Giacomo Leopardi

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
(Reindirizzamento da Leopardi)
Al 2014, le opere di un autore italiano morto prima del 1944 sono di pubblico dominio in Italia PD
Giacomo Leopardi

Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi (1798 – 1837), poeta, scrittore e filosofo italiano.

Citazioni di Giacomo Leopardi[modifica]

  • E tu nemica | La sorte avesti pur: ma ti rimbomba | Fama che cresce e un dì fia detta antica. (dal sonetto Letta la vita dell'Alfieri scritta da esso)
  • La conoscenza degli effetti e la ignoranza delle cause produsse l'astrologia. (da Storia dell'astronomia)
  • La più sublime, la più nobile tra le Fisiche scienze ella è senza dubbio l'Astronomia. L'uomo s'innalza per mezzo di essa come al di sopra di sé medesimo, e giunge a capire la causa dei fenomeni più straordinari. (da Storia dell'astronomia, introduzione)
  • Non mi dir più che m'abbia cura, perché son guarito e sano come un pesce in grazia dell'aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti [...]. (da Lettere al fratello Carlo, p. 43)
  • Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta. (da Canzone nelle nozze della sorella Paolina)

Canti[modifica]

I – All'Italia[modifica]

  • Piangi, che ben hai donde, Italia mia.

III – Ad Angelo Mai: quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica[modifica]

  • Ahi ahi, ma conosciuto il mondo | non cresce, anzi scema, e assai più vasto | l'etra sonante e l'alma terra e il mare | al fanciullin, che non al saggio appare. (vv. 87-90)
  • Da te fino a quest'ora uom non è sorto, | o sventurato ingegno, | pari all'italo nome, altro ch'un solo, | solo di sua codarda etate indegno, | allobrogo feroce, a cui dal polo | maschia virtù, non già da questa mia | stanca ed arida terra, | venne nel petto; onde privato, inerme | (memorando ardimento!) in su la scena | mosse guerra a' tiranni: almen si dia | questa misera guerra | e questo vano campo all'ire inferme | del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena | scese, e nullo il seguì, che l'ozio e il brutto | silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto. || Disdegnando e fremendo, immacolata | trasse la vita intera, | e morte lo scampò dal veder peggio. | Vittorio mio, questa per te non era | età né suolo. Altri anni ed altro seggio | conviene agli alti ingegni. (vv. 151-171 ; pp. 29-30)

IX – Ultimo canto di Saffo[modifica]

  • Arcano è tutto, | fuor che il nostro dolor. (vv. 45-46)
  • Negletta prole | nascemmo al pianto, e la ragione in grembo | de' celesti si posa. (vv. 46-48)
  • Virtù non luce in disadorno ammanto. (v. 53)
  • Vivi felice, se felice in terra | visse nato mortal. (vv. 60-61)

X – Il primo amore[modifica]

  • Tornami a mente il dì che la battaglia | d'amore sentii la prima volta, e dissi: | oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! (vv. 1-3)

XI – Il passero solitario[modifica]

  • D'in su la vetta della torre antica, | passero solitario, alla campagna | cantando vai finché non more il giorno; | ed erra l'armonia per questa valle. (vv. 1-4)

XII – L'infinito[modifica]

  • Sempre caro mi fu quest'ermo colle, | e questa siepe, che da tanta parte | dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. (vv. 1-3)
  • Così tra queste immensità s'annega il pensier mio | E il naufragar m'è dolce in questo mare. (vv. 14-15)

XIII – La sera del dì di festa[modifica]

  • Dolce e chiara è la notte e senza vento. (v. 1)
  • Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno | appare in vista, a salutar m'affaccio, | e l'antica natura onnipossente, | che mi fece all'affanno. A te la speme | nego, mi disse, anche la speme; e d'altro | non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. (v. 6)
  • Ecco è fuggito | il dì festivo, ed al festivo il giorno | volgar succede, e se ne porta il tempo | ogni umano accidente. (vv. 30-33)

XVII – Consalvo[modifica]

XVIII – Alla sua donna[modifica]

  • Ma non è cosa in terra | Che ti somigli; e s'anco pari alcuna | Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, | Saria, così conforme, assai men bella. (vv. 19-22)

XXI – A Silvia[modifica]

  • Silvia rimembri ancora | quel tempo della tua vita mortale, | quando beltà splendea | negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi. (vv. 1-4)
  • O natura, o natura | perché non rendi poi | quel che prometti allor? Perché di tanto | inganni i figli tuoi? (vv. 35-38)
  • All'apparir del vero | Tu, misera, cadesti: e con la mano | La fredda morte ed una tomba ignuda | Mostravi di lontano. (vv. 60-63)

XXII – Le ricordanze[modifica]

  • Dolce per sé; ma con dolor sottentra | il pensier del presente, un van desio | del passato.
  • O speranze, speranze; ameni inganni | Della mia prima età!

XXIII – Canto notturno di un pastore errante dell'Asia[modifica]

  • Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, | Silenziosa luna? (vv. 1-2)
  • Forse, in qual forma, in quale | stato che sia, dentro covile o cuna, | è funesto a chi nasce il dì natale. (vv. 141-143)
  • Perché reggere in vita | chi poi di quella consolar convenga? | Se la vita è sventura, | perché da noi si dura? (vv. 53-56)
  • E tu certo comprendi | il perché delle cose, e vedi il frutto | del mattin, della sera, | del tacito, infinito andar del tempo. (vv. 69-72)
  • A me la vita è male. (v. 104)

XXIV – La quiete dopo la tempesta[modifica]

  • Piacer figlio d'affanno. (v. 32)
  • Umana | prole cara agli eterni! assai felice | se respirar ti lice | d'alcun dolor: beata | se te d'ogni dolor morte risana. (vv. 50-54)

XXV – Il sabato del villaggio[modifica]

  • La donzelletta vien dalla campagna, | in sul calar del sole, | col suo fascio dell'erba; e reca in mano | un mazzolin di rose e viole, | onde siccome suole, | ornare ella si appresta | dimani, al dì di festa, il petto e il crine. (vv. 1-7)
  • Questo di sette è il più gradito giorno, | pien di speme e di gioia. (vv. 38-39)

XXVI – Il pensiero dominante[modifica]

  • Sempre i codardi, e l'alme | Ingenerose, abbiette | Ebbi in dispregio. (vv. 53-55)
  • Di questa età superba, | Che di vote speranze si nutrica, | Vaga di ciance, e di virtù nemica; | Stolta, che l'util chiede, | E inutile la vita | Quindi più sempre divenir non vede; | Maggior mi sento. (vv. 59-65)
  • Pregio non ha, non ha ragion la vita | Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto. (vv. 80-81)

XXVII – Amore e Morte[modifica]

  • Quando novellamente | Nasce nel cor profondo | Un amoroso affetto, | Languido e stanco insiem con esso in petto | Un desiderio di morir si sente: | Come, non so: ma tale | D'amor vero e possente è il primo effetto. (vv. 27-33)
  • Poi, quando tutto avvolge | La formidabil possa, | E fulmina nel cor l'invitta cura, | Quante volte implorata | Con desiderio intenso, | Morte, sei tu dall'affannoso amante! (vv. 45-50)

XXVIII – A se stesso[modifica]

  • Amaro e noia | La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. (vv. 8-9)
  • L'infinita vanità del tutto. (ultimo verso)

XXIX – Aspasia[modifica]

  • Torna dinanzi al mio pensier talora | Il tuo sembiante, Aspasia. (vv. 1-2)
  • Raggio divino al mio pensiero apparve, | Donna, la tua beltà. Simile effetto | Fan la bellezza e i musicali accordi. (vv. 33-35)
  • Pur quell'ardor che da te nacque è spento: | Perch'io te non amai, ma quella Diva | Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core. (vv. 77-79)
  • Già del fato mortale a me bastante | E conforto e vendetta è che su l'erba | Qui neghittoso immobile giacendo, | Il mar la terra e il ciel miro e sorrido. (vv. 109-112)

XXXIV – La ginestra o il fiore del deserto[modifica]

  • Qui su l'arida schiena | Del formidabil monte | Sterminator Vesevo, | La qual null'altro allegra arbor né fiore, | Tuoi cespi solitari intorno spargi, | Odorata ginestra, | Contenta dei deserti. (vv. 1-7)
  • Dipinte in queste rive | son delle umane genti | "le magnifiche sorti e progressive". | Qui mira e qui ti specchia, | Secol superbo e sciocco, | Che il calle insino allora | Dal risorto pensier segnato innanti | Abbandonasti, e volti addietro i passi, | Del ritornar ti vanti, | E procedere il chiami. (vv. 49-58)
  • Non so se il riso o la pietà prevale. (v. 201)
  • Obblio | Preme chi troppo all'età propria increbbe. (citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli)

Operette morali[modifica]

Incipit[modifica]

Storia del genere umano

Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra, fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti bambini, e fossero nutricati dalle api, dalle capre e dalle colombe nel modo che i poeti favoleggiarono dell'educazione di Giove. E che la terra fosse molto più piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani, il cielo senza stelle, non fosse creato il mare, e apparisse nel mondo molto minore varietà e magnificenza che oggi non vi si scuopre. Ma nondimeno gli uomini compiacendosi insaziabilmente di riguardare e di considerare il cielo e la terra, maravigliandosene sopra modo e riputando l'uno e l'altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, così di grandezza come di maestà e di leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto contento, e con poco meno che opinione di felicità.

Citazioni[modifica]

  • [Gli uccelli] sentono giocondità e letizia più che alcuno altro animale. Si veggono gli altri animali comunemente seri e gravi; e molti di loro anche paiono malinconici: rade volte fanno segni di gioia, e questi piccoli e brevi; nella più parte dei loro godimenti e diletti, non fanno festa, né significazione alcuna di allegrezza; delle campagne verdi, delle vedute aperte e leggiadre, dei soli splendidi, delle arie cristalline e dolci, se anco sono dilettati, non ne sogliono dare indizio di fuori: eccetto che delle lepri si dice che la notte, ai tempi della luna, e massime della luna piena, saltano e giuocano insieme, compiacendosi di quel chiaro [...]. (Elogio degli uccelli)
  • Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura. (Elogio degli uccelli, 17)
  • La vita, così per rispetto del corpo come dell'animo, e più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire che sia il secolo della morte. (Dialogo della Moda e della Morte)
  • Tutti gli uomini per necessità nascono e vivono infelici. (Dialogo della Natura e di un'Anima)
  • Tu [Natura] sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c'insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. (Dialogo della Natura e di un Islandese)
  • Certo l'ultima causa dell'essere non è la felicità; perocché niuna cosa è felice. (Cantico del gallo silvestre)
  • La natura ci destinò per medicina di tutti i mali la morte. (Dialogo di Plotino e di Porfirio)
  • Le cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa somma. Dove tutti sanno poco, e' si sa poco; perché la scienza va dietro alla scienza, e non si sparpaglia. (Dialogo di Tristano e di un amico)
  • Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell'uomo, e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni; che il mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri [...]. [...] io desidero quanto voi, e quanto qualunque altro, il bene della mia specie in universale; ma non lo spero in nessun modo. (Dialogo di Timandro e di Eleandro)
  • La filosofia non è altro che la scienza della viltà d'animo e di corpo, del badare a se stesso, procacciare i propri comodi in qualunque maniera, non curarsi degli altri, e burlarsi della virtù e di altre tali larve e immaginazione degli uomini. La natura è gagliarda magnanima focosa, inquieta come un ragazzaccio; ma la ragione è pigra come una tartaruga, e codarda come una lepre. (Dialogo: ...filosofo greco, Murco senatore romano, popolo romano, congiurati)

Detti memorabili di Filippo Ottonieri[modifica]

  • Dimandato a che nascano gli uomini, rispose per ischerzo: a conoscere quanto sia più spediente il non esser nato. (cap. II)
  • Una grandissima parte delle azioni e dei portamenti degli uomini che si attribuiscono a qualche pessima qualità morale, non sieno veramente altro che inconsiderati. (cap. III)
  • Le persone assuefatte a comunicare di continuo cogli altri i propri pensieri e sentimenti, esclamano, anco essendo sole, se una mosca le morde, o che si versi loro un vaso, o fugga loro di mano. (cap. IV)
  • Certamente il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può spesse volte porgere qualche diletto: e se nelle cose umane il bello è da preporre al vero, questo, dove manchi il bello, è da preferire ad ogni altra cosa. (cap. V)
  • Le più delle cose delle quali si ride ordinariamente, sono tutt'altro che ridicole in effetto; e di moltissime si ride per questa cagione stessa, che elle non sono degne di riso o in parte alcuna o tanto che basti. (cap. V)
  • È grande stoltezza confessare che il nostro corpo è soggetto alle cose che non sono in facoltà nostra, e contuttociò negare che l'animo, il quale dipende dal corpo quasi in tutto, soggiaccia necessariamente a cosa alcuna fuori che a noi medesimi. E conchiudeva, che l'uomo tutto intero, e sempre, e irrepugnabilmente, è in potestà della fortuna. (cap. II)

Citazioni sull'opera[modifica]

  • La lingua e lo stile delle quali, pur moderni e impeccabili in quanto a purezza, risentono ancora del lavoro di lucerna, di un certo gusto classico un po' freddo ed arcaico, non sufficientemente sconvolto e trasfigurato dal sentimento poetico. Nei Canti c'è il poeta, qui, nella maggior parte dei casi, il letterato. (Luigi Russo)

Pensieri[modifica]

  • Dico che il mondo é una lega di birbanti contro gli uomini dabbene, di vili contro i generosi. (I)
  • Rari sono i birbanti poveri. (I)
  • Sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. (I)
  • La morte non è male: perché libera l'uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza è male sommo: perché priva l'uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza. (VI)
  • Bella ed amabile illusione è quella per la quale i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell'anno, paiono avere con quello un'attinenza particolare, e che quasi un'ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde è medicato in parte il tristo pensiero dell'annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto. (XIII)[1]
  • Se la miglior compagnia è quella dalla quale noi partiamo più soddisfatti di noi medesimi, segue ch'ella è appresso a poco quella che noi lasciamo più annoiata. (XXI)[2]
  • Nessun maggior segno d'essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita. (XXVII)[3]
  • Nessuna professione è sì sterile come quella delle lettere. (XXIX)[4]
  • Gli uomini si vergognano non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che ricevono. (LVII)
  • Quasi tutti gli uomini grandi sono modesti: perché si paragonano continuamente, non cogli altri, ma con quell'idea del perfetto che hanno dinanzi allo spirito, infinitamente più chiara e maggiore di quella che ha il volgo; e considerano quanto sieno lontani dal conseguirla. (LXIV)[5]
  • La noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa. (LXVII)[6]
  • La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. (LXVIII)
  • La stima non è prezzo di ossequi: oltre che essa, non diversa in ciò dall'amicizia, è come un fiore, che pesto una volta gravemente, o appassito, mai più non ritorna. (LXXII)[7]
  • Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire. (LXXVIII)[8]
  • Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non trapassarli. (LXXXVI)[9]
  • Chi comunica poco cogli uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l'uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. E se uno che sia tale, si ritira dalla società, perde nel ritiro la misantropia. (LXXXIX)
Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere o essere ciò che non sono.
  • Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere o essere ciò che non sono. (XCIX)
  • L'uomo è quasi sempre tanto malvagio quanto gli bisogna. Se si conduce dirittamente, si può giudicare che la malvagità non gli è necessaria. Ho visto persone di costumi dolcissimi, innocentissimi, commettere azioni delle più atroci, per fuggire qualche danno grave, non evitabile in altra guisa. (CIX)

Zibaldone[modifica]

Incipit[modifica]

Palazzo bello. Cane di notte dal casolare, al passar del viandante.

Era la luna nel cortile, un lato
Tutto ne illuminava, e discendea
Sopra il contiguo lato obliquo un raggio...
Nella (dalla) maestra via s'udiva il carro
Del passegger, che stritolando i sassi,
Mandava un suon, cui precedea da lungi
Il tintinnìo de' mobili sonagli.

Citazioni[modifica]

  • Ne' guai non ci vuol pianto ma consiglio. (5; 1898, Vol. I, p. 81)
  • L'arte di Ovidio di metter le cose sotto gli occhi, non si chiama efficacia, ma pertinacia. (12; 1898, Vol. I, p. 89)
  • Senza dubbio non si può dir niente di Dio che non sia infinitamente al di sotto del vero, e però la Bibbia (e la Bibbia molto meno che qualunque altro) non dice mai cosa che appetto al vero non sia strapiccolissima [...]. (13; 1898, Vol. I, p. 90)
  • Voglio dire che un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione [...]. (14; 1898, Vol. I, p. 93)
  • [...] una poesia ragionevole, è lo stesso che dire una bestia ragionevole. (18; 1898, Vol. I, p. 100)
  • La tartaruga lunghissima nelle sue operazioni ha lunghissima vita. Così tutto è proporzionato nella natura; e la pigrizia della tartaruga, di cui si potrebbe accusar la natura, non è veramente pigrizia assoluta, cioè considerata nella tartaruga, ma rispettiva. Da ciò possiamo cavare molte considerazioni. (32; 1898, Vol. I, p. 124)
  • È osservabile che in Celso nel quale è singolarmente notata e lodata la semplicità e facilità dello stile, per le quali si sarà discostato meno degli altri dal latino volgare, sono frequentissime e moltissime frasi, costruzioni, usi di parole, locuzioni ec. ed anche parole assolutamente, o prette italiane o che si accostano alle italiane io dico di quelle che comunemente non s'hanno per derivate dal latino né per comuni alle due lingue ma proprie della nostra, e che trovandole non presso Celso ma presso qualche scrittore latino moderno, le stimeressimo poco meno che barbarismi, anche presentemente, cioè non ostante che in effetto si trovino appresso Celso eccetto se non ci ricordassimo espressamente o ci fosse citata l'autorità di lui. (32; 1898, Vol. I, pp. 125-126)
  • Quanto più del tempo si tiene a conto, tanto più si dispera d'averne che basti, quanto più se ne gitta, tanto par che n'avanzi. (43; 1898, Vol. I, p. 143)
  • Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. (51; 1898, Vol. I, p. 157)
  • Intendo per innocente non uno incapace di peccare, ma di peccare senza rimorso. (51; 1898, Vol. I, p. 158)
  • Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia. (58; 1898, Vol. I, p. 167)
  • Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un'ora più quieta conoscerò, la vanità e l'irragionevolezza e l'immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s'annullerà, lasciandomi in un vôto universale, e in un'indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi. (72; 1898, Vol. I, p. 185)
  • Io era oltremodo annoiato della vita, sull'orlo della vasca del mio giardino, e guardando l'acqua e curvandomici sopra con un certo fremito, pensava: s'io mi gittassi qui dentro, immediatamente venuto a galla, mi arrampicherei sopra quest'orlo, e sforzandomi di uscir fuori dopo aver temuto assai di perdere questa vita, ritornato illeso, proverei qualche istante di contento per essermi salvato, e di affetto a questa vita che ora tanto disprezzo, e che allora mi parrebbe più pregevole. La tradizione intorno al salto di Leucade poteva avere per fondamento un'osservazione simile a questa. (82; 1898, Vol. I, p. 219)
  • Quando io era fanciullo, diceva talvolta a qualcuno de' miei fratellini, tu mi farai da cavallo. E legatolo a una cordicella, lo venia conducendo come per la briglia e toccandolo con una frusta. E quelli mi lasciavano fare con diletto, e non per questo erano altro che miei fratelli. Io mi ricordo spesso di questo fatto, quando io vedo un uomo (sovente di nessun pregio) servito riverentemente da questo e da quello in cento minuzie, ch'egli potrebbe farsi da se, o fare ugualmente a quelli che lo servono, e forse n'hanno più bisogno di lui, che alle volte sarà più sano e gagliardo di quanti ha dintorno. E dico fra me, né i miei fratelli erano cavalli, ma uomini quanto me, e questi servitori sono uomini quanto il padrone e simili a lui in ogni cosa; e tuttavia quelli si lasciavano guidare benché fossero tanto cavalli quant'era io, e questi si lasciano comandare; e tra questi e quelli non vedo nessun divario. (106, 26 marzo 1820; 1898, Vol. I, p. 217)
  • Mi diedi tutto alla gioia barbara e fremebonda della disperazione. (107, 15 aprile 1820; 1898, Vol. I, p. 218)
  • La pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza d'eroico. (112, 31 maggio 1820; 1898, Vol. I, p. 223)
  • Il dolore o la disperazione che nasce dalle grandi passioni o illusioni o da qualunque sventura della vita non è paragonabile all'affogamento che nasce dalla certezza e dal sentimento vivo della nullità di tutte le cose, e dell'impossibilità di essere felice in questo mondo, e dalla immensità del vuoto che si sente nell'anima. (140, 27 giugno 1820; 1898, Vol. I, p. 247)
  • Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell'amore (anche nei momenti dolci) dell'ira, della meraviglia, del timore ec. (142, 27 giugno 1820; 1898, Vol. I, p. 247)
  • I migliori momenti dell'amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia dove tu piangi e non sai di che, e quasi ti rassegni riposatamente a una sventura e non sai quale. (142, 27 giugno 1820; 1898, Vol. I, p. 247)
  • L'immaginazione [...] è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell'uomo, tanto più l'uomo sarà felice. (168; 1898, Vol. I, p. 275)
  • L'arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura. (189; 1898, Vol. I, p. 294)
  • Ripetono tutto giorno i francesi che Bossuet ha soggiogato la sua lingua al suo genio. Io dico che il suo genio è stato soggiogato dalla lingua costumi gusti del suo paese. (217, 20 agosto 1820; 1898, Vol. I, p. 318)
  • L'abuso e la disubbidienza alla legge, non può essere impedita da nessuna legge. (229, 31 agosto 1820; 1898, Vol. I, p. 327)
  • L'irresoluzione è peggio della disperazione. (245, 14 settembre 1820; 1898, Vol. I, p. 339)
  • Il Say nei Cenni sugli uomini e la società, chiama l'ode, la sonata della letteratura. È un pazzo se stima che l'ode non possa esser altro, ma ha gran ragione e intende parlare delle odi che esistono, massime delle francesi. (245; 1898, Vol. I, p. 339)
  • Chi non ha uno scopo non prova quasi mai diletto in nessuna operazione. (268, 10 ottobre 1820; 1898, Vol. I, p. 356)
  • [...] i beni si disprezzano quando si possiedono sicuramente, e si apprezzano quando sono perduti, o si corre pericolo o si è in procinto di perderli. (296, 23 ottobre 1820; 1898, Vol. I, p. 373)
  • [...] la felicità o infelicità non si misura dall'esterno ma dall'interno. (296, 23 ottobre 1820; 1898, Vol. I, p. 374)
  • Dicono che la felicità dell'uomo non può consistere fuorché nella verità. Così parrebbe, perché qual felicità in una cosa che sia falsa? E come, se il mondo è diretto alla felicità, il vero non deve render felice? Eppure io dico che la felicità consiste nell'ignoranza del vero. (326; 1898, Vol. I, p. 393)
  • [...] ogni felicità si trova falsa e vana, quando l'oggetto suo giunge ad essere conosciuto nella sua realtà e verità. (352; 1898, Vol. I, p. 410)
  • Tutto è amor proprio nell'uomo e in qualunque vivente. Amabile non pare e non è, se non quegli che lusinga, giova ec. l'amor proprio degli altri. (508, 15 gennaio 1821; 1898, Vol. II, p. 32)
  • I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto. (527, 19 gennaio 1821; 1898, Vol. II, p. 43)
  • [...] la felicità è impossibile a chi la desidera, perché il desiderio, sí come è desiderio assoluto di felicità e non di una tal felicità, è senza limiti necessariamente, perché la felicità assoluta è indefinita e non ha limiti. (648; 1898, Vol. II, p. 112)
  • L'egoismo è sempre stata la peste della società, e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società. (670671; 1898, Vol. II, p. 123)
  • Per qual ragione è bello il Trattato di Celso, ch'è un trattato di medicina? Forse perché ha ornamenti poetici o rettorici? Anzi, prima di tutto, perché ne manca onninamente e perché ha quel nudo candore e semplicità che conviene a siffatte opere; poi perché è chiaro, preciso, perché ha una lingua ed uno stile puro. (949, 16 aprile 1821; 1898, Vol. II, p. 290)
  • La convenienza al suo fine, e quindi l'utilità ec., è quello in cui consiste la bellezza di tutte le cose, e fuor della quale nessuna cosa è bella. (1165, 13 giugno 1821; 1898, Vol. II, p. 454)
  • E notate che l'uso della moneta quanto è necessario a quella che oggi si chiama perfezione dello stato sociale, tanto nuoce a quella perfezione ch'io vo predicando; giacché il detto uso è l'uno de' principalissimi ostacoli alla conservazione dell'uguaglianza fra gli uomini, e quindi degli stati liberi, alla preponderanza del merito vero e della virtù ec. ec. e l'una delle principalissime cagioni che introducono, e appoco appoco costringono la società all'oppressione, al dispotismo, alla servitù, alla gravitazione delle une classi sulle altre, insomma estinguono la vita morale ed intima delle nazioni, e le nazioni medesime in quanto erano nazioni. (1174, 16 giugno 1821; 1898, Vol. II, p. 460)
  • Dividersi perpetuamente i letterati e i poeti, da' filosofi. L'odierna filosofia che riduce la metafisica, la morale ec. a forma e condizione quasi matematica, non è più compatibile con la letteratura e la poesia, com'era compatibile quella de' tempi ne' quali fu formata la lingua nostra, la latina, la greca. [...] Ma la filosofia di Locke, di Leibnizio ec. non potrà mai stare colla letteratura né colla vera poesia. La filosofia di Socrate partecipava assai della natura, ma questa nulla ne partecipa, ed è tutta ragione. Perciò né essa né la sua lingua è compatibile colla letteratura, a differenza della filosofia di Socrate, e della di lei lingua. La qual filosofia è tale che tutti gli uomini un poco savi ne hanno sempre partecipato più o meno in tutti i tempi e nazioni, anche avanti Socrate. È una filosofia poco lontana da quello che la natura stessa insegna all'uomo sociale. Si dividano dunque le lingue, e la nostra che tante ne contiene, e così diverse anche dentro uno stesso genere, potrà ben contenere allo stesso tempo una lingua bella, e una lingua filosofica. Ed allora avrà una filosofia, e seguirà ad avere quella poesia, e quella letteratura nella quale ha sempre superato tutte le moderne. (1359-1360, 20 luglio 1821; 1898, Vol. III, p. 112)
  • [...] la memoria non è altro che assuefazione. (1676, 11 settembre 1821; 1898, Vol. III, p. 303)
  • Nessuna opinione vera o falsa, ma contraria all'opinione dominante e generale, si è mai stabilita nel mondo istantaneamente, e in forza di una dimostrazione lucida e palpabile, ma a forza di ripetizioni e quindi di assuefazione. (1720, 17 settembre 1821; 1898, Vol. III, p. 330)
  • Non si vive al mondo che di prepotenza. (1721, 17 settembre 1821; 1898, Vol. III, p. 330)
  • Chi più si ama meno può amare. (1723, 17 settembre 1821; 1898, Vol. III, p. 333)
  • La noia è la più sterile delle passioni umane. Com'ella è figlia della nullità, così è madre del nulla: giacché non solo è sterile per se, ma rende tale tutto ciò a cui si mesce o avvicina. (1815, 30 settembre 1821; 1898, Vol. III, p. 383)
  • La lingua latina così esatta, così regolata e definita, ha nondimeno moltissime frasi ec. che per la stessa natura loro, e del linguaggio latino, sono di significato così vago, che a determinarlo, e renderlo preciso non basta qualsivoglia scienza di latino, e non avrebbe bastato l'esser nato latino, perocch'elle son vaghe per se medesime, e quella tal frase e la vaghezza della significazione sono per essenza loro inseparabili, né quella può sussistere senza questa. Come Georg., I, 44: et Zephyro putris se glaeba resolvit. Quest'è una frase regolarissima, e nondimeno regolarmente e gramaticalmente indefinita di significazione, perocché nessuno potrà dire se quel Zephyro sigifichi al zefiro, col zefiro ec. Così quell'altra: Sunt lacrimae rerum ec. della quale altrove ho parlato. E cento mila di questa e simili nature, regolarissime, latinissime, conformissime alla grammatica, e alla costruzione latina, prive o affatto o quasi affatto d'ogni figura di dizione, e tuttavolta vaghissime e indefinibili di significato, non solo a noi, ma agli stessi latini. (2288-2289, 26 dicembre 1821; 1898, Vol. IV, p. 150)
  • Perché del resto nessuna lingua viva ha, né può avere un vocabolario che la contenga tutta, massime quanto ai modi, che son sempre (finch'ella vive) all'arbitrio dello scrittore. E ciò tanto più nell'italiana (per indole sua). La quale molto meno può esser compresa in un vocabolario, quanto ch'ella è più vasta di tutte le viventi [...]. (2288-2398, 29 marzo 1822; 1898, Vol. IV, pp. 216-217)
  • [...] quasi tutte le principali scoperte che servono alla vita civile sono state opere del caso. (2602, 10 agosto 1822; 1898, Vol. IV, p. 329)
  • Non basta che lo scrittore sia padrone del proprio stile. Bisogna che lo stile sia padrone delle cose [...]. (2611, 27 agosto 1822; 1898, Vol. IV, p. 334)
  • Gl'italiani non hanno costumi: essi hanno delle usanze. Così tutti i popoli civili che non sono nazioni. (2923, 9 luglio 1823; 1898, Vol. V, p. 80)
  • Quello che non può in niun modo la riflessione, può e fa l'irriflesione. (3520, 25 settembre 1823; 1898, Vol. VI, p. 2)
  • Una lingua strettamente universale, qualunque ella mai si fosse, dovrebbe certamente essere di necessit e per sua natura, la più schiava, povera, timida, monotona, uniforme, arida e brutta lingua, la più incapace di qualsivoglia genere di bellezza, la più impropria all'immaginazione, e la meno da lei dipendente, anzi la più da lei per ogni verso disgiunta, la più esangue ed inanimata e morta, che mai si possa concepire; uno scheletro un'ombra di lingua piuttosto che lingua veramente [...]. (3253, 23 agosto 1823; 1898, Vol. V, p. 275)
  • [...] il piacere è sempre o passato o futuro, non mai presente [...].[10] (3550, 29 settembre 1823, Festa di San Michele Arcangelo; 1898, Vol. VI, p. 21)
  • La noia è il desiderio della felicità, lasciato, per così dir, puro. (3715, 17 ottobre 1823; 1898, Vol. VI, p. 127)
  • L'esistenza può essere maggiore senza che lo sia la vita. (3927, 27 novembre 1823; 1898, Vol. VI, p. 301)
  • Tutto è follia in questo mondo fuorché il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorché il ridersi di tutto. Tutto è vanità fuorché le belle illusioni e le dilettevoli frivolezze. (3990, 17 dicembre 1823; 1898, Vol. VI, p. 361)
  • Il tale diceva che noi, venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro e incomodo, che sentendovisi stare male, non vi può star quieto, e però si rivolge cento volte da ogni parte, e procura in vari modi di appianare, ammollire, ecc. il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prendere sonno, finché senz'aver dormito né riposato vien l'ora di alzarsi. (4104, 25 giugno 1824; 1898, Vol. VII, p. 23)
  • Io vivo, dunque io spero, è un sillogismo giustissimo [...]. (4145, 18 ottobre 1824; 1898, Vol. VII, p. 70)
  • Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far creder al mondo di esser già famoso. (4153, Bologna, 21 novembre 1825; 1898, Vol. VII, p. 80)
  • Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell'universo è il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v'è altro bene che il non essere; non v'ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla. (4174, Bologna, 17 aprile 1826; 1898, Vol. VII, pp. 104-105)
  • Felicità non è altro che contentezza del proprio essere e del proprio modo di essere, soddisfazione, amore perfetto del proprio stato, qualunque del resto esso stato si sia, e fosse pur arco il più spregevole. Ora da questa sola definizione si può comprendere che la felicità è di sua natura impossibile in un ente che ami se stesso sopra ogni cosa, quali sono per natura tutti i viventi, soli capaci d'altronde di felicità. Un amor di se stesso che non può cessare e che non ha limiti, è incompatibile colla contentezza, colla soddisfazione. Qualunque sia il bene di cui goda un vivente, egli si desidererà sempre un ben maggiore, perché il suo amor proprio [amore della propria persona] non cesserà, e perché quel bene, per grande che sia, sarà sempre limitato, e il suo amor proprio non può aver limite. Per amabile che sia il vostro stato, voi amerete voi stesso più che esso stato, quindi voi desidererete uno stato migliore. Quindi non sarete mai contento, mai in uno stato di soddisfazione, di perfetto amore del vostro modo di essere, di perfetta compiacenza di esso. Quindi non sarete mai e non potete esser felice, né in questo mondo, né in un altro. (4191-4192, 30 agosto 1826; 1898, Vol. VII, p. 122)
  • Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone, in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto, se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, non ardiranno mai rider di voi, se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. (4391, 23 settembre 1828; 1898, Vol. VII, p. 330)
  • È curioso a vedere, che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito. (4524, Firenze, 31 maggio 1831; 1898, Vol. VII, p. 461)
  • Cosa rarissima nella società, un uomo veramente sopportabile. (4525, 16 settembre 1832; 1898, Vol. VII, p. 462)

[Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, a cura di Giosuè Carducci, Volumi I-VII, Le Monnier, Firenze, 1898]

Citazioni sull'opera[modifica]

  • È una mole di 4526 facce lunghe e larghe mezzanamente, tutte vergate di man dell'autore, d'una scrittura spesso fitta, sempre compatta, eguale, accurata, corretta. Contengono un numero grandissimo di pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note, conversazioni e discussioni, per così dire, del giovine illustra con se stesso su l'animo suo, la sua vita, le circostanze; a proposito delle sue letture e cognizioni; di filosofia, di letteratura, di politica; su l'uomo, su le nazioni, su l'universo; materia di considerazioni più ampia e variata che non sia la solenne tristezza delle operette morali; considerazioni poi liberissime e senza preoccupazioni, come di tale che scriveva giorno per giorno per sé stesso e non per gli altri, intento, se non a perfezionarsi, ad ammaestrarsi, a compiangersi, a istoriarsi. Per sé stesso notava e ricordava il Leopardi, non per il pubblico: ciò non per tanto gran conto ei doveva fare di questo suo ponderoso manoscritto, se vi lavorò attorno un indice amplissimo e minutissimo, anzi più indici, a somiglianza di quelli che i commentatori olandesi e tedeschi solevano apporre alle edizioni dei classici. Quasi ogni articolo di quella organica enciclopedia è segnato dell'anno del mese e del giorno in cui fu scritto, e tutta insieme va dal luglio del 1817 al 4 dicembre del 1832; ma il più è tra il '17 e il '27, cioè dei dieci anni della gioventù più feconda e operosa, se anche trista e dolente. (Giosuè Carducci)

Incipit di alcune opere[modifica]

Appressamento della morte[modifica]

Era morta la lampa in Occidente,
E queto 'l fumo sopra i tetti e queta
De' cani era la voce e de la gente:
Quand'i' volto a cercare eccelsa meta,
Mi ritrova' in mezzo a una gran landa,
Bella, che vinto è 'ngegno di poeta.

Discorso sopra la Batracomiomachia[modifica]

Quando, dopo aver letta qualche opera di autore sconosciuto, la troviamo interessante e degna di osservazione, siamo tosto spinti dalla curiosità a ricercarne lo scrittore. Avendone rilevato il carattere dall'opera stessa, bramiamo avere un nome a cui applicarlo. Ci duole d'ignorar quello di una persona che c'interessa, e di dover lodare e stimare un Essere anonimo e sconosciuto.

Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani[modifica]

In questo secolo presente, sia per l'incremento dello scambievole commercio e dell'uso de' viaggi, sia per quello della letteratura, e per l'enciclopedico che ora è d'uso, sicché ciascuna nazione vuol conoscere più a fondo che può le lingue, letterature e costumi degli altri popoli, sia per la scambievole comunione di sventure che è stata fra' popoli civili, sia perché la Francia abbassata dalle sue perdite, e l'altre nazioni parte per le vittorie, parte per l'aumento della coltura e letteratura di ciascheduna sollevandosi, si è introdotta fra le nazioni d'Europa, una specie d'uguaglianza di riputazione sì letteraria e civile che militare, laddove per lo passato da' tempi di Luigi XIV, cioè dall'epoca della diffusa e stabilita civiltà europea, tutte le nazioni avevano spontaneamente ceduto di onore alla Francia che tutte le dispregiava[11];

La guerra dei topi e delle rane[modifica]

(1815)[modifica]

Grande impresa disegno, arduo lavoro:
O Muse, voi dall'Eliconie cime
A me scendete, il vostro aiuto imploro:
Datemi vago stil, carme sublime:
Antica lite io canto, opre lontane,
La Battaglia dei topi e delle rane.

(1821-1822)[modifica]

Mentre a novo m'accingo arduo lavoro,
O Muse, voi da l'Eliconie cime
Scendete a me ch'il vostro aiuto imploro:
Datemi vago stil, carme sublime:
Antica lite io canto, opre lontane,
La Battaglia de' topi e de le rane.

(1826)[modifica]

Sul cominciar del mio novello canto,
Voi che tenete l'eliconie cime
Prego, vergini Dee, concilio santo,
Che 'l mio stil conduciate e le mie rime:
Di topi e rane i casi acerbi e l'ire,
Segno insolito a i carmi, io prendo a dire.

Paralipomeni della Batracomiomachia[modifica]

1
Poi che da' granchi a rintegrar venuti
Delle ranocchie le fugate squadre,
Che non gli aveano ancor mai conosciuti,
Come volle colui ch'a tutti è padre,
Del topo vincitor furo abbattuti
Gli ordini, e volte invan l'opre leggiadre,
Sparse l'aste pel campo e le berrette
E le code topesche e le basette;

2
Sanguinosi fuggian per ogni villa
I topi galoppando in su la sera,
Tal che veduto avresti anzi la squilla
Tutta farsi di lor la piaggia nera:
Quale spesso in parete, ove più brilla
Del Sol l'autunno la dorata sfera,
Vedi un nugol di mosche atro, importuno,
Il bel raggio del ciel velare a bruno.

Storia di un'anima[modifica]

Incomincio a scrivere la mia Vita innanzi di sapere se io farò mai cosa alcuna per la quale debbano gli uomini desiderare di aver notizia dell'essere, dei costumi e dei casi miei. Anzi, al contrario di quello che io aveva creduto sempre per lo passato, tengo oramai per fermo di non avere a lasciar di me in sulla terra alcun vestigio durevole.

Epistolario[modifica]

Incipit[modifica]

All'Ab. Francesco Cancellieri, a Roma.
Recanati, 6 aprile 1816.
Pregiatissimo signore, Il mio signor zio mi ha comunicata la di lei lettera che in parte riguarda me. Da essa ho appreso ch'ella soffre ancora molti incommodi di salute. L'accerto che io sento di ciò un vivissimo dispiacere, e con ribrezzo m'induco a molestarla, sperando però ch'ella non vorrà prendersi per l'incommodo che le do maggior briga di quella che richiede l'affare per se stesso molto poco interessante.

Citazioni[modifica]

  • Al conte Francesco Cassi, a Pesaro.
    Recanati 5 maggio 1817
    Amico e cugino carissimo, Tengo ben volontieri l'invito che mi fate di lasciar da parte le cerimonie parlando con voi, e però non vi domando scusa dell'errore che ho preso con un giudizio troppo precipitato, non però calunnioso, come voi dite, scambiando un poco i vocaboli, perché oltreché il dir male di me non sarebbe stato pur peccato veniale, lo scherzare così urbanamente come si facea in quell'articolo, e con così poche parole, e sopra cosa da nulla, non potea fare che persona del mondo se ne offendesse. (p. 33)
  • A Pietro Giordani, a Milano.
    Recanati, 30 maggio 1817.
    Signore mio carissimo, L'erudizione che ella ha trovato nelle note all' inno a Nettuno, in verità è molto volgare, e a me è paruto di scrivere quelle note in Italia; ma in Germania o in Inghilterra me ne sarei vergognato. Io sono andato un pezzo in traccia della erudizione più pellegrina e recondita, e dai 13 anni ai 17 ho dato dentro a questo studio profondamente, tanto che ho scritto da sei a sette tomi non piccoli sopra cose erudite (la qual fatica appunto è quella che mi ha rovinato); e qualche letterato straniero che è in Roma e che io non conosco, veduto alcuno degli scritti miei, non li disapprova, e mi facea esortare a divenire, diceva egli, gran filologo. [...] Innamorato della poesia greca, volli fare come Michelangelo che sotterrò il suo Cupido, e a chi dissotterrato lo credea d'antico portò il braccio mancante. (p. 34-35)
  • Al conte Francesco Cassi, a Pesaro.
    Recanati, 17 ottobre 1817.
    Carissimo cugino, Avendo avuta occasione di pubblicare un inno a Nettuno, e ricordandomi di quello che voi scriveste sulla medesima divinità per le nozze Perticari e Monti, ho voluto mandarvi una copia del mio opuscolo, non già perché lo paragonaste col vostro, ma perché aveste il diletto di vedervi vincitore senza combattere. La copia che vi mando è della seconda edizione molto più corretta della prima, che è stata fatta l'aprile passato. Come vedete, la cosa non è di questi giorni, ed io già ci vedo mille difetti, sì che a voi, che per l' amicizia me li perdonerete, volentieri la mando in segno di confidenza, ma non vorrei che la mostraste alle persone di buon giudizio. (p. 63)
  • Così ella vede che il Monti è assai più famoso per l'Iliade che per il Persio. (da Lettera ad Antonio Fortunato Stella del 6 dicembre 1816)
  • [I]l fare è il miglior modo d'imparare [...]. (dalla lettera al fratello Pier Francesco, Firenze, 16 ottobre 1828)
  • Io non ho bisogno di stima, né di gloria, né di altre cose simili; ma ho bisogno d'amore. (da Lettera all'Antonietta)
  • L'aria di Napoli mi è di qualche utilità; ma nelle altre cose questo soggiorno non mi conviene molto... Spero che partiremo di qua in breve, il mio amico e io.[12] (da Lettera alla signora Adelaide Maestri, 5 aprile 1834)
  • [Riguardo Fulvio Testi] Se fosse venuto in età meno barbara, e avesse avuto agio di coltivare l'ingegno suo più che non fece, sarebbe stato senza controversia il nostro Orazio, e forse più caldo e veemente e sublime del Latino. (da Lettera Pietro Giordani, 19 febbraio 1819, p. 140)

Citazioni sull'opera[modifica]

  • [Ai nobili signori conti Leopardi] Giacomo vostro fratello, assai chiaro e famoso per la dottrina e per gli scritti suoi, non sarà giudicato men ragguardevole e degno d'altrettanto onore e maraviglia per le sue lettere: le quali, non tanto per libera elezione (nata da stima ed affetto parziale verso di voi, signori ed amici venerati e cari, che per tanto d'ingegno e coltura in voi raccolto stimo una delle più rare e principali famiglie d'Italia), quanto per giusta ragione e gratitudine vi dedico e rimando accresciute. Ed io, che dal punto che primieramente vidi e ammirai gli scritti suoi m'invaghii fortemente di avere piena contezza degli atti, de' costumi, e della vita di lui, reco a mia spezial ventura che per mezzo vostro mi sia conceduta sì maravigliosa opportunità d'adempire questo mio ferventissimo desiderio con le sue lettere famigliari, dove tanto e sì spesso ragiona di se. (Prospero Viani)
  • Io nei primi anni della conoscenza di Leopardi ebbi molte lettere di lui, tutte stupendissime; le quali (secondo il mio immutabil costume per tutte) distrussi. Erano le più belle lettere possibili. Non saprei dove cercarne. Ho per fermo che in Parma nessuno ne abbia avuto fuorché la Tommasini, e sua figlia la Maestri. Ma ora quella povera famiglia è nella massima desolazione, perché va morendo tra mille patimenti l'unica figlia. Oh caro Viani, è pur pieno di guai questo mondo ! Ella si conservi la sanità, e l'animo forte; e mi abbia sempre per suo vero amico. (Pietro Giordani)

[Giacomo Leopardi, Epistolario Vol. I, a cura di Prospero Viani, Le Monnier, Firenze 1849]

Citazioni su Giacomo Leopardi[modifica]

  • [Sul rapporto fra Giacomo e il padre Monaldo] Giacomo era il suo doppio: il suo doppio compiuto. Era un sogno terribile. Pretendere che un figlio – un figlio che il destino gli aveva affidato come una persona diversa da lui, composta di qualità a cui mille casi contribuivano, un figlio che avrebbe dovuto abitare nella sua casa come un estraneo avventuroso e felice – diventasse la persona che lui non era riuscito ad essere. (Pietro Citati)
  • Infallibile, Leopardi chiama canto la voce notturna della rana; e Leopardi era un angelo disceso, un messaggero. (Guido Ceronetti)
  • Io per me rido di tutti...; ma quel povero Giacomo, che vivo non toccò mai nessuno, e morto non si può difendere! (Pietro Giordani)
  • L'anima del Leopardi era nobilissima, delicatissima, quella d'una creatura angelica, straboccante di desiderio d'amore e di amicizia. (Giuseppe Prezzolini)
  • La protesta per il passo della morte è più religiosa che la sua accettazione, e il Leopardi è più religioso del Croce. Dal Leopardi possono venire le aperture pratiche religiose, dal Croce può venire il servizio ai valori. Il Croce è greco-europeo, perché la civiltà europea porta al suo sommo l'affermazione dei valori. Il Leopardi comprende questi (le virtù), ma cerca gl'individui, e li vede morire, non li trova più, sono i morti. È aperto, dunque, al tu; in potenza ci sono le aperture pratiche religiose. (Aldo Capitini)
  • Nel Leopardi si trova, in forma estremamente drammatica, la crisi di transizione verso l'uomo moderno; l'abbandono critico delle vecchie concezioni trascendentali senza che ancora si sia trovato un ubi consistam morale e intellettuale nuovo, che dia la stessa certezza di ciò che si è abbandonato. (Antonio Gramsci)
  • Nessun prete voleva riceverlo in chiesa. Il Ranieri parlò a parecchi parrochi, e tutti no: gli fu indicato quello di San Vitale come uomo di manica larga e ghiotto di pesci. Ei tosto corse a la Pietra del pesce, comperò triglie e calamai, e ne mandò un bel regalo al parroco, il quale si lasciò persuadere, e fece allogare il cadavere nel muro esteriore accanto la porta della chiesa. Così per pochi pesci Giacomo Leopardi ebbe sepoltura. Queste cose me le diceva il Ranieri, ed è bene che il mondo le sappia queste cose. (Luigi Settembrini)
  • Per Leopardi scrivere una pagina sola, o comporre una strofa, non era un'avventura, così neppure era un'avventura vivere. Alla vita sapeva sopra tutto quello che non poteva chiedere, e di quali pericoli era gravato quel poco bene. Gli mancava la bella confidenza: ma, in compenso, gli era stato dato in sorte un dono: quello di sorridere e fantasticare. (Giuseppe De Robertis)
  • Se c'è un poeta moderno la cui opera dia l'impressione di muoversi a un tempo, per un miracoloso dono d'ubiquità, nelle sfere ideali che abbiamo simboleggiato con le formule di canzoniere e poesia pura, quel poeta è Giacomo Leopardi. (Renato Poggioli)
  • Un libro su Leopardi non può cominciare che come un'opera buffa: preferibilmente di Gioachino Rossini, che era nato vicino a Recanati, a Pesaro, e poi aveva infiammato Milano, Roma, Parigi e tutto il mondo musicale. Il protagonista di questa opera buffa non è Giacomo, sebbene amasse sino alle lacrime Il barbiere di Siviglia e La donna del lago, ma suo padre Monaldo, nato a Recanati nel 1766 da un'antica famiglia che risaliva, o diceva di risalire, al tredicesimo secolo. (Pietro Citati)

Note[modifica]

  1. Confronta anche Zibaldone, 60 (prima del 1820), 2255 (15 dicembre 1821), 2322-2323 (2 gennaio 1822).
  2. Confronta anche Zibaldone, 507-508 (15 gennaio 1821) e 4523 (29 luglio 1829).
  3. Confronta anche Zibaldone, 1252, 30 giugno 1821.
  4. Confronta anche Zibaldone, 1787-1788, 25 settembre 1821.
  5. Confronta anche Zibaldone, 612-613, 5 febbraio 1821.
  6. Confronta anche Zibaldone, 4306-4307, 15 maggio 1828.
  7. Confronta anche Zibaldone, 116-117, 9 giugno 1820.
  8. Confronta anche Zibaldone, 4391, 23 settembre 1828.
  9. Confronta anche Zibaldone, 4482, 4 aprile 1829: "Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non passarli mai".
  10. Anche in Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare, in Operette morali: "Il piacere è sempre o passato o futuro, e non mai presente".
  11. In vece che adesso la Francia stessa per le dette cagioni è fatta tollerante e disposta a render giustizia agli stranieri fino a un certo segno, e che questa sua disposizione, perocch'ella segue ancora in parte a dare il tuono all'Europa civile, ne cagiona una simile nelle altre nazioni.
  12. Citato in Michele Scherillo, Vita di Giacomo Leopardi, GRECO & GRECO Editori, Milano, 1991, p. 191. ISBN 8885387640 (Anteprima su Google Libri)

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]

Questa è una voce in vetrina. Clicca qui per maggiori informazioni 
Medaglia di Wikiquote
Questa è una voce in vetrina, il che significa che è stata identificata come una delle migliori voci prodotte dalla comunità.
È stata riconosciuta come tale il giorno 15 ottobre 2005.
Naturalmente sono ben accetti suggerimenti e modifiche che migliorino ulteriormente il lavoro svolto.

Segnalazioni · Criteri · Elenco voci in vetrina