Louis de Wohl

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Louis de Wohl (1903 – 1961), nato Wohl Lajos Theodor Gaspar Adolf, poi anche Ludwig von Wohl, scrittore e astrologo austriaco e quindi britannico.

  • Avevo visto il terribile effetto di un falso ideale. Milioni di tedeschi erano rimasti incantati dalla cialtroneria di Hitler, avevano cercato di imitarlo, diventando loro stessi dei piccoli Hitler. (citato in Walter Romig, The Book of Catholic Authors, Grosse Pointe, Michigan)

Attila[modifica]

Incipit[modifica]

"Affumicatelo!" comandò il principe Etel, impaziente.
Gli uomini, muniti di ciocchi, si avvicinarono all'ingresso della caverna; due piccole cataste di legna furono innalzate rapidamente; poi i portatori di fiaccole si misero all'opera. Ma il legno umido non prendeva fuoco con facilità. Tutto in quel bosco trasudava umidità: il terreno, gli alberi, le foglie. Quando alla fine il legno prese fuoco, si innalzò un denso fumo nerastro; ma il vento soffiava in direzione contraria.
"In questa maniera affumichi la mia gente invece dell'orso" disse il principe Bleda, alzando le spalle con scherno. Aveva un anno e quattro mesi più del fratello, e la caccia era sua; ma Etel doveva immischiarsi in ogni cosa
L'odore mordente del fumo si mescolava col profumo dei funghi e delle foglie che cadevano piano piano. A Bleda si dilatarono le narici.
Gli uomini all'ingresso della caverna erano presi da accessi di tosse. "Cacciate il fumo coi mantelli, idioti!" gridò Etel. "Cacciate il fumo nella caverna!"
Godeva della tensione di quel momento, e più ancora della collera del fratello, e più di tutto della vista dei venti uomini che eseguivano i suoi ordini.
"L'uomo non possiede che due braccia" gli aveva detto una volta suo padre. "Ma un grand'uomo dispone di diecimila braccia."
Ma suo padre era morto...

Citazioni[modifica]

  • L'uomo non possiede che due braccia: ma un grand'uomo dispone di diecimila braccia. (p. 9)
  • Non esisteva nulla al mondo di tanto radicale quanto la rappresaglia unna. Comprendeva tutto: uomini, donne, bambini, bestiame, cavalli, tende o case del nemico, fino giù giù al più piccolo oggetto. (p. 22)
  • Da dove dunque proveniva quella potente impressione che [il futuro Papa Leone I, all'epoca arcidiacono] provocava? Forse dal suo modo di parlare, perché non parlava mai di cose futili. No, non si poteva dirlo in forma negativa: perché parlava soltanto quando aveva qualche cosa da dire. (p. 30)
  • Niceta, vescovo di Aquileia: La Chiesa è vecchia, ha quasi quattrocento anni. Chi sa, forse non ci è concesso che poco tempo fino al ritorno di Nostro Signore nella sua potenza regale
    Leone, arcidiacono: La Chiesa è giovane e lo sarà sempre. Soltanto noi invecchiamo, e noi chi siamo?
    Niceta: Già, noi chi siamo? In questa sala [la sala d'udienza del palazzo imperiale d'Aquileia] mi sento sempre nano.
    Leone: Quando tutta questa pompa sarà distrutta, quando non resterà pietra su pietra, la Chiesa sarà ancora giovane come una sposa: la sposa del Signore. (p. 31)
  • [Descrivendo gli Unni] Si trattava di un popolo che viveva sul cavallo, in qualche parte lassù sul Danubio, e ancora più verso oriente; gente dalle gambe corte, dalla pelle brunastra, dagli occhi stretti, un popolo selvaggio, crudele, primitivo, poligamo e politeista, che non aveva mai dissodato un campo, popolo di pastori e guerrieri. (pp. 42-43)
  • Quando [da giovane il futuro Papa Leone I] studiava filosofia [...] aveva conosciuto un mondo dove nulla, nulla affatto era saldo e sicuro, dove un abile argomento vinceva l'altro, finché in bocca non restava che un sapore arido, un sapore di polvere. (p. 129)
  • Un uomo abile deve saper compiere grandi cose senza danneggiare se stesso. (p. 181)
  • Una guerra vinta contro gli unni non avrebbe reso nulla. Una guerra perduta, in confronto, era l'annientamento completo. (p. 181)
  • Gli uomini alterano e torcono ogni messaggio: non così le bestie. (p. 239)

Excipit[modifica]

L'immenso impero degli unni si sfasciò quasi immediatamente. Ellac, Genghis e Irnac caddero in combattimento contro nazioni tributarie che, dopo la morte del potente, vollero riavere la libertà. Le tribù unne si dileguarono.
Questa fu la fine del primo grande attacco dell'Asia contro l'Occidente.
Il mondo respirò di sollievo.

Incipit di L'albero della vita[modifica]

La nebbia aleggiava sul Canale. Un uomo solitario cercava a tastoni la via tra le rocce, bestemmiando fra sé quando i piedi gli scivolavano sull'erba umida simile ai radi ciuffi di capelli sul cranio semicalvo d'un gigante. La pioggia scendeva, grigia, nell'aria grigia: non selvaggia, non violenta e rinfrescante, ma monotona, malcontenta, sgocciolante: una pioggia da vecchiette.

La città di Dio[modifica]

Incipit[modifica]

"Roma è al tramonto" sentenziò il senatore Albino. Bevve un sorso di vino e poi, abbassando il calice, ne esaminò la coppa intagliata nell'ametista. "Molto raffinato" commentò con ammirazione. "Mi domando dove trovino pietre abbastanza grosse da ricavarne oggetti simili. Davvero elegante."
Il senatore Boezio aggrottò la fronte. "In India, credo" disse, lanciando uno sguardo di ammonimento alla moglie.
Ma Rusticiana non lo notò nemmeno. Era pallida, e le tremavano le mani. "Roma è davvero finita" disse, con il respiro affannoso, "se non restano più romani. E a quanto vedo è così."

Citazioni[modifica]

  • È questo il guaio dei miracoli: per liquidarli bisogna fare ricorso a teorie talmente strampalate da risultare meno plausibili dei miracoli stessi. (p. 112)
  • È nella natura dei doni divini arricchire chi li elargisce, invece che impoverirlo. (p. 159)
  • Erano stati compiuti atti terribili in quel luogo, nel corso dei secoli e ancora quello stesso anno, malgrado gli editti contro i sacrifici. Il culto di divinità ancora più antiche e oscure era confluito in quelli di Apollo e Giove; idoli sanniti e pelasgi, placabili solo con i cuori delle vergini e i corpi dei neonati. Sulla terra non esisteva niente di peggio di quel pervertimento che tramutava la celebrazione di Dio in idolatria dei demoni, l'amore in degradazione servile, il rispetto reverenziale in terrore irrazionale, la santa gioia in riti orgiastici. (p. 241)

La liberazione del gigante[modifica]

Incipit[modifica]

In quel momento fra Vincenzo, solo nel giardino che in piena fioritura lodava Iddio con vesti multicolori tali da far impallidire la magnificenza di re Salomone, stava leggendo il breviario; erano le prime ore del pomeriggio ed egli si sentiva quindi ancora fresco e non distratto. La prima cosa a dargli nell'occhio fu l'ombra che, sul muro davanti a lui, non era, come avrebbe dovuto essere, una superficie piana e allungata, e presentava invece qualcosa come una protuberanza che turbava la regolarità. Fra Vincenzo, il quale vi aveva gettato uno sguardo di sopra il breviario, ne fu disturbato.

Citazioni[modifica]

  • Dio è il prezioso terreno sul quale prospera la semente umana, la quale ha tre radici e con esse si abbarbica al suolo: la fede, la speranza e la carità.
  • La felicità perpetua non è che un'altra parola per indicare Dio.

L'ultimo crociato[modifica]

Incipit[modifica]

Non c'era una strada per andare a Leganés, ma solamente un viottolo stretto e fangoso, tracciato dalle occasionali impronte di piedi e cosparso di sassi irregolari, aguzzi e scoloriti come i denti della bocca di un vecchio. Il villaggio stesso, adagiato sopra un ammasso di piccoli colli, sonnecchiava pigramente ai primi raggi del sole cadente. Quando Charles Prévost lo vide dalla finestra della carrozza scosse la grossa testa grigia. Avrebbero potuto scegliere un posto migliore, pensò. Ma un tempo quel Massy era stato violinista, un musicista e tale gente non si capisce mai. Avrebbero potuto sistemarsi a Vallodid oppure anche a Madrid, benché la vita, naturalmente, vi sarebbe stata più costosa; però, nelle città sarebbe stato ben maggiore il pericolo di incontrare persone, che avrebbero potuto fare delle domande, o peggio ancora ficcare il naso nel... segreto. E allora...

Citazioni[modifica]

  • Doveva essere bello sedere tra quei frati e cantare con loro ogni giorno della vita, per l'onore e la gloria di Dio e della beatissima Vergine. Nessuno ha il potere del sacerdote, aveva detto padre Vela. Per il ministero del prete si poteva far discendere Dio sulla terra ogni giorno. (p. 17)
  • Se solamente per una volta avesse potuto vederla, proprio di sfuggita, come quando aveva visto il palazzo della Principessa Reggente! Ma per questo avrebbe dovuto aspettare fino alla fine della sua vita terrena. Soltanto i santi, e non tutti, l'avevano potuta vedere prima di morire. Chiunque altro avrebbe dovuto contentarsi della madre terrena... chi avesse una madre terrena... Girolamo strinse le labbra. Non aveva altra madre che la Regina del Cielo! (p. 19)
  • Il pensiero lo allarmò. Si voltò...e si trovò a faccia a faccia con Tìa. Sussultò. Cercò di trovare delle parole di spiegazione, perché stesse là, che non aveva fatto nulla, che non era colpa sua. Poi si accorse che non stava guardando lui, ma il crocifisso. V'era un'espressione nella sua bella pallida faccia, che egli non aveva mai vista prima e il cui significato non comprese. C'erano in essa tristezza e umiltà, ma anche gioia e orgoglio. Dopo un po' disse: "Di tutte le cose che stanno in questo castello, questa è la più preziosa." (p. 33)
  • "C'è un'altra cosa..." Don Luiz si alzò. "Donna Maddalena ti ha raccontato la storia di questo crocifisso." Lo mise giù, tenendolo con riverenza tra le mani. "Prendilo" disse con calma.
    Fu necessario che lo ripetesse, prima che Girolamo avesse preso il coraggio sufficiente per obbedire. Le dita del ragazzo tremavano, quando strinsero il sacro legno.
    "È tuo" disse Don Luiz.
    "Mio?" mormorò Girolamo.
    "Mettilo sul tuo letto e custodiscilo, affinché Colui che rappresenta possa proteggerti."
    Con gli occhi pieni di lacrime il ragazzo baciò i piedi bruciacchiati del crocifisso. Non poté parlare. Segretamente pregò che Dio gli accordasse di morire per il signore di Villagarcìa. (p. 37)
  • Ma questo crocifisso era molto di più, molto di più di qualsiasi onore. Tìa aveva detto che era la cosa più preziosa del castello. Solo ieri aveva pensato di non essere alcuno, che nesuno si curava di lui e ora egli era il custode della cosa più preziosa del castello. Don Luiz gli aveva detto che era sua; ma non poteva essere. Nessuno poteva possederla, come un berretto, un abito, un cavallo o una casa. L'avrebbe custodita a costo della sua vita. (p. 37)
  • "E se vedrete cadermi sotto il cavallo e cadere la bandiera di Luiz Quixada... salvate prima la bandiera." (p. 38)
  • "Pregare per qualcosa o per qualcuno è una cosa molto, molto pericolosa. Si è sempre ascoltati. E mai nessuno sa veramente quello che sta chiedendo." (p. 244)
  • "Talvolta Dio dice "no" alle nostre preghiere... ma è tutta un'apparenza. Quando lo fa, il suo "no" si trasforma in un torrente di grazie per qualcun altro, spesso per molti altri. Non c'è nulla al mondo di simile a una preghiera inesaudita." (p. 244)
  • "Del resto, un po' di fede, di speranza e di carità, è tutto quello con cui possiamo contribuire alla edificazione del regno di Dio e la fede non sarebbe necessaria, se conoscessimo tutto. Grazie a Dio, non sappiamo tutto; se lo sapessimo la nostra vita ne sarebbe smisuratamente impoverita. È una cosa meravigliosa potersi fidare di qualcuno, e dire con interiore certezza: quest'uomo è onesto, questa donna è fedele. Se lo sapessimo per conoscenza, sarebbe come dire che la pietra è dura e l'acqua è liquida." (p. 245)
  • "L'abitudine" continuò con occhio terribile "l'abitudine è uno dei peggiori nemici dell'umanità. Talora sembra che ci stiamo abituando alla nostra eredità. Talepossesso ci sembra sicuro, quasi non potessimo perderlo all'indomani. Non ci rendiamo nemmeno conto che lo spirito ci ha abbandonati." (p. 251)
  • "Ma la maggior parte di quelli che hanno lo spirito d'avventura lo combinano con lo spirito di conquista. Vanno in lontane contrade non tanto per diffondervi la Fede, quanto per depradarle dell'oro. Questi uomini vogliono che il loro coraggo serva a loro, non a Dio. Non è necessario essere cristiano per questo! Qualunque pagano potrebbe fare altrettanto. Dov'è l'uomo che ha lo spirito dei veri crociati? L'uomo che vuole compiere una missione, non perché egli lo vuole, ma perché Dio lo vuole? Deus lo vult: non ho mai udito questo grido in tutta la mia vita! Lasciamo che le cose vadano per la loro via, e le future generazioni non capiranno nemmeno più come un grido di tal genere si sia potuto proferire. Lo traduranno nelle loro anime mercenarie come una strana specie di ipocrisia, Dio mi perdoni, come una superstizione." (p. 251)
  • "Se Dio è come il fuoco, che io ne sia bruciato. Se Dio è come l'acqua, che io anneghi in essa. Se Dio è come l'aria, che in essa voli. Se Dio è come la terra, che io scavi in essa la mia vita, finché non abbia raggiunto il centro." (p. 252)
  • Che l'uomo si chiamasse Principe o Eccellenza o non avesse affatto un nome, non aveva importanza. Come mangiasse o bevesse o vestisse, se fosse seduto su un trono o sul più basso sgabello, non aveva importanza. Anche se avesse o no trovato la felicità tra le braccia di una moglie, poco contava al confronto del più grande di tutti i problemi. Poiché l'uomo apparteneva non a se stesse, ma a Dio. Per questo i cavalieri delle passate età lasciavano le loro mogli e i loro castelli per amore della Croce. (p. 253)
  • Il Natale a Del Abrojo era indimenticabile. Era come se Cristo fosse nato lì proprio quel giorno e tutti i frati cercassero di supplire al fatto che oltre quindici secoli prima non v'era stato posto per lui "nel diversorio". Facevano a gara per mostrare che a Del Abrojo per lui c'era posto. Ogni altare era coperto di fiori, e Juan si domandava dove li avessero presi in quel periodo dell'anno. Anche le rudi pareti avevano perduto ogni austerità e le torrette non parevano più arcigne. Un fanciullo era nato, ma il Salmo 109 parlava con la voce di Dio Padre: Con Te è il principio nel giorno della tua forza; nello splendore dei Santi, dal grembo prima della stella del mattino Io Ti ho generato. E il Re david cantava: "Il Signore disse al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché abbia messo i tuoi nemini a sgabello dei Tuoi piedi". L'intero monastero sembrava fremere e vibrare di passione. (p. 254)
  • [Su Don Juan d'Austria] Era tale il potere della sua personalità che, non appena proseguiva oltre, gli uomini giuravano che avrebbero combattuto fino alla morte, dimenticando le stupide contese di poco prima. (p. 300)

Explicit[modifica]

Ma quelli che ora stavano gridando Osanna, domani probabilmente avrebbero urlato il Crucifige. Il conquistatore di ieri, era oggi una vittima, e domani un pazzo.
Ma la gesta era stata compiuta.
Glorioso folle! Gloriosa follia! Ma qualcuno non aveva parlato della follia della croce?
San Paolo, naturalmente.
A qualunque sublime altezza ascendesse o in qualunque profondità s'immergesse un poeta, lì, sempre prima, c'era stato un santo...

Bibliografia[modifica]

  • Louis de Wohl, Attila, traduzione di Ervino Pocar, BUR, 2010.
  • Louis de Wohl, L'albero della vita, traduzione di Ervino Pocar, BUR, 2004.
  • Louis de Wohl, La città di Dio. Storia di san Benedetto, traduzione di Elena Cantoni, BUR, 2012.
  • Louis De Wohl, La liberazione del gigante, traduzione di Ervino Pocar, BUR, 2003.
  • Louis De Wohl, L'ultimo crociato, traduzione di Ervino Pocar, BUR, 2001.

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