Leonardo Sciascia

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Statua rappresentante Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia (1921 – 1989), scrittore italiano.

Indice

[modifica] Citazioni di Leonardo Sciascia

  • [Il suo epitaffio] Ce ne ricorderemo di questo pianeta.
  • È una cosa talmente semplice fare all'amore... È come aver sete e bere. Non c'è niente di più semplice che aver sete e bere; essere soddisfatti nel bere e nell'aver bevuto; non aver più sete. Semplicissimo. (da Todo modo)
  • Il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità. (citato in Sergio Ricossa, Straborghese, Editoriale Nuova, Milano 1980)
  • La sicurezza del potere si fonda sull'insicurezza dei cittadini. (da Il cavaliere e la morte)
  • Oltre le cronache, le relazioni, gli studi qui citati, ho letto (o presumo di aver letto) tutto quel che c'era da leggere, relativamente all'Inquisizione di Sicilia: e posso dire di aver lavorato a questo saggio più, e con più impegno e passione, che a ogni altro mio libro. (da Morte dell'Inquisitore)
  • Poiché nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende. (da La strega e il capitano, Adelphi)

[modifica] A ciascuno il suo

[modifica] Incipit

La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.
"Questa lettera non mi piace" disse il postino.
Il farmacista levò gli occhi dal giornale, si tolse gli occhiali; domandò "Che c'è?" seccato e incuriosito.
"Dico che questa lettera non mi piace." Sul marmo del banco la spinse con l'indice, lentamente, verso il farmacista.
Senza toccarla il farmacista si chinò a guardarla; poi si sollevò, si rimise gli occhiali, tornò a guardarla.
"Perché non ti piace?"

[modifica] Citazioni

  • Cattolici per modo di dire, mai conosciuto in vita mia, qui, un cattolico vero: e sto per compiere novantadue anni... C'è gente che in vita sua ha mangiato magari una mezza salma di grano maiorchino fatto ad ostie: ed è sempre pronta a mettere la mano nella tasca degli altri, a tirare un calcio alla faccia di un moribondo e un colpo a lupara alle reni di uno in buona salute.
  • Gli elementi che portano a risolvere i delitti che si presentano con carattere di mistero o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima, il caso. E un po', soltanto un po', l'acutezza degli inquirenti.
  • La Sicilia, forse l'Italia intera [...] è fatta di tanti personaggi simpatici cui bisognerebbe tagliare la testa.
  • Proverbio, regola: il morto è morto, diamo aiuto al vivo.
  • Sa che penso? Che la chiesa cattolica stia registrando oggi il suo più grande trionfo: l'uomo odia finalmente la donna.

[modifica] Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia

[modifica] Incipit

Del luogo e della notte in cui nacque Candido Munafò; e della ragione per cui si ebbe il nome di Candido.

Candido Munafò nacque in una grotta, che si apriva vasta e profonda al piede di una collina di olivi, nella notte dal 9 al 10 luglio del 1943. Niente di più facile che nascere in una grotta o in una stalla, in quell'estate e specialmente in quella notte: nella Sicilia guerreggiata dalla settima armata americana del generale Patton, dall'ottava britannica del generale Montgomery, dalla divisione tedesca Hermann Goering, da qualche sparuto, quasi sparito, reggimento italiano. E proprio quella notte, illuminato sinistramente il cielo dell'isola di bengala multicolori, arate le città di bombe, le armate di Patton e Montgomery sbarcavano.

[modifica] Citazioni

  • Una sola complicazione: e veniva da Candido. Entrambi, marito e moglie, si tenevano in obbligo, e così li teneva la società in cui vivevano i parenti, gli amici, i preti e gli avvocati, di una terribile finzione: dovevano fingere, l'uno contro l'altra, di volerlo e di non essere lei disposta a cederlo a lui e lui a lei.
    Ci fosse stato un re Salomone, a decidere se al padre o alla madre Candido doveva essere affidato, forse il povero bambino sarebbe stato tagliato a metà: tanta era l'ostinazione che padre e madre mostravano nel volerlo. (1977, p. 23)
  • E proprio durante una di queste messe, a Candido avvenne di scoprire, un pensiero dietro l'altro, che la morte è terribile non per il non esserci più ma, al contrario, per l'esserci ancora e in balìa dei mutevoli ricordi, dei_mutevoli sentimenti, dei mutevoli pensieri di coloro che restavano: così come suo padre nei ricordi, nei sentimenti e nei pensieri di Concetta. Doveva essere una fatica, per il morto, aggirarsi ancora in quello che i vivi ricordavano, sentivano e pensavano; e persino in quello che sognavano. Nella immaginazione di Candido, era come una specie di violento richiamo, un fischio cui corrispondeva una corsa, un bolso e ansante arrivare. Quella che Concetta chiamava l'altra vita, era propriamente una vita da cani. (1977, p. 34)
  • Dell'esortazione Candido non aveva bisogno: era deciso a continuare il suo doposcuola dall'arciprete. Ora però sapeva che la sua decisione poteva mantenerla su un potere che aveva e che fino a quel momento aveva ignorato di avere. Mai aveva pensato che un uomo potesse avere su un altro un potere che venisse dal denaro, dalle terre, dalle pecore, dai buoi. E tanto meno che un potere simile potesse averlo lui. (1977, p. 50)
  • E poi, diceva il dotto teologo, non che la verità non sia bella: ma a volte fa tanto di quel danno che il tacerla non è colpa ma merito.
    Consegnando al teologo il foglio delle dimissioni, l'arciprete non più arciprete con tono parodiante, quasi cantando, disse: «Io sono la via; la verità e la vita; ma a volte sono il vicolo cieco, la menzogna e la morte».
    Il teologo se l'ebbe a male. Ma l'ex arciprete era in uno stato d'animo che quasi toccava l'allegria. (1977, p. 57)
  • Essere comunista era insomma, per Candido, un fatto quasi di natura: il capitalismo portava l'uomo alla dissoluzione, alla fine; l'istinto della conservazione, la volontà di sopravvivere, ecco che avevano trovato forma nel comunismo. Il comunismo era insomma qualcosa che aveva a che fare con l'amore, anche col fare all'amore: nel letto di Paola, in casa del generale. Don Antonio questo lo capiva e, generalmente e genericamente, lo approvava; ma riguardo a sé, al suo essere comunista, aveva idea diversa. «Un prete che non è più prete» diceva «o si sposa o diventa comunista. In un modo o nell'altro deve continuare a stare dalla parte della speranza: ma in un modo o nell'altro, non in tutti e due i modi». (1977, p. 76)
  • Noi siamo quel che facciamo. Le intenzioni, specialmente se buone, e i rimorsi, specialmente se giusti, ognuno, dentro di sé, può giocarseli come vuole, fino alla disintegrazione, alla follia. Ma un fatto è un fatto: non ha contraddizioni, non ha ambiguità, non contiene il diverso e il contrario. (1977, p. 100)
  • Poi, forse, il corpo di Paola aveva ceduto all'anima. All'anima immortale, all'anima sentimentale, all'anima bella: ed ecco che la gioiosa verità del corpo le si era appannata, le si era stravolta; era diventata un bene inferiore. La tentazione, la menzogna: come nel libro del Genesi. Solo che la tentazione era stata l'anima: l'immortale o la sentimentale o la bella. È l'anima che mente, non il corpo. «Ilnostro corpo è il buon cane che guida il cieco». (1977, p. 100)
  • Tante cose si fanno per il bene degli altri che diventano il male degli altri e il proprio. (1977, p. 108)
  • Ché a vederle, le cose si semplificano: e noi abbiamo invece bisogno di complicarle, di farne complicate analisi, di trovarne complicate cause, ragioni, giustificazioni. Ed ecco che a vederle non ne hanno più; e a soffrirle, ancora di meno. (1977, p. 116)

[modifica] Explicit

Passarono davanti alle statue di Maillol: don Antonio vagheggiò di dormire accanto ad una di quelle donne di bronzo. «Di dormire» disse «di dormire castamente: il più casto sonno della mia vita». Lungamente parlò della castità, e col latino dei santi padri.
Passarono il ponte Saint-Michele don Antonio, quasi predicando, cominciò: «Qui, nel 1968, nel mese di maggio...».
«Erano i nostri nonni o i nostri nipoti?» lo interruppe Candido.
«Domanda inquietante» disse don Antonio. E si zittì. Pensava, borbottava.
Dal quai, imboccarono rue de Seine. Davanti alla statua di Voltaire don Antonio si fermò, si afferrò al palo della segnaletica, chinò la testa. Pareva si fosse messo a pregare. «Questo è il nostro padre» gridò poi «questo è il nostro vero padre».
Dolcemente ma con forza Candido lo staccò dal palo, lo sorresse, lo trascinò. «Non ricominciamo coi padri» disse. Si sentiva figlio della fortuna; e felice.

[modifica] Il giorno della civetta

[modifica] Incipit

L'autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell'alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell'autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante e ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l'autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L'ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l'uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all'autista "un momento" e aprì lo sportello mentre l'autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l'uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò. (Opere – 1956.1971, p. 391)

[modifica] Citazioni

  • Nelle statistiche criminali relative alla Sicilia e nelle combinazioni del giuoco del lotto, tra corna e morti ammazzati si è istituito un più frequente rapporto. L'omicidio passionale si scopre subito: ed entra dunque nell'indice attivo della polizia; l'omicidio passionale si paga poco: ed entra perciò nell'indice attivo della mafia.
  • «Il popolo» sogghignò il vecchio «il popolo... Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... [...]»
  • Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti. Ma durava la collera, la sua collera di uomo del nord che investiva la Sicilia intera: questa regione che, sola in Italia, dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni. [...] "È questa forse la ragione per cui in Sicilia" pensava il capitano "ci sono tanti fascisti: non è che loro abbiano visto il fascismo solo come una pagliacciata e noi, dopo l'otto settembre, l'abbiamo sofferto come una tragedia, non è soltanto questo; è che nello stato in cui si trovavano una sola libertà gli bastava, e delle altre non sapevano che farsene." Ma non era ancora sereno giudizio.
  • E non è che avesse torto, pensava il capitano: da secoli i bargelli mordevano gli uomini come lui, magari la facevano assicurare, come diceva il vecchio, e poi mordevano. Che cosa erano stati i bargelli se non strumenti della usurpazione e dell'arbitrio?
  • Avrebbero dovuto darlo come precetto alla polizia, in Sicilia, pensava il capitano, bisognava non cercare la donna: perché si finiva sempre col trovarla, e a danno della giustizia.
  • E ciò discendeva dal fatto, pensava il capitano, che la famiglia è l'unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo Stato del siciliano. Lo Stato, quello che per noi è lo Stato, è fuori: entità di fatto realizzata dalla forza; e impone le tasse, il servizio militare, le guerre, il carabiniere. Dentro quell'istituto che è la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta, come in una sofisticata contrattualità di rapporti, alla convivenza. Sarebbe troppo chiedergli di valicare il confine tra la famiglia e lo Stato. Magari si infiammerà dell'idea dello Stato o salirà a dirigerne il governo: ma la forma precisa e definitiva del suo diritto e del suo dovere sarà la famiglia, che consente più breve il passo verso la vittoriosa solitudine.
  • «Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... [...]»
  • "Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed è già oltre Roma…" (Opere – 1956.1971, p. 479)

[modifica] Explicit

Rincasò verso mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. 'In Sicilia le nevicate sono rare' pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po' confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato.
"Mi ci romperò la testa" disse a voce alta. (Opere – 1956.1971, p. 481)

[modifica] Il Consiglio d'Egitto

[modifica] Citazione

  • Perché questo poteva ora con più coscienza affermare, dopo aver subito per cinque volte la corda, per quarantotto ore la veglia, per sette volte il fuoco: che coloro che avevano concepito la tortura e coloro che la sostenevano erano degli stolti; gente che aveva del uomo, e della propria umanità, la nozione che ne può avere il coniglio selvatico, la lepre. Braccati dall'uomo, dalla loro stessa umanità, stoltamente ne facevano vendetta nella questione: il giurista, il giudice, il boia. 'Forse il boia no, forse per il boia è che, considerato immondizia, dall'esercizio della crudeltà ottiene almeno, di umano, la coscienza di essere veramente immondo.' (Opere – 1956.1971, p. 620)

[modifica] La corda pazza – Scrittori e cose della Sicilia

  • Sotto il titolo di Avvertimenti a Marco Antonio Colonna quando andò viceré in Sicilia vanno certune acutissime considerazioni sulla storia di Sicilia e sul carattere dei siciliani di Scipio Di Castro, messinese, poeta e scrittore di cose politiche che tra la Sicilia e il continente trascinò vita avventurata, tribolata e torbida nella seconda metà del secolo XVI. (da Sicilia e sicilitudine, Opere – 1956.1971, p. 961)
  • I siciliani – dice il Di Castro – generalmente sono più astuti che prudenti, più acuti che sinceri, amano le novità, sono litigiosi, adulatori e per natura invidiosi; sottili critici delle azioni dei governanti, ritengono sia facile realizzare tutto quello che loro dicono farebbero se fossero al posto dei governanti. D'altra parte, sono obbedienti alla Giustizia, fedeli al Re e sempre pronti ad aiutarlo, affezionati ai forestieri e pieni di riguardi nello stabilirsi delle amicizie. La loro natura è fatta di due estremi: sono sommamente timidi e sommamente temerari. Timidi quando trattano i loro affari, poiché sono molto attaccati ai propri interessi e per portarli a buon fine si trasformano come tanti Protei, si sottomettono a chiunque può agevolarli e diventano a tal punto servili che sembrano nati per servire. Ma sono di incredibile temerarietà quando maneggiano la cosa pubblica e allora agiscono in tutt'altro modo… E prima aveva avvertito: la Sicilia è stata fatale a tutti i suoi governanti; e la maggior parte di essi ha lasciato sepolta in quel Regno la reputazione in modo tale che nemmeno nella posterità ha potuto mai più risorgere. (da Sicilia e sicilitudine, pp. 961-962)
  • […] di Salvatore Quasimodo nella cui poesia il tema dell'esilio (l'esilio che generazioni di siciliani, per sfuggire alla povertà dell'isola, hanno sofferto e soffrono) si lega amaro e dolente, ma splendido nella memoria dei luoghi perduti, a quello del poeta arabo Ibn Hamdis, siciliano di Noto. E questa può anche essere una chiave per capire la Sicilia: che alla distanza di più di otto secoli un poeta di lingua araba e un poeta di lingua italiana hanno cantato la loro pena d'esilio con gli stessi accenti: "vuote le mani, – dice Ibn Hamdis, – ma pieni gli occhi del ricordo di lei". (da Sicilia e sicilitudine, p. 967)

[Leonardo Sciascia, La corda pazza – Scrittori e cose della Sicilia, in Opere – 1956.1971, a cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, 2004]

[modifica] Nero su nero

  • È ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia un cretino. [...] e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto, tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l'olio e il vino dei contadini.
  • La nostra giornata è fatta, come tutta la vita, di misteriose rispondenze, di sottili collegamenti.
  • Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l'intelligenza, l'intelligenza che è anche «leggerezza», che sa essere «leggera», può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità.
  • Tutti i nodi vengono al pettine. Quando c'è il pettine.
  • Un orologio che va male non segna mai l'ora esatta, un orologio fermo la segna due volte al giorno.
  • Un'idea morta produce più fanatismo di un'idea viva; anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte.

[modifica] Gli zii di Sicilia

[modifica] Incipit

Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio. Mi affacciai alla finestra. Gridò "arrivano". Di corsa infilai le scale, mia madre mi gridò dietro qualcosa.
Nella strada che abbagliava di sole non c'era un cane. Filippo stava mezzo nascosto nel portone della casa di fronte. Mi raccontò che in piazza stavano il podestà l'arciprete e il maresciallo, aspettavano gli americani, un contadino aveva portato la notizia che arrivavano, erano al ponte di Canalotto.
In piazza c'erano invece due tedeschi: avevano spiegata per terra una carta e uno di loro vi segnava con la matita una strada, pronunciava un nome e alzava gli occhi verso il maresciallo che diceva "sì, va bene". (dal racconto La zia d'America, Opere – 1956.1971, p. 175)

[modifica] Citazioni

  • Il 18 aprile del 1948, nel sonno dell'alba, Calogero Schirò vide Stalin. Era un sogno dentro un sogno, Calogero stava sognando un gran mucchio di schede elettorali, ne aveva firmate un migliaio la sera prima poiché il partito l'aveva designato scrutinatore; vedeva tutte quelle schede e a un certo punto sulle schede una mano pesante che usciva dalla manica di una giubba militare di quelle all'antica. Nel sogno pensò 'ora sto sognando, questo è Stalin' e alzo gli occhi a guardare Stalin in faccia. Aveva una faccia scura, Calogero pensò 'è incazzato, c'è qualcosa che va per traverso' e subito fece un esame di coscienza per sé e per la sezione di Regalpetra, trovò piccole macule, il vice che in municipio aveva fregato un po' di zucchero Unrra e non era stato espulso, il segretario dei minatori che prendeva soldi per il disbrigo di certe pratiche: cominciò a sentirsi inquieto. Stalin parlò con marcato accento napoletano, disse "Calì, in queste elezioni abbiamo da perdere, non c'è niente da fare, i preti hanno la prima mano". (Incipit del racconto La morte di Stalin, Opere – 1956.1971, p. 225)
  • "D'accordo su Carini" disse Garibaldi. "Ma non capisco perché all'altro estremo mettiate questo povero barone: che ci apre, sì, il palazzo e le cantine, ed è già molto… ma non credo abbia a farsi perdonare, e che nasconda odio per noi."
    "Perché" disse Nievo "io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono: i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all'azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che a paura delle parole ed ha invece vicina e famigliare la morte… Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…"
    "Questa è poesia" disse Sirtori.
    "Oh, certamente" disse Nievo. "Ma per far prosa vi dirò, e il generale vorrà perdonarmi, che non mi piace questo barone; e non mi piacciono i siciliani come Cri…"
    Garibaldi fece un gesto reciso "torniamo alla poesia" disse. (dal racconto Il Quarantotto, Opere – 1956.1971, p. 321)
  • Ma il socialismo cosa era? Certo era una buona bandiera, mio padre diceva: "giustizia, uguaglianza" ma non ci può essere uguaglianza se Dio non c'è, non si può fare il regno dell'uguaglianza davanti a un notaro, solo davanti a Dio si può fare. O davanti alla morte: se tutti ad ogni momento, nella morte ci specchiassimo. Sarebbe così ingiusto il mondo dell'uguaglianza che solo in nome di Dio, o specchiandoci nella morte, potremmo viverlo. Senza Dio si può però fare giustizia, non ho mai pensato che Dio fosse giustizia, dalla nostra speranza di giustizia è lontano. Mio padre non si contentava della giustizia, voleva l'uguaglianza: credeva che quei grandi avvocati con cappello largo e cravatta a fiocco stessero al posto di Dio, l'avvocato Ferri e l'avvocato Cigna al posto di Dio. (dal racconto L'antimonio, Opere – 1956.1971, p. 342)
  • Io non sarei riuscito a fare amicizia con un uomo spagnuolo come lei pieno d'odio; con una donna era cosa diversa, il suo odio diventava per me un fatto d'amore; e non perché dall'odio per gli altri le nascesse amore per me, ma proprio perché odiava mi piaceva, per quel suo fare magia dell'odio, per quel suo essere un po' strega. Il piacere dell'amore è molto complicato: ed è più grande quando c'è nella donna oscura dannazione, un centro di maligno mistero nel suo essere; dico il piacere, ché l'amore è un fatto più semplice e chiaro. (dal racconto L'antimonio, Opere – 1956.1971, p. 353)

[modifica] Occhio di capra

[modifica] Risvolto di copertina

Sei anni fa, in campagna, guardando il sole che tramontava dietro nuvole che sembravano tratti di penna – un po' spento, un po' strabico, come ingabbiato – qualcuno disse: «Occhio di capra: domani piove». Non lo sentivo dire da molti anni. Annotai l'espressione su un foglietto; e così ogni volta – da allora – che ne sentivo o ne ritrovavo nella memoria altre di uguale originalità e lontananza. Foglietto su foglietto, le «voci» hanno fatto libro: esile quanto è (e quanto si vuole), ma per me «importante». Da un certo punto di vista lo si può considerare, come ora di dice in accademia, un lavoro «scientifico»: per me lo è, ma di quella «scienza certa» che è l'amore al luogo in cui si è nati, alle persone, alle cose, alle parole di cui la nostra vita, nell'infanzia e nell'adolescenza si è intrisa. l.s.

[modifica] Incipit

«La mia terra è sui fiumi stretta al mare», dice Quasimodo. Parla della Sicilia, ma la sua memoria più vivida ne è il mare di Siracusa, la foce dell'Imera, i «pianori d'Acquaviva dove il Platani rotola conchiglie». Ma la mia terra, la mia Sicilia, non ha fiumi; e dal mare è lontana come se fosse al centro di un continente. (pag. 11)

[modifica] Citazioni

  • addimuru. Dal verbo «addimurari», ritardare, questa parola d'intesa tra adulti, a inganno dei bambini. Una madre tediata dai bambini mentre sbriga le faccende di casa, a liberarsene li manda da una parente o da una vicina a chiedere «tanticchia d'addimuru», un poco: quasi fosse un ingrediente da cucina. La parente o la vicina capisce che deve trattenerli, e inventare qualcosa che li trattenga. A meno che non abbia per sua parte da fare: e li rimanda alla madre dicendo che di «addimuru» è sprovvista. (pag. 23)
  • buonu facisti ca ti nni isti. Bene hai fatto ad andartene. Frase di approvazione e congratulazione verso chi ha lasciato un impegno, un incarico, un posto di lavoro. Si è sempre e da tutti approvati (tranne, a volte, dai parenti più stretti) quando si esce dal fare (dal peccato del fare diceva il principe di Lampedusa). Ma la si pronuncia, oggi, accentuando ironicamente la rima tra «facisti» e «isti»: segno forse di un mutato sentimento riguardo al fare. (pag. 39)
  • cca sutta 'un ci chiovi Qui sotto non ci piove, Frase cui si accompagna il gesto dell'indice della mano destra dritto sotto il palmo della mano sinistra: a figurare un uomo sotto una tettoia, sotto un ombrello – fisicamente; se stessi al riparo da ogni detrazione e maldicenza – moralmente. Espressione verbale e mimica, insomma, che vuol dire di una vita intemerata, incorrotta e incorruttibile anche nello sfiorare o nello star dentro a fenomeni di corruzione. Equivale all'omnia munda mundis di San Paolo. (pag. 49)

[modifica] Una storia semplice

[modifica] Incipit

La telefonata arrivo alle 9 e 37 della sera del 18 marzo, sabato, vigilia della rutilante e rombante festa che la città dedicava a san Giuseppe falegname: e al falegname appunto erano offerti i roghi di mobili vecchi che quella sera si accendevano nei quartieri popolari, quasi promessa ai falegnami ancora in esercizio, e ormai pochi, di un lavoro che non sarebbe mancato. Gli uffici erano, più delle altre sere a quell'ora, quasi deserti: anche se illuminati, l'illuminazione serale e notturna degli uffici di polizia tacitamente prescritta per dare impressione ai cittadini che in quegli uffici sempre sulla loro sicurezza si vegliava.
Il telefonista annotò l'ora e il nome della persona che telefonava: Giorgio Roccella. Aveva una voce educata, calma, suadente. 'Come tutti i folli' pensò il telefonista. Chiedeva infatti il signor Roccella, del questore: una follia, specialmente a quell'ora e in quella particolare serata. (pag. 9)

[modifica] Citazioni

  • Automaticamente, il colonnello vide, invece, il caso molto complicato, e comunque da non sbrigarsene al più presto. Scattava subito, pregiudizialmente quali che fossero le persone che le rappresentavano, una irriducibile disparità di punti di vista tra le due istituzioni: l'arma dei carabinieri, il corpo di polizia. Un lungo, storico contenzioso li divideva: e tutti i cittadini che ci cadevano in mezzo finivano per dibattervisi drammaticamente.
    Il brigadiere disse: «Signorsì», usci a ritrovare la macchina di pattuglia con cui era venuto e che era ritornata. Ma poiché il questore lo aveva indispettito, ed essendo quasi del tutto sprovvisto di quel si suol chiamare spirito di corpo – cioè del considerare parte maggiore del tutto il corpo a cui apparteneva, di ritenerlo infallibile e, nella eventuale fattibilità, intoccabile, traboccante di ragione soprattutto quando aveva torto – ebbe una beffarda idea. (pag. 24)
  • Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».
    «Tanti: e mi pesano» convenne il professore.
    «Ma che ne dice? Lei non è mutato per nulla, nell'aspetto».
    «Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.
    «Questo maledetto lavoro… Ma perché mi dà del lei?».
    «Come allora» disse il professore.
    «Ma ormai…».
    «No».
    «Ma si ricorda di me?».
    «Certo che mi ricordo».
    «Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altre natura… Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».
    «Perché aveva copiato da un autore più intelligente».
    Il magistrato scoppiò a ridere. «L'italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».
    «L'italiano non è l'italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».
    La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passo a un duro interrogatorio. (pagg. 43-44)
  • A prendere il professore da casa andò il brigadiere. Fecero il breve viaggio loro due soli, con grande contentezza da parte del brigadiere cui parlare con persone che avevano fama di intelligenza e cultura dava una specie di ebrezza. Ma il professore parlò dei propri mail, lasciando memorabile al brigadiere (ma non condivisibile nell'energia dei suoi trent'anni) la frase che a un certo punto della vita non è la speranza l'ultima a morire, ma il morire l'ultima speranza. (pag. 51)

[modifica] Explicit

Mentre in questura ferveva l'allestimento della camera ardente per il commissario (solenni sarebbero stati i funerali) l'uomo della Volvo, tirato fuori dal carcere, vi fu portato per degli adempimenti burocratici, per cui sarebbe stato, finalmente, completamente libero.
Assolti quegli adempimenti, ne stava uscendo scarmigliato e angosciosamente ilare, quando sulla soglia incontrò padre Cricco in nicchio, cotta e stola, che veniva a benedire la salma.
Padre Cricco lo fermò con un gesto. Disse: «Mi pare di conoscerla: lei è della mia parrocchia?».
«Ma che parrocchia? Io non ho parrocchia» disse l'uomo; e usci con gioiosa furia.
Trovo al posteggio, con cedola di contravvenzione, la sua Volvo. Ma gli parve una cosa da riderne, tanto era contento.
Uscì dalla città cantando. Ma a un certo punto fermò di colpo la macchina, tornò ad incupirsi, ad angosciarsi. «Quel prete,» si disse «quel prete... l'avrei riconosciuto subito, se non fosse stato vestito da prete: era il capostazione, quello che avevo creduto fosse il capostazione».
Pensò di tornare indietro, alla questura. Ma un momento dopo: «E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?».
Riprese cantando la strada verso casa.

[modifica] Incipit di alcune opere

[modifica] Todo Modo

«A somiglianza di una celebre definizione che fa dell'universo kantiano una catena di causalità sospesa a un atto di libertà, si potrebbe» dice il maggior critico italiano dei nostri anni «riassumere l'universo pirandelliano come un diuturno servaggio in un mondo senza musica, sospeso ad una infinita possibilità musicale: all'intatta e appagata musica dell' uomo solo»

[modifica] La scomparsa di Majorana

Roma, 16-4-38 XVI

«Cara Eccellenza,
«Vi prego di ricevere e ascoltare il dott. Salvatore Majorana, che ha bisogno di conferire con Voi pel caso disgraziato del fratello, il professore scomparso.
«Da una nuova traccia parrebbe che una nuova indagine sia necessaria, nei conventi di Napoli e dintorni, forse per tutta Italia meridionale e centrale. Vi raccomando caldamente la cosa. Il prof. Majorana è stato in questi ultimi anni una delle maggiori energie della scienza italiana. E se, come si spera, si è ancora in tempo per salvarlo e ricondurlo alla vita e alla scienza, non bisogna tralasciar nessun mezzo intentato.
«Con saluti cordiali e auguri di buona pasqua

Vostro
Giov. Gentile.».

[modifica] Il cavaliere e la morte

Quando alzava gli occhi dalle carte, e meglio quando appoggiava la testa sull'orlo dell'alto e duro schienale, la vedeva nitida, in ogni particolare, in ogni segno, quasi il suo sguardo acquistasse un che di sottile e puntuto e il disegno rinascesse con la stessa precisione e meticolosità con cui, nell'anno 1513, Albrecht Dǖrer lo aveva inciso.

[modifica] Citazioni su Leonardo Sciascia

  • [A Racalmuto] Mi ha portato qui il ricordo personale di Leonardo, che ho grandemente amato come scrittore europeo non meno che italiano. L'ho sempre ascoltato con attenzione e grande rispetto, come grande coscienza e voce civile dell'Italia. (Giorgio Napolitano)

[modifica] Bibliografia

  • Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Adelphi, 1997.
  • Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi.
  • Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi.
  • Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia (1958), Einaudi, 1960.
  • Leonardo Sciascia, Todo Modo, Einaudi.
  • Leonardo Sciascia, Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (1977), Adelphi, Milano, 1990.
  • Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte, Adelphi, 1988.
  • Leonardo Sciascia, Nero su nero, Adelphi.
  • Leonardo Sciascia, Morte dell'Inquisitore, Laterza, Bari 1964 / Adelphi, Milano 1999.
  • Leonardo Sciascia, Occhio di capra, Adelphi, 1990. ISBN 88-459-0768-6
  • Leonardo Sciascia, Una storia semplice, Adelphi, 1989. ISBN 88-459-0729-5
  • Leonardo Sciascia, Opere – 1956.1971, a cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, 2004. ISBN 88-452-4413-X
  • Leonardo Sciascia, Opere – 1971.1983, a cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, 2004. ISBN 88-452-5001-6
  • Leonardo Sciascia, Opere – 1984.1989, a cura di Claude Ambroise, Classici Bompiani, 2004. ISBN 88-452-5302-3

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[modifica] Opere

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