Lettera a una professoressa

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Lettera a una professoressa, libro del 1967 scritto da alcuni ragazzi della scuola di Barbiana, sotto la supervisione di Don Lorenzo Milani.

Parte prima – la scuola dell'obbligo non può bocciare[modifica]

  • Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato tanto a lei, ai suoi colleghi, a quell'istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che "respingete". Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.
  • Un professorone disse: "Lei reverendo non ha studiato pedagogia. Polianski dice che lo sport è per il ragazzo una necessità fisiopsico..." Parlava senza guardarci. Chi insegna pedagogia all'Università, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabelline.
  • Insegnando imparavo molte cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia.
  • Dopo l'istituzione della scuola media di Vicchio arrivarono a Barbiana anche ragazzi di paese. Tutti bocciati, naturalmente. [...] Consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio.
  • Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia la lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.
  • Così è stato il nostro primo incontro con voi. Attraverso i ragazzi che non volete. L'abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
  • Meglio passar da pazzi che essere strumento di razzismo.
  • Gli esami vanno aboliti. Ma se li fate, siate almeno leali. Le difficoltà vanno messe in percentuale di quelle della vita. Se le mettete più frequenti avete la mania del trabocchetto. Come se foste in guerra coi ragazzi. Chi ve lo fa fare? Il loro bene?
  • È l'aspetto più sconcertante della vostra scuola: vive fine a se stessa.
  • Per studiare volentieri nelle vostre scuola bisognerebbe essere già arrivisti a 12 anni. A 12 anni gli arrivisti sono pochi. Tant'è vero che la maggioranza dei vostri ragazzi odia la scuola.
  • Meglio un professore all'antica, d'uno che crede di essere moderno perché ha mutato le etichette.
  • Non c'è nulla sul giornale che serva ai vostri esami. È la riprova che c'è poco nella vostra scuola che serva nella vita.
  • Che siete colti ve lo dite da voi. Avete letto tutti gli stessi libri. Non c'è nessuno che vi chieda qualcosa di diverso.
  • La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde.
  • Non c'è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali.
  • Solo i figlioli degli altri qualche volta paiono cretini. I nostri no. E neppure svogliati. O per lo meno sentiamo che sarà un momento, che gli passerà, che ci deve essere un rimedio. Allora è più onesto dire che tutti i ragazzi nascono eguali e se in seguito non lo sono più, è colpa nostra e dobbiamo rimediare.
  • Avete presentato la scuola come un male e dovevano riuscire a amarla i ragazzi?
  • Dir male dei poveri era ormai proibito. Non restò che piangere sul povero Pierino e sul latino.
  • La lotta di classe quando la fanno i signori è signorile. Non scandalizza né i preti né i professori che leggono l'Espresso.
  • Voi sapete di poter scartare i pezzi a vostro piacimento. Perciò vi contentate di controllare quello che riesce da sé per cause estranee alla scuola.
  • Non vi potete più trincerare dietro la teoria delle attitudini. Tutti i ragazzi sono adatti a fare la terza media e tutti sono adatti a tutte le materie.
  • Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt'uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori.
  • Forse vi siete deformati proprio facendo scuola in una scuola così. Non avete preferito i signorini per malizia, è solo che li avete avuti troppo tempo sotto gli occhi.
  • Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più tempo delle elemosine, ma delle scelte. Contro i classisti che siete voi, contro la fame, l'analfabetismo, il razzismo, le guerre coloniali.

Parte seconda – Alle magistrali bocciate pure, ma...[modifica]

  • Perché solo voi potete fare gli speciali? Forse al padrone preme più che funzioni il treno che la scuola. La scuola il suo figliolo ce l'ha in casa, perfino a tavola, il treno no. Al padrone basta che siate pronti a giugno a dar diplomi.
  • Il danno più profondo lo fate agli scelti. [...] Ogni volta ha visto la sua pagella migliore di quella dei compagni che ha perso. I professori che hanno scritto quelle pagelle gli hanno impresso nell'anima che gli altri 99 sono di cultura inferiore. A questo punto sarebbe un miracolo se la sua anima non ne sortisse malata.
  • Una scuola che seleziona distrugge la cultura. Ai poveri toglie il mezzo d'espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose.
  • La scuola selettiva è un peccato contro Dio e contro gli uomini. Ma Dio ha difeso i suoi poveri. Voi li volete muti e Dio v'ha fatto cechi.
  • Il vigile sopporta in silenzio. Ha capito cosa vuole il padrone. Si chiama disordine solo quello che fanno gli operai quando scioperano, seri, ordinati, mossi da una necessità disperata.
  • Il sapere serve solo per darlo.
  • Sono i ragazzi che hanno sciupato voi o voi i ragazzi?
  • Mi hanno detto che perfino in seminario ci sono dei ragazzi che si tormentano per trovare la loro vocazione. Se gli aveste detto fin dalle elementari che la vocazione l'abbiamo tutti eguale: fare il bene là dove siamo, non sciuperebbero gli anni migliori della loro vita a pensare a se stessi.
  • Quando i laureati criticano la scuola e la dicono malata si dimenticano d'esserne i prodotti. Hanno poppato l'infezione fino ai 25 anni. Non sono più capaci di pensare che possa valer qualcosa chi non ha fatto i loro studi.
  • Ogni popolo ha la sua cultura e nessun popolo ce n'ha meno di un altro. La nostra è un dono che vi portiamo. Un po' di vita nell'arido dei vostri libri scritti da gente che ha letto solo libri.
  • Anche sugli uomini sapete meno di noi. L'ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini. L'automobile per ignorare la gente che va in tram. Il telefono per non vedere in faccia e non entrare in casa.
  • C'è silenzio, una bella luce, un banco tutto per me. E lì, ritta a due passi da me, c'è lei. Sa le cose. È pagata per aiutarmi. E invece perde il tempo a sorvegliarmi come un ladro.
  • Così abbiamo capito cos'è l'arte. È voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra. Pian piano viene fuori quello che di vero c'è sotto l'odio. Nasce l'opera d'arte: una mano tesa al nemico perché cambi.