Luciano Canfora
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Luciano Canfora (1942 – vivente), filologo classico, storico e saggista italiano.
- A Pilato si attribuisce a torto la condanna di Gesù. Gli si dà un rango che non gli spetta: era prefetto e, di conseguenza, sulla sua testa c'era il governatore della Siria, la vera autorità politica che dialogava con i poteri locali. (citato in Corriere della sera, 19 ottobre 2006)
- [Ponzio Pilato] Fu un perplesso che si trovò nella stessa situazione in cui si troverebbe oggi un occidentale – non necessariamente uno statunitense occupante – dinanzi allo scannamento reciproco di sciiti e sunniti. Mentre gli americani hanno scelto di favorire cinicamente gli uni contro gli altri, Pilato aveva da una parte gli ebrei ortodossi e dall'altra Gesù. E ha scelto che se la vedessero tra loro, donde la condanna. (citato in Corriere della sera, 19 ottobre 2006)
- Con Cesare Roma diventa tutta l'Italia, compresa la Cisalpina. Roma cioè, in quanto concetto giuridico e politico, si identifica – grazie all' estensione della cittadinanza – con l' intera Italia. (da Corriere della sera, 28 settembre 2010)
Quando Gladiatore era un Insulto, Corriere della Sera 8 novembre 2010
- In politica Cicerone apostrofò così [Gladiatore] Catilina in Senato e lo stesso fece vent'anni dopo con il triumviro Antonio.
Un crollo della «Casa dei Gladiatori» sarebbe stato salutato da loro medesimi con uno scatto di entusiasmo. Essi erano infatti schiavi due volte: schiavi come condizione giuridica, e schiavi di quelle armi. Questo stato di cose ne faceva un gruppo a parte, nell'ambito della massa schiavile: una élite alla rovescia. - Marx, nei primi mesi del 1861, forse irritato da quella che era parsa la capitolazione di Teano, scrivendo in privato a Engels commentava: «Spartaco fu un vero grande generale, non un Garibaldi!».
- Spartaco, il gladiatore-generale, fu per Roma un incubo di lunga durata. Cicerone, che aveva una trentina d'anni al tempo della rivolta, quando fu console, dieci anni dopo, e schiacciò con la forza i congiurati intorno a Catilina, chiamò Catilina, in Senato, «codesto gladiatore» (e Catilina era un senatore appartenente a una antica e nobile famiglia).
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[modifica] 1914
- Queste parole[1] sono indubbiamente pesanti, per lo storico come per il politico, perché rivelano come non ci sia mai, anche all'ultimo minuto prima di sparare, una situazione di inevitabilità. E tuttavia sono anche rattristanti perché ci dimostrano come qualche forza più forte dei vertici stessi del potere conduca per mano verso la catastrofe, verso esiti che sono probabilmente voluti così fortemente da forze capaci di imporre la propria volontà, da travalicare persino quei limiti che l'autorità massima dovrebbe segnare. (p. 82)
- Per essere sintetici, si può dire che i regimi che crollano sono quelli dei quali si può fare meglio la storia, perché, essendo crollati, non possono difendere, tutelare nessun segreto; mentre i regimi che sopravvivono, che durano, possono meglio dosare la verità. (p. 85)
- La propaganda, della quale si può dire tutto il male possibile ma che è indispensabile per influenzare l'opinione pubblica e dare della propria parte la voluta immagine, ricorre necessariamente a dei falsi. (p. 122)
- I socialisti europei ebbero nel luglio-agosto del '14 il loro grande momento, il momento in cui avrebbero potuto fare la scelta giusta e decisiva, e invece fecero la scelta sbagliata. E la cosa tragica, l'elemento tragico, è che tutti pagarono questo sbaglio, non soltanto i militanti, ma tutti i cittadini delle varie nazioni in guerra: perché quella scelta agevolò enormemente lo scoppio del conflitto, il consolidarsi del conflitto. (p. 144)
[modifica] Esportare la libertà
- Le rivoluzioni saranno anche le «locomotive della storia», ma immancabilmente, e magari impercettibilmente, giunge il momento in cui quelle «locomotive» si scoprono terribilmente indietro rispetto ad una storia che continua a procedere, e che intanto ha macinato, sotto la sua mole, uomini, vite, idee. (cap. II, p. 31)
- Quello che ai protagonisti non fu chiaro, per lo meno non a tutti, fu che procedure di esportazione manu militari di un modello politico-sociale (considerato irrinunciabile e perciò meritevole persino di un disastroso crollo d'immagine) non si possono ripetere più volte. O si determina la scelta di strade nuove, cioè un mutamento più lungo e diluito nel tempo ma pur sempre un mutamento, o, altrimenti, la replica del meccanismo «repressione/ripristino puro e semplice dell'ordine» diventa la premessa per la fine. Com'è infatti accaduto, un decennio più tardi, con l'abbattimento di Dubček. (cap. III, p. 45)
- Il mondo islamico dispone di un fattore di mobilitazione ridivenuto irresistibile: il fanatismo religioso; o meglio il collante religioso come alimento della contrapposizione e resistenza contro l'Occidente.
Se oggi esso è, al di là degli eccessi retorici con cui se ne parla, il principale «pericolo» per la pax americana, ciò dipende, in ultima analisi, dalla scelta – perseguita per mezzo secolo – di far fallire comunque la diffusione del «modello sovietico» nel mondo arabo-islamico, di impedire la sua espansione oltre i confini dell'ormai laicizzata «Asia sovietica». (cap. V, 7, p. 77)
[modifica] Note
- ↑ Di Guglielmo II di Germania, che escludeva la possibilità di una guerra alla Serbia dopo la sua risposta all'ultimatum austriaco.
[modifica] Bibliografia
- Luciano Canfora, 1914, Sellerio editore, 2006. ISBN 9788838920493
- Luciano Canfora, Esportare la libertà. Il mito che ha fallito, Mondadori, 2007.
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