Apuleio

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Apuleio

Lucio Apuleio (123 – 180 circa), scrittore e filosofo romano.

Citazioni di Apuleio[modifica]

  • La demenza non può riconoscere sé stessa, nello stesso modo con cui la cecità non può vedersi.
Insania scire se non potest, non magis quam caecitas se uidere. (da Apologia, 80)
  • Talete di Mileto fu senza dubbio il più importante tra quei sette uomini famosi per la loro sapienza – e infatti tra i Greci fu il primo scopritore della geometria, l'osservatore sicurissimo della natura, lo studioso dottissimo delle stelle: con poche linee scoprì cose grandissime, la durata delle stagioni, il soffiare dei venti, il cammino delle stelle, il prodigioso risuonare del tuono, il corso obliquo delle costellazioni, l'annuale ritorno del sole; fu lui a scoprire il crescere della luna che nasce, il diminuire di quella che cala e gli ostacoli di quella che s'inabissa. (da Florida, 18)

Le metamorfosi[modifica]

Incipit[modifica]

Marina Cavalli[modifica]

E ora intreccerò per te in un solo racconto alcune novelle del genere milesio, e se mi presterai il tuo benevolo orecchio te lo accarezzerò col divertente mormorio della mia storia, perché tu non disdegni di dare un'occhiata a questo papiro egizio, vergato con l'arguzia di una penna nilotica. Ammirerai creature e destini umani tramutati in forme diverse, e poi di nuovo riportati alla loro natura, con alterna vicenda.
Cominciamo. Ma tu dirai: "Chi è costui?".
Te lo dirò in due parole. La mia famiglia è antica, e viene dalle terre felici, e in ancor più felici libri immortalate, dell'Imetto attico, dell'istmo di Corinto e del promontorio spartano Tenaro. Lì, nella mia fanciullezza, imparai i primi rudimenti della lingua greca. Poi, venuto a Roma, mi misi a imparare la lingua del posto, ma la studiai da solo senza un maestro, e ci penai molto. E dunque prima di tutto chiedo venia se nel mio rozzo latino incapperò in qualche espressione strana o popolare: e del resto anche questa varietà di forme linguistiche risponde bene allo stile dell'arte trasformistica che ho voluto scegliere. Ecco dunque un racconto di tipo greco. Attento, lettore: ti divertirai.

[Apuleio, Metamorfosi (L'asino d'oro), traduzione di Marina Cavalli, Mondadori.]

Lara Nicolini[modifica]

E adesso io intreccerò per te favole diverse, in questo stile milesio, e accarezzerò le tue orecchie benevole con un dolce sussurrare – sempre che a te non dispiaccia dare un'occhiatina a un papiro egiziano scritto con la finezza propria di una cannuccia del Nilo – e allora resterai a bocca aperta, davanti a figure e sorti di uomini che si mutano in immagini diverse e che poi ritornano di nuovo nella forma precedente, scambiandosi tra loro. Cominciamo... «E questo chi è?» Te lo dico in due parole: l'Imetto in Attica, l'Istmo di Corinto, il Tenaro a Sparta, queste terre fortunate, celebrate in eterno in libri ancor più fortunati, ecco la mia antica stirpe; e lì, ragazzo alle prime armi, imparai la lingua greca. Più tardi, a Roma, pur se estraneo alla cultura dei Quiriti, mi diedi a coltivare la lingua locale, con enormi sforzi e senza la guida di nessun maestro. E perciò chiedo scusa in anticipo se, da rozzo parlatore quale sono, incapperò in qualche parola esotica e straniera; d'altra parte, anche questi cambiamenti di lingua ben si accordano con lo stile a cui sono dedito, un vero e proprio gioco di volteggio. Diamo inizio a una favola di origine greca. Sta' ben attento, lettore: ti divertirai.

[Apuleio di Madaura, Le metamorfosi o L'asino d'oro, introduzione, traduzione e note di Lara Nicolini, BUR, Milano, 2005.]

Citazioni[modifica]

  • "Ma il giorno è vicino ormai" gli rispondo "e poi che cosa potrebbero portar via i briganti a un viandante povero e senza un soldo? Forse non lo sai, cretino, ma un uomo nudo non riuscirebbero a spogliarlo nemmeno dieci lottatori di palestra!" (I, 15; 2005, p. 125)
  • [Apprendendo di essere stato accusato del furto a Milone] Mentre quello raccontava queste cose, io facevo il paragone tra la mia antica fortuna e la presente disgrazia, tra il Lucio felice di allora e l'asino infelice di adesso, e gemevo dal profondo dell'anima; e mi veniva in mente che non per nulla gli antichi saggi del passato avevano immaginato e rivelato che la Fortuna è cieca e addirittura senza occhi, perché prodiga sempre i suoi favori ai malvagi e a chi non lo merita, e tra gli uomini non sceglie mai nessuno con criterio, ma anzi si accompagna per lo più a persone tali che, se ci vedesse, dovrebbe assolutamente evitare e, ciò che è ancor peggio, conferisce a noi uomini una reputazione molto diversa, anzi proprio alla rovescia, così che il malvagio si gloria della nomea di uomo dabbene e l'uomo più innocente del mondo viene colpito dalla fama di criminale. (VII, 2; 2005, p. 433)
  • [Fraintendendo le azioni di Emo-Tlepolemo e Carite] Ora, questa qui, da quando aveva visto quel giovane e aveva sentito parlare di bordello e di ruffiani, aveva preso a esaltarsi, tra le più allegre risate, al punto che in me giustamente nasceva il disprezzo per tutto il genere femminile a vedere una ragazza che, dopo aver finto di amare il suo giovane fidanzato e di desiderare nozze oneste, ora tutt'a un tratto era felice e contenta al sentir nominare uno sporco, schifoso bordello. E fu così che in quel momento l'intero genere femminile e la sua moralità si trovarono a dipendere dal giudizio di un asino! (VII, 10; 2005, p. 449)
  • Dopo avermi piegato con queste disgrazie, la crudele Fortuna mi consegnò a dei nuovi tormenti, evidentemente perché potessi, come si suol dire, fregiarmi della gloria più meritata, quella per le grandi imprese compiute in patria e all'estero. [...] Ma anche questa speranza troppo ottimista finì per tramutarsi in un disastro totale. (VII, 16; 2005, p. 461)
  • Si sa che la fiamma del crudele Amore, quando è ancora tenue, col suo primo calore procura piacere, ma poi, alimentata dalla consuetudine, divampa in un incendio incontrollabile e divora completamente gli uomini. (VIII, 2; 2005, p. 489)
  • Quello che si crede difficile a farsi, via via che l'amore cresce di giorno in giorno, sembra facile da ottenere. (VIII, 3; 2010)
  • [A proposito di Paride e della mela d'oro data a Venere in cambio di Elena] E allora che vi meravigliate a fare, gentaglia ignorante, o meglio bestiacce da tribunale, anzi, meglio ancora, avvoltoi con la toga, se al giorno d'oggi tutti quanti i giudici vendono per denaro le loro sentenze, quando fin dall'origine dei tempi una causa sorta tra gli dei e gli uomini fu falsata dal favoritismo, e la prima sentenza ufficiale la vendette a prezzo di un piacere sessuale – e col risultato di mandare in rovina tutta la sua stirpe – un campagnolo, un pecoraio, eletto giudice dalla saggezza del grande Giove? (X, 33; 2005, p. 691)

Explicit[modifica]

Fu così che quell'apparizione divina, nella sua persuasiva maestosità, mi annunziò cosa si dovesse fare. E io quindi, senza trascurare la faccenda e senza ritardarla rimandandola pigramente al giorno dopo, ma raccontata subito al mio sacerdote la visione che avevo avuto, all'istante mi sottometto al giogo della dieta senza carne animale e dopo aver prolungato di molto, con un'astinenza volontaria, i dieci giorni prescritti da una legge senza tempo, mi procuro tutto l'occorrente per l'iniziazione usando grande generosità, basandomi più sul mio zelo religioso che sui limiti delle mie sostanze. E in ogni caso, perdio, non ebbi mai a pentirmi di nessuna fatica, né di nessuna spesa, anzi, grazie alla generosità della divina provvidenza, me la passavo niente male coi guadagni della professione forense. Infine, dopo solo qualche giorno, il dio che tra tutti i grandi dei è il più potente, tra i più potenti il supremo, e tra i supremi il massimo e tra i massimi il sovrano, Osiride, mi apparve in sogno, e non mutato nelle spoglie di un altro essere, ma lui in persona, e si degnò anche di rivolgermi la sua parola veneranda: dovevo continuare – mi diceva – senza esitazione a svolgere la mia gloriosa professione di avvocato nel foro, e non dovevo temere le dicerie seminate dai maligni, che in quell'ambiente erano suscitate dai miei faticosi studi e dalla mia erudizione. E perché non attendessi al servizio del suo culto confuso in mezzo alla folla dei suoi fedeli, mi ammise al collegio dei suoi Pastofori, anzi tra gli stessi decurioni quinquennali. E così ancora una volta, rasatami completamente la testa, senza coprirmi o nascondere la calvizie, ma esponendola apertamente, eccomi lì, mentre tutti gli obblighi di quel collegio antichissimo, fondato ai tempi di Silla; li affrontavo pieno di gioia.

Citazioni sull'opera[modifica]

  • E il meccanismo della sorpresa, inteso come improvviso manifestarsi di una realtà alternativa a quella presupposta, che in ogni tipo di narrativa è una semplice opzione nell'ambito della tecnica del racconto, nel romanzo apuleiano si rivela perciò – sia a livello della trama principale che dei racconti secondari – una vera e propria strategia compositiva e uno dei fili conduttori della storia, e di conseguenza un modello di percezione del mondo. Nel mondo delle Metamorfosi niente può considerarsi sicuro – e l'esempio perfetto di questo mondo delle apparenze, in cui ogni cosa appare precaria e ingannevole, è lo stesso protagonista imprigionato nella forma dell'asino e naturalmente ignorato per tutto il tempo dagli altri uomini. [...] non ci sono certezze, tutto dev'essere verificato, toccato con mano. L'unica possibilità di sapere è l'esperienza, e la disposizione d'animo più giusta sembra appunto questa credulitas, quest'ansia di mirum che fin dall'inizio caratterizza il protagonista; non si tratta di ingenuità, ma di apertura mentale, un atteggiamento più volte lodato da Lucio stesso: mentre lo scetticismo dell'anonimo compagno di Aristomene – che è presumibilmente quello del lettore – si preclude molte possibilità, l'atteggiamento di chi «vuol sapere tutto, o almeno il più possibile» sembra il più consigliabile. (Lara Nicolini, introduzione, 2005, p. 31)
  • [Commentando il ruolo della storia di Amore e Psiche nel romanzo] Ora, a me sembra che ad attivare l'analogia e a farsi carico della funzione orientatrice del racconto sia semplicemente l'unico tratto completamente sovrapponibile delle due vicende e cioè appunto il tema della curiositas, un tema, più che platonico, fondamentalmente plutarcheo. (Lara Nicolini, introduzione, 2005, p. 38)
  • E seppure non abbracciata effettivamente nella vita, quella religione che aveva tanti punti di contatto col platonismo, che non pretendeva faticosi percorsi di conversione, che pareva garantire una conciliazione tra il pensiero razionale e le esigenze spirituali, poté sembrare ad Apuleio una degna conclusione per quella storia che gli era piaciuta e che aveva voluto riscrivere e dotare di un senso più pieno; una conclusione almeno simbolica, rappresentativa delle sue più profonde aspirazioni: la conoscenza a ogni costo – un fine a cui aveva sacrificato un enorme patrimonio – e, forse, il tentativo di superamento del disordine angoscioso del mondo nell'ordine e nella quiete di una religione o, come più probabilmente avvenne, di una filosofia. (Lara Nicolini, introduzione, 2005, p. 56)

Sulla magia e in sua difesa[modifica]

Incipit[modifica]

Io ero ben certo e tenevo per vero. Claudio Massimo e voi che fate parte del consiglio, che un vecchio rinomato per la sua sconsideratezza come Sicinio Emiliano avrebbe riempito di soli insulti, in mancanza di fatti criminosi, l'accusa che egli ti ha avanzato contro di me prima di meditarsela per suo conto. Ora si può ben incolpare un innocente qualsiasi ma non si può condannare se non chi è colpevole. Io confido soprattutto in questo e mi rallegro per gli dèi del cielo che mi sian toccati la possibilità e i mezzi di difender la filosofia presso la gente inesperta e di discolparmi avendo te come giudice.

Citazioni[modifica]

  • Il pudore [...] è come un vestito: quanto più è consumato tanto minor cura se ne ha. (p. 190)
  • Son dunque un mago per il fatto d'esser un poeta? (p. 194)
  • [A Sicinio Emiliano, suo accusatore nel processo sulla magia] Eppure anche altri hanno scritto versi simili [Lascivi], benché voi li ignoriate: fra i Greci uno di Teo e uno di Lacedemone e uno di Ceo e altri numerosissimi, fra cui anche una donna di Lesbo, che ne ha scritti sì lascivi ma con tal grazia che la dolcezza della sua poesia ci fa accettare l'arditezza del suo linguaggio; fra i nostri poi Edituo e Porcio e Catullo, anche loro assieme con numerosissimi altri. «Ma questi non erano filosofi». Negherai allora che anche Solone fosse una persona seria e un filosofo? eppure è suo quel verso lascivissimo.
    col desiderio delle cosce e della dolce bocca. (p. 194)
  • Mio miele, ti dono corone di fiori e questo canto; il canto è per te, le corone per il tuo genio, o Crizia... (p. 195)
  • Il saggio più che amare ricorda. (p. 197)
  • [A Sicinio Emiliano, suo accusatore nel processo sulla magia] Concedi al filosofo Platone il perdono per i suoi versi sull'amore, così che non mi sia necessario star a filosofare troppo, contro il consiglio di Neottolemo in Ennio; se poi tu non glielo concedi, ebbene mi lascerò volentieri incriminare in compagnia di Platone per simili versi. (p. 197)
  • La povertà è sempre stata di casa con la filosofia: è onesta, moderata, padrona di poco, desiderosa di approvazione, è un bene sicuro rispetto alle ricchezze; non si preoccupa mai delle apparenze, è di modi semplici, benevola quando dà consigli, non istiga mai alcuno alla superbia, non riduce mai alcuno al male per la sua sfrenatezza, mai rende bestiali con la sua tirrannia, non vuole, né può, tutti i piaceri del ventre e del sesso. (p. 201-202)
  • La povertà [...] fu presso i Greci giusta in Aristide, buona in Omero, valorosa in Epaminonda. Ancora oggi la povertà ha posto fin dalle origini il fondamento dell'impero del popolo romano, e per lui ancor oggi essa offre sacrifici agli dèi immortali con un mestolo e una scodella di terracotta. (p. 202)
  • In tutti gli strumenti con cui si adempiono i compiti della vita tutto ciò che supera un'idonea moderazione diventa un di più che pesa invece che servire. (p. 202)
  • Le ricchezze spropositate sono come un timone smisurato fuor del normale, che fa affondare meglio che servir a dirigere, perché sono inutilmente abbondanti e dannosamente eccessive. (p. 202)
  • Nessuno di noi è povero se non desidera il superfluo e possiede il necessario, che per natura è assai poco. (p. 203)
  • Ha di più chi meno cose rimpiange, e chi ne vuole pochissime avrà tutto quel che vuole. (p. 203)
  • Per vivere, proprio come per nuotare, va meglio chi è più privo di pesi, ché anche nella tempesta della vita umana le cose leggiere servono a sostenere, quelle pesanti a far affondare. (p. 204)
  • Chi di noi ha meno bisogni è più simile a un dio. (p. 204)
  • Non bisogna [...] star a guardare dove uno è nato, ma come egli è costumato, né si deve considerare in quale frontiera ma in quale maniera uno ha iniziato la sua vita. (p. 205)

Citazioni sull'opera[modifica]

  • Era (Apuleio) realmente un mago? Miracoli egli non ne operava, se non nel mondo fantastico del suo romanzo [...], ma in quanto neoplatonico credeva a un mondo intermedio fra gli dei e gli uomini, mondo di demoni, che molto influivano sulla vita umana. Non superstizioso né bigotto, Apuleio apparisce in questa sua Apologia sostanzialmente come un mistico, fervido prodotto del suolo africano. (Francesco Della Corte)

Incipit de Il mondo[modifica]

Il mondo nel suo insieme si compone del cielo, della terra, e delle cose che per la loro natura appartengono a entrambi. O, in questi altri termini: il mondo è un cosmo, cioè un insieme ordinato e ornato per virtù divina e costodito dagli dèi. La terra, genitrice e nutrice di tutti i viventi, ne occupa fermamente il centro.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni su Apuleio[modifica]

  • Degno di nota nell'età imperiale di Roma è l'africano Lucio Apuleio di Madaura che nel suo Asino d'oro tesse cose talvolta immani e talora sublimi, per adulti, ma intorno ad una fiaba da ragazzi: e tutti i racconti posteriori di cavalli e di asini, si rifanno a quella fonte lontana. (Olga Visentini)
  • [Le metamorfosi] Mi dà le vertigini, mi abbaglia: la natura in se stessa, il paesaggio, l'aspetto puramente pittoresco delle cose vi sono trattati alla maniera moderna e con un soffio antico e cristiano ad un tempo che li pervade. Vi si sente l'incenso e l'orina: la bestialità si congiunge al misticismo. (Gustave Flaubert)

Bibliografia[modifica]

  • Apuleio, Metamorfosi (L'asino d'oro), traduzione di Marina Cavalli, Mondadori.
  • Apuleio, Le metamorfosi o L'asino d'oro, introduzione, traduzione e note di Lara Nicolini, BUR, Milano, 2005, 2010.
  • Apuleio, Sulla magia e in sua difesa, traduzione di Giuseppe Metri, EDIPEM, 1973.

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Opere[modifica]