Massimo d'Azeglio

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Massimo d'Azeglio

Massimo Taparelli, marchese d'Azeglio (1798 – 1866), scrittore, pittore e politico italiano.

Citazioni di Massimo d'Azeglio[modifica]

  • In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso! (da una lettera a Diomede Pantaleoni, 17 ottobre 1860, in M. d'Azeglio e D. Pantaleoni, Carteggio inedito, 1888)
  • L'assoluto è il peggior nemico della buona politica, come la scienza dell'aspettare è la sua più fedele alleata. (dal discorso in Senato del 3 dicembre 1864, in Scritti politici e letterari di Massimo d'Azeglio)
  • La prima delle cose necessarie, è di non spendere quello che non si ha. (da Scritti postumi, a cura di Matteo Ricci, 1871)
  • La verità non prospera che al sole. (da Agli elettori, 1865)
  • Meno partiti ci sono, e meglio si cammina. Beati i paesi dove non ve ne sono che due: uno del presente, il Governo; l'altro dell'avvenire, l'Opposizione. Un tale stato di cose è segno della robusta salute d'una nazione; è segno che in essa le questioni di vera utilità pubblica soffocano le questioni d'utilità private, di persone, di sètte, ec., ec. (da Scritti postumi)
  • A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, niuno vuol saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un'altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no. Capisco che gli italiani hanno il diritto di fare la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani che, restando italiani, non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare archibugiate, salvo si concedesse ora, per tagliare corto, che noi adottiamo il principio nel cui nome Bomba (Ferdinando) bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso. (da Franco Alberti, Due costituzioni, da Napoli a Torino: note storiche e considerazioni sullo Zeitgeist, Guida, 2002, pag. 73)

I miei ricordi[modifica]

Incipit[modifica]

Ho passato tutt'intera la mia vita fino a tre mesi fa, senza saper altro della mia famiglia se non poche notizie udite da un vecchio agente di casa. Non mai una parola uscì dalla bocca di mio padre e mia madre su questo argomento.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni[modifica]

  • Ad un governo ingiusto nuoce più il martire che non il ribelle.
  • Gl'Italiani hanno voluto far un'Italia nuova, e loro rimanere gl'Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; [...] pensano a riformare l'Italia, e nessuno s'accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro.
  • Il primo bisogno d'Italia è che si formino Italiani dotati d'alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani.[1] (prefazione)
  • In ogni genere ed in ogni caso, il governo debole è il peggiore di tutti.
  • L'abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell'ordine; dall'ordine materiale si risale al morale: quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell'educazione. (cap. XXX)
  • L'abitudine è mezza padrona del mondo. "Così faceva mio padre" è una delle grandi forze che guidano il mondo.
  • L'affetto vero, leale, incondizionato, è un gran tesoro; è il più grande che esista.
  • L'Italia è l'antica terra del Dubbio. [...] Il dubbio è un gran scappafatica; lo direi quasi il vero padre del dolce far niente italiano.
  • L'ozio avvilisce ed il lavoro nobilita: perché l'ozio conduce uomini e nazioni alla servitù; mentre il lavoro li rende forti ed indipendenti. [...] L'abitudine al lavoro modera ogni eccesso, induce il bisogno, il gusto dell'ordine; dall'ordine materiale si risale al morale: quindi può considerarsi il lavoro come uno dei migliori ausiliari dell'educaione.
  • Le rivoluzioni non le facciam noi: le fa Iddio; e per persuadersene basta riflettere con quali istrumenti le riesce.
  • Non è l'ingegno sottile (l'esprit) quello che forma le nazioni; bensì sono gli austeri e fermi caratteri.
  • Se il fil di canapa è marcio, non s'avrà mai corda buona. Se l'oro è di saggio scadente, non s'avrà mai moneta buona. E se l'individuo è dappoco, ignorante e tristo, non s'avrà nazione buona, e non si riuscirà mai a nulla di solido, d'ordinato e di grande.
  • Se le navi vanno generalmente meglio degli Stati, ciò accade per la sola ragione che in esse ognuno accetta la parte che gli compete, mentre negli Stati meno se ne sa, generalmente, più s'ha la smania di comandare.
  • Senza cuor contento non c'è bene che valga, come col cuor contento non c'è male che nuoca in questo mondo.
  • Si deve dire la verità e mantenere la parola data a tutti, e persino alle donne.
  • Tutti siamo d'una stoffa nella quale la prima piega non scompare mai più.
  • Vi sono momenti nella vita che basterebbero a pagare, a compensare i tormenti d'un'eternità.

Incipit di alcune opere[modifica]

Ettore Fieramosca[modifica]

Al cadere d'una bella giornata d'aprile dell'anno 1503 la campana di San Domenico di Barletta sonava gli ultimi tocchi dell'avemaria. Sulla piazza vicina in riva al mare, luogo di ritrovo degli abitanti tranquilli che, nelle terricciuole dei climi meridionali specialmente, sogliono sulla sera essere insieme a barattar parole al sereno per riposarsi dalle faccende del giorno, stavano col fine medesimo dispersi in vari gruppi molti soldati spagnoli ed italiani, alcuni passeggiando, altri fermi, o seduti, od appoggiati alle barche tirate a secco delle quali era ingombra la spiaggia; e com'è costume delle soldatesche d'ogni età e d'ogni nazione, il loro contegno era tale che pareva dire: il mondo è nostro.

Racconti, leggende e ricordi della vita italiana[modifica]

Quando si principia a invecchiare, ricordarsi e raccontare diverte. Vorrei dunque divertirmi qualche mezz'ora – non avendo di meglio mentre cresce il grano – ricordandomi di quand'ero giovane e non facevo altro che girar l'Italia per tutti i versi. Studiavo pittura per prima cosa; ma siccome per natura sono indagatore, studiavo e cercavo il vero in tutto.
Come è naturale, n'ho viste di tutte le razze, e m'è rimasta in mente una faraggine di storielle da averne per un pezzo.
Vediamo se mi riuscisse di ricordarmene di qualcuna; e quel che è piú difficile, di farle leggere.

Citazioni su Massimo d'Azeglio[modifica]

  • Animo d'artista, indole di romanziere, fantasia di poeta, senno di chi ha fatto non leggieri studi, buon senso dell'uom che pensa, vezzi ed eleganza d'antica nobiltà, spirito e cuore d'Italiano: eccovi Massimo d'Azeglio celebre pittore, scrittore egregio, coraggioso soldato, amatore di patria, uomo di Stato, ministro — e galantuomo! (Vittorio Bersezio)
  • Azeglio sta in campagna colla fantasia, colla persona e col pennello; e non rompe i silenzi delle sue selve e del suo pensiero che per bofonchiare gli uomini con la eroicomica figura di Ferraù o per scozzonarne il sonno coll'improwiso ariete di Quistioni urgenti, or fatte urgentissime. (Giuseppe Guerzoni)
  • Pittore e scrittore, artista e letterato; in sé congiunge le due diverse forme della stessa sostanza. È dipinge il paese e vi annette una circostanza storica; scrive romanzi ed all'orditura trovata dall'immaginazione ed agli eventi ricavati dalla storia immette un pensiero patrio di cose pubbliche moderne. — La penna ed il pennello, il libro e la tela, le bellezze della natura e gl'insegnamenti delle storie ha fatto, colla misura delle sue forze, concorrere a dire ai presenti il concetto capitale e necessario dell'Italia de' suoi tempi. (Vittorio Bersezio)
  • Se Massimo Taparelli D'Azeglio, dopo aver tanto gridato: Fuori lo straniero, fu preso dal dubbio d'esser egli straniero, il principe di Francalanza era esente da simile scrupolo. (Federico De Roberto)

Note[modifica]

  1. Sarebbe quest'ultima frase all'origine dei motti "Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani", "Fatta l'Italia bisogna fare gli italiani" e simili, genericamente attribuiti a Massimo d'Azeglio. Tuttavia, secondo gli storici Simonetta Soldani e Gabriele Turi, nell'introduzione a Fare gli italiani. Scuola e cultura nell'Italia contemporanea, il Mulino, il motto "Fatta l'Italia bisogna fare gli Italiani" non apparterrebbe a d'Azeglio, ma sarebbe stato coniato nel 1886 da Ferdinando Martini «nel tentativo di "tradurre" il senso politico» (Carlo Fomenti, Siamo una nazione, ma chi ha fatto l'Italia?, Corriere della sera, 17 luglio 1993) di tale frase ne I miei ricordi. Si veda peraltro Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 208.

Ma vd. ora C. Gigante, "'Fatta l'Italia, facciamo gli Italiani'. Appunti su una massima da restituire a d'Azeglio", in "Incontri. Rivista europea di studi italiani", anno 26, fasc. 2/2011, pp. 5-15 http://www.rivista-incontri.nl/index.php/incontri/article/view/18/18

Bibliografia[modifica]

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