Lorenzo Viani

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Lorenzo Viani (1882 – 1936), pittore e scrittore italiano.

Incipit di alcune opere[modifica]

Ceccardo[modifica]

L'«Apua» è stata una «Compagnia» uccisa dalla guerra.
Anche se il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che ne fu il Generale, non avesse trovato nella morte la quiete ai lunghi travagli della sua tragica vita, l'«Apua», manipoletto di gente eroica, sarebbe finita ugualmente.
Perché oggi, al gelo di questo realismo, non poteva più vivere un pugno di uomini di matura età che di continuo corresse dietro a fantasie di eroismo, di poesia e di gloria!
Negli ultimi giorni della sua vita il poeta, benché avesse l'anima bruciata, non illuminata da una fiamma d'amore scriveva: «La nostra è stata una grande illusione eroica. Io, quietato il mio spirito, salirò sul cavalbianco, il fatale e me ne trapasserò di là nel paese degli immortali!»

Il cipresso e la vite[modifica]

Da Val di Castello a Bolgheri i cimiteretti sono tagliati in mezzo a floridi vigneti, un quadrato di cipressi presenta rigido le armi lanceolate. Dalla camera mortuaria alla prima tinaia non c'è che un tiro di schioppo. Sotto al muro che recinge l'isoletta dei morti, le radici della vite e del cipresso si stringono come mani di amici:

E non sapeva
l'uno che da un sentiero
di morte egli cresceva;
e non sapeva l'altra
che le foglie d'autunno
s'arrossano alla brina
come sangue, ed al vento
cadono come gocce
di pianto.

Il figlio del pastore[modifica]

Mio padre si chiamò Rinaldo e mia madre si chiama Emilia, nati alla Pieve di S. Stefano, paesetto situato tra i monti della Lucchesia.
I miei antenati e mio padre e mia madre, fino a che non discesero al mare, per motivi di cui parlerò lungamente, furono contadini e pastori ed ebbero sacri la stalla e l'ovile.
Io sono nato nella Darsena vecchia in Viareggio, la sera di Tutti i Santi del 1882. Sono stato battezzato il giorno seguente, che è quello dei Morti, al fonte battesimale della chiesa di San Francesco. Furono miei compari i coniugi Chevalot, i quali erano servi di Don Carlos di Borbone al cui soldo era pure mio padre. Mi chiamo Lorenzo perché così si chiamava il mio compare, mi chiamo Romolo perché Romola si chiamava la mia comare, e mi chiamo Santi perché mia madre volle mettermi anche questo nome augurale.

Il nano e la statua nera[modifica]

La parola «Coloniali» era dipinta, tanti tanti anni fa, sopra una insegna di lamiera color pancia di topo. Le lettere vi spiccavano sopra in celeste prussiano. I rivenditori dei «coloniali», liquirizia ed altri generi, erano svizzeri; quelli del paese, dicendo «gli Svizzeri», incorporavano nome, cognome e i generi diversi che costoro smerciavano all'ingrosso e al minuto.
I marinari anche quando si trovavano con il bastimento all'ancoraggio nei porti di Barcellona o di Marsiglia, dicevano al ragazzo di bordo: – Vai dagli Svizzeri, e prendi una libbra d'acquavite e una di rumme. – Il ragazzo entrava nella prima rivendita di liquori che incontrava: sicuro sicurissimo di essere capitato dagli Svizzeri.

Le chiavi nel pozzo[modifica]

Un ombrellaccio da pioggia aperto rovesciato e confitto in terra è la bottega dell'ambulante, quando piove l'ambulante si mette la bottega sul capo e va per la campagna felice e beato. Baruffi di refe, cartine d'aghi, gomitoli, ghiomi, carta e buste, ceralacca e spago. Sulla cima di ogni stecca è appiccato un bamboccio e uomini col fischio al culo, ma di sasso.
Seduto sul muricciolo di un fossatello in aperta campagna l'ambulante gorgheggia, zufola, pispiglia, gracida, imitando uccelli piccoli e grandi.
– Babbaruffiffi, aghighighighi, ghioghioghiomimimimiiiiiiii, ceraceraceralalalaccacacacacaca. Ventate verdi profumate d'erba nascente in mezzo a tanti colori di lontananze. Il merciaiolo grida: – Gente? Ma siete tutte morte?

Parigi[modifica]

A scuola ebbi la fortuna di imbattermi in un maestro scettico, un vecchio alto, vestito continuamente d'una palandrana nera, con in testa un cilindro, baffi e pizzo bianchi, occhi neri, larghi e pensosi, impronta di Sileno. Si chiamava Cesare; a spiegare una certa aura di paganesimo che spirava su quel volto largo e sereno, basterà dire i nomi dei suoi congiunti: Volfango e Silvano, Telemaco, Omero, Aristotile, Pindaro e Mentore. Era possibile mai che un uomo, a cui frullavano per la testa i fantasmi ascosi sotto tali nomi, potesse confondersi con le aste, gli zeri e l'abbecedario?

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]