoria e molto maravigliosa.

Etsi nequeam sine lachrimis et merore tam insignem inauditamque a fortuna perpessam iniuriam animo repetere, viri amicissimi, nequeo tamen non facere quin vobis, tantopere ut a me perpessum naufragium enarrem iubentibus, obtemperem; geram vobis morem.

Profugiorum ab ærumna libri III[modifica]

Niccola di messer Veri de' Medici, uomo ornatissimo d'ogni costume e d'ogni virtù, e io insieme passeggiando nel nostro tempio massimo ragionavamo, come era nostro costume, di cose gioconde e ch'appartenevano a dottrina e investigazione di cose degne e rare. Sopragiunse Agnolo di Filippo Pandolfini, uomo grave, maturo, integro, quale e per età e per prudenza sempre fu richiesto e reputato fra' primi nostri cittadini.

Rime[modifica]

Io vidi già seder nell'arme irato uomo
furioso palido e tremare;
e gli occhi vidi spesso lagrimare
per troppo caldo che al core è nato.
E vidi amante troppo adolorato
poter né lagrimar né sospirare,
né raro vidi chi né pur gustare
puote alcun cibo ov'è troppo affamato.

Sofrona[modifica]

Quanti fra noi siano in più modi necessità ad amicizia e ottimi legami di benivolenza, sarebbe lungo recitarli. Né a questo di che io intendo scriverti, sarebbe molto adattato raccontar qui l'amore sempre a me e a tutti e' miei mostrò in vita L. Conte, tuo zio, cardinale religiosissimo, e omo per costumi, nobilità, virtù, e per perizia di perfettissime arti fra tutti e' sacerdoti, certo, suo merito, avuto primo e prestantissimo.

Theogenius[modifica]

Licurgus, dicono, statuì in Sparta facessero alli dii sacrifici non suntuosi né tali che non potessero ogni dì continuarli. E a' prudenti principi si vuol dare non cose pregiate dalle persone idiote e vulgari; ma in prima quello che sempre fu accetto a chi simile a te, Lionello, meriti essere amato, si vol donare, a mio iudizio, sé stessi.

Uxoria[modifica]

Udisti, credo, più volte e' Lacedemoniesi essere stato popolo fra' Greci antiqui vittorioso in arme e temuto anche, e in pace modestissimo, reverito e amato da' suoi finitimi ed esterni popoli. E forse vi si ramentano e' nomi di molti Lacedemoniesi famosi, i quali con sue virtù a sé acquistorono nome e gloria, e alla patria sua augumentorono degnità e autorità.

Lacenas fama est omnium inter vetustos Graios urbem fuisse unam armis claram et artibus pacis admodum insignem, quam finitimique externique populi merito et amarint et veriti sint. Ac monimentis quidem litterarum aliqua eius urbis preclarissimorum civium nomina celebrantur, qui quidem egregia virtute sua nomen sibi ac gloriam patrieque sue dignitatem atque auctoritatem plurimum accumularint.

Versione volgare della "Dissuasio Valerii" di Walter Map[modifica]

Né tacere posso né a me il parlare è lecito. In odio mi sono le gru e gli urli e ciascuna voce luttuosa. Ed ècci chi dileggia qualunque dice il vero, tale che meglio forse fia il tacere. Vorrei adatarmi al vero, né molto mi curerei compiacere ad altri o dilettare le orecchie ad altrui.

Villa[modifica]

Compera la villa per pascere la famiglia tua, non per darne diletto ad altri. Vedi e rivedi prima che tu statuisca piacerti quello per cui tu darai quello che a tutti piace, cioè il danaio. E se forse ti piace oggi, ripensa se posdomane e' possa meno piacerti. Non giova la fretta. E forse nuoce la fretta, ove per indugiare nulla a te peggiori.

Citazioni su Leon Battista Alberti[modifica]

  • Leonbatista Alberti fu uno de' più grandi uomini di questo secolo, in cui si videro maravigliosamente congiunte quasi tutte le scienze. (Girolamo Tiraboschi)

Note[modifica]

  1. Traduzione dello stesso autore.

Bibliografia[modifica]

  • Leon Battista Alberti, Apologhi ed elogi, a cura di Rosario Contarino, presentazione di Luigi Malerba, Edizioni Costa & Nolan, 1984. ISBN 8876480218
  • Leon Battista Alberti, Cena familiaris, in "Opere Volgari", vol. I, Collana "Scrittori d'Italia" a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1960.
  • Leon Battista Alberti, De amore, in "Opere Volgari", Vol. III, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1973.
  • Leon Battista Alberti, De equo animante - Il cavallo vivo, edizione bilingue a cura di Antonio Videtta, Ce.S.M.E.T. Editrice, 1991. ISBN 8886048017
  • Leon Battista alberti, De lunularum quadratura. Opera inedita et pauca separatim impressa, in "Raccolta di opere inedite o rare di ogni secolo della letteratura italiana", a cura di Hyeronimo Mancini, Sansoni, 1890.
  • Leon Battista Alberti, Elementi di pittura, in "Opere Volgari", Vol. III, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1973.
  • Leon Battista Alberti, Epistola consolatoria, in "Opere Volgari", vol. I, Collana "Scrittori d'Italia" a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1960.
  • Leon Battista Alberti, I libri della famiglia, a cura di Ruggiero Romano, Alberto Tenenti, Francesco Furlan, NUE Nuova Universale Einaudi, 1994. ISBN 8806134965
  • Leon Battista Alberti, Intercenali (Intercoenales), traduzione di Ida Garghella, Edizioni Scientifiche Italiane.
  • Leon Battista Alberti, Istorietta amorosa fra Leonora de' Bardi e Ippolito Bondelmonti, in "Opere Volgari", Vol. III, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1973.
  • Leon Battista Alberti, Ludi matematici, Guanda Editore, Quaderni della Fenice, 1980.
  • Leon Battista Alberti, Momo o del principe, edizione critica e traduzione di Rino Consolo, Edizioni Costa & Nolan, 1992. ISBN 8876480420
  • Leon Battista Alberti, Naufragus, in "Opere Volgari", Vol. II, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1966.
  • Leon Battista Alberti, Profugiorum ab ærumna libri III, in "Opere Volgari", Vol. II, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1966.
  • Leon Battista Alberti, Rime.
  • Leon Battista Alberti, Sentenze pitagoriche, in "Opere Volgari", Vol. II, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1966.
  • Leon Battista Alberti, Sofrona, in "Opere Volgari", Vol. III, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1973.
  • Leon Battista Alberti, Theogenius, in "Opere Volgari", Vol. II, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1966.
  • Leon Battista Alberti, Uxoria, in "Opere Volgari", Vol. II, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1966.
  • Leon Battista Alberti, Versione volgare della "Dissuasio Valerii" di Walter Map, in "Opere Volgari", Vol. II, Collana Scrittori d'Italia, a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1966.
  • Leon Battista Alberti, Villa, in "Opere Volgari", vol. I, Collana "Scrittori d'Italia" a cura di Cecil Grayson, Laterza, 1960.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]